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Ros

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Inviata - 30/06/2008 :  20:16:34  Visualizza il profilo  Scrivi una mail all'autore
Cultura



Ros

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Inviato - 17/07/2008 :  14:01:32  Visualizza profilo  Scrivi una mail all'autore


Il romanzo di Rosaria Carbone, Tebùra: le indagini di ù prufissuri e ù bidellu

La professoressa d’italiano scrive il dialetto del paese natio, per raccontarlo: un dialetto (vutrisi) nel dialetto (siciluanu). Insegna la grammatica italiana e allo stesso tempo cura il dialetto con le poesie, i testi teatrali e i romanzi, coinvolgendo, nella sua attività di docente, alunni e conoscenti; come a voler dire che sono le parole a definire le cose e i concetti e non la forma. Solo la fusione del dialetto con l’italiano può permettere di raccontare, per immagini e con l’artificio della fantasia, le storie locali. Le parole hanno significato perché legate ad una storia e ad un territorio e il lettore non deve scandalizzarsi dell’uso dei termini strettamente dialettali, fuori moda, che non sono un ricordo ma significati. Ogni parola ha diritto di essere studiata e capita. Ci costringono ad imparare i termini inglesi per usare l’informatica e “capire” la pubblicità, negandoci la possibilità di studiare e capire parole fuori moda (significati), utili per analizzare la storia e il presente delle realtà locali, marginalizzate e fatte stereotipo per comodità.
Uno dei personaggi del romanzo della Carbone è definito, dall’amante di Tanuzzu: minchiuni, crastu e di manu lesta. In una storia come questa u’ minchiuni, crastu di manu lesta non poteva mancare: sale e pepe dei fatti siciliani. Nella storia, per immagini mentali, della Carbone questo personaggio -facci di minchiuni- è un perno delle avvincenti e ingarbugliate vicende della Tebùra del secondo dopo guerra.
I soggetti principali del romanzo, più che gli uomini e le donne, sono: l’ignoranza, la viltà, la goffaggine, la sottomissione e l’avidità. Ù prufissuri e ù bidellu sono gli attori principali e le loro indagini mettono in luce i soggetti. Il romanzo è una sorta di scatole cinesi, e la Carbone mette a nudo storie di figli e di padri naturali separati da una morale contornata di pizzo e merletti, prelati e prefetti, con all’interno una tortuosa ricerca e rocambolesca fuga finale.
Come sempre, nei romanzi, i fatti narrati sono immaginari e i riferimenti a persone realmente esistite o esistenti sono puramente casuali; ma è anche vero che non si scrive mai per caso (…).
Svelare il messaggio che l’autrice intende dare con questo lavoro può apparire semplice, ma la storia non può che continuare, perché nel romanzo ci sono elementi per poter immaginare la fine della storia che in realtà sono solo l’inizio. Ù prufissuri e ù bidellu hanno ancora molto da scoprire in questa immaginaria cittadina -Tebùra- del centro-sud della Sicilia.
Di minchiuna, crasti di manu lesta, contornati di pizzo e merletti, prelati e prefetti, è piena la storia e la vita dei siciliani: l’Ignoranza Organizzata (l’I.O).
La sfida di ù prufissuri e ù bidellu è all’I.O., immagine mentale definibile con il simbolo formato da un corpo di cavaddru ccu la crozza di sceccu. E che dire della galleria di Ugone Santapau? Nulla! Non resta che leggere il romanzo. -Rosario Riggio
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Ros

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Inviato - 20/07/2008 :  16:41:34  Visualizza profilo  Scrivi una mail all'autore


Storie di vita della poetessa Rosaria Carbone

Le poesie di Rosaria Carbone, nel libro Momenti di Vita Paesana Siciliana, sono Storie di vita dipinte con le lettere, mentre i quadri presenti nel libro, dell’artista Totò Di Marca, la scenografia: parola, figura.
I colori dell’artista, Totò Di Marca, fanno emergere il tocco scenografico utilizzato dai Cantastorie siciliani che cantavano, di festa in festa, i fatti di Sicilia: recita.
I Cantastorie utilizzavano le poesie come sceneggiature, i quadri per la scenografia e il canto per recitare: artisti di strada che portavano in giro Storie di vita.
Le poesie della Carbone ci danno la parola e i quadri di Totò Di Marca la figura, mentre ai lettori spetta la recita, immergendosi in quella atmosfera teatrale che solo i Cantastorie siciliani sapevano dare. Ho scritto dei Cantastorie siciliani al passato, anche se qualcosa nel presente c’è ancora. E allora, come far capire a coloro che non conoscono, per età o per mille altre ragioni, che cos’è l’atmosfera creata dai Cantastorie siciliani? Una sfida per Rosaria: far recitare le poesie ad un Cantastorie, con la scenografia del caso.
La Carbone tocca con la poesia diverse tematiche: i ricordi, la vecchiaia, il lavoro, la droga, i rapporti nell’odierna società, la religione, se stessa e i luoghi.
Alcuni versi della poetessa: sulle condizioni di lavoro di li surfarara; sul pellegrinaggio di la Madonna di la Catina di Riesi; sul tempo che passa e si fa pensiero.
La pirrera: La fami era niura / li facci eranu bianchi / e mentri lu suli dormiva / la zattira arrivava. / (…) / Lu fumu di la morti / acchiana ‘nsina ‘ncielu.
Il pellegrinaggio di la Madonna di la Catina: Longa è la strata / ma nuddu si nicchia. / C’è cu canta e cu babbia, / c’è cu prea e cu talia.
Tiempu: Tiempu passatu, tempu mai scurdatu. / (…) / Tiempu e malutiempu arrimananu pinsera / di ricordi spinsirati, / mai cancellati.
Rosaria, quando scrive, non trova nel passato l’ancora della sicurezza ma vorrebbe salvare ciò che di bello riserva l’età dei fanciulli, per dare speranza alla vita: poesia. –Rosario Riggio

Quadri di Totò Di Marca: Carusi Zolfatari con citazioni da Guttuso – 2003; Poeta tra i braccianti. Omaggio a Ignazio Buttitta con citazione di Gianbecchina - 2005; Natura morta e paesaggio - 2005
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Ros

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Inviato - 22/07/2008 :  14:17:43  Visualizza profilo  Scrivi una mail all'autore


Premio per la diciassettesima Edizione del Premio Letterario Internazionale “L’Artigiano Poeta 2008”, promosso dall'A.S.P.E.S. -Associazione Siciliana Poeti e Scrittori


Il Premio è suddiviso in quattro sezioni:

Sezione A – Poesia in lingua siciliana o italiana, a tema libero, riservata a tutti i poeti di età non superiore ai diciassette anni compiuti alla data del 30 settembre 2008.
Si può partecipare con una poesia inedita non superiore a quaranta versi.
Viene richiesta una quota di partecipazione di 15,00 euro
Sezione B – Poesia in lingua siciliana o italiana, a tema obbligato “L’Artigiano e l’arte della creatività”, riservata a tutti i poeti di nazionalità italiana anche se residenti all’estero, e poeti stranieri residenti in Italia.
Si può partecipare con un poesia inedita non superiore a sessanta versi.
Viene richiesta una quota di partecipazione di 25,00 euro.
Sezione C – Poesia in lingua italiana, a tema libero, riservata a tutti i poeti nazionalità italiana anche se residenti all’estero, e poeti stranieri residenti in Italia.
Si può partecipare con un poesia inedita non superiore a sessanta versi.
Viene richiesta una quota di partecipazione di 25,00 euro
Sezione D – Racconto in lingua siciliana o italiana, a tema libero, riservato a tutti gli scrittori di nazionalità italiana anche se residenti all’estero e a scrittori stranieri solo se residenti in Italia.
Si può partecipare con un’opera inedita non superiore a dieci cartelle, di trenta righi di sessanta battute.
Viene richiesta la quota di partecipazione di 35 euro.

È consentita la partecipazione e più sezioni e più di una partecipazione nella stessa sezione.

I partecipanti al premio devono inviare le opere in sei copie, di cui una corredata di dati anagrafici, codice fiscale, indirizzo, numero di telefono, curricula, dichiarazione firmata dall’autore per l’utilizzo dei dati personali relativamente al premio, quota di partecipazione in contanti o con assegno bancario non trasferibile intestato al Cav. Uff. Gaetano Riggio.

Il tutto in un unico plico da spedire a mezzo raccomandata con ricevuta di ritorno entro e non oltre il 30 settembre 2008 al seguente indirizzo:

L’A.S.P.E.S. Segreteria del premio
“L’artigiano Poeta”
via M. Gori, 8 –
93100 CALTANISSETTA.


Per il regolamento del Diciassettesimo Premio Letterario Internazionale, “L’Artigiano Poeta”, rivolgersi a Gaetano Riggio al seguente numero telefonico 0934565711.

- Rosario Riggio
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Inviato - 25/07/2008 :  11:54:31  Visualizza profilo  Scrivi una mail all'autore

Associazione Culturale Primissimopiano: Concorso Cortomatto

Sperimentazione e ironia, innovazione e spirito surreale


L'Associazione Culturale Primissimopiano, in collaborazione con il Comune di Collegno, indice per l'anno 2008 la 1ª edizione del concorso nazionale per cortometraggi CORTOMATTO, le cui serate finali si terranno nei giorni venerdì 7 e sabato 8 Novembre 2008 a Collegno presso il cinema Uniplex Luce.
Collegno è stata un tempo la sede di uno dei più grandi ospedali psichiatrici d’Italia, ospitato proprio presso quella stessa Certosa che oggi è diventata uno dei set più frequentati dalle produzioni cinematografiche nazionali e internazionali.
Da qui nasce l’idea di CORTOMATTO: un festival, un concorso e una rassegna di opere fuori dagli schemi, attraverso cui Collegno intende raccontarsi in modo nuovo, unendo la creatività dei giovani videomaker e l’energia degli attori emergenti in una “due giorni” dedicata all’incontro tra follia creativa e cinema breve.
Il concorso ha carattere tematico: la creatività e la rottura degli schemi, la follia, l’ironia e l’anticonformismo come motori di innovazione.
Il festival tematico ha come obiettivo quello di sostenere la creatività giovanile, incentivare la sperimentazione linguistica, narrativa e stilistica e dare visibilità ad opere fuori dagli schemi. Il festival diventa, così, promotore di incontri e discussioni sulle frontiere più interessanti del cinema breve, valorizzando le sue reali potenzialità: libertà espressiva, accessibilità e sperimentazione.
Il concorso è aperto a tutte le opere nazionali (e a quelle provenienti dalle città straniere gemellate con Collegno) realizzate in qualunque formato video (VHS, DVD, DV, DVCAM, BETACAM e cinematografici 35 mm, 16 mm, super 8, ecc.) della durata massima di 20 minuti e prodotte dopo il 1° gennaio 2006.
Come requisito essenziale per la selezione al concorso, si richiede che le opere candidate coniughino, nella forma o nei contenuti, caratteri di sperimentazione e ironia, innovazione e spirito surreale. Il concorso prevede tre sezioni: Follemetraggi, Premio Dottor Stranattore, Premio Dottor Stranattore Piemonte.

Potete scaricare bando, scheda di partecipazione e testi per le sezioni “Premio Dottor Stranattore” e “Premio Dottor Stranattore Piemonte” sia dal nostro sito - http://www.primissimopiano.it - che dal sito del Comune di Collegno - http://www.comune.collegno.to.it - Per ulteriori informazioni e/o comunicazioni: info@primissimopiano.it , 333.42.52.277


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Inviato - 31/07/2008 :  16:13:38  Visualizza profilo  Scrivi una mail all'autore


MEMORIE DI UN'UTILE IDIOTA
Predicavamo la dittatura inneggiando alla libertà


Introduzione di Giuliano Ferrara

2004 Edizione Tempi - www.itacalibri.it

Un libro anticonformista e ribelle quello di Erica Scroppo

Il papà di Lisa mi porse la mano per aiutarmi a saltare un torrente. Notai un numero grigiastro sull'avambraccio e gli chiesi che cosa fosse. “È un regalo che mi hanno lasciato i tedeschi”, rispose, con un mezzo sorriso, il papà di Lisa. Si tratta del regalo fatto a Primo Levi (il papà di Lisa).

È un libro in chiave politica dove racconta la sua esperienza: con il padre (siciliano di Riesi, comunista, pittore, critico, eccetera) e la madre (liberale, poetessa); con i nonni, in particolare quelli materni (piemontesi); con la religione valdese e le frequentazioni ebraiche; con la Resistenza, i fermenti dei movimenti giovanili studenteschi torinesi e non solo (dal liceo D'Azeglio all'Università), Lotta continua,  l'impegno in Nuova Società (giornale torinese) e l'avvicinamento al Pci; con il matrimonio, il trasferimento in Inghilterra e i figli.
Il libro è ciò che Erica è stata, ed è. È una critica politica del suo attivismo comunista e allo stesso tempo alla democrazia italiana a confronto con quella inglese.
È un racconto ironico e critico, incentrato sulla sua persona, che permette di vivere le esperienze del sessantotto, come sono maturate e le sue ricadute. Non solo il vissuto diretto, ma anche critica in positivo e in negativo del movimento del sessantotto e della sinistra italiana: se stessa e la storia politica dei "comunismi" in Italia, dal secondo dopoguerra ad oggi.
Dalla Resistenza (Memoria, e mito delle Valli del Pellice) alle Brigate Rosse (dalla negazione alla cruda realtà che la sfiora). Dai cancelli della FIAT (studenti-operai) al volontariato a Biella e in Inghilterra. Dalla lotta al sistema scolastico a quella per il divorzio. Dai volantini ciclostilati alla meglio al giornalismo professionale.
Sempre in prima fila e contro. Libertaria, ma non libertina. Anarchica, ma rigorosa. -Rosario Riggio

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Foto a sx dal libro, Un sessantotto e tre conflitti di Diego Giachetti
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Ros

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Inviato - 02/09/2008 :  23:22:47  Visualizza profilo  Scrivi una mail all'autore

Critica alla raccolta di poesie, La canzuna di lu nannu, di Calogero Puzzanghera

Un poeta spontaneo, filosofico e sensibile

La poesia di Calogero Puzzanghera è spontanea e piena di grande impatto emotivo che induce a riflessioni sul ruolo dell’uomo nella società.
I suoi versi scorrono velocemente attraverso la profondità dell’io, la memoria, i labirinti dello spirito…/ tu hai posto sul mio passato una lapide senza epitaffio…/ il caldo vento che spira/ reca un canto di pena/ e narra i tormenti/ della mia povera gente del sud…/il vento sembra scagliare/ l’irata voce di Dio/ sulla Terra.
La sensibilità d’animo del poeta, scruta ogni granello del mondo che lo circonda e delle persone che egli ama…/ se di notte tu senti/ un ignoto sospiro, /cuore, non temere…/ Alla tua finestra fiorita/ di rosso geranio e di balaco/ ogni sera venivo/ a donarti la gioia del mio cuore…/ Si amico/ fatto minime gioia era/ il nostro vivere allora/ e teatro della nostra età breve/ fu la strada che ogni giorno/ lastricavamo di rosei sogni.
Una nota particolare merita la lirica la clessidra (Lettera allo zio Ernesto). Un dialogo filosofico sugli eterni dilemmi della vita. Un incontro di ricordi, di certezze, di sogni…/ Il tempo…/ è un granello di sabbia/ d’una immensa clessidra/ chiamata eternità.
Stupendo lo scenario dell’infanzia, che affiora alla memoria insieme alle immagini cangianti d’Orlando, Rinaldo, del perfido Gano di Magonza e dei ridicoli eroi dell’opera dei pupi… ieri come oggi.
Una forte dose di sentimenti, di passione e tanta voglia di dire ma anche di denunciare la misera rassegnazione, sono il filo conduttore de “La canzuna di lu nannu” raccolta che affida ai lettori tante emozioni attraverso i quali ripercorre le tematiche eterne dell’esistenza.
Trattasi, dunque, di poesia sensibile, che fa appello alle più intime corde dell’animo, che rifugge ogni sdolcinatura, ma si attiene agli schemi del realismo; poesia accattivante per semplicità stilistica, per concretezza descrittiva, ispirata da sensazioni quanto mai profonde di un personaggio che fa della poesia il suo stesso senso di vivere! -Prof.ssa Rosaria Carbone
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Inviato - 30/09/2008 :  18:59:12  Visualizza profilo  Scrivi una mail all'autore

Critica di Calogero Puzzanghera

MOMENTI DI VITA PAESANA SICILIANA
(Poesie in vernacolo di Rosaria Carbone)

Le piazze, le strade lastricate di trachite, il profumo vagante nell’aria della cedronella, del balaco e del basilico, ti fanno pensare che nella bella terra di Sicilia, nulla è mutato nel tempo.
Questa sensazione l’afferri leggendo le poesie di Rosaria Carbone che, con occhio acuto, ha saputo scorgere e, pertanto, fissare sulla carta, con un linguaggio appropriato, cioè privo di stucchevoli artifici lessicali, anche le più piccole e all’apparenza, inutili cose.
Tutto ciò, la poetessa Carbone, le racconta nella lingua, o vernacolo che dir si voglia, del suo natio paese (Butera), che a noi sembra un po’ differente da quello del paese in cui vive ed opera (Riesi).
Comunque, leggere una poesia, facente parte dell’opera di qui trattata, è come guardare un bel quadro (Guttuso?): si rimane lì davanti un po’ inebetiti ad osservarlo , da ogni lato, per scoprire, di volta in volta, un qualcosa, una parola che tradisca una più piccola briciola di tenerezza (Li vicchiareddi a ronda/ccu la seggia ‘nzincata/spiettinu lu vinticcieddu…) o d’umana pietà come nei versi di “La Pirrera”: (La fami era nivura/li facci eranu bianchi/e mentri lu suli durmiva/ la zattira arrivava).
Insomma, nella poesia di Rosaria Carbone si coglie l’intento di comunicare emozioni, emozioni autentiche , seppur difficili da raccontare.
Questa poetessa possiede quella rara capacità di trasmettere un sentimento, una sensazione, anche se leggera come ali di farfalla.
Quel che fa, secondo noi, un buon poeta, non è tanto l’originalità che ha in comune col resto dell’umanità, quanto la capacità di mettere tutto ciò che ha in sé nero su bianco, come solo un abile giocoliere di parole sa fare;
Rosaria Carbone ha questa capacità che, ci auguriamo di cuore, vorrà continuare a curare per moltissimi anni, per la gioia di quanti avranno la fortuna di leggerla. -Calogero Puzzanghera


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Ros

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Inviato - 11/11/2008 :  18:04:58  Visualizza profilo  Scrivi una mail all'autore

Are - Associazione Riesini Emigranti – Piemonte

PATROCINIO





Autoritratto del 1926

CONVEGNO

La figura intellettuale di Filippo Scroppo

Siciliano di Riesi, Pastore dell'Arte in Piemonte


SABATO 15 NOVEMBRE 2008 ALLE ORE 15
Sala delle Colonne
Palazzo di Città via Milano, 1 Torino


*************************

PROGRAMMA DEL CONVEGNO SU FILIPPO SCROPPO


• Are – Giuseppe Riggio, Salvatore Vitale, Erica Scroppo, Rosario Riggio (moderatore)
-Saluto dell’Associazione Are

INTERVENTI


• Assessore alla Cultura Comune Torino, Fiorenzo Alfieri
• Consigliere Comunale Torino, Francesco Salinas
-Presentazione proposta intitolazione strada a Filippo Scroppo Comune di Torino
• Anpi –Pres. Provinciale Torino, Vice Presidente Nazionale, Gino Cattaneo
- Diego Novelli – Filippo Scroppo, un uomo di sinistra.


• Giorgio Luzzi – Ricordo dell’amico Filippo Scroppo
• Prof. Paolo Ricca, pastore e teologo valdese - Ricordi personali di un pittore e credente
• Erica Scroppo -La figura del padre


• Prof. Giuseppe Veneziano (Esponente new pop italiana) – L’artista siciliano
• Accademia di Belle Arti di Torino, Prof. Maria Teresa Roberto
-La Figura artistica di Filippo Scroppo

CHIUSURA INTERVENTI


• Ass. Cultura Comune di Torre Pellice, Maurizia Manassero
• Sindaco di Riesi, Salvo Buttigè -Delegazione consiglieri comunali: Filippo Marino e Calogero Cutaia

SALUTI


• Direttore Accademia di Belle Arti di Torino, Prof. Guido Curto
• Lettura dei saluti degli invitati non presenti


CONTRIBUTI


• Prof. Attilio Gerbino -Filippo Scroppo a Riesi
• Ivana Mulatero -Filippo Scroppo. Un pittore che scrive

• Arch. Marco Danese (Pittore) -Tesi di Laurea su Filippo Scroppo
• Salvatore Granata – Ritratto del territorio


Presidente Are Giuseppe Riggio
*************************


Per informazioni: 389 11 83 150 – E-mail are_are@libero.it

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Ros

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Inviato - 30/01/2009 :  15:09:53  Visualizza profilo  Scrivi una mail all'autore

PREMIO SPECIALE DELL’A.S.P.E.S AL POETA RIESINO CALOGERO PUZZANGHERA

L’A.S.P.E.S. assegna al poeta riesino il Premio Speciale “Caltanissetta che lavora e produce benessere”


L’Are -Associazione Riesini Emigranti- ha segnalato all’A.S.P.E.S - Associazione Siciliana Poeti e Scrittori- per il 17° Premio Letterario Internazionale “L’artigiano Poeta 2008”, in base al Art. 10 del regolamento, il poeta riesino Calogero Puzzanghera. A tal proposito è stata inviata la raccolta di poesie: Poesie di Calogero Puzzanghera -Raccolta a cura di Rosario Riggio- LA CANZUNA DI LU NANNU. Pubblicazione del 25 luglio 2008 sul Portale Città di Riesi www.riesi.com -Forum RiesiArt.
Il direttivo dell’A.S.P.E.S. (Presidente, Dott.ssa Carmela Sanguinè), tra i riconoscimenti istituiti dall’associazione ha deciso di assegnare, al poeta riesino Calogero Puzzanghera, il Premio Speciale “Caltanissetta che lavora e produce benessere”. Il Premio viene assegnato a personalità siciliane che si sono distinte nel territorio Nazionale per la loro capacità creativa, organizzativa, produttiva e innovativa; esso consiste in un trofeo artistico realizzato e patrocinato dall’Officina Metalmeccanica dell’Artigiano, Cav. Uff. Gaetano Riggio fondatore dell’ A.S.P.E.S .
L’Are, nell’ambito della promozione artistica (RiesiArt) che opera da alcuni anni, ritiene opportuno rendere omaggio a questo nostro concittadino, che ha dedicato gran parte delle opere poetiche alla Terra natia (Riesi); per questo, l’Associazione, ha invitato l’Amministrazione Comunale Riesina a rendersi disponibile a ritirare il Premio Speciale “Caltanissetta che lavora e produce benessere”, in nome e per conto del poeta riesino Calogero Puzzanghera, dando così un ulteriore Riconoscimento Culturale al lavoro letterario svolto e che continua a svolgere.
Il premio verrà ritirato dal Vice-Sindaco del Comune di Riesi -Assessore alla Pubblica Istruzione- Angelo Bellina.
L’assegnazione del premio sarà preceduta dalla lettura del curri*******m del poeta Calogero Puzzanghera da parte della commissione dell’A.S.P.E.S e dalla declamazione, da parte della prof.ssa Rosaria Carbone, della poesia "La clessidra" -Lettera allo zio Ernesto (Ernesto Puzzanghera, poeta Riesino e zio di Calogero).
La serata del 17° Premio Letterario Internazionale, “L’artigiano Poeta 2008”, vedrà protagonisti altri riesini che riceveranno i seguenti premi:
Premio speciale (Sez. A -Poesia in lingua siciliana o italiana a tema libero, riservata ai giovani poeti fino a 17 anni): Un mestiere scomparso di Francesco Perrotti; Li mistiri scumparuti di Ilenia Cosenza.
Premio speciale (Sez. B -Poesia in lingua siciliana o italiana a tema obbligato, “L’Artigiano, l’arte della creatività”): Genti buni di Rosario Riggio
Premio speciale (Sez. B -Poesia in lingua italiana a tema libero): Dal Senegal di Teresa Maria L’Abbate; Albine di Rosaria Carbone.
L’Are e l’Apses ringraziano, per il Riconoscimento culturale al poeta riesino Calogero Puzzanghera, l’Amministrazione comunale di Riesi per l’impegno.

La premiazione si svolgerà presso l’Hotel Ventura di Caltanissetta (Km 1 scorrimento veloce Cl-Ag), sabato 31 gennaio a partire dalle ore 16/30.

-Are

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Ros

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Inviato - 13/03/2009 :  16:44:35  Visualizza profilo  Scrivi una mail all'autore

Numerosi i poeti riesini premiati dall’Associazione Siciliana Poeti e Scrittori

I riesini Calogero Puzzanghera, Teresa Maria l’Abbate, Ilenia Cosenza, Rosario Riggio e la buterese Rosaria Carbone, residente a Riesi, verranno premiati dall’ ASPES - Associazione Siciliana Poeti e Scrittori - fondata dal Cav. Uff. Gaetano Riggio (poeta riesino residente a caltanissetta) e presieduta dalla dott.ssa Carmela Sanguinè, per il 10° Premio Letterario Internazionale -“Poeti e Scrittori Siciliani”.
Per la Sezione A (Poesia in lingua siciliana o italiana a tema libero) il primo classificato, con la poesia Ora non so se vivi, è il poeta Calogero Puzzanghera residente a Carbonia.
Hanno ricevuto la Menzione d’onore, con la poesia Ma patri, Teresa Maria l’Abbate, residente a Riesi e con la poesia Accattuna, Rosario Riggio residente a Torino; mentre è stata segnalata, con la poesia Natali, la giovanissima poetessa riesina Ilenia Cosenza residente a Riesi, non nuova a questo tipo di esperienze.
Per la sezione B (Racconto in lingua siciliana o italiana a tema libero) la prima classificata, con il racconto Angelina, è la poetessa e scrittrice Rosaria Carbone, buterese residente a Riesi.
Da Croce Cammarata a Ernesto Puzzanghera, senza voler dare meno pregio agli altri numerosi artisti, la vena artistica dei riesini trova sempre conferma, evidenziando il Senso dell’Arte che esprimono in ogni forma.
La premiazione si svolgerà presso l’Hotel Ventura di Caltanissetta (Km 1 scorrimento veloce Cl-Ag), sabato 28 marzo 2009 a partire dalle ore 16/30.

Le associazioni Are e Aspes stanno lavorando per la presentazione di un'opera di un poeta riesino pubblicata nel 1900.

RiesiArt
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Ros

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Inviato - 28/01/2010 :  23:29:18  Visualizza profilo  Scrivi una mail all'autore

TAVOLO DEL CONVEGNO
Salvatore Vitale, Erica Scroppo, Diego Novelli, Giuseppe Riggio,

Maria Teresa Roberto, Francesco Salinas, Rosario Riggio


2010 CENTENARIO DEL RIESINO FILIPPO SCROPPO

Siciliano di Riesi, Pastore dell'Arte in Piemonte

Le figure intellettuali concorrono a formare la cultura delle comunità e quella di Scroppo, nato a Riesi il primo gennaio del 1910, è stata per Torino, Torre Pellice e il Piemonte una pagina della loro storia. Altrettanto non si può dire per la sua terra di origine: Riesi.
Conosciuto perlopiù dalla comunità valdese riesina, non ha mai trovato nel corso della sua attività, un Luogo, in quel di Riesi, per esprimere la sua arte. Così come non è stato mai cercato da quel Pubblico, spesso assente. Un tacito accordo!
Il Centenario dell’intellettuale Filippo Scroppo deve diventare l’approdo oltre lo stretto, per arrivare in quelle colline del centro-sud della Sicilia che gli hanno dato i natali.
In questa terra di ferfidi ingegni (…) dimenticati e trascurati -Riesi, Filippo Scroppo non è sicuramente solo in questa avventura per la ricerca di quel Luogo e di quel Pubblico. Ieri come oggi l’artista riesino non trova l’approdo; e se l’emigrazione diventa necessaria anche per la crescita culturale dei singoli artisti, l’appropriazione Pubblica negli appositi Luoghi dovrebbe essere un’opportunità per la crescita (…) culturale della comunità.
A breve verranno pubblicati gli atti del Convegno, svolto a Torino presso la Sala delle Colonne -Palazzo di Città, il 15 novembre del 2008, dal titolo: “La figura intellettuale di Filippo Scroppo”- Siciliano di Riesi, Pastore dell'Arte in Piemonte.

Invito il Presidente del consiglio comunale riesino, Gino Scibetta, a dedicare una parte di una seduta del Consiglio comunale per ricordare la figura del riesino Scroppo e il Sindaco, Salvo Buttigè, a trovare una soluzione per incidere la figura intellettuale in un luogo simbolico del paese. A mio avviso la nuova biblioteca potrebbe essere dedicata, per una parte, all’artista per eccellenza del paese. Rosario Riggio

Per ricordare la figura del nostro concittadino, verranno pubblicate delle lettere per cercare di appropriarsene culturalmente come comunità.

Lettera di Attilio Gerbino

VENNE IL NISSENO … -Venne da un’isola del Mediterraneo / dall’ardenza che calcina / le povere casette dei minatori/ di là dove abbondanoi / pani di zolfo / scarseggia il pan di frumento. Venne il nisseno … Lucia Gallo Scroppo, Mai parlavamo d’amore, 1947

Può bastare l’incipit di questa struggente poesia – che la poetessa e scrittrice piemontese Lucia Gallo, sposa di Filippo, scrive nel 1947– per spingermi a riprendere le fila del percorso interrotto improvvisamente con la morte dell’artista, quel ventiquattro maggio del 1993.

In principio c’è il Mediterraneo e un’isola … anzi l’isola paradigma del Mediterraneo: la Sicilia.
Poi c’è il calore e la luce accecante del sole – l’ardenza – che quasi annichilisce cose e uomini, complici i vapori sulfurei capaci di bruciare anche il frumento fonte di vita.
Poi c’è lui – Filippo Scroppo – un nisseno, il riesino valdese della Riesi di case di minatori calcinate dal sole.
Infine c’è un viaggio: dal mare di colline crestate del latifondo tagliato dal Salso – il fiume delle zolfare – ai rilievi alpini che coronano Torino e le sue valli abitate da antiche comunità valdesi come lui che, prima del secondo conflitto mondiale, parte dal trentasettesimo parallelo portandosi dietro l’inquietudine di un giovane intellettuale, curioso e infaticabile, pronto a tracciare un percorso sulla mappa della sua vita.

E proprio nel tentativo, quasi velleitario, di quadrare in qualche modo il cerchio dell’esistenza di Scroppo, una delle mille curve che la vita interseca con i destini degli uomini, mi piace pensare di riprenderlo questo filo cercando di riannodare doverosamente quel legame invisibile tra l’artista e la sua terra d’origine, madre inconsapevolmente ignara e dimentica di un figlio, capace di affermare una propria identità ben oltre l’orizzonte angusto di questa piccola comunità agricola del Meridione d’Italia.

A Riesi le case di gesso calcinato sono quasi del tutto scomparse: il centro storico più per il continuo salasso migratorio, mai definitivamente cessato, che per una matura cultura della conservazione ospita ancora pochi esempi di quell’architettura vernacolare fatta di gesso e pietre che vide partire Scroppo nel lontano 1934.
Le miniere di zolfo hanno chiuso per sempre la loro attività estrattiva: guadagnato faticosamente il rango di archeologie industriali, attualmente sono fatte oggetto di un recupero dal quale ci si augura si inneschi un processo di sviluppo legato a flussi di turismo culturale, conseguente alla loro musealizzazione.
L’agricoltura estensiva delle granaglie, figlia del grande latifondo di gattopardiana memoria che tanta illustre letteratura e cinematografia hanno fissato nella memoria collettiva di questa parte di Sicilia, ha ceduto il passo a colture e tecniche moderne non di rado proiettate verso i mercati nazionali e internazionali.
E il pane non scarseggia più, anche se non tutto quello che luccica ha un valore intrinseco.

E ancora qualcosa manca!

Ormai questa comunità ha apparentemente abbandonato (o, dipende dai punti di vista, perso per strada) il suo fardello di tribolazioni, eppure stenta ad appropriarsi – o riappropriarsi – del meglio che ha saputo generare per manifestare una progettualità idonea a rilanciare e promuovere un’immagine positiva di sé, fatta anche e soprattutto di progetti culturali – di una cultura alta della storia, del pensiero, della parola e dell’arte – svincolati dagli stereotipi più negativi che purtroppo ne condizionano il presente e le sue cronache.

Se la storia può essere letta nell’accezione di un moto ciclico capace, come le onde del mare, di riportare sulla battigia quanto sembrava perso per sempre, forse al tempo doloroso della diaspora e dell’oblio si può finalmente pensare di sostituire quello del ritorno e della memoria, una memoria lungimirante che non imbalsama ma vivifica e stimola a guardare positivamente avanti.

Quante città oggi – come Alessandro Manzoni fece con il suo italiano idealmente in Arno – sciacquano i propri panni alle sorgenti di artisti e intellettuali cui hanno dato i natali? Quanti nomi, dopo esili più o meno lunghi, al fine rientrano per connotare e dare un’identità forte a luoghi altrimenti anonimi e scontati?

Oggi è il tempo che Filippo Scroppo ritorni al grembo della sua casa!
Mi piace pensarlo e voglio crederci e desidererei che la città di Riesi lo facesse con me, con noi.
Oggi vorrei rilanciare coraggiosamente il binomio Scroppo - Riesi come Sciascia - Racalmuto.
Mi piace pensarlo e, con i dovuti distinguo, sostenerlo perché nonostante l’artista abbia praticamente affinato e vissuto tutta la sua maturità umana ed artistica in quel Piemonte dove intellettualmente cresce, è a Sud – nella sua luce abbacinante e tagliente, nelle concrezioni di bianco calcare che orlano le giunoniche rotondità delle colline nissene, negli squarci tettonici delle faglie sulfuree, nei grovigli di sterpi arsi dal sole, nell’alternarsi ciclico di stagioni, colture e colori che virano su gamme estreme, nel labirinto di rughe che solca i volti di minatori e contadini, nella durezza del quotidiano e nell’asprezza della parlata degli uomini, nella plasticità irreale della luce che a tratti congela i movimenti nella calura di strade, vicoli e case calcinati dal sole – è qui nasce la spiritualità inquieta che, quasi compagna di vita per questo pastore laico del colore, a lungo lo terrà sospeso tra la pratica dell’arte e quella dell’anima.

Spiritualità, arte e astrazione non sono una prerogativa del Nostro.
Molti possono essere i confronti e i paralleli possibili con altri protagonisti della cultura.
Personalmente, rileggendo velocemente la sua parabola artistica, sempre in bilico tra astrazione mai fine a se stessa e poesia di segni – scrittura dell’imponderabile – non posso fare e meno di accostare la sua arte a quella di un grande olandese del Novecento. Non l’inquieto Van Gogh – cui si paragona lo stesso Scroppo per l’analoga tensione se votare la vita all’arte o alla religione – ma al rigoroso e spirituale Piet Mondrian che converge verso le sue geometrie, in apparenza tanto semplici quanto intellettualmente cerebrali, evolvendosi gradualmente attraverso le suggestioni naturali offerte da dune e alberi del paesaggio olandese.
Il parallelo, solo in apparenza arduo anche se meritevole di un futuro approfondimento, suggerisce un avvicinamento non tanto formale quanto metodologico o, più correttamente, legata alla motivazione, a quella energia intima e sotterranea che nutre e alimenta ogni artista nella sua ricerca individuale e che ne fissa l’alfabeto, la grammatica e la sintassi del linguaggio.

Oggi Scroppo, praticamente l’illustre Nemo profeta in patria, attende un riscatto che passi proprio dalla sua terra d’origine coinvolgendo, in un ampio e potenzialmente articolato progetto culturale, le diverse istituzioni chiamate a dialogare e confrontarsi con intelligenza attraverso il linguaggio universale dell’arte.

Sarà perché credo nella cultura come strumento di educazione, crescita e riscatto; sarà ricorre il centenario della nascita – e le ricorrenze oltre al valore affettivo ne svelano altri spiccatamente simbolici – ma finalmente credo sia possibile pensare alla fattibilità di una serie di iniziative che intanto ne promuovano la conoscenza e la visibilità con convegni, mostre antologiche e pubblicazioni per arrivare a immaginare alla fondazione di un’istituzione permanente – localizzata proprio a Riesi – aperta al dibattito contemporaneo e motore di una produzione culturale degna erede dell’attivismo intellettuale dello stesso Scroppo.

Pertanto, pensare che il Museo Filippo Scroppo di Torre Pellice, con il sostegno e il coinvolgimento vivo di Comuni, Province, Regioni, Tavola Valdese, Associazioni, sponsor privati e la stessa famiglia dell’artista si ampli, sdoppiandosi, per gemellarsi con Riesi in un progetto di reciproca collaborazione tra le due patrie del pittore, non può e non deve apparire come un’idea balzana né tanto meno utopica.
Basta crederci e volerlo e, soprattutto, saper vedere bel oltre la sagoma del proprio naso e anche se il tempo del presente, con le sue ristrettezze, le difficoltà di bilancio e i buchi sempre più neri pare andare in direzione totalmente opposta accogliamo con fiducia il prossimo ritorno … del Nisseno.

Attilio GERBINO

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Inviato - 08/02/2010 :  17:11:27  Visualizza profilo  Scrivi una mail all'autore

Riforma del 29 gennaio 2010 http://www.riforma.it/

UN RICORDO NON AGIOGRAFICO DEL PITTORE PROTESTANTE, ORIGINARIO DI RIESI IN SICILIA


Scroppo, pittore e animatore culturale


Fin dall'infanzia attratto dalle arti visive e dai problemi dello spirito, si iscrisse alla Facoltà valdese. Il suo linguaggio pittorico, astratto e ascetico, è di chiara marca protestante.Nei 15 anni, ora lasciati alle mie spalle, in cui sono stato nella chiesa valdese mi è avvenuto di conoscere e avere frequentazioni - brevi e occasionali purtroppo perché i più non abitavano alle Valli - con alcuni dei più valorosi e liberi intellettuali del piccolo mondo protestante italiano. Sono oggi tutti mancati. Qualcuno mi ha dato amicizia, Gino Conte, sapendo che ero predicatore laico, mi spediva con la posta da Firenze, uno dopo l'altro, i testi scritti dei suoi bellissimi sermoni domenicali. Filippo Scroppo, il pittore, invece l'ho incontrato una volta sola quando ancora non sapevo niente di lui e dell'arte contemporanea non avevo la dimestichezza che ho oggi. Collaboravo all'Eco delle Valli - La Luce e fu l'amico Italo Pons a mandarmi allo sbaraglio: vai e intervistalo. Ricordo di quell'intervista che gli chiesi se il suo essere protestante e pittore non figurativo fossero correlati. Me lo confermò egli stesso. Siciliano com'era, aveva elaborato, da valdese, il suo ascetico linguaggio pittorico su una tradizione «aniconica», astrattista cioè, in buona parte di marca protestante. Nato nel 1910 da famiglia evangelica a Riesi, in Sicilia, dove vive da secoli una comunità valdese, nel 2010 sono cento anni dalla sua nascita. Poiché oggi posso parlare di lui con più conoscenza mi piace dedicargli questo ricordo. Cercando di evitare i toni dell'agiografia. Poiché l'uomo non amava sedere nelle prime file, è il caso di ricordarlo così, senza enfasi.

Filippo Scroppo era pittore, valdese e uomo di passione e testimonianza civile. Come ebbe a dire di lui Albino Galvano, oltre che pittore finissimo critico d'arte, che gli fu amico e sodale nel movimento concretista, i tre modi di essere dell'artista siciliano si tenevano insieme. Perché se aveva una qualità Filippo Scroppo era la coerenza etica della sua vita. Fin dall'infanzia era stato attratto dalle arti visive e dai problemi dello spirito, un dualismo vocazionale - tener dietro al ministero pastorale o all'arte - che in gioventù, scrisse in un articolo, lo aveva fatto innamorare del
personaggio Van Gogh.

Aveva lasciato la Sicilia e si era fermato un anno a Firenze, poi era venuto in Piemonte, si era laureato in Lettere. Per fare il pastore, si iscrisse alla Facoltà valdese di Teologia, ma c'era la guerra; chiamato alle armi dovette rinunciare, tornò in Piemonte e si dedicò alla pittura. La visse da
credente evangelico, come una chiamata della fede al mestiere dell'artista. Erano anni quelli che qualche storico dell'arte ha chiamato di «estetiche calde», si vivevano passioni e speranze civili, gli artisti entravano in movimenti, si confrontavano in battaglie ideali, si nutriva tra loro un'illusione che l'oggi, postmoderno e disincantato ha perduto, che l'arte potesse incidere sul reale, dare un contributo al mondo nuovo.

Il riesino era artista colto, nel 1946 cominciò a collaborare come critico d'arte a l'Unità, alla Fiera Letteraria. A leggerli oggi i suoi articoli, i profili critici di artisti e movimenti, sulla Pop art degli anni 60 per esempio, rivelano un acume profondo una capacità di «entrare dentro» a linguaggi e semantiche che, per essere nuovi, non era facile allora decifrare. Sono ancora, mezzo secolo dopo, pezzi critici che possono fare scuola. E, del resto, l'inclinazione pedagogica era una componente della sua versatile vocazione.

Nel 1948 Felice Casorati lo volle come assistente alla cattedra di pittura di cui era titolare all'Accademia di belle arti di Torino. Il '48 fu l'anno della nascita a Milano del MAC (Movimento Arte concreta). Ne facevano parte a Milano con Gillo Dorfles, il fondatore, Bruno Munari, Atanasio Soldati, Gianni Monnet. Si affiancò subito il gruppo torinese di Biglione, Parisot, Galvano, Scroppo, Carol Rama, Levi Montalcini e la partecipazione del siciliano dice molto della sua personalità, della statura dell'uomo prima ancora che dell'artista. Il confronto-dibattito politico-culturale tra astrattisti e realisti, il cui campione era Renato Guttuso, ha segnato la storia dell'arte italiana del dopoguerra e merita soffermarcisi. Achille Bonito Oliva ha inteso quel conflitto anche come dialettico tra «una tradizione figurativa seppur alla lontana cattolica, tesa verso un approccio alla realtà ambiguo ed erotico, carnale e maliziosamente terreno e un puritanesimo nordico, europeo e americano, spinto verso un approccio al mondo più ritenuto, sofferto, più progettuale e mentale».

Guttuso e Scroppo avevano di analogo l'essere siciliani, pittori e comunisti impegnati. Avevano di diverso l'essere figurativo l'uno, astrattista l'altro, intellettuale allineato e politicamente organico l'uno, libero l'altro, e hanno di diverso oggi che nel mercato non basta il prezzo di dieci Scroppo per comprare un Guttuso. Qui occorre una carrellata indietro nella storia dell'arte novecentesca. La Rivoluzione russa, cominciata ancora prima dell'Ottobre del 1917, apre con le sue speranze palingenetiche una stagione tra le più esaltanti della cultura europea. Tutte le avanguardie storiche, il vento del modernismo, del razionalismo ricevono spinta dall'evento epocale. È in quel clima che prendono corpo le prime esperienze astratte di Kandinskij, il suprematismo di Malevic, il raggiamo di Larionov con la moglie Goncarova, il costruttivismo di Tatlin che studia di avvalersi delle tecnologie industriali per un'arte indirizzata alle masse, il simbolismo poetico di Chagall. Nascono la musica nuova, il balletto classico.

Sarà una stagione breve, lo stalinismo reciderà le avanguardie moderne, lo sforzo generoso di elevare il popolo all'altezza dell'arte, di promuovere in mezzo a esso i protagonisti della modernità, imporrà l'arte di regime, il realismo socialista. Al di qua della frontiera del «socialismo in un paese
solo», il modern style europeo continuerà le sue ricerche e il concretismo internazionale è tra i movimenti che, in architettura, nelle arti, nel design dell'industria, lavorano nella direzione del moderno, avvalendosi della scienza e della tecnica per progetti ragionati di sviluppo. Concreto è lessicalmente l'opposto di astratto e la pittura astratta è concreta se la sua ricerca tende a questo razionalismo formale.

Il manifesto del MAC milanese aderiva su questa linea, l'attività dei «torinesi» rivelava una problematica più inquieta, minor interesse al design, il desiderio di non perdere il contatto con la pittura «pittura». Nella temperie di contrapposizione ideologica del dopoguerra la controversia astrattismo-neorealismo socialista si caricò di toni duri (ma va detto, a ossequio di quegli anni e a scorno dei nostri, che allora i confronti avvenivano su profili di discussione alta, non su bassure di talk show). Nel campo degli astrattisti e astratto-concretisti (come Lionello Venturi chiamava quelli del MAC) i più erano di sinistra, qualcuno era stato sulle montagne con i partigiani, ma fare arte era per loro andare avanti non indietro; i neorealisti socialisti (più esatto dire del Pci) erano un
drappello meno numeroso ma forte del diktat di Togliatti, «ritorno all'ordine», e di un capofila carismatico come Guttuso. Tutto il 900 è stato in arte un alternarsi successivo di «esplosioni» e «implosioni», di movimenti di avanguardia e di ritorni all'ordine della tradizione pittorica. Ma uello di Togliatti, obbediente a Mosca, che, seppur fine intellettuale, con lo pseudonimo di Federigo di Castiglia, bollava come «orrori e scemenze» le opere degli astrattisti, era decisamente un ordine regressivo.

Scroppo era comunista di tempra morale molto superiore a quella di Guttuso e nel partito aveva una posizione di forse maggiore responsabilità, ma il lessico pittorico gli nasceva nella soggettività di evangelico, aveva tempra
di educatore non di apologeta di partito ed era autenticamente protestante; il suo credo, anche in politica, andava al passo del libero pensiero critico. La battaglia politica sulle arti visive a Torino si svolse attorno all'Unione culturale fondata nel 45 e a manifestazioni espositive di carattere nazionale come il Premio Torino nel 1947. Norberto Bobbio si chiese se l'Unione intendesse modernizzare la cultura italiana ponendosi su un piano europeo, o se cercasse invece di volgarizzarla portandola al livello delle masse. Al di là del valore degli artisti e delle intenzioni,
il campo astratto e astratto-concretista lavorava per la prima opzione, il neorealista (che niente ha a che vedere con il neorealismo del cinema, questo sì genuina avanguardia) per la seconda. Guttuso, ha scritto Renato Barilli, storico dell'arte, era «abilissimo, di grande perizia e maestria,
ma deviato verso obiettivi abbastanza improduttivi». «A l'era mac 'n pitùr» avrebbe potuto dire di lui Giacomo Grosso, colorista piemontese bravo come Guttuso e vip come lui per quanto si poteva esserlo nel primo 900. Certo, il pittore di Bagheria dipingeva figurativo, da siciliano, bello a vedersi, colori caldi, rossi, gialli, dipingeva le lotte agrarie ma anche nude le sue belle amanti e modelle, ha fatto in conclusione molti soldi. Ma nella storia dell'arte europea e mondiale conta relativamente, perché il suo neorealismo sapeva troppo di eteronomia regressiva, gregario e organico com'era a un partito e alla sua ideologia.

Per contro, ha proposito di Scroppo ha scritto Galvano: «la sua passione figurativa, carica degli umori accesi e dell'impeto religioso e sociale della vita, l'aveva decantata nella grammatica e nel linguaggio astratto-concreto, ben radicata nella terra, negli organismi, nel clima. uno sviluppo insieme complesso e coerentissimo di ricerca di libertà e problematicità e che però non si distaccava dal senso della naturalità, dal palpito della vita drammatico che gli provenivano non soltanto dal fondo etnico, ma da quella vocazione a un senso religioso della vita». Era, ovvio, una pittura meno facile e corriva e la dirittura evangelica dell'uomo era aliena dal piegarsi alle regole del sistema dell'arte e del mercato che chiedono per il successo alta visibilità.

La villa dove mi ricevette era una come tante nei pressi del viale Dante a Torre Pellice; penso che i suoi proventi gli venissero più dall'insegnamento pubblico e privato che, nota ancora Galvano, ebbe «notevolissimi risultati» e dalle collaborazioni di critico al giornale che dalla vendita dei quadri. Va detto, per una valutazione storica corretta, che nel dopoguerra non era più il razionalismo concretista a esprimere il sentire profondo del tempo che aveva vissuto in trent'anni due guerre mondiali, sapeva già tutto di uno dei due totalitarismi del secolo e stava per sapere tutto dell'altro. Il disincanto e l'impeto accorato degli artisti si esprimevano ora nell'informale europeo, nell'espressionismo astratto americano. Filippo Scroppo è stato un valido pittore tra i tanti del 900 italiano, con il Piemonte in prima fila. Ma è stato tra gli artisti un animatore culturale forse unico. Si è espresso con weberiana etica professionale del protestantesimo ascetico, era di quei siciliani che, quando fanno il salto, dal familismo chiuso all'etica di responsabilità civica, si atteggiano poi nella vita con assoluta coerenza.

Da impegnato credente e membro di chiesa - mi ha detto di lui Roberto Peyrot, già difensore civico a Torre Pellice, che gli fu vicino negli ultimi anni - era sempre presente nei culti, nelle assemblee dove si esprime la democrazia ecclesiale del popolo valdese, pronto alla bisogna a salire sul pulpito per la predicazione, uno spirito severo quanto ricco, nei rapporti comunitari, di arguzia scherzosa che brillantemente scalava nei toni dall'umorismo bonario all'ironia tagliente. Da artista e critico, alla piccola città valdese di Torre Pellice ha dato negli anni la magnifica iniziativa delle Mostre d'arte contemporanea. Invitati alle rassegne curate da lui, convenivano alle Valli pressoché tutti i migliori artisti italiani, e da ciascuno il torrese siciliano si faceva lasciare un'opera: qualcosa come 430 lavori ha raccolto nelle 34 edizioni della Mostra e ne ha fatto dono all'amministrazione
comunale. Non è la prima volta che esprimo l'appunto che una comunità civica più aperta, più attenta e avveduta, avrebbe forse potuto fare di questa e altre risorse nel territorio delle valli valdesi occasione di turismo culturale, come altrove, anche non distante dalle Valli, si è fatto e si fa
con risorse culturali inferiori. Per decenni i lavori sono rimasti riposti all'interno del Palazzo comunale. Va dato atto alle ultime amministrazioni di aver dato da qualche anno alla raccolta donata dal pittore una sistemazione adeguata, di averla affidata a curatori diligenti che ne fanno oggetto, se non di eventi significativi, di ragionate esposizioni, per quello che può una cittadina di 5000 abitanti -Sergio Turtulici
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