Sezione: STORIA/ARTE/CULTURA/TRADIZIONI
 

 

Luigi Butera

 

Uomini, fatti e aneddoti

nella storia di riesi

 

Nella prima metà del novecento

 

Stampa intera Opera

(in allestimento)

 

 

Indice Generale

 
INTRODUZIONE

I PRINCIPI PIGNATELLI E LA LORO BARONIA
Don Gaetano Pasqualino
Dalla sentenza favorevole alla delusione
Giuseppe Accardi - Geometra
Giuseppe Butera
Onorevole Rosario Pasqualino Vassallo


LA CHIESA MARIA S.S. DELLA CATENA
I Salesiani a Riesi
Parroci e reggenti la chiesa Maria S.S. della Catena
I Salesiani
Don Salvatore Riggio
Don Paolino Giacomuzzi
I nostri Santoni Pietro e Paolo
Il Protestantesimo
Pastori ed evangelisti dal 1871 ad oggi
Giuseppe Ronzone
Salvatore Ferro


LE NOSTRE MINIERE DI ZOLFO
Tallarita
Portella di Pietro
La miniera Principessina
Vallone Fonduto o Domenico Lo Sbirro
La piccola miniera di Pacienza


LA BRUTTA FAMA DI RIESI - IL FENOMENO DEL BANDITISMO ED ESPONENTI PIÙ IN VISTA DELLA MAFIA
Francesco Carlino
Misfatti e crimini commessi dalla banda
Castelluccio
L’arresto
La sua fuga
Gaetano Carlino e la sua banda
Vincenzo Rindone e la sua banda
La fuga dal carcere di “Malaspina”
Giuseppe Di Cristina (Birrittedda)
I conti non si fanno senza l’oste - “L’uccisione di Puzzanghera”
Francesco Di Cristina
Salvatore Cutaia “Lo Cuvo”
Luigi Volpe
Stefano Aronica
Salvatore Bellanti fu Liborio
Calogero Di Noto fu Liborio

 

 

IL FASCISMO, IL SECONDO CONFLITTO E LE CONSEGUENZE NEL TERRITORIO DI RIESI
La visita del Duce Benito Mussolini alla miniera Trabia
Passaggio da Riesi di Sua Maestà Vittorio Emanuele III
L’entrata delle forze armate americane a Riesi e le sue tragiche conseguenze
La morte dei fratelli Giardina
Tragico epilogo dell’assalto alla vettura guidata
da Carmelo D’Aleo - Condanna a morte degli autori

L’uccisione di Filippo Ansaldi
Le vittime di Falconara
La deflagrazione della bomba nella chiusa della Madonna
La rottura delle urne e l’uccisione di Pippo Lo Grasso


CURIOSITÀ LOCALI
La ruota
La mongolfiera
Il dazio comunale sui generi di consumo
Senti Carlino
La festa degli alberi
Il canto degli accardellini
La prima automobile vista a Riesi
Il macabro dono... dei morti
Menico Rametta
Crocifissa Celesti
L’apparizione della cometa Halley
Pietro Drogo, l’eroe della guerra di Tripoli
Gli annegati dell’anno 1912
La crudele sorte della bimba Titina Giardina
Tano L’orso, l’uomo fenomeno
Un reggente infedele delle poste e telegrafi di Riesi
L’inaugurazione del ponte di Braemi
Mezzi di trasporto
La tragica fine di due amanti
Gaetano Bicceri
Riesi ed i centri di politica locale
Sindaci.e commissari dal 1743 al 1924


I DON
Famiglia Pasqualino
Famiglia Inglese
Il barone Don Onofrio Inglese
Famiglia Janni’
Famiglia Di Benedetto
Cav. Roberto Di Benedetto
Famiglia D’Antona
Famiglia Golisano
Famiglia Di Lorenzo
Famiglia Bancillon
Famiglia Cappadona
Giuseppe Verso Scimena
I massari riesini compratori dei palazzi dei “Don”

 

INTRODUZIONE
 

I ricordi che ho di Luigi Butera sono frammentari come singoli fotogrammi di momenti della sua vita, mediante i quali però è sempre possibile tracciare una linea immaginaria che ne riassume l’intera esistenza.
Le, ragioni della frammentarietà di questi miei ricordi sono dovute soprattutto al fatto che nel ‘33 io dovetti lasciare Riesi per trasferirmi, per motivi di lavoro, in Calabria, per cui le mie visite al paese natale avvenivano in spazi di tempo di uno o due o più anni. La durata breve di esse, perciò, non mi consentivano che fugaci incontri con parenti e amici. Pur abitando con il Butera (o lu zi Lùici) nella stessa strada (Via Roma) e a poche decine di metri di distanza, tuttavia i nostri incontri avevano la durata dei soliti convenevoli che mi offrivano, però, la sintesi d’una panoramica della sua vita, bastevole, in un certo senso, a comporre i momenti ditali incontri in unità.
Flash, dunque, di vita e di azione del Butera, dei quali tre o quattro di essi mi sono particolarmente rimasti più vividamente impressi nella me moria. Il primo è quello quando lo vidi, per la prima volta, in divisa di giovane marinaio in una delle sue brevi licenze militari durante la prima guerra mondiale. Io allora ero un ragazzino, ed a vedere questo bel giovane nella sua bella divisa della Marina, davanti all‘abitazione dei fratelli Di Silvestre, ne rimasi incantato. Il secondo ricordo è legato ai primi apparecchi radio riceventi che si ebbero a Riesi. Luigi Butera, se non fu l’unico, fu certamente il primo a possederne uno di questi apparecchi, almeno nel tratto di Via Roma che va dalla Chiesa del Rosario al Municipio. Appassionato di musica operistica e classica, qual egli era, se ne stava tutte le ore libere del giorno appiccicato al suo apparecchio fino a tarda notte, a volte.
Il terzo ricordo certamente il più importante al fine di poter dare oggi una misura alla sua vocazione di cronistorico è quello che si rifà ad una delle mie visite riesine e, precisamente, quando, prima di ripartire per la Calabria, mi recai a salutare i parenti di via Roma, quasi tutti vicini. il Butera faceva parte del mio parentato avendo egli sposato una mia seconda cugina. In questa occasione, in casa sua, egli, sapendo che io scrivevo e che avevo pubblicato alcune opere di poesia, volle sottoporre a un mio giudizio ciò ch ‘egli andava raccogliendo e scrivendo intorno a personaggi ed a fatti riesini. Quel poco che di lui lessi allora mi diede l’impressione di cose assai interessanti e degne di attenzione e di essere, perciò, portate avanti. Ebbi la convinzione che nello “Zì Luici” c’era in embrione la stoffa del ricercatore storico e del cronista diligente e appassionato.
Ed ecco, infine, l’ultimo ricordo dell’immagine che m’è rimasta ancora di lui. Esso legato al suo mulino di via Vittorio Veneto, che egli stesso gestiva. Me lo rivedo così bianco di farina dalla testa ai piedi. La sua capigliatura ormai s‘era fatta d’un bianco sporco, ma ancora abbastanza folta, che dava al suo volto di fanciullone un chè di vegeto e di vigoroso; gli occhiali sulla punta del naso e intento a compilare una bolletta di macinazione, oppure a dar corpo alla sua “Storiella paesana “, così com ‘egli defini questo insieme di suoi scritti.
Ma cos‘è in effetti questa “storiella paesana”? La definizione che l’Autore diede a questi suoi scritti non è esatta, perché la storiella comprende più d’un fatto storico. Essa piuttosto un coacervo di fatti paesani (alcuni dei quali molto interessanti sotto il profilo storico), di profili di personaggi riesini di varia estrazione sociale, di vario livello culturale e morale e poi, qua e la, alcune notizie intorno a tradizioni usi e costumi riesini. Tutto, però, senza un iter cronologico o di legami logici socio-culturali. Per cui ciascuno di questi scritti sta a sé come tessera di un mosaico che vuole il suo giusto posto perché dia l’immagine completa del tutto. Del resto i pezzi di cronaca, qua e la situati, non fanno e non possono dirsi “storia” se lo storico prima non li vaglia, gli dia ordine, e una giustapposizione critico-storica.
Ora il Butera non ebbe nè la cultura né l’impegno dello storico di professione. Ebbe però l’amore per la narrazione di fatti e di personaggi tra i più salienti della vita di una comunità etnicamente e geograficamente:ben precisa; ebbe l’amore e la curiosità a dar corpo a quanto di emergente vi fu nella vita sociale e politica in archi di tempo da lui stesso vissuti e in altri compresi nella tradizione storica di Riesi. In questo senso le pagine lasciateci dal Butera sono di grande interesse, perché in esse vi troviamo notizie di uomini e fatti che le comuni storie non ci danno. Uomini della cultura riesina, della politica, della mafia, ecc, acquistano in queste pagine del Butera una loro vivace fisionomia. Figure di Parroci, di Pastori protestanti, di benefattori, di artisti, di poveri diavoli, di briganti, di mafiosi, difatti eclatanti e tragici si stagliano come da una parete della vita riesina del tempo, configurandoci così un “accaduto“ormai lontano e irrevocabile.
Tutto un materiale storico, agiografico e antropologico, dunque, non privo di curiosità, d’interesse e di dilettosa lettura.
E concludo dicendo che “lu zi’ Luici”… questo piccolo borghese, e intellettuale insieme (in senso gramsciano) … ci ha lasciato un esempio di come il dono dell’intelligenza può essere messo a profitto degli altri: verso la famiglia, verso la città, verso quegli hobbyes che sono il “punctum amoris “della nostra vita e della nostra vocazione.

Reggio Calabria, 21 agosto 1983                                                                             Ernesto Pozzanghera


Caro lettore,
queste note su Riesi vengono pubblicate per soddisfare la volontà del nostro caro padre di portare a
conoscenza dei concittadini notizie e fatti che il tempo ha scolorito e quasi dimenticato.
E’ aspirazione di ciascuno di noi tornare alle proprie origini e dire a sé stessi e per conseguenza agli altri, ogni verità che lo spirito anela ed arricchisce di nuova acquisizione.
Lo sforzo creativo ed economico a cui ci siamo sobbarcati è piccola cosa se siamo riusciti a dare a queste note lo spazio e la veridicità che nella mente di nostro padrè voleva venisse data al divenire della Storia di Riesi.
Infatti non abbiamo tolto nessun periodo al manoscritto che egli ha lasciato proprio per soddisfare questa sua esigenza. Se qualcuno dovesse risentirsi o pensare che si tenti di sminuire la propria personalità sappia che ciò è lontano dal nostro pensiero e dai nostri propositi.
I figli Gino e Tanina


LUIGI BUTERA

PREFAZIONE


Mio caro lettore, questa mia “Storiella paesana” non è altro che una limitata raccolta di quanto è avvenuto nel nostro paese nel primo cinquantennio del secolo in corso.
Con questa mia pubblicazione intendo far conoscere alcune cose e avvenimenti inediti o rimasti tali o non detti nella “Storia di Riesi” del Ferro o successi dopo quella pubblicazione.
Per comporre questo lavoro, ho fatto uso di tutto il mio buon senso e con spirito veramente cronistico, senza alcuna velleità, ti racconterò i fatti come li ho visti e li ho sentiti, con il mio modo semplice e familiare te li narrerò come sogliono raccontare i vecchi ai loro nipotini; perciò non dovrai dolerti di me se li troverai smilzi di indumenti letterari. Quindi ti racconterò come so scrivere quello che vidi, sentii o desunsi da fonti veritiere. Se qualche lacuna troverai, cerca di passare oltre, leggi i fatti e le cose come sono scritti e non criticare se difettano di forma letteraria.


 

I PRINCIPI PIGNATELLI E LA LORO BARONIA

Inizio questa sommaria rassegna dei fatti e dei personaggi più rappresentativi della cronaca del mio paese natio del primo cinquantennio di questo secolo, facendo una breve panoramica della baronia di Riesi, appartenente alla nobile famiglia Pignatelli, discendente da don Pietro Altariva, fondatore del paese.

Don Gioacchino Pignatelli Moncayo, figlio di don Antonio e di donna Maria Francesca de Moncayo de Heredia e Ventimiglia, marchesa di Coscoquela, discendente dell’Altariva, possedette, per investitura avvenuta in data 18 agosto 1742, i feudi di Riesi e Cipolla. Don Luigi Pignatelli Consaga, figlio legittimo naturale ed erede universale, il 9 ottobre 1777 ottenne l’investitura dei feudi e terre di Riesi. Il 5 ottobre 1802 ne fu investito don Giovanni Ermando Fernandez de Heredia Pignatelli di Aragona, conte di Fuentes, marchese di Mora e Coscoquela, barone dei feudi Riesi e Cipolla.

Nel 1681, al tempo in cui tenne l’amministrazione l’ill.mo Rev.mo sig. Giacomo Palafox e Cordona, arcivescovo di Palermo, Don Pietro Padilla, per suo incarico, misurò l’estensione di ciascun feudo e complessivamente i feudi di Caramuscino, Sulfara suprana, Sulfara suttana, Ficuzza, Fegotto, Castellazzo, Spampinato, Cipolla soprana e Cipolla sottana misurarono 1860 salme. Nel rivelo fatto il 15 aprile 1811, quel territorio feudale misurava 1799 salme, di cui 560 salme dovevano essere usate come pascolo, così suddivise:

265 salme nelle solfare

72 salme nel feudo Spampinato

64 salme nel feudo Cipolla suprana

159 salme nel feudo Cipolla suttana

Nel 1872 tutta la proprietà che comprendeva quella baronia fu divisa in quattro parti: due andarono alla principessa donna Maria Giron Pignatelli, la terza al duca di Solferino e la quarta agli eredi del Conte Fuentes. Tutto l’insieme era stato amministrato, nel passato, dal barone Tuminelli di Calta nissetta e poi da don Gaspare Dado da Mazara del Vallo.

Alla sua morte, avvenuta nel 1897, tale carica venne assunta dal Sig.  Malleone di Cerignola. In seguito anziché tenere unita quella amministrazione, gli eredi pensarono di dividerla affidandola a persone diverse . Quella degli eredi del conte Fuentes fu affidata a don Vincenzo Giardina, cognato del Malleone, passata poi a Don Pietrino De Buio, genero del sindaco Pietro Di Benedetto Mannanì; la proprietà del Duca di Solferino fu gestita dal notaio Giuseppe Verso Scimena, che divenuto vecchio l’affidò al figlio maggiore Giuseppe e questi al giovane Antonio Rao che teneva come impiegato nel suo ufficio. Le due propietà che appartenevano alla Principessa Donna Mari Giron Pignatelli vennero amministrate da Luigi Cavallo di Cerignola (Bari) e alla sua morte la gestione passò al giovane procuratore legale Carmelo Bartoli.

Sin dai tempi remoti, l’amministrazione di quella baronia era e continuò ad essere una vera cuccagna per quegli amministratori e gli impiegati.

Nel cap. XII della Storia di Riesi del Ferro si legge che in occasione della venuta a Riesi dell’allora proprietario Principe don Giovanni Pignatelli  Fuentes prima di entrare in paese, e precisamente dietro al “Canale”, fu fatto scendere dalla lettiga. Il poeta contadino settecentesco Croce Cammarata, fermò tutti gli astanti e rivolgendosi al principe recitò i seguenti versi:

Principe ereditario di la Spagna,

ca tiniti la spata ntra li pugna

e sitivistutu ccu la cappa magna

di stu paisi Vostra Eccilenza cchi ci guadagana?

Riesi è diventatu na cuccagna,

e l’impiegati Si liccanu l’ugna.

Questi versi toccarono profondamente la suscettibilità degli impiegati che guardatolo con disprezzo si affrettarono a far allontanare il principe nel ti more che potesse interpretare il senso di quelle parole. Anche prima che si sfaldasse la baronia si motteggiava:

“Proprietà di principi e duca cu suca suca”.

Gli eredi della baronia erano consapevoli di quanto avveniva, ma se ne stavano in Spagna nel loro quieto vivere non preoccupandosi del progressivo dissolvimento dei propri feudi. Nei primi anni del corrente secolo si fece vedere uno dei figli del conte Fuentes Pignatelli, don Luigi, un tipo alquanto bizzarro. Con la sua aria spavalda incuteva soggezione, specie quando lo si vedeva in giro col suo immancabile nerbo diritto a forma di verga che una volta, per un futile motivo, fu usato sulle spalle del locale delegato di P. S. chiamato Scrissone. Dopo di lui venne il fratello più piccolo don Ector, il quale, facendo sfoggio della sua millanteria, a volte alzava il braccio volendo dare l’impressione di persona severa ma in realtà era un bravo uomo.

Egli si stabili a Riesi, fece fabbricare una grande casa rossa su una collina della “contessa”, ove fece piantare un esteso mandorleto. che chiamò “Vignola”. Vi fece costruire un grande ovile con una adeguata attrezzatura, capace di contenere i 400 animali che egli possedeva e che poi, di notte gli furono sottratti senza poterne trovare alcuna traccia. Attrezzò con apparecchi a vapore la miniera di zolfo nel feudo “Spampinato”, in contrada “Vallone Fonduto”, per il prosciugamento delle acque che allagavano l’interno della miniera, dando lavoro ad una ventina di operai per un breve periodo di tempo. Da uno dei D’Antona comprò il palazzo sito in via Umberto ed unendosi ad una bella e formosa giovane, Maria Catena Musarra, ebbe da lei tre figli: due maschi e una femmina il secondo dei nati, Ector morì a 17 anni. Il maggiore, Giovannino, dopo alcuni anni morì. Gli rimase solamente la figlia Maria Cristina.

Per le diverse calamità, fu costretto a vendere tutti i beni immobili, tranne la “Vignola” che aveva dato in dote alla figlia. Costretto a rimaner solo, gli furono assegnati alcuni vani nel palazzo della zia Donna Maria Giron; morì nel 1950 all’età di 90 anni: era nato a Briants. Don Sosthenes il fratello minore che si era congedato col grado di capitano di corvetta, dalla marina spagnola, venne pure a Riesi. Molto fine ed abbastanza serio, affabile con tutti, era sempre attorniato dalla servitù. Soleva dormire nella stessa casa dov’ era la sua amministrazione e precisamente nel palazzo che fa angolo tra la via Roma, e il corso Vittorio Emanuele. Come procuratore degli eredi Pignatelli, badò alla causa intentatagli dal comune di Riesi per il diritto degli Usi Civici. Fu amministratore delegato negli anni in cui la miniera di zolfo Tallarita si trovò in piena crisi.

La zia, Donna Maria, alla sua morte, lo lasciò erede di tutta la sua proprietà. Sposò una principessa Pignatelli. Dopo alcuni anni, colpito da tubercolosi, si spense in una clinica svizzera, ove si era recato per curarsi.

La baronia di Riesi e Cipolla esisteva, secondo notizie ufficiali, fin dai tempi in cui re Giacomo II d’Aragona, detto il Giusto, divenne re di Sicilia. che suo padre, Pietro il Grande, dopo i vespri siciliani, aveva tolta ai francesi. Giacomo II nel 1296 concesse a diversi feudatari molte terre e baronie. I feudi Riesi e Cipolla furono dati a Federico de Moac, discendente da una illustre famiglia normanna. Col passar degli anni, le terre dei feudi Riesi e Calamuscini furono date a censiti. I primi stacchi avvennero nel 1906 colla vendita fatta dagli eredi Pignatelli al dottor Mirisola e alle famiglie Drogo, Di Lorenzo e Cappadonna.

14 salme di terra del feudo Fegotto ed altri spezzoni furono venduti all’amministratore De Bilio. Entro gli anni 50 del corrente secolo furono venduti i feudi Tallarita e Palladio allo stesso amministratore De Bilio e al

di lui genero ing. Gambino, i feudi Contessa e Spampinato ai fratelli De Vec chi. imprenditori del tratto della linea ferroviaria rimasta incompleta e che doveva congiungere la stazione della miniera con quella di Riesi. Il feudo Ur reta fu comprato, in gran parte, dai fratelli Indorato da Sommatino, altre terre furono divise in spezzoni e comprate dagli stessi amministratori e poi rivendute ad un prezzo maggiorato.

Il palazzo dei principi Pignatelli Fuentes fu venduto al geom. Vincenzo Turco; quello degli eredi del duca Solferino fu comprato dallo stesso amministratore Rao, che in seguito ai lavori di ristrutturazione fece scomparire lo stemma ducale che per anni era stato visibile, perché posto nella parte superiore del balcone centrale che dava in piazza Garibaldi.

Lo stabilimento di proprietà dei principi Pignatelli Fuentes, ubicato fuori il paese, che arrivò a produrre q. 50 di sfarinati e 20 quintali di pasta al giorno, fu comprato dallo stesso direttore Giuseppe Martorana, il cui padre, don Giacomo, fu contabile ed il fratello Luigi ricevitore. Tutto il macchinario esistente per il funzionamento di quattro mulini a palmenti per la macinazione del frumento fu comprato dallo scrivente nel 1932.


 

DON GAETANO PASQUALINO

Gaetano Pasqualino (1847- 1931), nipote del famoso Deputato Pasqualino Rosario Vassallo. Fu il principale protagonista della vita politica riesina di fine Ottocento e degli inizi del Novecento. Fu anche l’autore della celebre opera Il diritto nella storia, con la quale rivendicò contro i principi Pignatelli i diritti d’uso civico a favore della popolazione di Riesi
NOTA
Foto e trafiletto sono stati Tratti dall'opuscolo "RIESI" di Massimo Rosario Paterna
 

Nacque a Riesi il 21 settembre 1849. Fu uno dei maggiori uomini politici locali. Di mente arguta ma cocciuto e irrequieto, incominciò a far par lare di sé sin dall’anno 1875 quando assieme al fratello avv. Giuseppe fondarono a Riesi il nuovo partito liberale. Lo chiamavano avvocato ma in realtà non conseguì la laurea in giurisprudenza. Con la sua spiccata intelligenza e con i libri lasciati dal padre avv. Onofrio, che fu sindaco di Riesi dal 1856 al ‘1858, poté acquisire una cultura giuridica tale da poter difendere come patrocinatore quelle cause che gli competevano nelle preture e da farsi un buon nome. Aiutò sempre la classe operaia e per essa subì anche denunzie e galera. Fu due volte sindaco nel nostro comune, e avvalendosi di quella carica, ebbe modo d’interessarsi affinché il progettato ponte che doveva sorgere sul torrente Braemi fosse realizzato in modo da facilitare la comunicazione stradale tra Riesi e Pietraperzia. Per le cariche assunte non gli mancarono aspre critiche da parte di alcuni elementi giovanili locali d’idee avverse che si servirono del giornale comparso a Riesi, nel luglio 1906, intitolato La stizzana Rrudi lu cuti.

La sua notorietà ebbe il culmine nel periodo in cui, come rappresentante del comune che l’autorizzava all’esercizio dell’azione popolare, tenne testa nella causa degli “Usi Civici” contro i principi Pignatelli Fuentes Aragona, avvalendosi di quella “Cartha memoriae”, manoscritta e non firmata, attribuita al fondatore di Riesi, don Pietro Altariva.

Il Pasqualino pubblicò in proposito il suo libro Il Diritto nella storia per la rivendica degli usi civici a favore della popolazione di Riesi dal quale il Ferro trasse lo spunto per sapere le origini di Riesi e chi furono i padroni delle terre, sulle quali si fondò il nostro paese.

La sua popolarità nella vita politica locale incominciò a declinare nel 1914; per discordanti idee si separò dall’unione fatta con il nuovo astro Giuseppe Butera, social comunista e si dedicò esclusivamente alla sua professione. Fu abbastanza prodigo nel dare consigli ai richiedenti. I rapporti familiari e politici con i suoi cugini notaio Giuseppe e il fratello on. Rosario Pasquallino Vassallo non furono abbastanza solidi.

Era di statura regolare e di corporatura robusta. I suoi occhi piccoli, ma vivi e penetranti, erano sormontati da folte ed ispide ciglia; aveva un naso grosso e tutto butterellato che predominava nella sua piccola faccia arcigna; i suoi baffi erano tagliati a spazzola e i capelli a fior di pelle. Anche nelle giornate rigide invernali non copriva mai il suo nudo capo; spesso era solito sventolare il grande fazzoletto rosso che era in contrasto col nero del suo vestito per soffiarsi il grosso naso per poi stiracchiarlo e fargli le dovute pieghe per rimetterlo in tasca. Rimase celibe, come il fratello Pietro e le due sorelle che convissero con lui, mentre i fratelli Giuseppe e Rosario, sposati non ebbero figli maschi. Morti uno dopo l’altro i fratelli e giunto in età avanzata, per non restare solo, accolse nella sua casa una giovane Pasqualino, lontana sua parente, che l’assistette fino alla morte. La lasciò erede dell’abitazione che fa angolo, ai quattro canti, tra le vie Umberto e Vittorio Emanuele. Per godere di un ampio panorama, sulla casa fece costruire una terrazza sopraelevata che dai riesini, un po mordaci, venne chiamata “la Torre Pasqualino”.

Morì il 4giugno 1931 all’età di 82 anni.


 

DALLA SENTENZA FAVOREVOLE ALLA DELUSIONE

Il cammino dalla feudalità agli usi civici comunali

Con deliberazione del 2 febbraio 1902, il Consiglio Comunale di Riesi incaricò il proprio sindaco a citare in giudizio, presso il tribunale di Caltanissetta, e promuovere lite ai signori Principi della casa spagnola Fùentes Pignatelli per la rivendica degli Usi Civici spettanti alla popolazione sugli ex feudi di Tallarita, Palladio, Urletta, Cipolla inferiore, Cipolla superiore, Spampinato che formavano in gran parte il territorio di Riesi, per come descritti in quella “Cartha memoriae” che aveva lasciata alla sua morte il Barone Don Pietro Altariva riportante la data del 24 novembre 1648 anche se da lui manoscritta non era stata sottoscritta.

Per intentare tale causa, la Giunta Provinciale Amministrativa, il 15 aprile 1901, per incitamento dell’azione popolare, nominò, quale rappresentante del comune, don Gaetano Pasqualino, che era stato sindaco del paese e il 17 luglio del 1903 con atto di citazione venivano chiamati davanti al tribunale di Caltanissetta per rispondere sull’ esistenza o meno degli usi civici i sopradetti principi, che a loro volta, quali proprietari per eredità di detti feudi, avevano ritenuto opportuno farsi rappresenta,re dal loro congiunto Sosthenes Pignatelli. Con sentenza del 14 aprile 1906 quel tribunale riconobbe la validità della carta di memoria e diede la sentenza favorevole al comune che poteva godere tutti quei benefici spettatigli e l’assegnazione in parte delle terre dei feudi su menzionati.

Appena fu pronunziata la sentenza, don Gaetano Pasqualino da Caltanissetta, spedì un telegramma che concludeva con queste parole “...dopo lunga requisitoria, causa definita, vittoria completa”.

Certo il lettore immaginerà quale gioia apportarono le parole di quel telegramma e le grandi accoglienze che ricevette il Pasqualino al suo rientro a Riesi avvenuto nel tardo pomeriggio di quel giorno.

In tutte le manifestazioni popolari che avvenivano a Riesi era solito trovarsi tra la folla il nostro concittadino sig. Vincenzo Zagarella, segretario del Comune, un uomo dal corpo robusto, ma un po’ trasandato nel vestire. Aveva l’abitudine, mentre camminava, di rialzarsi in alto i pantaloni tendenti ad abbassarsi. Era un tipo sempre allegro, amava portare i suoi baffoni ormai imbianchiti e la sua rotonda testa con i capelli tagliati a fior di pelle. Una “cricca” di giovanotti, che gli volevano tanto bene, in quelle occasioni non mancavano di caricarselo sulle spalle per renderlo più visibile al pubblico che sapeva arringare attorno a sé con la sua voce tenorile anche se un po’ tremolante. Nella sua enfasi oratoria non capiva che qualche briccone che si alternava a tenerlo sulle spalle trovava il modo di sbottonargli i pantaloni per poi divertirsi, appena rimesso a terra, nel vederlo all’opera per il rialzo e l’abbottonamento di essi.

Parlando in quella occasione al grande pubblico ivi accorso rievocò la figura dell’allora sindaco cav. Giuseppe Iannì, primo sostenitore di quella causa che ebbe inizio nel 1873 e che durante lo svolgimento di essa, per abuso di potere, dal tribunale di Caltanissetta era stato condannato a tre anni di carcere, che furono confermati dalla Corte di Appello ma prosciolto dalla Cassazione.

Ma ahimè... quella gioia durò molto poco. I principi Fuentes Pignatelli ricorsero all’Appello e alla Cassazione avversando la sentenza. Quella “Cartha memoriae”, dopo l’intervento di alcuni esperti calligrafi, verso la fine del 1910, fu ritenuta sospetta di falsità dalla Corte di Cassazione. Con questa sentenza ebbero fine tutte quelle speranze che avevano illuso la massa contadina.


 

GIUSEPPE ACCARDI

Geometra

 

 

Fu l’unico maschio dei sei figli nati da don Francesco Accardi possidente, proveniente da distinta famiglia e di donna Rosaria Accardi, casalinga, entrambi cugini. Egli nacque l’8 giugno 1869.

Frequenta le scuole elementari di Riesi, per proseguire gli studi fu mandato dal padre a Catania, ove ebbe modo di diplomarsi come perito agrimensore e di cattivarsi la stima di uomini politici, quale l’on. Giuseppe De Felice, di letterati ed artisti fra i quali il grande commediografo siciliano Nino Martoglio e l’attore Giovanni Grasso. Richiamato dai suoi, dopo tante riluttanze, egli si stabilì a Riesi esercitando la sua professione. In seguito, con il susseguirsi degli scioperi degli zolfatai, nella sua veste di presidente della lega, si fece patrocinatore per la difesa dei diritti avanzati da costoro, rappresentandoli ogni qualvolta si riteneva necessario.

Nello sciopero del 10 luglio 1903 venne trascinato dalla massa operaia, accompagnata dalle loro donne, verso la miniera Tallarita. Durante il percorso cercò di calmare i più eccitati, ma giunti sul posto avvenne una grande sommossa che provocò la fuga disordinata di quegli impiegati che abitavano cola con le famiglie e il saccheggio delle loro abitazioni e del magazzino contenente il materiale occorrente per la miniera. Furono arrecati gravi danni ai macchinari e il tecnico Marmolada che non volle fuggire dal posto di lavoro, rimase ferito alla testa.

Dopo cinque giorni, Giuseppe Accardi fu arrestato assieme a don Gaetano Pasqualino come istigatore della massa operaia e, assieme agli altri, portato alle carceri di Caltanissetta, da dove uscì dopo sei mesi.

Pur avendo subito il carcere ingiustamente non si sentì di abbandonare a se stessa quella categoria di operai che gli stavano a cuore. Come esponente del partito liberale si trovò in lotta con i “Cappedda” per la conquista del l’Amministrazione comunale del paese, di cui fece parte come Consigliere ed anche come Assessore. Eloquente nel parlare, talvolta irascibile, durante la sua oratoria sapeva cattivarsi grande stima da parte di coloro che l’ascoltavano. Fu ben voluto, rispettato dalla massa operaia per la sua onestà e per il grande apporto dato quale rappresentante delle organizzazioni dei lavora tori riesini alla conquista dei loro diritti.

Nel 1906, dopo parecchi anni, ritornò a Riesi la “compagnia Marazzo” con la sola Emma, moglie di Michele Di Nolfo che ereditò, quale figlio adottivo, la proprietà di Don Gaspare Dado, Amministratore dei principi Fuentes. In quella occasione, personificando l’Otello di Shakespeare, l’ing. Accardi recitò così bene da ricevere lunghi scroscianti applausi dalla popolazione riesina che aveva partecipato in massa per vedere il proprio concittadino nelle vesti di attore. A tal’uopo, dal prof. Salvatore Ferro, suonatore di violino, e con la partecipazione del nipote, di Don Lucrezio Bartoli, e di altri elementi locali, venne formata una piccola orchestra che veniva ascoltata tra gli intervalli degli atti, durante la chiusura del sipario. Per questa sua prestazione, in politica veniva chiamato “Otello”. In quella veste, con atteggiamento spavaldo, con un braccio in alto, tenendo stretto nella mano uno scettro, simbolo di comando, si vide un bel giorno la sua figura riprodotta sulle pagine di un giornalino, intitolato “Il Seme”, fatto stampare appositamente da politicanti locali. Ciò provocò avversione dalla parte contraria e un tale Peppino Bicceri, d’idee opposte alle sue ebbe a scrivere, in un arti colo del suo giornale, una frase che eccitò i nervi dell’offeso in modo tale che non appena vide il Bicceri in piazza, lo prese a schiaffi di fronte alla gente che passeggiava. Il nostro personaggio, oltre ad avere coperto la carica di consigliere ed assessore al Comune, fu anche eletto consigliere provinciale.

Quale Vicesindaco sostituì il dimissionario Don Gaetano Pasqualino, con il quale, a dire il vero, pur essendo dello stesso partito, non intercorrevano buoni rapporti. La lunga é fluente barba che gli scendeva quasi a metà petto gli conferiva una maestosa presenza. Per la sua convincente eloquenza ovunque si presentava per gli interessi del Comune e del Popolo, veniva bene accolto, ammirato e favorito. Per la sua arte oratoria era sempre acclamato dalla folla. Fu amico di Ninò Verso Mendola, di Angelo Tasca e di Filippo Turati dai quali fu tenuto in grande stima per le preclari virtù di uomo, per l’alto contributo di idee che diede al programma socialista e per la sua instancabile azione nella lotta alla difesa dei diritti dei lavoratori.

Con l’avvento del comunismo capeggiato dal noto rivoluzionario Giuseppe Butera, la sua stella, come quella di don Gaetano Pasqualino volse al tramonto. Il bolscevismo aveva ormai fatto preda tra i suoi seguaci tanto da essere da loro abbandonato. In quel memorabile ed infausto giorno dell’8 ottobre 1919, durante la pazza fuga della folla che cercava scampo, nel momento della sparatoria della mitragliatrice, egli, senza volerlo o forse per calmare gli animi dei rivoltosi, si trovò in mezzo alla folla travolto e pugnalato alle spalle da mano ignota; per fortuna la ferita non apportò gravi conseguenze. Dopo l’avvento del fascismo fu perseguitato e poco mancò che non andasse al confino. Pur restando legato alle sue idee, tralasciando le attività politiche, si dedicò alla sua professione. Assunto, in seguito, come tecnico in alcuni feudi del Barone Gabriele Bordonaro, si diede a migliorarli e delle parti montuose fece dei vistosi mandorleti. Dopo la caduta del fascismo, alcuni social comunisti vollero che egli, pur essendo paralitico, in occasione del 1° maggio, tenesse un comizio che fu l’ultimo della sua vita.

Morì a 76 anni, in un vano alto della casa ove era nato e precisamente il 2 dicembre 1945.

Chi avrebbe voluto assisterlo e stargli vicino sino alla morte, nonostante le sue continue insistenze, fu sempre respinta dai suoi familiari per pregiudizi sociali. Quella indesiderata, che tanto aveva osato insistere, era Carmela Gerbino, una donna di mezza età, che da fanciulla era stata da lui sedotta e resa madre di una bambina che tanto gli somigliava.


 

GIUSEPPE BUTERA

 

Il socialista rivoluzionario Giuseppe Butera (1890-1924). Dopo avere favorito l’elezione del Pasqualino, cominciò ad attaccarlo per la sua troppa moderazione. La sua formazione marxista lo spinse a ritenere il sindaco Pasqualino una persona inadeguata a risolvere le problematiche dei contadini e degli zolfatai

NOTA
Foto e trafiletto sono stati tratti dall'opuscolo "RIESI" di Massimo Rosario Paterna

 

Nacque il 6 luglio 1890 dalla filatrice Crocifissa Di Letizia in una casa ubicata a sinistra della via San Giuseppe, pochi metri prima che inizi la scalinata che porta alla chiesa. Il padre si chiamava Giovanni, un contadino che mai ebbe a far parlare di sé, lavorava la terra dì sua proprietà come pure qualche altro spezzone che aveva avuto concesso a mezzadria nello stesso territorio di Riesi. Dal suo matrimonio nacquero tre figli: il più grande Salvatore, fattosi giovanotto preferì lasciare la famiglia per emigrare nell’ America del Sud, Giuseppe fu il secondo e Mariannina la più piccola. Il nostro Peppe, da piccolo frequentò le scuole comunali del paese, ma poi, non trovandosi il padre nella possibilità di fargli continuare gli studi, venne alla determinazione di portarlo con sé in campagna per farsi aiutare. Ma i lavori dei campi non si addicevano a quel ragazzo. Mortagli la moglie, il povero padre, avendo notato la svogliatezza del figlio, pensò di fargli cambiare mestiere affidandolo ad un suo omonimo cugino che lo mise a guardia delle pecore che teneva nella terra di sua proprietà. Non passò molto tempo che il ragazzo, disgustato da quella occupazione, abbandonò la campagna e ritornò in paese. A nulla valsero i rimbrotti e le minacce del padre per farlo ritornare al suo lavoro. Stretta amicizia con un suo coetaneo chiamato Niria (diminuitivo di Andrea) Seminerio, sacrista nella chiesa della Matrice, incominciò a frequentare quel tempio, imparando a suonare, secondo il caso, le campane e ad aiutare il cieco mastro Peppe a tirare il grosso ed antico cigolante mantice dell’organo a canne che in quel tempo sorgeva un po’ in alto dalla parete sinistra della chiesa, di prospetto al pulpito di legno di antica fattura che tutt’ora esiste. In quel tempo, capo della Chiesa Madre era l’economo Domenico Failla, un buon sacerdote, dai delicati lineamenti del volto, venuto da Vjzzjnj, suo paese natio, il quale, avendo notato l’intelligenza e la vivacità di quel ragazzo, gli permise d’indossare la sottanina di chierichetto ed essere vicino ai preti nelle funzioni religiose. Il buon economo, avendo notato che il ragazzo si prestava a tutto con grande dedizione e coerenza religiosa, pensò di fare di Peppe un sacerdote, perciò fece di tutto per farlo entrare in un istituto di seminaristi a Messina. Qui il nostro giovane sembrava avere vocazione; si diede anima e corpo agli studi religiosi dimostrando tutta la sua buona volontà. Dopo un periodo non lungo di frequenza, gli fu data una vacanza di pochi giorni da trascorrere a Riesi in seno alla famiglia. Quella vacanza, sottraendolo al terremoto dell’8 dicembre 1908 che distrusse quasi totalmente quella città, fu probabilmente la salvezza della sua vita. Frattanto l’economo Failla era morto ed egli, non trovando alcuno che si potesse interessare di lui, pensò di lasciare il paese e di recarsi direttamente a Roma per ottenere delle raccomandazioni in suo favore dall’on. Rosario Pasqualino Vassallo. Quell’uomo, consapevole della posizione in cui s’era venuto a trovare il postulante, si premurò di fargli avere un posto come bidello in una sezione Socialista della capitale. Aveva allora già compiuto i 18 anni di età, oltre alla vivacità, dimostrava chiaramente un’intelligenza aperta. In quel luogo ebbe modo di assistere alle riunioni in cui si dibattevano argomenti d’ordine sociale con la partecipazione dei migliori esponenti del partito. Ciò influì a sconvolgere il suo ideale cattolico e convertirlo al socialismo. Avvalendosi della sua pronta ed arguta intelligenza, in quel1e occasioni. ebbe modo di afferrare, e poi farli suoi, tutti quegli argomenti che riteneva utili per poterli esporre nel suo progettato ritorno a Riesi.

Infatti eccolo, nei primi mesi dell’anno 1914, comparire con un cappello dalle falde larghe in testa, con una barbetta alla Lenin. Alcuni anni prima era intercorsa una lite giudiziaria tra il comune di Riesi, rappresentato da don Gaetano Pasqualino e gli eredi della Casa Pignatelli d’Aragona avente per oggetto una “Cartha Memoriae” del fondatore di Riesi Barone Pietro Altariva. del 24 novembre 1647, manoscritto e non firmato, trovata nell’ archivio del comune. In detta carta l’Altariva concedeva molti privilegi ai contadini e alcuni feudi che potevano essere tramandati alle future generazioni e invece col passare da una eredità all’altra, si trovarono proprietari i Fuentes Pignatelli. Dopo un lungo ed elaborato iter giudiziario, il tribunale di Caltanissetta dichiarando la validità della Cartha, con sentenza del 14 aprile 1906 a le istanze del comune e assegnò ai contadini le terre in contestazione. Non appena il Pasqualino venne a conoscenza di quella sentenza, da Caltanissetta spedì un lungo telegramma al Sindaco con il quale annunziava che ...dopo lunga requisitoria, causa definita, vittoria completa”. Lascio immaginare al lettore quale giubilo apportò tale notizia al paese, specie ai contadini che, grazie a quella sentenza, divenivano proprietari terrieri, e con quale grande manifestazione di affetto e di riconoscenza venne accolto il Pasqualino quando ritornò a Riesi.

Ma i principi Fuentes si appellarono a quella sentenza, la causa passò in altri tribunali e alla Corte di Apello, giunse alla Cassazione che non riconobbe valida la “Carta di memoria” con grande delusione da parte dei contadini. Era quindi giunto il momento delle giuste rivendicazioni e della realizzazione delle remote aspirazioni. Giuseppe Butera arringa la gente delusa dalla sfavorevole sentenza, scuote gli animi, sconvolge le menti; braccianti e contadini lo seguono, lo acclamano, l’inno “Bandiera rossa trionferà” è sulla bocca di tutti. Quelli che non amavano guadagnarsi il pane col sudore della propria fronte erano i più accaniti a cantare “Chi non lavora non deve mangiare”. Le continue assemblee e manifestazioni preoccuparono gli organi del governo. La questura di Caltanissetta era preoccupata per l’esaltazione della gran parte della popolazione che voleva istituire “La Repubblica Riesina”. Il Butera fu diffidato dall’ordine superiore della Pubblica Sicurezza, che aumentò con i suoi rappresentanti il numero dei carabinieri residenti nella locale caserma. Nell’ultima domenica di luglio, ogni anno, a Riesi, per tradizione, si festeggia San Giuseppe. Erano le ore 20 del 28 luglio 1914, il complesso bandistico suonava un pezzo di opera lirica sul palco eretto nel centro della piazza Garibaldi che era gremita da un folto pubblico che stava in piedi o seduto a gustare pezzi duri di gelato o rosicchiava ceci o fave, secondo le loro possibilità. Un gruppo di socialisti si presentò al maestro di musica obbligandolo ad interrompere il pezzo operistico per suonare l’inno “Bandiera rossa trionferà”. Tale richiesta fece indisporre coloro i quali si trovavano vicini al palco per gustare meglio il dolce suono. Dallo scambio delle parole si venne alle mani, si degenerò in una violenta zuffa. Le prime sedie incominciarono a volare per l’aria provocando un fuggi via generale tra le urla di spavento delle donne e dei bambini che ceravano scampo nelle vie adiacenti alla piazza. Ad ingrossare il numero dei socialisti turbolenti, intervennero molti altri compagni dal vicino sodalizio inneggiando l’inno dei lavoratori. Il pronto intervento di un buon numero di carabinieri e di agenti di P. S. guidati dal tenente G. Russo e dal Delegato Catalani riuscì a sedare il tumulto, allontanando a stento gli scalmanati, spingendoli sino a disperderli e a sgombrare la piazza, e ponendo così termine alla serata della festa. In quel tafferuglio vi furono dei feriti, ma il più grave rimase uno dei più accaniti socialisti: il contadino Vincenzo Azzolina inteso “Forbice” per la forma delle dita che s’intravedevano dalla sua menomata mano. Era stato ferito da una piattonata di sciabola menata dal maresciallo dei carabinieri per allontanare dalla piazza i fanatici disturbatori. Durante la nottata furono operati degli arresti da parte delle forze dell’ordine: Buffone Giuseppe, l’anarchico Francesco Butera, proveniente dall’America, Pietro De Bilio, Ballaera Gaetano ed altri furono accusati “di associazione a delinquere”, di “manifestazioni sediziose e resistenza a pubblici ufficiali” e mandati al soggiorno obbligato in diverse località italiane. In seguito venne arrestato il Butera “instauratore della repubblica” di Riesi e fu inviato assieme al Ballaera nell’isola di Pantelleria. L’Italia, trovandosi in guerra con l’Austria, aveva bisogno di un numero maggiore di soldati che avrebbero potuto meglio difenderla, ricorse allora anche ai giovani riformati. Tra di essi c’era il nostro Peppe che nel 1916, fu prelevato da quell’isola e condotto ammanettato a Terranova (Gela) per essere sottoposto alla visita medica militare di controllo. Quella commissione lo ritenne abile al servizio militare e subito fu destinato a Trapani. Colà, nella stessa compagnia ove era stato assegnato, si unì al paesano Paolino Mirisola, figlio del dottor Diego, un giovane di bella presenza, allegro ed intelligente che per avere ingerito una medicina che doveva esimerlo dal servizio militare, per le conseguenze riportate, morì lasciando nel dolore la famiglia. Il Butera, durante l’accompagnamento funebre tenne un discorso, tra la sorpresa degli astanti, nel quale criticò la guerra e gli uomini che erano allora al governo. Dopo tale avvenimento e per evitare che potesse sobillare i suoi compagni, come punizione, fu mandato a Messina e, dopo un breve periodo di addestramento militare, fu fatto proseguire nella zona di guerra di Treviso e infine fu inoltrato direttamente al fronte ove magiormente infieriva la guerra. In uno degli scontri che colà si svolsero venne preso o si dette prigioniero agli austriaci e da loro portato a “Budapest” e chiuso in un campo di concentramento ove venne a trovarsi con diversi prigionieri conterranei, tra i quali il paesano Carmelo Bartoli, procuratore legale, che fu da lui assistito amorevolmente durante una grave malattia ivi contratta. Terminata la guerra nel 1918, come tutti gli altri prigionieri, ritornò in patria e congedato dal servizio militare rientrò a Riesi. Appena giunto, eccolo ancora una volta a mettere in agitazione la massa contadina incitandola a togliere con la forza le terre ai proprietari. Venne arrestato e, come misura precauzionaria di sicurezza, trattenuto nelle carceri di Caltanissetta. L’8 ottobre del 1919, mentre egli si trovava colà rinchiuso, per opera di un altro agitatore, un certo “Angilella o Angelletti”, mandato dal partito comunista a Riesi, avvenne quel doloroso episodio della mitragliatrice che si concluse con 12 morti e diversi feriti. Il Ferro nel Cap. LXVII della Storia di Riesi fa la descrizione di come avvennero i fatti che causarono quell’eccidio, voglio precisare che esso non avvenne l’8 novembre ma l’8 ottobre come è stato sopra scritto. Le vittime di quella indimenticabile giornata furono:

1) Di Dio Salvatore fu Salvatore e fu Celeste Catena, contadino, di anni 36

2) Giuliana Gaetano di Giuseppe e di La Piana Crocifissa, bracciante di anni 18

3) La Marca Gaetano fu Carmelo e fu Calamita Rachela, giornalaio, di anni 35.

4) Margiotta Massimiliano fu Domenico e D’Antona Maria, zolfataio, di anni 49

5) Pilato Carmelo di Giovanni e di Cancilleri Maria, contadino, di anni 42

6) Siciliano Felice fu Felice e fu La Jacona Pasqua, studente, di anni 22

7) Strano Antonio fu Calogero e fu Bellone Maria, zolfataio, di anni 43

8) Piantone Giovanni fu Giovanni e di Bendotti Maddalena, conduttore meccanico, di anni 39.

I sopra nominati sono quelli che dopo l’avvenuta sparatoria, furono rimossi da terra.

Quelli che morirono in seguito per le ferite riportate furono:

9) Chiarenza Gaetano fu Carmelo e di Fiandaca Santa, contadino, di anni 42

10) Lo Blundo Giuseppe di Salvatore e di Ragusa Giuseppa, contadino, di anni 17

il) Taibbi Luigi fu Giuseppe e fu Toscano Crocifissa, contadino, di anni 68;

12) Di Cara Michele di Vincenzo e di Diodato Maria, di Villarosa di anni 21, sottotenente della compagnia di quei soldati che usarono la micidiale mitragliatrice. Costui, ritenuto uno dei maggiori responsabili dell’eccidio, fu rincorso durante la sua fuga e, raggiunto nella contrada Pozzillo, venne ucciso; il suo cadavere fu trovato all’indomani.

Nel marzo 1921 avvenne la scissione del partito socialista; G. Butera passò in quello comunista. Intelligente e di grandi iniziative, cercò di migliorare lo stato del partito locale istituendo la “Camera del Lavoro”. Per ottenere la concessione di fidi dagli istituti bancari si servì come avallanti di diversi piccoli proprietari, suoi fidati seguaci. Fondò una cooperativa di generi-alimentari e si cooperò alfine di fare concedere dei piccoli prestiti ai soci più bisognosi del suo partito.

Perché potesse mettere in maggior risalto la figura della sua persona pensò di acquistare un’automobile di grossa cilindrata non nuova da usare durante i suoi viaggi. Soleva vestire con un impeccabile abito nero, col cappello a larghe falde e con una svolazzante cravatta pure di colore nero; teneva una barbetta a pizzo ben curata che gli copriva il mento e tutto, nell’insieme, gli dava l’aria di una persona aristocratica. Nelle elezioni politiche si mise candidato per essere eletto deputato al parlamento nazionale, ciò provocò il disappunto del concittadino on. Rosario Pasqualino Vassallo, già sottosegretario e ministro nei passati governi e anche egli candidato a quelle elezioni. In seguito alla sua non elezione politica le cose incominciarono ad andar male. L’automobile tedesca che aveva comprata ad alto prezzo subiva continui guasti che credeva fossero causati da sabotaggi. Ritornando da Brescia. ove aveva prelevato un pezzo di ricambio per la macchina, portò con se da quel luogo, un giovane autista di nome “Luigi Baio” anch’egli comunista. La cooperativa era in deficit, le scadenze delle cambiali si susseguivano una dopo l’altra. Egli non si perse d’animo per quella scabrosa situazione e riuscì ad ottenere altri prestiti da privati per estinguere gli effetti bancari in scadenza, ma una lettera cifrata speditagli dal continente da alcuni del suo partito, capitata nelle mani delle autorità di P. S. che lo tenevano in stretta sorveglianza, causò nel settembre del 1922 il suo arresto e quello del suo autista ed entrambi furono trasportati nelle carceri di Caltanissetta.

Durante la sua assenza, le cambiali passarono in protesto per il mancato pagamento; gli avallanti, per non incorrere in peggiori conseguenze, furono costretti a ritirarle estinguendole col denaro che in fretta avevano potuto ricavare con la vendita delle loro proprietà. In quei momenti cruciali, alcuni giovani teppisti, già noti nel paese, di notte riuscirono a scardinare le porte della Camera del lavoro e mettendo sossopra tutto quanto si trovava nell’interno lo diedero alle fiamme. Quell’avvicendarsi di avvenimenti amareggiò il nostro Peppe, costretto a stare nel carcere senza alcuna speranza di uscita. I nuovi eventi portarono al governo i fascisti. Il fratello Salvatore, che era intanto tornato dall’America, avendo fiutato che la sua presenza in paese non era gradita al fascismo locale, pensò di allontanarsi emigrando in Francia. Il povero Peppe, solo e abbandonato da tutti, rimaneva in carcere a logorare la sua esistenza. Colpito da un ascesso tubercolare al femore sinistro fu costretto a trascorrere le giornate in infermeria. Con l’aggravarsi del suo male, fu trasferito nell’Ucciardone di Palermo; in quel luogo, dato lo stato in cui si era ridotto fisicamente e non essendosi riscontrato a suo carico un reato tale da poterlo tenere in carcere, gli fu suggerito che poteva tornare a casa se richiesto. Il padre era troppo vecchio e perciò non essendovi alcun altro che potesse interessarsi al suo rilascio, toccò alla povera sorella signorina ad inoltrare domanda che venne subito accolta. Poiché le spese per il trasporto dell’ammalato e per la persona che doveva accompagnarlo erano a carico della famiglia, l’infelice ragazza, non avendo disponibilità finanziarie, si rivolse a coloro che riteneva ancora affezionati al fratello i quali, con una sottoscrizione fatta tra di loro, riuscirono a racimolare 50 lire che potevano bastare per il viaggio mentre come accompagnatore si prestò, a sue spese, il giovane compagno Ferdinando Di Legami. Recatosi in quel luogo nel luglio 1924, dopo avere apposto la sua firma a garanzia, ottenne, dalla direzione di quel carcere il rilascio dell’ammalato. Affinché potessero viaggiare più comodamente fino alla stazione di Caltanissetta, il Di Legami aggiunse ancora del denaro suo per occupare due posti di prima classe in un vagone. Il loro arrivo alla stazione era stato già segnalato alla Questura di Caltanissetta che per misura precauzionale mandò alcuni suoi agenti a gironzolare vicino all’uscita dei passeggeri. I disagi del viaggio estenuarono le forze dell’ammalato. Il Di Legami, per farlo rimettere, pensò, prima di proseguire per Riesi, di sostare due giorni nel vicino “Albergo Ferrovia”. Per evitare qualche rappresaglia che potesse avere luogo al loro arrivo da parte dei fascisti riesini, pensò di partire in un’ora tale da poter arrivare di notte. Poiché in quei tempi non esisteva alcun servizio pubblico per passeggeri si servi di una carrozza da nolo che dovette ben pagare.

Durante la malattia il Butera mantenne la sua calma; sperò di potere riacquistare le forze, ma, per l’aggravarsi del male, rassegnato al suo destino, la mattina del 18 dicembre 1924 verso le ore 9 esalò l’ultimo respiro. Pochi furono i suoi fedeli compagni che vollero accompagnarlo all’ultima dimora, non mancarono però, dietro quel feretro, parecchi agenti di P. S. che nonostante piovigginasse, seguirono la bara fino al cimitero. Tumulata la salma in un loculo, l’imbocco fu chiuso con una lastra di marmo con questa epigrafe “A Giuseppe Butera, martire politico”. Ma queste ultime parole non suonavano bene alle orecchie di uno dei podestà che ordinò di farle scomparire a colpi di scalpello lasciando il solo nome e cognome.

Nel 1956, per l’orrendo stato in cui si era trovato il cimitero, con un’ordinanza dell’allora sindaco, vennero demoliti tutti quei loculi e le ossa dei morti riesumate e messe dal personale addetto nei sacchi e buttati alla rinfusa nell’ossario del cimitero. Trovandosi morti sia il padre che la sorella ed essendo il fratello Salvatore ancora lontano, nessuno dei compagni s’interessò, nemmeno il Sindaco comunista, a far collocare quei resti in uno dei loculetti appositamente preparati per chi li richiedeva.

Di quell’uomo che fece parlare di sé non restano ora nemmeno le ceneri.


 

ONOREVOLE ROSARIO PÀSQUALINO VASSALLO (1)

 
 

Ci troviamo nel 1924 e precisamente nel periodo in cui avvenne l’insediamento del fascismo in Italia.

Come altri elementi non fascisti, anche il nostro concittadino On. Rosario Pasqualino Vassallo(2) venne incluso nella lista dei candidati, storicamente chiamato “Listone” ed eletto ancora una volta deputato nazionale nel collegio di Caltanissetta. Tale inclusione era stata avversata da qualche quotidiano dell’isola e da rivali politici tanto da far pervenire delle lamentele all’orecchio di Mussolini, il quale rammaricandosi ebbe a dire: “Se io ho inghiottito il rospo, bisogna che lo digeriscano anche loro”.

Per come era sua consuetudine il Pasqualino, appena eletto, venne a Riesi per ringraziare i suoi elettori. Per quella occasione venne scelto il balcone del suo amico Cav. Antonino Verso, prospiciente nella piazza Garibaldi. Ad attendere che egli pronunziasse il suo discorso non si notava quella calca di cittadini come nelle sue precedenti venute dalla quale era stato vivamente acclamato. Il fascismo locale aveva preso salde radici e quindi tutti quei mafiosi a lui riconoscenti, nonché altri elementi affezionati, per timore di subire delle rappresaglie, se ne stavano lontani. Proprio nel momento in cui il Pasqualino si era affacciato al balcone e stava per aprire bocca, si vide il Dott. Gabriele La Monica, con ardito slancio, farsi largo tra la folla e giungere quasi sotto il balcone e con voce eccitata rivolgersi a lui gridando:

“Eccellenza, prima che parliate, v’invito a gridare abbasso la delinquenza”. Quell’inatteso affronto lo turbò molto, tanto che, dopo aver rivolto il suo bieco sguardo verso il disturbatore, si ritirò dal suo balcone, e senza alcun indugio, ritornò a Caltanissetta da dove era venuto. Vivamente toccato da quell’evento, egli non volle mettere più piede nel suo paese natio. Lasciato in seguito il capoluogo, si trasferì a Roma per esercitare colà la professione di giureconsulto. Pur essendosi in seguito tenuto lontano dalla politica non smise d’interessarsi ed ottenere dei favori per i suoi paesani. Sino alla sua morte ebbe come compagna fedelissima Nunzia Laurino intesa col nomi gnolo di “La rummulidda”. Da giovanetta faceva a Riesi la sartina e, per il suo amore per il Pasqualino, allora studente, poco dopo sposata, abbandonò il marito Luigi Scalzo per darsi anima e corpo a lui. Mentre egli era all’università ebbe da lei grandi aiuti. Il Pasqualino, riconoscente per tutto quello che aveva ricevuto, la sposò dopo molti anni di convivenza in seguito alla morte del marito. Da quella loro unione non ebbero figli. Nel 1948 adottò il nipote Ro sano, anch’ egli onorevole.

Nato il 13 agosto 1861 morì il 25 marzo 1950.

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(1)— Figlio del chirurgo Don Gaetano e di Crocifissa Vassallo, figlia del famoso medico Rosario Vassallo.

(2) — Nel 1916-17 fu Sottosegretario di Stato al Ministero di Grazia e Giustizia, sotto la presidenza di Paolo Boselli e V. E. Orlando, neI 1920 fu ministro delle Poste e Telecomunicazioni con Giovanni Giolitti.


 

LA CHIESA MARIA S.S. DELLA CATENA (1)

 

 
A pag. 51 del volume che raccoglie le comparse presentate quali documenti presso la Corte di Appello di Palermo, riflettenti la causa inerente agli Usi Civici, promossa dal Comune di Riesi nel luglio 1903, contro i principi Pignatello-Fuentes si legge: "Alla Chiesa si accenna nello arredamento del i febbraio 1629, col quale la baronessa donna Maria Urries, gabellante, volendo fabbricare, si riserba di prelevare due salme di terra disutili nella chiana, undi al presente vi è la chiesa", a chiarimento di ciò, l’avv. Cosentino, difensore di una delle parti in causa, a pag. 76 della Cartha memoriae di Riesi, si esprime: "La chiesa, di cui sopra è parola, era anticamente dedicata a Maria S.S. della Catena, come si rileva dall’atto 4 luglio 1636 in not. Scipione Sortino da Mazzarino". Infatti in questo atto troviamo scritto: "Item lo detto arrendatario si ha obbligati ed obbliga a tratte-nervi un sacerdote confessore approbato per servire la ecclesia di nostra Signora La Catena in essa baronia, con li ornamenti per somministrare li santi sacramenti della penitenza e della eucarestia, alli pirsuni concorrenti in dicta baronia durante lo tempo dello arrendamento". Da ciò si deduce che la chiesa anche se piccola e diversa é esistita prima del 6 giugno 1648, anno in cui si fondava il beneficio parrocchiale della baronia e si ottenevano le lettere osservatoriali per il popolamento di essa. Dal "Diritto nella Storia" di Don Gaetano Pasqualino Pasqualino e precisamente dai documenti n. 14 e n. 15 riguardanti i due atti rogati il primo il 14 giugno 1648 presso il notaio Di Franco Bartolomeo alla presenza dei testimoni Giovanni Sollima, Elia de Franchino e Ignazio De Franco, il secondo il 15 luglio 1648 presso il notaio Calderaro Baldassare di Palermo alla presenza di Pietro Lamonica e Michele Di Stefano, si apprende che: Cristofalo Benenati, Barone dei feudi chiamati del Cannameli, della città di Palermo, in virtù della procura fattagli dal Barone Don Pietro Altariva Urries e Ventimiglia, nella città di Saragozza di Aragona (Spagna) presso il notaio Lorenzo Molles il 19 aprile 1638, deliberò, per volontà dello stesso Barone Altariva, "di fondare un beneficio curato nella Chiesa di Santa Maria della Catena e il diritto da parte dello stesso barone e discendenti di eleggere il "Béneficiale" che potesse esercitare gli Uffici religiosi e somministrare i divini Sacramenti ai fedeli esistenti ed abitanti nella Baronia e terre di Riesi. Avendo il Benenati avuto delle buone informazioni sul carattere, "virtù ed integrità d’animo" del Sac. Don Angelo De Angus, previa licenza d’approvazione da parte dell’Ill.mo Vescovo di Siracusa e del suo Vicario, lo elesse Beneficiale. Negli stessi atti furono assegnati, come dotazione della Chiesa 24 onze di Rendita pagabili in ciascun anno "di terzo in terzo" dal Barone e suoi eredi e successori nella detta baronia e terra di Riesi. Assegnò, inoltre, a titolo d’indennità 16 onze annuali, pagabili sempre di terzo in terzo, e da consegnare al De Angelis "sino a quando si troveranno nella terra suddetta fabbricate ed abitate duecento case e completato questo numero di case cesserà il pagamento di dette 16 onze". Negli stessi atti, tanto il De Angelis che gli altri futuri Beneficiali, dovevano assumersi l’obbligo di commemorare e pregare durante la celebrazione della Messa e degli Uffici Religiosi per l’anima dell’ill.ma Donna Maria Urries, madre di Don Pietro Altariva, per lo stesso e per i suoi discendenti. Dalla lapide in marmo con l’epigrafe scritta in latino, posta nell’interno della Chiesa Maria S.S. della Catena (Madrice) e precisamente al lato sinistro del portone centrale, tradotta da Don Ferdinando Cinque, l’ultimo parroco, si legge: "A perpetua memoria. Sia a tutti noto che l’ill.mo Don Pietro Altariva, barone di questo Stato, dopo che curò d’abitare questa terra, eresse la chiesa Madrice per il servizio di Dio e salute delle anime; ed,in essa fondò un beneficio Curato di diritto padronale, come si legge negli atti del Notar Baldassare Calderaro in Palermo, 10 luglio 1648. Essendosi però diroccata la vecchia chiesa il 25 marzo 1 726, l’Eccellentissimo sig. Don Bartolomeo de Monca/o, Marchese di Coscoquela, barone di detto Stato, per devozione a proprie spese, questo magnifico Tempio riedificò. E siccome nell’anno 1734, la maggior parte di questo Tempio per puro caso rovinò, l’filino Don Clemente e il di lui figlio Don Biagio Vincales, nella qualità di Procuratori generali, curarono di restaurano. Finalmente nel giorno 9 maggio 1747 Matteo Trigona, Vescovo di Siracusa, Prelato domestico assistente al sacro soglio Pontificio e Consigliere del re, per sua grazia con rito solènne la consacrò elevando la a Basilica, essendo Reggente Don Antonio Giuliana, Dottore in sacra Teologia ". Nel 1814 la Chiesa Madre passò dalla diocesi di Siracusa a quella di Caltagirone. Sotto la reggenza di Don Rocco Veneziano, si svolsero avvenimenti di grande imporatnza. Alla morte del Veneziano, fu investito parroco Don Gaetano d’Antona, ricco possidente. Egli, pur dedicandosi con grande zelo alla Chiesa, non cessò di collaborare, assieme ai fratelli, alla buona gestione dei feudi a loro affidati. Assieme ai fratelli Turco, prese in gabella la miniera Tallarita che apportò a loro grande fortuna. Con i proventi ricavati dalla Chiesa pensò di rendere più bella e maestosa la parte interna del tempio rimettendo a nuovo tutti gli stucchi. Alla sua morte, avvenuta il 16 febbraio 1882, venne eletto parroco daI vescovo della diocesi di Piazza Armerina, Don Salvatore D’Antona che durò in carica per poco tempo. I preti officianti di quel periodo erano: Don Getano Zagarella, Don Giuseppe Calafato, i cugini don Giuseppe e don Salvatore Riggio, don Placido Altavini, don Luigi Golisano, don Giuseppe Peritore, don Gaetano D’Antona (nipote del defunto parroco), don Salvatore Giuliana, tutti di Riesi. A costoro s’era aggiunto don Giuseppe Galabrò, un giovane proveniente dalla vicina Sommatino. Il D’Antona, l’Altovino e il Peritore furono insegnanti nelle scuole elementari comunali per diversi anni. Quest’ultimo, avendo superato i 40 anni d’insegnamento, venne insignito con una medaglia d’oro da un alto funzionario, mandato da Roma dal ministero della Pubblica Istruzione. La cerimonia avvenne nel vano terrano attiguo alla chiesa, occupato allora da una società intitolata "Principe di Napoli"; ed ora sede della locale Banca Popolare, alla presenza delle autorità civili ed ecclesiastiche locali, del corpo insegnante e di un folto pubblico ivi intervenuti. Quasi tutti questi preti erano soliti, dopo aver officiato i sacri riti religiosi, porsi sulle proprie grassotte e mansuete asinelle e recarsi nelle loro proprietà di campagna. In quel tempo nella Chiesa, collocato a metà altezza ed al centro della parete alla sinistra di chi entra, addossato al muro, esisteva un vecchio organo le cui canne metalliche erano disposte a metà altezza della parete stessa facendo bella mostra di sé. Sotto le canne, dietro un parapetto semicircolare, adornato di stucchi, sedeva, seminascosto il suonatore, con le spalle rivolte verso l’interno della chiesa e la testa in modo da seguire i vari movimenti delle funzioni religiose. Le canne metalliche dell’organo ricevevano fiato dal vetusto, tarlato e cigolante mantice, visibile dall’interno della sacrestia e che veniva manovrato da mastro Peppe, un vecchietto che puntualmente, prima dell’ora della Messa, soleva sbucare da una delle traverse del poggio della Croce, solo, con gli occhi tutti aperti rivolti in alto ma privi della luce, e recarsi sul posto che gli spettava. A suonare quel vecchio arnese, durante la messa, era adibito il vecchio garibaldino. don Francesco Mulè e, spesse volte il figlio Francesco, ch’era il maestro della banda cittadina ed esplicava anche le funzioni di segretario al Comune. Nei primi anni del corrente secolo, mentre era parroco l’economo Don Domenico Failla, proveniente da Vizzini, la chiesa cattolica veniva frequentata da pochi fedeli, mentre quella valdese si popolava sempre di nuovi adepti. La spietata lotta antireligiosa che veniva fatta dal settimanale "L’asino" edito a Roma e diretto dallo scrittore socialista Guido Podrecca (anticlericale, convertitosi poi alla religione cattolica), da "Il libro dell’Inquisizione di Spagna", da "il Maiale nero" scritto dal Notari, avevano oscurato la fede religiosa e la maggior parte della gioventù riesina lanciava mordaci invettive contro il papa e i preti di allora. Il 17 febbraio 1910 ricorreva il 3100 anniversario della morte del monaco Giordano Bruno, filosofo nolano, accusato di eresia ed arso vivo nel Campo dei Fiori a Roma durante il papato di Clemente Ottavo (Ippolito Aldobrandini), quello stesso che ordinò il supplizio di Beatrice Cenci. Per commemorare quell’evento, fu scelto, come oratore, il geometra Giuseppe Accardi, liberale. Era Domenica pomeriggio, la piazza Garibaldi era gremita di pubblico; l’oratore, salito sopra il podio appositamente allestito di fronte alla società Unione e Libertà, aveva appena iniziato il suo discorso, allorché si udi' il tintinnio delle campane della chiesa Madre. L’oratore smise di parlare sperando che da un momento all’altro sopraggiungesse il silenzio. Purtroppo, anche se diverse esortazioni venivano fatte dagli astanti gesticolanti, i campanari continuavano a suonare con ritmo crescente provocando un assordante frastuono. Vennero emessi dei fischi si scagliarono le prime pietre, ma quelli impassibili, continuavano a suonare. La. folla tumultuante pensò allora di fare irruzione nella chiesa; fu a quel punto che le porte vennero sprangate. Le forze dell’ordine rimasero allibite ed impotenti a fronteggiare quella travolgente massa. La compagnia di soldati, tenuta di stanza nel paese per intervenire a sedare gli scioperi che di tanto in tanto avvenivano nelle miniere di zolfo, guidata dal loro capitano, cercava di aprirsi un varco a spintoni per giungere vicino alla chiesa e allontanare la gente che si era riversata davanti al portone con il proposito di scardinarlo. Per nulla rabbonita dai vari incitamenti dei soldati e dei carabinieri, e dello stesso geometra Accardi quella massa di energumeni non si muoveva di un passo: fu suonato allora il primo squillo di tromba, e, poiché nulla di mutato avvenne fu suonato il secondo squillo. Il bravo capitano, che in seguito ebbe un elogio solenne, aprendosi un passaggio con la rivoltella in pugno correva di qua e di là per rompere la compagine dei rivoltosi. Solo allora la resistenza cominciò a cedere e la massa, indietreggiando fino agli sbocchi della via Vittorio Emanuele e della via Pasqualino, si disperse. Nella prima decade del 1900 Francesco Butera, Salvatore Oliveri, Michelangelo Martorana,Giuseppe Golisano, Liborio Riccobene, Giuseppe Speciale, Luigi Riggio e Benedetto Ballistreri, furono mandati nel Seminario di Piazza Armerina dai loro genitori sperando di vedere i propri figlioli, ordinati sacerdoti, dare nuova linfa alla chiesa. Ma purtroppo amara fu la delusione. Solo gli ultimi due proseguirono quegli studi ed indossarono l’abito talare, mentre gli altri, dopo alcuni anni di frequenza, abbandonarono il Seminario per ritornare nelle loro case. Nella seconda decade del secolo in corso, nei giorni di quaresima, fu fatto venire dalla vicina Mazzarino, per diversi anni, come predicatore, il monaco-Giuseppe Scebba, di famiglia contadina. Un giovane alto, robusto, dal colorito bruno roseo e con due grandi occhi neri, fieri e penetranti. Dotato di una grande vena oratoria, ricca di discorsi conclusivi ai quali soleva intercalare "dunque, in conseguenza", riusciva ad attrarre nella chiesa un gran numero di fedeli e di non fedeli. Alla morte dell’economo don Domenico Failla ad ambire la carica di parroco ed economo v’erano due contendenti: il flemmatico Don Giuseppe Calabrò e l’altezzoso e bellicoso giovane Don Luigi Riggio. Una sorda e poi aperta lotta d’arrivismo s’era scatenata tra i due da farne oggetto di sarcasmi tra gli anticlericali. Il vescovo Sturzo, essendo venuto a conoscenza di quanto avveniva in seno alla chiesa, tenendo presente la grande popolarità che si era acquistata con le sue prediche il mdnaco mazzarinese, decise di nominarlo parroco della Chiesa Maria 5. 5. della Catena ponendo fine alle beghe. Il Calabrò, amareggiato per quella decisione, pensò di trasferirsi a Sampierdarena ove morì, mentre il Riggio rimase in attesa di eventi migliori. Lo Scebba, ricevuta la nuova carica, si svestì dell’abito monacale per indossare quello talare dei preti. Il suo primo pensiero fu quello di occuparsi del benessere morale e materiale della Chiesa. Con i proventi ricavati pensò di farla restaurare, affidandone l’incarico all’artigiano Fantauzza da Barrafranca. Costui con un lungo e paziente lavoro riuscì a rinnovare gli stucchi ornamèntali del tempio, ravvivarne i colori e sostituire tutto il vecchio pavimento con lastroni di marmo. Alla fine dei lavori, tra gli stucchi esistenti nella parte interna, al di sopra del portone principale, fece incidere: fl parroco D ‘Antona dal 1858 al 1879 l’adornò; il parroco Scebba nel 1914 a sue spese la rese così bella. Egli continuò a prestarsi con tutta la sua buona volontà al beneficio della chiesa e purtroppo i nemici non gli mancarono. Per il governo della sua casa, teneva nella sua abitazione, attigua alla chiesa, una sua giovane e formosa nipote, ciò fu causa di molti pettegolezzi. Circolarono delle voci maligne che pervennero alle orecchie del vescovo il quale, per evitare scandali, costrinse lo Scebba a declinare l’incarico e ritornare nella sua Mazzarino come parroco di una chiesa. In sua vece venne nominato don Luigi Riggio che, se pur colto e intèlligente, non seppe accattivarsi la stima e la benevolenza dei fedeli. La chiesa era frequentata da pochissime persone. Si ebbe un pienone solamente quando, durante il suo giro in Sicilia, chiamato dal Riggio, padre Giovanni Semerìa, un illustre predicatore, conferenziere e scrittore, che durante la prima guerra mondiale, quale generale capo cappellano dell’esercito italiano, si era recato spesso nelle trincee ad incitare ed incoraggiare i combattenti con la parola, tenne un bel discorso sul pulpito in legno, sito di fronte al posto dove si trovava l’organo; La gente era accorsa in massa per conoscere da vicino il famoso prelato, fondatore dell’Opera Nazionale per il Mezzogiorno d’Italia. In sostituzione del Riggio che fu parroco per dieci anni, fu designato Don Ferdinando Cinque da Barrafranca, un bravissimo prete, ammalato di diabete. Con lui si ebbe un certo risveglio nella fede. Alcuni valdesi si convertirono alla fede cattolica e furono battezzati con grande fastosità. Avendo di poi riscontrato lo stato miserando della chiesa, fece di tutto per ottenere che essa fosse retta dai Salesiani.

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(1) - Copia del presente manoscritto è stata consegnata da nostra  madre a Don Vincenzo Scuderi, dietro sua richiesta e si trova presso gli archivi della Chiesa Madre.


 

I SALESIANI A RIESI

 

I primi Padri Salesiani arrivati a Riesi fotografati davanti   al portone centrale della Chiesa della Matrice

 

Nel 1941 furono da Torino mandati quattro salesiani: Don Crispino Guerra, Direttore, don Paolo Giacomuzzi, don Ettore Carnevale, grande predicatore, che con la sua parola suadente attirò alla chiesa tanta gente, e il Sig. Luigi Guaschino, coadiutore. Molto arduo, all’inizio, si presentò a loro il compito. Ma essi non si scoraggiarono, anzi, sempre col sorriso sulle labbra, ricorrendo ad espedienti più rispondenti all’ambiente, fecero si che la chiesa si popolasse sempre più e la gente si accostasse con più fervore ai divini Sacramenti. Fu istituita la Scuola Media, legalmente riconosciuta, l’Oratorio salesiano venne frequentato dalla maggior parte della gioventù. Nel 1969, per il loro vivo interessamento, si diede inizio alla Casa di Riposo della quale si sentiva grande necessità per l’assistenza agli anziani.

PARROCI E REGGENTI

La Chiesa Maria S.S. della Catena

Angelo D’Angelo dal 1648 al 1657
Paolo Caci dal 1657 al 1664
Giuseppe Stimolo dal 1664 al 1670
Michele Ferrigno dal 1670 al 1672
Filippo Madonia dal 1672 al 1672
Giuseppe Margiotta dal 1672 al 1674
Pietro Zangari dal 1674 al 1705
Antonio Tagliavia dal 1713 al 1729
Pietro Parisello dal 1730 al 1741
Giuseppe Medicina dal 1741 al 1743
FeliceAmico dal 1743 al 1746
Antonio Baldassare Giuliana dal 1747 al 1773
Giacomo Ballistreri dal 1773 al 1774
AntonirtoUrso dal 1774 al 1781
Giovanni Maglietta dal 1781 al 1787
Giuseppe Fernandez dal 1787 al 1802
Rocco Veneziano dal 1807 al 1837
Giuseppe Golisano dal 1837 al 1838
Gaetano D’Antona dal 1838 al 1882
Salvatore D’Antona dal 1882 al 1885
Domenico Failla dal 1885 al 1910
Giuseppe Scebba dal 1910 al 1922
Luigi Riggio dal 1922 al 1932
Ferdinando Cinque dal 1932 al 1941

I SALESIANI

Crispino Guerra dal 1941 al 1945
Vincenzo Cali dal 1945 al 1952
Francesco Papa dal 1952 aI 1958
Giuseppe Sorano dal 1958 aI 1959
Giuseppe Virzì dal 1959 al 1965
Vincenzo Sangiorgi dal 1965 al 1966
Vincenzo Scuderi dal 1966


 

DON SALVATORE RIGGIO

 
In questa mia narrazione doveroso ricordare Don Salvatore Riggio, uomo di vasta cultura, bravo predicatore, richiesto spesse volte in diverse chiese della Sicilia per la sua grande vena oratoria. Proprietario di una non trascurabile proprietà di case e terreni si prefisse di usarla per un’opera Buona. Creò un Orfanotrofio per accogliere le piccole orfanelle povere del nostro paese. Per tale bisogna mise a disposizione il suo palazzo ubicato in via Carlo Alberto. Per l’educazione di quelle bambine furono fatte venire delle monache, accompagnate dalla Madre Superiore. Soddisfatto della riuscita della sua opera, il 4 aprile 1932 all’età di 86 anni mori a Riesi ove era nato nel 1846. Le sue spoglie riposano in un monumentino posto a sinistra di chi sale il viale principale del nostro cimitero.

 

DON PAOLO GIACOMUZZI

 

 
Fu un uomo modesto, retto, sincero, portato al bene con spontanea semplicità, né dal bene compiuto ha atteso riconoscenza alcuna. Nacque a Ziano di Fiemme provincia di Trento il 30 giugno 1883, ove frequentò l’asilo e le elementari e fu pastore per tre anni. Nella solitudine, nei lunghi spazi trascorsi nei monti alla custodia del suo gregge, la sua mente era impegnata in considerazioni spirituali ed umane che lo portavano a raffrontare la posizione di pastore di un gregge a quella di pastore delle anime. Dal 1885 al 1899 frequentò le Scuole Ginnasiali a Torino (Oratorio salesiano); dal 1899 al 1900 fece il noviziato salesiano; dal 1900 al 1903 fece gli studi magistrali a Torino (Valsalice). Nel 1903 passò a San Benigno Canavese, come assistente, insegnante nelle scuole professionali, maestro comunale; nel 1910 fu ordinato Sacerdote; dàl 1920 al 1923 fu Direttore delle Scuole professionali e maestro Comunale; nel 1923 fu Direttore delle Scuole professionali , esonerato dall’insegnamento Comunale; dal 1926 fu Direttore a Torino-Martinetto; dal 1929 fu Direttore del Convitto operaio e Reggente la Chiesa Pubblica o Santuario di 5. Giuseppe a Vigliano Biellese (Vercelli); dal 1934 fu Direttore dell’Oratorio Festivo di Valdocco (Torino); dal 1935 fu Direttore dell’Oratorio Festivo di Michele Ruà (Torino e insegnante di Religione presso la Scuola Media Statale "G. Parini" (Torino); dal 1938 insegnò Religione presso la. Scuola Media Statale a Perosa Argentina; dal 1941 fu Parroco della Chiesa del SS. Rosario a Riesi. Nel mantenimento d.i tutti questi incarichi si fece apprezzare per la sua intelligenza e per il suo zelo veramente cristiano. Per il suo carattere aperto e leale si accativò l’affetto e la simpatia di quella nuova generazione di giovani da lui formata alla vita cristiana, di cui fu grande animatore. Allievi ed ex allievi lo amarono e lo ricordano ancora. "Io ho creduto alla tua istruzione, io ho seguito la tua Scuola e se oggi Ziano ha un nome nazionale nel campo sportivo questo lo si deve a te, caro don Paolino, che hai attraverso me innestato tra i tuoi compaesani l’amore della vita sana, ispirata al buon costume, guidatada nobili sentimenti voluti da Lui ‘Dio’. La tua fede di allora la sento ancora come Divina consegna e non mi resta che dire grazie alla Provvidenza che ci ha fatto incontrare". Cosi si esprime Alfredo Paluselli, campione nazionale di sci, un suo ex allievo, in una lettera spedita il 19-9-1961 e che Don Paolo ha affidato a me. Dal 28 febbraio 1941. giorno del suo arrivo a Riesi, il nostro Don Paolo si pose all’opera di benefattore. Cordiale, festoso, sempre allegro, lungo le strade del paese salutava col suo evviva tutti quanti incontrava agitando le sue braccia. Agilissimo, dinamico, sempre gioviale e sempre disponibile accorreva sollecito a portare la sua parola di consolazione ai poveri, agli ammalati e agli afflitti, per tutti egli aveva una parola buona ricca di umanità e di fede cristiana. Come parroco della chiesa del S.S. Rosario diede sempre prova di tenere alta la sua dignità pastorale. Caritatevole, non disdegnò di elargire i proventi della chiesa a coloro i quali egli riteneva bisognosi. La cordialità e l’allegria sono le sue principali caratteristiche. A colui che per scherno alzò l’indice e il mignolo della mano destra non ricambiò con la stessa misura, anzi col sorriso sulle labbra, senza malizia, disse: "il Signore te le benedica". Nell’ottobre del 1970, appena ritornato da una Missione, il popolo di Riesi celebrò con grande gioia il 600 della sua ordinazione Sacerdotale. Intervennero i vescovi delle Diocesi vicine, con un grande seguito di parroci e preti: intervennero anche le Autorità Civili e Militari locali. La messa fu celebrata dal Vescovo di Piazza Armerina Mons. Sebastiano Rosso, nella piazza Garibaldi gremita da una grande folla. In quella occasione si svolsero scene di affetto spontaneo per ringraziare Don Paolo del grande bene operato nei trenta anni di lavoro a Riesi. li discorso commemorativo fu tenuto dal giovane insegnante Antonio Di Griutina, ex sindaco democristiano.

 

I NOSTRI SANTONI PIETRO E PAOLO

 

 
Anche Riesi deve annoverarsi tra quei pochi paesi della Sicilia che hanno avuto i suoi "Santoni" raffiguranti San Pietro e San Paolo. Per consuetudine, sin da tempi lontani, comparivano ogni anno nella mattinata delle Palme e in quella della Santa Pasqua per la "Giunta". A quando risale la comparsa di quei mastodontici santi non è stato possibile accertare la data esatta, ma, stando a quanto asserisce la famiglia Giuliana Mazzarotta che, una dopo l’altra, ha ereditato quella di San Paolo risalirebbe alla seconda metà del 1700 quando era Parroco il loro ascendente don Baldassare Giuliana. Le teste e le mani di cartapesta tolte dalle casse gelosamente custodite dagli stessi depositari, venivano applicati, per l’occasione, ad un’ossatura appositamente costruita con stecche di legno che formavano il corpo che veniva coperto da una lunga sacca con maniche di colore nero ravvivata da svolazzanti nastri variopinti. Tenendo conto dell’altezza del portatore che doveva far parte della famiglia che aveva ereditato, la statua poteva raggiungere l’altezza di 4 metri. Al santone Paolo veniva attaccata alla mano destra una lunga spada di legno, mentre in quella del santone Pietro venivano poste grosse chiavi. Le loro mani sinistre, invece, venivano... guarnite con fiori, menta o basilico e quanto era possibile con delle "favenueddi". Nella giornata delle "Palme" procedevano per le strade a suono di tamburo (suonato, per eredità, da uno appartenente alla famiglia Di Legami), che accompagnava i loro movimenti, pigiati e sballottati a destra e a manca da una grande calca di giovani, ragazzi e bambini che portavano rami di ulivo, simbolo di pace, o delle palme adornate con fiocchi di raso. Spesso i giovinastri si divertivano a prendere di mira con i petardi le teste di quei santoni e in particolare modo il lungo e denudato collo di 5. Pietro. Verso le ore 10, dopo il solito giro per le strade del paese, seguiti sempre da una grande folla, si recavano nella Chiesa Madre e al loro bussare veniva aperto il portone provocando con la loro irruzione, disordine e distrazione tra coloro che assistevano alla S.Messa. Se ciò fu tollerato dai precedenti reggenti la Chiesa non lo fu per Don Francesco Papa, parroco salesiano, il quale nel i 95~,pur affrontando l’ira della folla non permise l’entrata dei santoni in chiesa durante la celebrazione della Santa Messa. L’anno successivo quelle mastodontiche figure furono sostituite con simulacri più moderni. Ai proprietari che si sentivano orgogliosi di possedere quei santoni non è rimasto altro che chiuderli per sempre nelle antiche casse e tenerli come lontani ricordi.

 

IL PROTESTANTESIMO

 
 
Nel cap. XXV de La storia di Riesi si legge che il protestantesimo posò le sue radici nel nostro paese nel 1871 e che in seguito si affittarono i vani terrani del palazzo Inglese, nominando un pastore a posto fisso e s’istituirono le Scuole Evangeliche Valdesi. Ricorrendo alla data in cui avveniva il succedersi dei Pastori officianti quel culto, lo scrivente pensa che quel Pastore doveva essere Eduardo Bassanelli, un ex monaco che abiurò la fede cattolica e che mori molto vecchio e in ritiro a Riesi. Nel 1890 quella carica l’ebbe il milanese Giuseppe Ronzone, un ex colonnello dell’esercito italiano. Uomo di gran pregio, dalla sua congregazione fece acquistare nel 1897 il Palazzo Faraci. L’ala sinistra del fabbricato fu trasformata in Chiesa, mentre l’altra ala, composta da svariati vani terrani e a primo piano fu adibita ad aule per gli alunni d’ambo i sessi che frequentavano fino alla V elementare, o le scuole serali. Dall’Italia continentale furono mandati i maestri che in seguito furono sostituiti con elementi locali. Mercè la perseveranza e la grande assistenza del Ronzone il numero degli alunni aumentò tanto da superare quello che frequentava le scuole comunali o cattoliche di cui molti insegnanti erano preti paesani. Nel 1906 il Ronzone morì di paralisi e dopo la sua morte, per il cattivo andamento creatosi e per la mancata sovvenzione dall’alto della congregazione si decise di chiudere alcune di quelle aule. Nel 1960, per ufficiare il culto, fu mandato, o meglio, si fece mandare a Riesi Tullio Vinàj con propositi non soltanto religiosi ma anche e soprattutto altamente umani e sociali. Infatti, non appena arrivato, si pose all’opera studiando cosa potesse fare per dare avvio al suo proponimento e per migliorare i livelli occupazionali dei giovani. Similando l’esempio del monaco Pietro L’Eremita che col suo incitante grido di "Dio lo vuole, Dio lo vuole" riuscì a convincere diversi governatori a mettere insieme un esercito per affrontare quello turco, invasore dei luoghi Santi, egli, mostrando grande spirito umanitario, si servì di alcune fotografie tratte nei rioni più squallidi del nostro paese per spedirle ovunque e destare pietà e commiserazione per la popolazione che vi viveva ancora allo stato primitivo. Ovunque le foto furono messe in giro e riprodotte nei giornali internazionali protestanti. Un giornale tedesco scriveva in un suo servizio: Riesi un paese in agonia, salviamolo. Ciò, unito ad altri incitamenti, fece sorgere tra quella comunità una catena di solidarietà. Giunsero a Riesi le prime somme. Il primo pensiero del Pastore VinaI fu quello di comprare lo spezzone di terra del "Firriato" a poche centinaia di metri dall’abitato piantato ad olivi. Furono mandati ingegneri e tecnici per farne i rilievi ove fabbricare i muri da elevare tra i vuoti esistenti tra un albero e l’altro. I lavori ebbero inizio. Giunsero dall’alta Italia e dall’estero gruppi di diplomati, di professori, di studenti di operai d’ambo i sessi, che per solidarietà, per uno o più settimane, si sottoposero ai lavori di manovali senza alcuna remunerazione. Col continuo affluire delle somme vennero comprate altre terre circonvicine. Vennero allestite aule per scuole elementari, asili, locali per officine ecc. L’idea da tanto tempo accarezzata dal Pastore Vinaj finalmente si realizzò.

 

PASTORI ED EVANGELISTI

 
Il Ferro nel cap. XXV del libro La storia di Riesi ci fa conoscere che per divergenze politiche tra il Farmacista Don Giuseppe Janni, Sindaco, e Don Gaetano D’Antona, Parroco, nel 1871 il Protestantesimo pose radici profonde a Riesi che d’allora ebbe l’appellativo di "lu paisi di li prutistanti". Non pochi sono -stati i pastori che si sono distinti per l’apporto umano, culturale che hanno dato alla cittadinanza e per il profondo zelo dimostrato nel portare la Scuola Valdese ad un livello a volte superiore a quella pubblica.

 

GIUSEPPE RONZONE

 
Fu uno dei pastori protestanti che si distinse per la sua bontà d’animo e 1~ sua abnegazione verso il prossimo e verso la chiesa ove predicò il suo culto évangelico. Affabile con tutti, specie con i fanciulli che frequentavano le cinque classi elementari valdesi da lui dirette. per il numero degli scolari ebbe a gareggiare in quei tempi con quelle comunali. Nacque a Milano il 6 ottobre 1833 da Antonino e Marianna Mazzani. All’età di 15 anni, spinto dall’amor di patria, fece parte delle barricate delle "Cinque giornate di Milano" del 1848 contro gli austriaci. In seguito intraprese la carriera militare e si congedò con grado di Colonnello dell’esercito. Quale pastore protestante fu destinato a Riesi due volte e cioè dal 3 novembre 1890 al 24 dicembre 1903 e poi dal 12 aprile 1904 al 30luglio 1906 data della sua morte. Durante il suo pastorato, la chiesa ebbe un gran numero di fedeli, ai quali il giovedi e la domenica di ogni settimana predicava il vangelo. Senza alcuna remunerazione nelle sue ore libere impartiva a molti giovani, d’ambo i sessi, lezioni fino a far loro conseguire il diploma d’insegnante. Sorvegliava tutti i bambini che frequentavano la scuola valdese e, nell’ora della ricreazione, si vedeva sempre in mezzo a loro nel cortile dell’edificio a scherzare con il sorriso sempre sulle labbra. Era di corporatura un po’ robusta, soleva tenere la barba e i capelli lunghi e il copricapo alla garibaldina. Vestiva sempre con abiti di colore nero, come nero era pure il suo immancabile frak che soleva indossare; portava il colletto bianco alto ed inamidato che metteva in risalto la sua personalità e che lo additava come missionario religioso facente parte della comunità evangelica. Aiutò con i suoi mezzi disponibili poveri ed afflitti appartenenti.o no alla sua religione. La morte lo colse all’improvviso mentre passeggiava sul marciapiede davanti al portone della sua chiesa da lui tanto prediletta ed amata, lasciando un profondo dolore in tutto il popolo riesino.

 

SALVATORE FERRO

 

 
Nacque nel 1870 da Francesco e da Maria Matera. Colpito da paralisi infantile, era costretto a camminare con la gamba sinistra claudicante e il braccio dello stesso lato tenuto teso all’insù e con la mano immobile curvata al contrario. Per la menomazione del suo fisico non gli fu possibile imparare il mestiere del padre e del fratello Vito entrambi calzolai; avendo frequentato la locale chiesa Evangelica Valdese, mercé l’assistenza e le lezioni che gli venivano impartite dal pastore Giuseppe Ronzone, riuscì ad avere una discreta cultura che gli consentì di trascorrere una vita comoda anche se a volte raminga. Lo chiamavano "Maestro Ferro", ma per non confonderlo con l’altro maestro Ferro che insegnava nelle scuole comunali, veniva distinto col nomignolo "Manuzza" per la menomazione della mano. Frequentando assiduamente la chiesa valdese, da quell’istituto ebbe nel 1902 il primo incarico come insegnante della terza classe elementare, ove in quell’anno lo scrivente fu uno dei suoi alunni. Alla fine di quell’anno scolastico ebbe l’incarico di recarsi in Svizzera e propriamente a Ginevra e da quella città a Genova: Nel 1907, come colportore da quello stesso Istituto fu mandato in Egitto per vendere la Bibbia, libri del Vecchio e Nuovo Testamento con testi Evangelici valdesi. Colà ebbe l’occasione di girare la città di Alessandria, il Cairo e quasi tutte le località ove regnarono i Faraoni. Nel mese di febbraio del 1920 lasciò l’Egitto e imbarcato su un battello, dopo un lungo e pericoloso viaggio sul mare Mediterraneo, riuscì ad approdare a Siracusa e di là poté proseguire per Catania. Si recò poi a Grotte e da qui, come egli ebbe a descrivere nel suo libro Nell’Egitto antico e moderno fu "trabalzato" nell ‘Abruzzo-Molise. Avido di girare, accettò ancora una volta l’incarico di colportore per conto della Società Biblica Britannica e Foresteria con sede a Livorno il cui Presidente onorario era il Principe di Galles erede al trono inglese. Scopo di quella società era di far conoscere e vendere in tutto il mondo i libri della Sacra Scrittura protestante tradotta in tutte le lingue. Stanco di girovagare e per l’avanzata età, abbandonò ogni cosa e se ne tornò a Riesi "per potere ritrovare il bel sole, gli amici e il lavoro delle piccole lezioni" da impartire agli alunni privati. Scrisse il suo primo libro Nell’Egitto antico e moderno edito nel 1932 e poi l’altro La storia di Riesi dalle origini ai nostri giorni pubblicato nel 1934 e cioè dopo che poté raccogliere i fondi ricavati dalla vendita effettuata dal suo primo libro. Per la compilazione del suo secondo volume s’era avvalso delle notizie che aveva potuto apprendere dai suoi parenti che ebbero lunga vita terrena. Egli non si sposò, rimase con la mamma finché visse costei, poi abitò a casa di sua sorella ove morì l’8 novembre 1942.

 

LE NOSTRE MINIERE DI ZOLFO-TALLARITA

 

Nel cap. XVII del libro La storia di Riesi del nostro concittadino Salvatore Ferro si legge che lo zolfo fu trovato nel feudo "Tallarita" al principio del 1800. Leggendo la pagina 214, capitolo VII del volume compilato dal prof. Avv. Giuseppe Gugino e dell’avvocato Giuseppe Riservato che racchiude le raccolte delle comparse da loro presentate presso la  sezione della Corte d’Appello di Palermo, per la causa degli usi civici, che si ebbe nei primi anni di questo secolo, intentata dagli abitanti di Riesi, contro gli ex Baroni spagnoli della Casa Fuentes-Aragona, proprietari dei feudi Tallarita, Palladio, Urletta e Cipolla, ci fa rilevare, mercè un documento che riporta una descrizione fatta nell’anno 1681 da don Pietro Padilla sul feudo Tallarita, per conto dell’allora amministratore di quella baronia, don Giacomo Palofox che: "Nelli sopra detti feghi, sono le infrascritte cose: un bosco diviso in tre parti, cioè: nella Solfara soprana, nella Solfara sottana e nello fego Cipulla saranno 8000 piedi di olivi et agliastri in circa ecc....nelle sopradette Solfare ci è un pezzo di bosco firriato che sarà salme tre, per fare una guardia di olive, fastuche, pira ecc. ecc... Stando quindi alla descrizione della baronia fatta da Don Pietro Padilla, in quel feudo esistevano già le "Solfare" sin da quell’epoca, tanto che in seguito venne chiamato il feudo delle "Solfare". Il Padilla, nella sua descrizione, non fa alcun cenno sull’esistenza della miniera di Portella di Pietro, nell’ex feudo Cipolla, che il nostro Ferro ce la dà come la più antica. Non c’è da mettere in dubbio che l’inizio della miniera Tallarita sia stato dato nei primi dell’800 e, per come ci viene tramandato, da imprenditori inglesi che la lasciarono nel 1825, prima che scadesse il contratto. Subito dopo il nostro paesano, Giuseppe Faraci "vero tipo di zolfataio, azzardò di prenderla lui e lavorando e facendo lavorare, in 20 anni si arricchi molto" come ebbe a scrivere il Ferro. Dopo fu gestita dai fratelli Turco, pure nostri paesani. Una società francese, con i suoi tecnici fece una completa trasformazione dei vecchi sistemi di estrazione del minerale di zolfo. Mentre precedentemente le mine venivano preparate a colpetti di pali di ferro, poi vennero usate le trivelle azionate a mano. Per il trasporto del grezzo dall’interno all’esterno della miniera invece di servirsi dei "carusi", (i quali messi al lavoro in tenerissima età crescevano rachitici ed ignoranti), o dell’argano fissato all’esterno azionato da un mulo, vi impiantarono la macchina a vapore acqueo che dava il movimento di discesa e di salita nel pozzo verticale appositamente costruito alle due gabbie dell’ascensore nelle quali venivano introdotti i rispettivi vagoni vuoti o carichi del materiale estratto. Per facilitare il trasporto del minerale, furono costruiti dei binari ed adottati carrelli scorrevoli su rotaie. Servendosi del vapore prodotto dalle caldaie, impiantarono "l’apparecchio", che consisteva in un involucro circolare, costruito di lamiera spessa di ferro, nel quale venivano introdotti tre vagoni pieni di materiale contenente un’alta percentuale di zolfo e poi chiusi ermeticamente. Nell’involucro veniva iniettato del vapore acqueo surriscaldato alla pressione di tre o quattro atmosfere. A contatto dell’alta temperatura avveniva la fusione dello zolfo che, per mezzo del fondo grigliato dei vagoni veniva fatto colare nelle apposite forme chiamate "gavite". Ma nel 1895 la ditta francese falli. Rimase il vice direttore Emilio Bancillon, che avendo sposato una delle sorelle del chimico farmacista don Minuccio Jannì, si stabili a Riesi. Seguì la gestione Nuvolari. Gli strati di zolfo si facevano più estesi e profondi e quindi bisognava aumentare le gallerie e i cantieri di lavoro. L’elettricità era ai primi albori e allora si pensò di costruire vicino all’entrata dove avveniva la discesa.nella miniera, una centrale elettrica per la quale s’impiantarono due motori a gas povero di 50 HP ciascuno, in seguito, a questi se ne aggiunse un altro di 80 HP bastevole per azionare le rispettive dinamo per dare luce e forza motrice sia alla miniera Tallarita che alla miniera Trabia di Sommatino che si erano unite in ùn’unica ditta "Luzzatti Nuvolari". L’ing. Giuseppe Luzzatti, che era un pròfondo conoscitore nel campo minerario, pensò di non usare più "l’apparecchio", perché costoso e di eliminare l’uso dei calcheroni, perché rendevano poco e di sostituirli con la costruzione di forni di fusione di sua invenzione ai quali venne dato il nome di "batteria Luzzatti"Gli operai aumentavano di numero di giorno in giorno, ma aumentavano anche i morti e gli scioperi. Il più disastroso fu quello del 1 0 luglio 1 903. Gli scioperanti accompagnati da alcune scalmanate donne, partendo da Riesi si recarono nella miniera e, con gesti vandalici e con furia impetuosa, oltre a danneggiare il macchinano, saccheggiarono le case degli impiegati ivi residenti con le rispettive famiglie che erano scappati prima del loro arrivo, assieme al Direttore Quinto Fabbri. Durante la sommossa, il geometra Marmolada, ch’era .rimasto sul luogo, rimase ferito da una bastonata alla testa. Durante tale gestione fu costruita una funicolare aerea avente lo scopo di trasportare le "balate di zolfo" dall’altra sponda del fiume Salso e direttamente alla stazione di Campobello-Ravanusa, eliminando così l’uso dei carri trainati da animali che risultavano più costosi. Caduto il Nuvolari, rimase solo l’ing. Luzzatti. Il minatore ebbe a disposizione una nuova forza per scavare: l’aria compressa che pompata fino agli ultimi cunicoli attraverso tubazioni rese meno duro il lavoro degli zolfatai, mettendo a loro disposizione martelli, scalpelli ed altre macchine pneumatiche, più efficaci dei vecchi sistemi manuali. Con l’energia elettrica si èbbero maggiori vantaggi. La forza motrice per le due miniere non era bastevole, perciò si pensò di costruire un’altra centrale elettrica al di là delle miniere, vicino al ponte provinciale che sovrasta il fiume Salso. Era l’anno 1906. In questa nuova centrale vi furono impiantate tre coppie di motori a gas povero da 250 HP corredate dalle rispettive dinamo. Gli operai che lavoravano nella sola miniera Tallanita, superavano il migliaio. Le miniere furono ingrandite; ebbero nuovi macchinari, s’impiantarono forni per la fusione della ghisa e bronzo per la costruzione di pompe, ingranaggi ed altri attrezzi occorrenti alle miniere. Gli strati di zolfo si allargavano, il personale aumentava sia nelle miniere come nelle officine; di tanto in tanto gli operai, malcontenti del salario percepito si astenevano dal lavoro. Il locale della Centrale s’ingrandì e venne allungato tanto da potervi installare altre tre coppie di motori a gas povero di 300 HP ciascuna, erigendo al centro la nuova cabina, distributrice di corrente; ma queste tre coppie di motori, per difetti riscontrati nel loro funzionamento, vennero sostituiti da altrettanti motori Diesel, funzionanti ad olio pesante. Siamo giunti alla prima guerra mondiale; a frenare i continui scioperi, che scemavano la produzione dello zolfo, dal ministro della guerra, con decreto del 23 febbraio 1917, come le altre, attrezzate d’impianti meccanici per l’estrazione dello zolfo, la miniera fu dichiarata "Stabilimento Ausiliario". Mercè tale decreto, molti operai che si trovavano in servizio militare, o in zona di guerra, furono, con richiesta, fatti tornare in.miniera e dichiarati operai militarizzati. Per la parte disciplinare della miniera fu mandato un tenente con alcuni soldati che riuscì ad allontanare ogni principio di sciopero da parte degli operai. Nel 191 8 ebbe fine la gestione Luzzatti, per incominciare quella della "Montecatini". Terminata la guerra, s’inasprirono gli scioperi. Questa società cercò di sfruttare, quanto più possibile, i giacimenti di minerale di zolfo, fece tentativi collo scavare in profondità raggiungendo oltre i 400 metri portando a 30 il numero dei livelli. La miniera era in esaurimento, non si riuscì a trovare un nuovo strato di zolfo. I tecnici della Montecatini consigliarono alla società di abbandonare la gestione non solo della miniera Tallarita, nia anche della miniera Trabia. Ciò avvenne nell’anno 1923. I principi Pignateili e Trabia proprietari delle miniere cercarono d’istituire con fondi propri, una società che denominarono "Società Imera". Alla loro gestione si aggiunsero in seguito altri azionisti e la "Società Imera" passò col nome di "Società Vai Salso". Fu durante questa gestione che si pensò di utilizzare i "manciati", cioè quegli strati poveri di zolfo, che nel passato erano stati tralasciati per il loro scarso rendimento produttivo. Ma i calcheroni e i fornelli non si prestavano per la produzione dello zolfo, quindi si ricorse alla "flottazione". Poiché per tale trattamento occorre una grande quantità di acqua, l’impianto venne costruito accanto a quella centrale elettrica ubicata vicina al fiume, dal quale anche in estate si poteva avere una sufficiente quantità d’acqua. Ma nonostante gli sforzi e i mezzi tecnici, la miniera non riusciva a dare quella produzione bastevole per fare fronte alle spese occorrenti per farla funzionare. Ad aggravare la situazione si aggiunse la concorrenza dello zolfo proveniente dall’America che riuscì a prevalere sul nostro sino al punto che, per le mancate richieste dall’estero, s’innalzarono degli alti stok, che accumulandosi, finirono per occupare gran parte dei porti di Licata e di Porto Empedocle. Questa triste situazione fece venir meno i fondi per pagare il personale addetto ai lavori della miniera. Si reagi con gli scioperi; intervennero lo Stato e la Regione a sovvenzionare la "Vai Salso". Gli operai ritornarono a lavorare fino a quando finirono i fondi reperiti. Allora lo sciopero divenne ad oltranza e perdurò per molto tempo. Dopo parecchi mesi di inattività, nel riprendere la fase lavorativa, un incendio invase l’intera miniera, nonostante i diversi tentativi di spegnimento, le fiamme non si spegnevano. Non essendovi più nulla da sperare fu ordinato l’allagamento. Ciò avvenne nell’anno 1963, dopo più di 300 anni di esistenza. Per l’intervento dell’E.M.S. (ente minerario siciliano) nei locali della centrale elettrica, sorse il "Centro di Addestramento minerario con una modernissima attrezzatura di macchinario. Alcuni degli operai disoccupati furono assunti in detto "centro", mentre tutti gli altri, sempre dallo stesso ente, ebbero i loro posti di lavoro in altri centri minerari dell’isola. L’impianto della flottazione rimase a disposizione delle altre miniere sfornite.

Ecco l’elenco dei direttori che si susseguirono in ordine di tempo nella miniera Tallarita sino ai suo abbandono:

Ing.      Emilio   Bandilon          società francese

Ing.      Costantini                 società francese

Ing.      Polettini                    società Nuvolari

Ing.      Costantini                 società Nuvolari

Ing.      Bergman                   società Nuvolari

Ing.      Quinto  Fabbri            società Luzzatti

Ing.      Enrico  Raverta          società Luzzatti

Geom.   Marmolada                società Luzzatti

Geom.    Angelo Buscemi         società Luzzatti

Ing.      Giulio   Rostagni         società Montecatini

Ing.      Tomatis                    società Imera

Ing.      Pisciotta                   società Imera

Ing.      Stella                       società Val Salso

Ing.      D’Alessandro              società Val Salso

Geom.   Tito Penni                 società Val Salso

Ing.      Verderame                società Val Salso

Ing.      Loletta                     società Val Salso

Ing.      Birgazzi                    società Val Salso

Ing.      Quatroen                  società Val Salso

Ing.      Marsicone                 società Val Salso

Ing.      Redini                       società Val Salso


 

PORTELLA DI PIETRO

 

Il Ferro nel cap. XV della Storia di Riesi, citando questa miniera dice che fu la prima, in quanto, secondo il suo scritto, io zolfo vi fu trovato negli ultimi anni del 1700. Per tale detto, lo scrivente è costretto a riportare ii lettore nella sua precedente narrazione e precisamente nella relazione fatta nel 1681 dal Padilla ove parlava delle “sulfare di tallarita”. Non c’è da mettere in dubbio che Portella di Pietro abbia preso incremento produttivo nei primi del 1800. Infatti pare che Don Antonino Verso, un avo di quella di stinta famiglia che tiene alto il suo nome, ebbe a gestire per parecchi anni quella miniera. Dopo di lui ne seguirono altri, ma colui che si distinse maggiormente per capacità fu Rocco Di Silvestre, coadiuvato da Giuseppe Correnti. La miniera, fino ai l906,non era fornita di mezzi meccanici, e quindi il minerale grezzo di zolfo estratto veniva portato fuori all’aperto e a spalla dai “carusi” (persone la cui età si aggirava dai dieci ai 40 anni che, per il sovraccarico lavoro fisico nell’età dello sviluppo, erano rimasti rachitici e mal formati) in appositi sacchi di tela pesante o in corbe chiamate “Stirraturi”. .A causa della profondità in cui si era arrivati, i “carusi” per lo scendere e salire le scale, a stento potevano fare sedici viaggi al giorno in 12 ore di lavoro. Per eliminare questo sistema abbastanza faticoso di trasporto nello stesso tempo costoso al Di Silvestre venne l’idea di potere giungere nel basso della miniera mercè lo scavo di una galleria da iniziare dalla parte opposta della collina dove è ubicata la miniera e precisamente dalla contrada “Petra facili”. Iniziando gli scavi di perforazione da quel punto, in un primo tempo si dovette “cassare” circa 90 metri di strato gessoso, poi si andò incontro al materiale più molle per altri 60 metri, sino a ché, la galleria comunicò col fondo della miniera, per come era stato progettato dal Di Silvestre. Tale trasformazione avvenne nel 1907. Per ridurre al minimo possibile il pericolo delle frane, vennero fissati puntelli di legno verticali ed orizzontali, travi a contrasto. Per facilitare il trasporto del materiale nelle gallerie orizzontali, furono adottati carrelli scorrevoli su rotaie e così, con poca fatica e meno dispendio, si potè mandarlo fuori nella parte di “Pietra facile” tutto il grezzo che veniva estirpato durante il giorno e scaricato all’imbocco dei fornelli di fusione, che erano stati costruiti e allineati proprio nel punti ove poteva più facilmente avvenire lo scarico. Per il ritrovamento di altri filoni di minerale, la miniera s’incrementò tanto da dare lavoro a 40 unità giornaliere. Nel 1918, per l’esaurirsi degli strati di zolfo la miniera fu abbandonata dagli imprenditori. Sopravvenuta la legge d’esproprio da parte dello Stato di quelle miniere non gestite dagli stessi proprietari, la società “Val Salso” di cui facevano parte i principi Pignatelli, tentò di rimetterla in efficienza con mezzi estrattivi moderni mandando i propri tecnici. Ma dopo infruttuose esplorazioni la miniera venne abbandonata.

 

LA MINIERA PRINCIPESSINA

 
Nel 1904, dopo diversi tentativi fatti negli anni precedenti, nella contrada "Principessina", facente parte dell’ex feudo "Palladio", da cercatori di zolfo, senza riuscita, la sorte si presentò favorevole ai fratelli Alberto, Rosario, Giuseppe e Salvatore Scibetta, zolfatai e nostri paesani. Durante i loro sondaggi e ricerche ebbero la ventura d’imbattersi in un filone che prendeva un’estensione più ampia man mano che si estraeva il minerale, tanto da richiedere un rilevante numero di minatori. Abbondante era la quantità ed eccellente la qualità. Mancando a loro i fondi necessari per potere affrontare le spese occorrenti, per il funzionamento della nascente miniera, i fratelli Scibetta furono costretti a chiedere aiuti al Notaio Giuseppe Verso Scimena, che suoleva prestarsi in simili occasioni. Si prepararono i fornelli di fusione dove veniva versato il materiale estirpato e portato a dorso dai "carusi" per mezzo di corbe "sterraturi". Lauti erano i guadagni, i fratelli Scibetta, smisero di lavorare, e pretesero che i loro compagni di lavoro li chiamassero "principali". Per dare maggior risalto alla loro personalità, si servirono di belle giumente ben sellate per cavalcarvi come grandi signori. Nel corso di un anno la miniera era in piena efficienza, tanto da spingere la ditta Luzzatti a fare richiesta che le fosse ceduta dietro una congrua ricompensa; tale proposta fu respinta dai fratelli Scibetta. Vennero fabbricate delle casette per loro e gli operai, non vi mancò una piccola bottega di generi alimentari. Il "si disse", quasi sempre risponde a realtà, per cui non mi esimo dal fare sapere che "si disse" che uno dei fratelli, in un momento di enfasi,. abbia rivolto gli occhi al cielo invocando "Signore, ora basta, è sufficiente quello che ci avete dato". Ma ahimè! Parve che quella invocazione fosse stata prestamente udita. Gli strati del minerale si esaurirono, restando roccia o terra sterile (ganga). Dopo pochi anni la "Principessina" rimase inattiva. Cosa avvenne dei fratelli Scibetta? I due fratelli maggiori, Alberto e Rosario, ripresero il lavoro di ricerche in altri luoghi, il terzo dei fratelli, Giuseppe, riducendosi a lavorare in una cava di gesso del "Piano" rimase ucciso in seguito alla caduta di un grosso macigno, staccatosi improvvisamente dall’alto. Il più piccolo, Salvatore apri una bottega per esercitare il mestiere di "bastaio".

 

VALLONE FONDUTO O DOMENICO LO SBIRRO

 
Per il flusso delle acque sulfuree che scaturiscono all’aperto in quell’a contrada che fa parte dell’ex feudo Spampinato, e propriamente nell’altra sponda di detto Vallone, in precedenza vi erano state scavate delle buche di esplorazione per potere trovare quello strato di zolfo che veniva segnalato dal colore e dalla puzza emanata da quella sorgente. Verso la fine del 1800, si trovava a Riesi don Diego Rao che da Canicattì era venuto a gestire per proprio conto quel feudo. Avendo fatto conoscenza col noto Rocco Di Silvestre, esperto in materia zolfifera e con la partecipazione del principe don Ector Pignatelli D’Aragona, comproprietario del feudo, vennero alla determinazione di fare altri sondaggi in quei luoghi fino a che trovarono tracce di zolfo. Ma, durante lo scavo delle miniere incontrarono un grande nemico, l’acqua, il cui flusso nell’interno tendeva sempre ad aumentare e non permetteva la continuazione dei lavori. Si pensò quindi d’installare all’esterno una caldaia a vapore in modo che azionando le pompe (cavalloni) si potesse arrivare al prosciugamento efficace delle acque. Effettuato quel montaggio, si poté ottenere una estrazione maggiore di minerale ed un accrescimento di fornelli per la produzione delle "balate" arrecando grande soddisfazione agli imprenditori. Ma l’esercizio dì quella miniera durò pochi anni.

 

LA PICCOLA MINIERA DI PIACENZA

 
Anch’essa, come la "Portella di Pietro", fa parte dell’ex feudo "Spampinato", come questa, visibili dal lato sinistro dello stradale che dal bivio "Schette" porta a Caltanissetta. Questa miniera fu la più recente e la più piccola e quella ch’ebbe meno durata delle altre. Nei primi anni del corrente secolo, s’iniziarono le prime ricerche del minerale di zolfo senza trovarne alcuna traccia. Solo nel periodo della seconda guerra mondiale venne trovato un filone che diede lavoro a pochi operai.

 

LA BRUTTA FAMA DI RIESI

 
Si era nel mese di marzo dell’anno 1917, l’Italia era in guerra con l’impero Austro-Ungarico. Gli scioperi degli operai delle due miniere di zolfo Tallarita - Trabia si susseguivano e mettevano m difficoltà la gestione della Ditta Luzzatti. Il ministero della guerra, con decreto 25 febbraio dello stesso anno dichiarava tutte le miniere di zolfo della Sicilia, munite d’impianti meccanici "Stabilimenti Ausiliari" e poneva tutto il personale alla dipendenza del Comitato Regionale di Mobilitazione Industriale con sede a Palermo. Questo Ente provvide ad istituire una sorveglianza disciplinare a carattere militare. Si adoperò per ottenere l’esonero del servizio militare di quegli qperai che lavoravano nelle miniere, e per risolvere la questione salariale fra esercenti e massa operaia. Direttori di allora erano: il geom. Angelo Buscemi da Caltanissetta per la miniera Tallarita e il geom. Giovanni Del Tinn, settentrionale, per la miniera Trabia. Direttore, capo gruppo era l’ing. Enrico Raverta che non ancora esonerato si trovava a combattere al fronte col grado di Capitano del Genio. Per la sorveglianza disciplinare, era stato mandato sul posto, al comando di una compagnia di soldati, un Tenente di Fanteria siciliano di nome Bongiorno. La massa operaia, prendendo alla leggera quel provvedimento, in forza della deliberàzione della loro locale "Società Lega Zolfatai", non ascoltando gli avvertimenti fatti dai propri tecnici sul pericolo a cui si aùdava incontro con un nuovo sciopero, decisero di astenersi dal proprio lavoro. Tale decisione provocò la reazione di quel Tenente il quale, convocati i tecnici delle locali miniere, ottenne un elenco di coloro i quali erano esponenti di quella massa, e lo trasmise al Comando della Stazione dei Carabinieri di Riesi, che a loro volta, fattisi venire uno alla volta gli elencati in Caserma li fecero rinchiudere in serata nella camera di sicurezza. Verso mezzanotte venne dato ordine ai fermati di uscire dal luogo ove si trovavano rinchiusi e ammanettati, furono fatti partire su carretti, scortati dai Carabinieri, verso la stazione di Campobéllo-Ravanusa, perché la più vicina a Riesi, e facendo loro prendere posto in un vagone riservato, furono fatti proseguire col treno in partenza per Palermo, ove giunti, con carrozze da nolo furono portati alle carceri dell’Ucciardone. Il vedere entrare gli arrestati con una buona scorta di militi fece impressione al dirigente di quel carcere, ed avendo appreso il motivo dell’arresto, fece intendere che non vi era posto per loro e quindi si dovevano portare in un altro luogo. I Carabinieri di scorta per esimersi da ogni responsabilità, pensarono dì portarli, sempre su carrozze, a Porta Nuova ove risiede la Legione di quell’arma, che a sua volta li prese in consegna e li rinchiuse in una camera di sicurezza, buia. Nell’interno era posto un tavolato rialzato che serviva da giaciglio e che era occupato da due carabinieri che vi stavano per punizione. In quei tempi, nelle camere di sicurezza, si tenevano per i bisogni corporali dei vasi di terracotta a forma di un alto cappello a cilindro, chiamato in gergo carcerario "Mastello". In quel vano ce n’erano due che durante la notte furono riempiti in modo da traboccare ed insozzare il pavimento, provocando in quel locale chiuso una puzza insopportabile tanto da causare lo svenimento ad uno che, arrestato ingiustamente per capriccio del suo capo tecnico, era debole e febbricitante per la malaria contratta all’esterno della miniera. Tutto era buio, e ciò provocò lo sgomento e uno dei rinchiusi incominciò a bussare con forza alla porticina d’ingresso per chiedere soccorso. Dopo un lungo bussare, si apri lo sportellino spiraglio; si affacciò un graduato e con voce autorevole domandò cosa si volesse, gli si chiese di prestare un po’ di soccorso allo svenuto che si trovava ancora a terra, ma quello per nulla commosso, rispose: "Siete riesini? Scattati e muriti come cani", chiuse lo sportello e scomparve senza farsi più vedere. Lo scrivente, in questa narrazione ha creduto di trovare lo spunto per continuarla con altri episodi e fatti che nel passato avevano denigrato il nome di Riesi e che diedero motivo a quel graduato di usare quell’inumano trattamento e quella frase poco cristiana. Nel cap. XLI della Storia di Riesi il nostro Ferro ci fa un quadro abbozzato dello stato in cui si trovava la classe zolfifera con le sue conseguenze. A quanto fu scritto, lo scrivente aggiungerà altri particolari, non solo, ma narrerà altri fatti che posero il nostro paese a vituperio e a ludibrio della stampa. In quei tempi il lavoro delle Miniere Tallarita - Trabia era di 12 ore effettive a cui bisognava aggiungere 2 ore per l’andata o il ritorno alla miniera e viceversa. Il lavoro era espletato in due turni, uno di giorno e l’altro dì notte. Non essendovi ascensori, l’operaio addetto ai lavori interni, era costretto a scendere nel sottosuolo servendosi della così detta "Discenderia" da dove per mezzo di scale, appositamente costruite in legno e fissate quasi verticalmente si poteva giungere a circa 200 metri di profondità e quindi giungere ai propri cantieri di lavoro. Ivi, si lavorava, per il calore esistente, a dorso nudo e quasi ignudi. Prima di usare le trivelle o i martelli pneumatici per estrarre il materiale di zolfo, si adoperava il piccone, un arnese foggiato a forma di prisma rettangolare, lungo cm. 25 e dal peso variante dai quattro ai cinque chili avente una estremità con la punta acciaccata, mentre dall’altra nella parte appiattita v’era un buco quadrato ove si fissava il lungo manico servente per il maneggio. Durante l’estirpazione si sprigionava del pulviscolo che si posava sulla carne nuda e matida di sudore e faceva emanare quel caratteristico puzzo che nel gergo zolfataio veniva chiamato "pitirro". Il lavoro in miniera era molto pericoloso per la vita degli zolfatai e per l’incognito spesso fatale a cui essi andavano incontro come lo scoppio dei gas di zolfo, il distacco di qualche masso dalla volta della galleria, o qualche frana di materiale. Dopo quel duro e pericoloso lavoro, davano il cambio ai compagni che venivano a lavorare di notte per poi salire per le scale e portarli all’aperto. Non esistevano case per dare loro asilo, perciò erano costretti a ritornare in paese e percorrere a piedi i tre chilometri che lo distanziano dalla miniera con i due terzi di salita ripida. Il loro lavoro settimanale era costante, solo il pomeriggio del sabato venivano mandati prima che finisse l’orario di lavoro. Per la domenica e i giorni festivi era consentito il riposo.In quei tempi la miniera era diventata la fucina del malandrinaggio. Giovanotti imberbi venivano foggiati dai più grandi; dopo aver ricevuto i primi tocchj, non occorreva investitura, bastava il berretto alla "malandrina" e il loro comportamento altero, per attribuirgliene il titolo di malandrino. Dimostravano principalmente: coraggio, "fermezza di stomaco" a non "cantare" le cose viste che avrebbero potuto portare altri nelle mani della Giustizia. L’unico svago per la classe zolfifera era quello di farsi la "bicchierata" nelle bettole nei pomeriggi e nella domenica. La principale e la più frequentata era quella di "donna Stella", adiacente alla Chiesa del Crocifisso, seguivano poi quelle di Capizzi e donna Carolina, vicine alla Piazza e quella di "Rosa Lombardo" allago, tutte erano fornite di vino proveniente da Vittoria, quello di produzione locale era venduto nella propria abitazione dagli stessi produttori. Stando in piazza si formavano dei "partiteddi" cioè gruppetti che a volte superavano la diecina e tutti insieme si recavano all’osteria preferita da loro. Dopo una lunga settimana di duro lavoro, quel divertimento per loro era come riconciliarsi con la vita. I vani erano spaziosi per contenerli ed ivi passavano delle ore bevendo e chiacchierando, tra i fumi del vino e del tabacco. Taluni, per rendere più soddisfacente la sorseggiata del vino, si portavano: finocchi, lupinelli e, se d’inverno, i cardi o i carciofi selvatici bolliti, che trovavano più stuzzicanti. Tante volte si presentava qualche antico o gruppetti di amici che facevano comunella e aumentando di numero, si capisce che a sua volta aumentava la richiesta di vino da bere. Era solito che alla fine della bicchierata, quando qualcuno di loro era saturo di vino, fare il "tocco" da lui chiamato "scherzetto" che tante vOlte finiva nel tragico per le contraddizioni e i contrasti che avvenivano tra il "Padrone, Sutta e Uscita", per dare il consenso a colui che doveva bere il bicchiere colmo in modo che alla fine del gioco una persona rimaneva "Ulmo" cioè senza bere. Allora l’euforismo del vino prevaleva nelle discussioni che avvenivano, si passava alle parole grosse che erano causa di risse, tante volte placate sul posto, talvolta invece si davano appuntamento allargo col coltello a punta o con la "Spaccasole". Quest’arma era un coltello a molla con l’estremo della lama un po’ larga ed era ritenuta più adatta al maneggio per lo sfregio che il taglio provoca alla faccia del colpito. Spesse volte avveniva la ritorsione dello sfregiato. Sempre, in quelle serate, non era nuovo il caso di vedere nelle ore tardi, a chiusura di quei ritrovi, in piazza o per le vie del paese, dei gruppetti avvinazzati, improvvisarsi poeti o fare delle sconclusionate discussioni o altri con le vacillante malferme gambe arrancarsi verso le loro case. I giovani, invece, avendo più grilli per la testa, dopo avere bevuto, preferivano recarsi al "Suono", così chiamato il locale ove si poteva ballare. Il più quotato era quello del "Prof. Salvatore Ferro" che suonava il violino, mentre suo figlio il contrabasso. Questo locale era ubicato nel suo vano terrano, esistente nel cortile, vicino la Chiesa del Crocifisso. Nel pianterreno sito a metà salita del poggio della Croce esisteva anche quello del fratello Francesco, pur suonatore di violino che assieme alla figlia suonatrice di chitarra allietavano i giovani. Poi c’era quello di "Salvatore La Leggia", che col suo pianoforte a manovella intratteneva gli ospiti in via Golisano vicino la piazza Garibaldi. I balli di allora erano: il valzer, la polca e la mazurca. Anche in queste sale avvenivano risse ed altro che venivano descritti dai giornali, mettendo in risalto il malandrinaggio. Accadeva spesso che nelle serate di sabato e di domenica qualcuno riceveva sfregi alla faccia o cadeva ucciso. Per mettere ancora in rilievo il paese, si aggiungeva qualche sciopero, ma il più rìsonante fu quello avvenuto nel 1903, quando la massa operaia con alcune scalmanate donne, si recarono alla miniera Tallarita, per saccheggiare tutte le case degli impiegati, gli uffici, il magazzino contenente il materiale occorrente per la miniera, rompendo alcuni accessori delle macchine di quella centrale e ferendo alla testa il Tecnico Marmolada che era rimasto sul posto di lavoro. Questo fatto venne deplorato dalla stampa di diversi giornali che, nelle loro colonne, riportavano vivaci commenti sul vandalico operato di quei facinorosi. I particolari di quel che avvenne si leggono nel cap. XLII della Storia di Riesi. I tempi migliorarono lo stato di questa classe. Le 12 ore del loro lavoro vennero ridotte a 10, la remunerazione fu maggiore, venne abolito il discendere e il salire dalla miniera con la "Discenderia" mettendo in uso l’ascensore reso più perfezionato. La nuova gioventù incominciò a disertare l’osteria e a frequentare i nascenti bar, caffè, cinematografi, mescolandosi con la gioventù artigiana diminuendo così le risse, i ferimenti e le disgrazie. Quanto narrato è l’epilogo della prima fase con i fatti inerenti alla classe zolfifera che la concludiamo con una codina riguardante la massa contadina, che ha avuto la sua parte nel denigrare il nome di Riesi. Nei primi dell’anno 1914 piombò a Riesi Giuseppe Butera. Con lusinghiere promesse, riuscì a infervorare quella gente. Lo scrivente si esime dal narrare quel che avvenne perché è scritto nel cap. XLVI della Storia di Riesi, ma aggiunge altri particolari inediti col fare sapere che quella massa era giunta all’esaltazione tale da pretendere che Riesi fosse distaccata dalla madre patria per farne una "repubblica!" La cosa si rese così pubblica da essere riportata nelle colonne di diversi giornali, che nei loro commenti ponevano a ludibrio il nostro paese. Si aggiunge ancora che quei moti preoccuparono tanto le maggiori autorità da venire alla determinazione di mettere in galera il Butera ed esiliare alcuni seguaci. Si era all’inizio della prima guerra mondiale, la triade brigantesca "Grillo, Tofalo e Carlino" era divenuta il terrore del paese di Riesi e delle campagne nonché dei feudi circonvicini. Quattro persone vennero falciate dalle loro armi sul poggio vicino la fattoria Castelluccio. La banda continuava le sue gesta sanguinose. Cadde assassinato dagli stessi un appuntato dei Carabinieri di stanza a Riesi nel trivio stradale in contrada "Mintina". Un anno dopo tanto il Carlino che il Tofalo vennero circondati in una casa del poggio della Croce e dopo una lunga sparatoria costretti alla resa. A far fronte alla guerra venivano chiamati i giovani, parte di essi cercarono di esimersi da quell’obbligo col procurarsi delle malattie infettive: tracoma, otite e congiuntiviti. Per tali infermità, negli ospedali il riesino era in numero maggiore tanto da essere notato dagli ufficiali medici e tenuti d’occhio. Altri preferirono darsi uccel di bosco per le campagne e darsi alla razzia del bestiame. L’8 ottobre 1919 caddero nove morti con molti feriti, falciati dalla mitragliatrice o abbattuti dalle armi delle forze dell’ordine in piazza Garibaldi ed ucciso l’ufficiale, comandante i soldati della mitragliatrice, mentre era in fuga. Nel 1921 ricomparve a Riesi il bandito Carlino, sfuggito ai carabinieri mentre veniva tradotto in treno da un luogo di pena all’altro. Le forze dell’ordine si misero in moto. Tutti i giornali parlarono di quella fuga, ma egli dopo aver ricevuto del denaro da alcuni proprietari, finì col dileguarsi. Sorse poi la banda di Gaetano Carlino fratello minore di Francesco, dopo diverse scorrerie in un agguato, in contrada "quattro finaiti" venne ucciso assieme a quattro della combriccola. Durante il regime mussoliniano venne istituita la pena di morte per i delitti gravi, e, chi fu messo per prima nella cronaca nera? Riesi. Due autori del barbaro omicidio del giovanetto "Zuffanti" avvenuto nella miniera Tallarita furono condannati a morte mediante fucilazione alla schiena. Però la sentenza fu eseguita per uno solo, fuori le mura di Caltanissetta, mentre l’altro, in extremis ebbe commutata la pena con l’ergastolo. Alla fine della seconda guerra mondiale, Riesi fu il primo paese interno ad essere occupato dalle truppe americane, che stabilirono ancora una volta la pena di morte in Italia. La sera del 18 novembre 1943 in contrada Palladio venne presa d’assalto un’automobile al servizio degli americani. Lo scoppio di una bomba a mano gettata dagli assalitori orbò un occhio all’autista, mentre dal di dentro della macchina, un colpo di fucile sparato da un poliziotto, ferì a morte uno dei tre malviventi. Scoperti i due superstiti, vennero in seguito condannati a morte da un Tribunale, formato da Ufficiali americani, insediatosi per la sua ampiezza nel Cinema Capizzi. La sentenza venne effettuata, ancora una volta, fuori le mura di Caltanissetta, mediante fucilazione alla schiena, eseguita da un plotone militare. Sia per la prima che per la seconda condanna di morte il nome di Riesi ebbe riflessi umilianti e vergognosi. Dopo lo sgombro dalla Sicilia delle truppe americane, armi e residuati bellici si trovavano ovunque con facilità, e molti approfittarono per farsene provviste e formare della bande armate che scorrazzavano per le campagne in groppa a focosi cavalli rubati. In una stava a capo Vincenzo Rindone, che fece sequestrare diversi proprietari o massarotti ritenuti facoltosi che vennero rilasciati dietro versamento di una congrua somma. In seguito le varie bande vennero, sgominate dalla forza pubblica, si formò in paese la mafia locale definita "la mafia dell’ordine". Quasi tutti gli aggregati solevano farsi notare armati di pistole o rivoltelle che si intravedevano dalle tasche delle loro giacche. I carabinieri fingevano di non vedere, perché erano convinti che quegli uomini "di rispetto" stavano ripristinando la tranquillità nel paese. Purtroppo nelle elezioni comunali del 17 marzo 1946 Riesi è ancora nella cronaca di diversi giornali per la rottura delle urne e l’uccisione del democristiano "Pippo Lo Grasso". Ed ecco sorgere un’altra mafia, formata da giovani imberbi, in gran parte ex contadini, turbolenti e spregiudicati che combinano bravate ed altre ignobili gesta. Sono persone violente, consumano delitti, bruciano macchine in sosta durante la notte e distruggono aranceti di quei proprietari non aderenti alle loro richieste. Scassinano e bruciano bar ubicati sotto e di fronte alla locale caserma dei carabinieri. Fanno scoppiare cariche di dinamite in alcune abitazioni e anche nel balcone della casa del brigadiere funzionante da comandante della Caserma. I vari giornali mettono in evidenza questi tristi episodi. Michele Tito, corrispondente del giornale "La Stampa" di Torino, pubblicato il 31 gennaio 1963, approfittando della definizione "Riesi, paese notoriamente turbolento" data dal Procuratore della Repubblica di Caltanissetta nell’inaugurazione dell’anno giudiziario 1963, in un suo articolo, occupante lunghe colonne, descrive alcune vicende con una luce artificiosa, fantastica ed eccessivamente denigratrice, tanto che i nesini residenti da diversi anni nella capitale piemontese, rimasero attoniti e mandarono alcune copie di quel quotidiano da loro letto per chiedere se il paese che diede a loro i natali fosse ridotto in quello stato deplorevole. "Nel chiuso borgo siciliano di Riesi su 17.800 abitanti, 16.200 pregiudicati". Anche donne e bambini erano inclusi! "Sui 7 anni, i ragazzini incominciano a farsi complici dei genitori; a 12 anni molti agiscono per proprio conto... Le donne sono le più spietate, nella loro squallida vita, ad alimentare lo spirito di vendetta". Non pago il Tito continuò la sua campagna di stampa denigratoria in un altro articolo pubblicato sempre sulla "Stampa". Il 16 settembre 1968, il "Giornale di Sicilia" traendo spunto dalla frase "Riesi, un paese in agonia, salviamolo!" scritta in un giornale tedesco che pubblicava per impietosire la gente ed incitarla ad elargire la sua elemosina, delle foto tirate nei rioni ove era più facile comprovare lo stato di arretratezza, criticava l’amministrazione comunale comunista che continuava ad ignorare quanto avevano scritto "i giornali tedeschi ed alcuni fra quelli italiani e l’esistenza di un volantino ciclostilato che periodicamente veniva inviato a gruppi di benefattori". "L’amministrazione comunale non se ne preoccupa", scrive il corrispondente del giornale", anche se il paese è ormai noto ovunque per arretratezza, putridume, fame e schiavitù".

 

FRANCESCO CARLINO

 
Nacque a Riesi il 4 febbraio 1896. Suo padre si chiamava Gaetano, un uomo bravo e laborioso tanto da farsi vedere in giro sempre per le strade del paese con la solita cassetta in legno a tracollo nella quale erano posti quegli utensili costruiti a suo modo, che gli servivano per riparare pentole, piatti, brocche ed altri oggetti di terracotta per usi domestici. Il lavoro veniva eseguito a perfezione nello stesso dominio del richiedente. Si dedicava pure alla riparazione di parapioggia, lumi a -petrolio, per questo lavoro occorreva maggiore attenzione e quindi preferiva portarsi gli oggetti a casa. Appesi a penzoloni e attaccati alla stessa cassetta da lavoro stavano delle grattuge per formaggio e trappole per uccelli e topi di sua fattura pronti per essere venduti. Sua madre si chiamava Giuseppa La Leggia, intesa meglio "La gnura Peppina la cangia capiddi" anch’essa una brava donna sempre modesta e seria nel parlare. Essa, come altri della sua famiglia, era dedita al cambio dei capelli, che durante il suo girovagare per il paese, riceveva dalle donne alle quali dava in cambio merci varie: aghi, ferretti e fermagli per capelli o altre cianfrusaglie che essa metteva esposte nella sua cassetta di legno che teneva à tracolla come suo marito. Francesco era il maggiore dei sei figli maschi e il secondo dei dieci figli viventi. Per poter dare da mangiare alla numerosa famiglia i genitori stavano quasi tutto il giorno fuori e quindi Francesco cresceva solo, senza alcuna vigilanza che potesse disciplinarlo. Agilissimo per natura, cresceva con un carattere ribelle e prepotente. In qualunque ora della giornata si vedeva correre qua e là per le strade del paese, sempre a piedi scalzi, solo o assieme ad altri monelli suoi pari, attaccando brighe con chiunque gli capitava compiendo stramperie e commettendo furti d’ogni specie. Per sfuggire ai castighi dei suoi genitori, ai quali veniva accusato, egli se ne stava sempre fuori dalla sua casa e nelle notti trovava ricovero negli antri dei cortili o in altri rifugi o luoghi a lui noti. I poveri genitori fecero di tutto per potergli fare cambiare quel suo sistema di vita e per poterlo redimere cercarono d’avviarlo al loro mestiere, ma l’irrequietezza del suo carattere non gli consentì di adattarsi a quel lavoro preferendo invece la sue solite scorrerie. Durante le sue solite fughe da casa, spesso punto dalla fame, non ci pensava tanto, nel passare vicino ad una bottega di generi alimentari del paese, a stendere con destrezza il braccio e con la mano fare scomparire dalla bancarella qualche formetta di pane o qualche altra cosa esposta che potesse saziano in quel momento. Questa sua cattiva condotta preoccupò suo padre, tanto da farlo rinchiudere nel "Centro di rieducazione" per i minorenni di San Cataldo ove rimase per alcuni anni. Uscito da quel luogo, per nulla migliorato, fattosi grandetto, per dare maggiore sfogo al suo spirito intraprendente e bellicoso, venne alla determinazione di prendere la via delle campagne dando inizio così a quelle scorrerie che diedero l’avvio alla sua carriera criminosa culminata con episodi di violenza, furti, ricatti, ferimenti, assassini, ecc. Ricorrendo al suo curriculum risultante dal "Casellario Giudiziario" si legge che fu condannato: Il 22 settembre 1909 dal pretore di Butera a 6 giorni di reclusione per furto. il 7 ottobre 1909 dal pretore di Riesi a 3 giorni di reclusione per furto pena sospesa per 5 anni. Il 4 novembre 1909 dal pretore di Riesi a giorni 15 di reclusione per lesioni. Il 19 maggio 1910 dal tribunale di Caltanissetta a mesi 6 e giorni 15 per correità in furto. Il 28 agosto 1911 dal tribunale di Agrigento a mesi 4 e giorni 24 per furto. lI 25 settembre 1911 dal pretore di Riesi a mesi 2 e giorni 15 per minacce. Fu proprio nello scontare quest’ultima pena nel carcere ch’ egli, con un acrobatico salto, da quel cortile di ricreazione in cui i carcerati prendevano aria, riusci incredibilmente a balzare sulla sommità del tetto, a saltare giù dal muro di cinta e a sparire nella vicina campagna. Venne arrestato poco tempo dopo e l’allora pretore di Riesi, un certo Giunta di Caltanissetta, prima di dare la condanna, volle che il Carlino, in sua presenza, ripetesse il modo con cui era riuscito a saltare per poi fuggire. Il Carlino rifece la sua fuga così perfetta da lasciare nello stupore il rappresentante della legge che per la sua bravura in seguito l’assolse per tale reato. Il I maggio 1912 il tribunale di Caltanissetta lo condannò a mesi uno per porto di coltello. Il 24 luglio 1912 lo stesso tribunale lo condannò ad 1 anno per atti di libidine. Il 23 marzo 1914 il pretore di Riesi lo condannò a 3 mesi per oltraggio. Scontata quest’ultima pena, ritornato in libertà, non si sentì di adattarsi ad un qualsiasi onesto lavoro che potesse oscurare il suo spregevole passato. Lo spirito perfido e malvagio lo spinse a commettere altri reati di maggiore entità. Ricercato dalla forze dell’ordine, egli si rese uccel di bosco. Con lui si unì un tale "Diego Tofalo" pure da Riesi e di famiglia contadina, resosi latitante perché ricercato per furti, in seguito ad essi si unì "Benedetto Grillo" anch’egli latitante per avere ucciso il sindaco di Barrafranca di allora don Luigi Bonfirraro suo paesano e così formarono la triade che prese il nome di "Banda di Carlino, Tofalo e Grillo".

 

MISFATTI E CRIMINI COMMESSI DALLA BANDA

 
In un conflitto a fuoco che avvenne in seguito, lungo lo stradale che da Gela conduce a Mazzarino tra malfattori e carrettieri che non intendevano essere derubati della merce che trasportavano con i propri carri, rimasero uccisi due di loro. Successivamente toccò all’appuntato dei carabinieri Golino, di stanza nella caserma di Riesi. Essendogli stata concessa una licenza, per tornare a Catania per rivedere i suoi familiari, perché potesse prendere il treno del mattino di passaggio dalla stazione di Campobello-Ravanusa, dovette partire nelle prime ore del giorno, armato del suo moschetto, a cavallo di un mulo e accompagnato da un ragazzo, figlio del proprietario dello stesso animale. Per non prendere in quell’ora la strada mulattiera, che accorcia la distanza tra Riesi e Ravanusa, perché molto accidentata ed anche per non attraversare il fiume Salso che vi scorre dividendo i due territori, preferì proseguire per lo stradale. Giunti nella salita della contrada "Mintina", proprio dove si congiungono gli stradali provenienti da Sommatino e Ravanusa e quello di Riesi, sul lato opposto e sulla siepe dello stradale stavano alcuni individui armati con un atteggiamento sospettoso, al "Chi va là" intimato dall’appuntato, per tutta risposta seguì una scarica di fucile che lo fece cadere dal mulo esamine. I malviventi appropriandosi del suo moschetto si allontanarono da quel luogo. Di tali misfatti s’incominciò a nominare quale esecutrice la "Banda di Carlino e compagni"; infatti col passar degli anni fu confermato che ad uccidere l’appuntato Golino fosse stato lo stesso Carlino per vendicare il maltrattamento subito dalla madre in una delle perquisizioni che i carabinieri avevano fatto nella di lei casa durante le ricerche del bandito e per uno schiaffo che il Golino avrebbe dato in seguito ad un suo congiunto nella piazza di Riesi. Per tale assassinio vennero eseguite diverse battute da parte dei carabinieri e guardie di pubblica sicurezza in borghese per potere rintracciare i colpevoli, senza alcun esito. Prima di continuare questa piccola storia del bandito Carlino, occorre andare indietro nel tempo per far conoscere tutto quello che era avvenuto nei nostri luoghi nel periodo di tempo che intercorre dalla fine della guerra dell’Italia avuta con la Turchia per la conquista della Cirenaica e della Tripolitania, alla prima guerra mondiale del 19 15-18 per l’annessione di Trento e Trieste. In quel periodo di tempo nel nostro paese e nelle zone circonvicine si susseguirono molti avvenimenti cosi sanguinosi e brutali da mettere Riesi all’indice della stampa come il paese più turbolento della Sicilia. In quei tempi, nel nostro territorio, esistevano due tipi di mafia: una derivante dalla classe zolfifera che si faceva sentire per sfregi al viso, risse, ferimenti e assassini provocati maggiormente dai fumi del vino e l’altra per avere il predominio nel campo agricolo. Ci soffermiamo a parlare di quest’ultima. Molti giovanotti intorno ai venti anni di età, di pochi scrupoli, non volendosi dedicare ad un lavoro onesto, preferirono abbandonare le proprie case per andare qua e là nelle campagne, recando ovunque fastidi ai proprietari terrieri, ai feudatari ed anche ai piccoli e medi agricoltori, con furti, razzie di bestiame ed ogni altra specie di azione delittuosa. Alcuni di questi malviventi agirono da soli, altri in coppia, altri ancora in gruppi e talvolta anche comandati da qualche mafioso per recuperare i beni che erano stati rubati a qualche malcapitato che per riaverli doveva pagare un lauto compenso. In quel periodo le forze dell’ordine pubblico erano impegnate in altri campi, perciò non si poteva sperare una stretta sorveglianza per tutto ciò che avveniva nelle campagne e quindi i malviventi vi spadroneggiavano spostandosi indisturbati da un luogo all’altro. I proprietari e i feudatari preoccupati per i continui furti e ricatti e sottoposti ad ogni altra sorta di angherie, vennero nella determinazione di chiedere la protezione di quei "boss" che ritenevano di godere più autorità e prestigio su quei malviventi. Costoro, accolto di buon grado tale invito, per potere salvaguardare il loro protetto, mandavano dei loro rappresentanti riconosciuti come persone idonee con la funzione di campiere o soprastante e cosi vegliare e proteggere quei beni a loro affidati. Per un periodo di tempo le cose andarono bene, ma in seguito per gli sconfinamenti di zone che avvenivano dall’una in danno dell’altra parte, s’inasprirono i contrasti tra gli stessi "boss", che si erano resi mallevadori dei propri protetti e che mal sopportavano l’intrusione nella zona da loro sorvegliata. La tensione si acuì, ebbero inizio gli agguati e gli appostamenti. I primi a cadere sotto il piombo degli appostati furono proprio i più audaci che vollero agire da soli e quasi tutti erano in giovane età. In contrada Bifara di Licata trovarono la morte: Pietro Cutaia figlio del "boss" Salvatore e Mario Sciarrina. Altri due cadaveri, quelli di Noto Liborio e di Sciarrina vennero trovati nella contrada "Grotta di Baglio" nel territorio di Pietraperzia ed in seguito quello del pericoloso Salvatore Giambusso, inteso "scarpa leggia" in territorio di Riesi. Quest’ultimo il più anziano e padre di diversi figli, era temuto per i suoi sanguinosi crimini. Si inaspri la lotta per il predominio tra i "boss" che crearono delle cosche rivali che ricorsero al reclutamento della manovalanza tra i giovani locali. Spesso capitava che questi disgraziati, per l’attuazione d’imprese criminose di vario genere, o cadevano in un conflitto a fuoco o in agguati oppure dopo avere eseguito gli ordini dei loro capi venivano dagli stessi fatti sparire o soppressi e le loro teste buttate nei pozzi. Tra costoro figurano: Cassaro Giuseppe, Correnti Angelo, Baldacchino Filippo, il più grande del gruppo, Buscetta Gaetano, Ventura Giuseppe e qualche altro tutti da Riesi. Nel 1918 nella miniera "Gallitano" furono trovati diversi scheletri e teschi in fondo alle buche piene d’acqua, durante il prosciugamento eseguito con pompe idrovore, dalla Montecatini. Tra gli scomparsi vi furono pure due cognati del Carlino, provenienti da Ravanusa. Dopo quella cruenta lotta tra gruppi rivali per mantenere la loro egemonia, colui che prevalse, rimase padrone indiscusso della situazione, facendo sfoggio della sua audacia, mentre quelli più deboli, ritennero meglio appartarsi e stare nelle loro case per non offrirsi all’azione vendicatrice del più forte. Dopo questi fatti,. seguì un periodo di serenità per i proprietari terrieri e per i feudatari che non si sentirono più molestati. Ma a rompere quella tranquillità ecco comparire in scena Carlino con i due della sua banda. Per potere continuare la sua vita di bandito aveva bisogno di denaro e per ottenerlo si rivolse ai feudatari e ai proprietari. Costoro per evitare mali peggiori accondiscesero alle richieste, ma poi avendo notato che esse venivano ripetute, si rivolsero ai loro protettori per liberarsi da quell’incubo. I "boss", punti nel loro orgoglio, vennero alla determinazione di sopprimere questi nuovi intrusi con lo stesso sistema usato precedentemente con altri. Ciò venne alle orecchie del Carlino, il quale indagò per cercare coloro che tramavano contro di lui e i suoi compagni. Era la sera di un giorno di marzo del 1915, tre individui giunsero davanti la masseria del feudo Tallarita, uno di loro scostandosi dagli altri si avvicinò alla porta di entrata di quel caseggiato e bussò. Dalla soprastante finestra si affacciò il gabelloto Salvatore Cutaia inteso "Lo cuvo", persona mafiosa assai in vista e ben nota. Alla domanda chi egli fosse gli fu risposto "Ciccio Carlino". Infatti era proprio lui assieme al Tofalo e al Grillo. Il Cutaia, uomo di gran fegato e coraggio, al sentire quel nome non si sgomentò e, senza alcuna reticenza, scese le scale e andò ad aprire. Il primo ad entrare fu il Carlino, seguito dal Tofalo, il Grillo, invece, rimase fuori come vedetta col suo fucile in mano, pronto ad ogni evenienza. Dal chiarore che proveniva dal lume a petrolio, il Cutaia notò negli sguardi dei due degli atteggiamenti poco rassicuranti. Invitati a sedere chiese il motivo che li aveva spinti a venire da lui. Con un parlare che aveva del flemmatico il Carlino gli domandò perché voleva sbarazzarsi di lui e dei suoi compagni. Quella inattesa domanda scosse molto il Cutaia che ripresosi subito dallo sbigottimento, con calma rispose: "Ragazzi, la vostra irruzione nella mia casa mi fa pensare che la mia vita ~ in pericolo, ma devo dirvi che coloro che qui vi hanno indirizzato stanno cercando di servirsi di voi inventando calunnie pér disfarsi di me; tutto è stato ben ordito, però vi avverto che uccidendo me, voi non farete altro che servire loro che si preparano per altri tragici eventi". Con lo sguardo fiero e per nulla turbato proseguì "or eccomi a voi, ormai mi avete qui tra le vostre mani, se mi credete reo fate di me quel che volete, però tengo ad avvertirvi che dopo che mi avrete soppresso, non passerà molto tempo che voi finirete nel cadere in trappola dagli stessi miei rivali che uccideranno voi senza misericordia come hanno fatto in precedenza con altri". Di fronte a quel parlare franco e leale, i due banditi si guardarono e si compresero con gli occhi. Ogni loro atteggiamento aggressivo cominciò a scemare e dalla conversazione divenuta in seguito del tutto confidenziale, pienamente convinti e soddisfatti, ritennero opportuno accomiatarsi dal Cutaia per prendere la strada del ritorno, assieme al Grillo che era rimasto fuori ad aspettarli. In un pomeriggio del 1915, una persona mandata appositamente dal feudo Castelluccio, consegnava in piazza al noto "Ras" Giuseppe Cammarata un biglietto con il quale s’invitava tanto lui che il suo inseparabile amico Giuseppe Calogero Veneziano a recarsi entrambi colà, per una chiarificazione per la quale occorreva la loro presenza. Giuseppe Cammarata era un discendente di quel poeta dialettale che nel 1700, pur essendo analfabeta, per le sue belle ed estrose rime, fece molto parlare di sé. Per molti anni tenne in affitto l’allora esistente orto della Sanguisuga, distante circa trecento metri dal paese, ove abitava in un rustico caseggiato con la sua numerosa famiglia. Contava circa 50 anni, alto robusto, soleva vestire come i feudatari, calzava stivaloni con piegatura a mantice tra il piede e l’estremità di essi. Figurò tra gli imputati nel processo che si fece al brigante Salainone, svoltosi a Caltanissetta, diverse volte fu latitante. Era un tipo molto flemnìatico, con lo sguardo ridente e sempre gentile con le persone che lo avvicinavano. La sua personalità era ben conosciuta, apprezzata e rispettata, specie dai grossi proprietari e dai feudatari, dai quali veniva favorito e che a sua volta egli favoriva quando si presentava l’occasione. Pur non tralasciando la coltivazione del suo orto, si adattava acoltivare quelle terre che gli venivano affidate dai dirigenti del feudo Gallitano. Nel pendo della sua ultima latitanza, lavorava furtivamente quelle terre, servendosi dègli attrezzi e degli animali concessi da quei feudatari per rispetto e stima della sua persona. Il suo rifugio era una grotta, che egli per la praticità di quei luoghi era riuscito a trovare in un punto addentrato della collina che si affaccia sul fiume Salso. L’entrata di quella spelonca era di difficile individuazione e così angusta che a stento poteva permettere il passaggio di una persona, mentre invece l’interno si allargava tanto da offrire la possibilità di accogliere un giaciglio comodo. Per la sua grande influenza in campo mafioso, veniva ricercato dai feudatari. Giuseppe Veneziano di cui faceva menzione il biglietto pervenuto al Cammarata, aveva circa sessanta anni. In gioventù esercitava il mestiere di fornaio per conto proprio. Per tale lavoro soleva cavalcare spesso bei cavalli sui quali caricava le bisacce e i sacchi pieni di grano da portare nei mulini ad acqua ubicati nelle campagne. La farina veniva poi venduta a casa dalla moglie. Esercitò quel lavoro fino a quando, fattasi una posizione agiata, finì col dedicarsi alla coltivazione delle terre che era riuscito a comprare. Alto, energico, fiero nel suo sguardo, nonostante la differenza di circa dieci anni in più del suo amico Cammarata, appariva molto più giovane, ma al contrario di costui era violento, impetuoso e il suo sguardo arcigno infondeva paura a coloro i quali erano costretti ad avvicinano. Sorvegliava attivamente la sua proprietà e si vedeva sul suo focoso cavallo che, nonostante la sua età, riusciva a tenere a bada e a mantenersi bene sull’arcione. Ebbe tre figli, il maggiore di nome Gaetano uccise con un colpo di fucile in campagna il proprio cognato un certo Carrubba, per motivi di interesse. Il più piccolo. Giuseppe, mercé la sua intelligenza riuscì a dìplomarsi in ragioneria e a trasferirsi a Roma. Colà fece pubblicare un suo volume di liriche che per la sua composizione venne lodato dalla critica letteraria tanto da essere elogiato in quel tempo in diversi quotidiani della Sicilia.

 

CASTELLUCCIO

 

CASTELLUCCIO

Questo feudo, come gli altri vicini, faceva parte dell’estesa proprietà della famiglia dei Principi di Scalea di Palermo, territorio di Butera. Dista da Riesi circa 13 Km. Per potervi arrivare si doveva percorrere una strada mulattiera abbastanza accidentata e per giungere al caseggiato della fattoria occorrevano circa due ore stando a cavallo di animali dalla buona andatura. Detta fattoria, ubicata sulla sommità del feudo, domina quasi tutta quella estenzione e, per la sua isolata posizione, era ritenuta l’epicentro delle riunioni e degli abboccamenti che avvenivano tra feudatari e mafiosi di quei tempi. In. seguito all’invito ricevuto, il Cammarata, non dando retta a Francesco il figlio maggiore che lo distoglieva, postosi a cavallo col Veneziano sui propri animali, sì recarono l’indomani mattina, verso quel luogo dove erano stati invitati. Ad attendere il loro arrivo che avvenne nell’ora di pranzo, c’erano il feudatario uscente, don Federico Bartolotta da Grotte col suo campiere "Lu zù Vanni" Sanfilippo da Palma Montechiaro. Con loro si trovava don Giuseppe Chiantia di Riesi, quale fiduciario del consorzio agricolo riesino trovantesi là per avere alcune consegne riguardanti il feudo, come pure l’amante del Bartolotta, un’avvenente giovane dai capelli biondi e ricci e qualche inserviente della fattoria. Poco dopo apparvero i banditi Carlino, Tofalo e Grillo tutti e tre armati di fucili e baionette militari. Per quella occasione era stato preparato il pranzo per tutti. Si mangiò con la massima disinvoltura, senza che i banditi abbandonassero le loro armi, che tenevano tra le gambe. Si chiacchierò sino a quando avvicinatasi l’ora del vespro si decise di passare al motivo che li aveva spinti a riunirsi attorno a quel desco. Trattandosi di una discussione delicata, i tre banditi da una parte e il Cammarata, il Veneziano, il Bartolotta e il campiere dall’altra decisero di uscire dalla fattoria per recarsi su un piccolo spiazzo che domina tutta la sottostante vallata solcaÌa dal grosso torrente proveniente dall’Inviata. E’ bene precisare che il Cammarata e il Veneziano erano disarmati perché, credendo che l’incontro con i banditi sarebbe stato amichevole, appena arrivati alla fattoria, appesero i loro fucili nella parte del muro vicino al luogo ove avevano legato i cavalli. Quale fu il ragionamento non si potè sapere, le versioni furono diverse, ma, a quanto pare, fu proprio il Veneziano a fare scoccare la scintilla. Sempre focoso ed irascibile pare che, durante il ragionamento, con atto di scherno e di superiorità, avesse stretto tra il pollice e l’indice della sua mano sinistra il mento del Tofalo e con quella stretta gli scosse diverse volte la testa. Bastò quell’atto per provocare la fulminea reazione dei tre banditi i quali facendo uso delle loro armi, fecero fuoco sui quattro uccidendoli. Don Giuseppe Chiantia, avendo udito quella sparatoria comprese che qualcosa di grave era accaduto e dopo un po’, provò ad affacciarsi dalla finestra prospiciente, ma un gesto minaccioso fattogli dal Carlino col suo fucile, lo fece ritirare. I banditi rimasero sullo spiazzo tra quei morti sino all’imbrunire, dopo di che preferirono allontanarsi e scomparire da quei luoghi. Quella sparatoria aveva provocato del panico sia nei braccianti, come negli agricoltori, che in quell’ora erano intenti a lavorare le terre circonvicine, tanto che abbandonando ogni cosa che a loro potesse essere d’intralcio, montarono sulle loro cavalcature e con esse tornarono lestamente in paese. L’indomani s’incominciò a parlare dei morti avuti in quella sparatoria e a fare i nomi degli uccisi. Vi fu un accorrere di familiari delle vittime, di parenti, di amici e di curiosi. Sullo spiazzo di terra indicato, attorniato da grosse pietre, distante circa cinquanta metri dalla fattoria, giacevano, immersi nel sangue, quattro uomini stecchiti dalla morte, crivellati da colpi di fucile e di baionette. Visibile l’unico foro in direzione del cuore di Giuseppe Cammarata, parte del polso della mano sinistra del Veneziano era stata asportata, il Bartolotta era stato colpito allo zigomo sinistro. Questi tre furono trovati supini a terra con la faccia rivolta in alto, mentre "lu sii Vanni" era rimasto bocconi in ginocchio con i piedi scalzi e con gli stivali messi al suo lato, dai quali i banditi avevano tolti gli speroni per metterli come sfregio nel suo sedere. Le spalle erano crivellate dai colpi spàrati dai fucili e dalle baionette dei banditi che si erano accaniti a colpirlo. Nella masseria, ancora atterriti per l’accaduto, si trovavano piangenti il Chiantia e l’amante del Bartolotta. Tutto quanto avveniva metteva in allarme la popolazione e le forze dell’ordine e per facilitare le ricerche di quei banditi furono impiegate pattuglie di carabinieri e guardie in borghese.


 

L’ARRESTO

 
Nella penultima traversa della parte sinistra del Poggio della Croce che unisce la via Aretusa con la via Mirisola in una solitaria casa abitava una giovane prostituta chiamata Maria Giambarresi di 22 anni, intesa "la Birriuna" moglie di un certo Drogo. Nelle prime ore del 13 giugno 1916, nel silenzio della notte e nella semioscurità una figura d’uomo sbucò dalla via Mirisola e, con mossa alquanto guardinga, si appressò alla porta di quella casa per ammiccare il suo sguardo scrutatore verso lo spiraglio di quella porta, dal quale rifletteva fuori la luce del lume a petrolio che ne rischiarava l’interno. Dopo un po’, con la massima cautela per non fare il minimo rumore, si tirò indietro e giunto al declivio della su cennata via scomparve velocemente. Quell’uomo era una spia. Attraverso lo spiraglio aveva scorto, tra quelli che si trovavano all’interno della casa, il brigante Carlino e subito era corso ad avvisare i carabinieri che, agli ordini dei superiori, corsero bene armati verso quel luogo. In silenzio, oltre a chiudere gli sbocchi di quella traversa, nascondendosi in ripari improvvisati, incordonarono tutto quel quartiere con le armi pronte a far fuoco verso quel punto indicato. Quando tutti si trovarono bene appiattati, fu ordinato a due di essi di avvicinarsi con ogni precauzione, a quella casa e addossatisi ai muri da dove si apriva la porta, bussarono con i calci dei loro fucili ordinando di aprire. A tale ordine fu risposto con delle fucilate sparate dall’interno. All’udire quei colpi, i due carabinieri, intuendo il pericolo a cui andavano incontro, si ritirarono indietro e si misero al riparo in modo da dare la possibilità ai compagni di sparare verso quel punto, così verso le due di quel giorno, ebbe inizio la sparatoria tra le forze dell’ordine e i banditi. Malgrado vi fosse un fuoco incrociato che si protrasse per molto tempo non si registrarono dall’una e dall’altra parte, né morti né feriti. Altre forze dell’ordine sopraggiunte presero posizione sui tetti delle case di fronte, altri per potere invece centrare meglio scavarono una feritoia nel muro prospiciente la casa degli assediati, che, stretti ormai da un cerchio di persone armate e di fuoco non potevano trovare scampo di salvezza anche con un’azzardata fuga. Altri nuclei di carabinieri e di guardie di P. S. chiamati telegraficamente, sopraggiunsero dal capoluogo ad aumentare il numero degli assedianti. Si fece giorno, la popolazione che era stata destata dalla sparatoria che si ripercuoteva ovunque, si riversava per le strade per conoscere la causa di quegli spari ininterrotti. Molti, spinti dà morbosa curiosità, volevano avvicinarsi alla casa assediata, ma furono tutti. tenuti a distanza dai militi di guardia. Il persistere del rifiuto ad ogni intimazione di resa, aveva indotto il Capo dirigente di quella operazione di prendere le misure più drastiche e repressive. Ma prima che ciò avvenisse, Fortunato Carlino, zio del bandito, si offri per convincere il nipote a desistere dal suo atteggiamento. Ottenuto il consenso, cercò di avvicinarsi alla porta chiamando per nome il nipote che non rispose con le parole ma con spari di fucile intimandogli di allontanarsi. Il comandante, quindi, ordinò che si portassero delle latte piene di benzina per dare fuoco alla casa. Tale decisione pervenne all’orecchio della povera madre del Carlino, che da una casa vicino attendeva la sorte del figlio. Coperta dal suo scialle, si fece largo tra la folla; ottenuto il libero passaggio, incurante del pericolo a cui andava incontro. si avvicinò a quella porta e con voce implorante chiamò per nome il figliuolo. Dall’interno non si udì alcuno sparo, la madre continuò a pregare il figlio di arrendersi. Furono momenti di ansia e di palpitazione per tutti coloro che, vicini o lontani, assistettero a quella rattristante scena. Le armi delle forze dell’ordine erano puntate anche verso di lei. Ancora assoluto silenzio e... poi la porta si apri. Il primo a comparire fu Carlino col fucile teso al braccio sinistro e col braccio destro cercò di stringere a se la madre piangente. Due robusti agenti gli piombarono addosso e subito lo trascinarono al largo per ammanettarlo. Dopo di lui comparve Tofalo che subì la stessa sorte del primo. In seguito apparve Salvatore Buttiglieri, un ometto che non aveva nulla a che fare con i banditi, ma che si era trovato in quella mischia perché amante della "Birriuna". Infine uscirono quest’ultima e Giuseppa Di Stefano, di anni 19 detta "Peppina la buterese", sua simile. Le loro facce erano annerite dal fumo provocato dagli spari penetrati dentro la casa. Venne frugato quel luogo, venhero trovate anni, e ai piedi di una mangiatoia stava un asinello, unica vittima innocente, crivellato da colpi di fucile sparati dall’esterno dai gendarmi. Il lettore si chiederà perché il Grillo non era con loro. Avrebbe avuto certamente una sorte migliore se si fosse trovato in quella mischia; ma essendosi staccato dalla triade, mentre si avvicinava a Barrafranca, suo paese natio, preso in una trappola ben preparata venne misteriosamente assassinato. Gli arrestati, ben legati, affiancati e seguiti dalle numerose forze dell’ordine, furono fatti scendere dalla via Mirisola e avviati alla caserma dei carabinieri, sita in va Carlo Alberto, di fronte l’istituto orfanelli "Don Salvatore Riggio". Assicurato da una lunga catena di ferro, tenuta strettamente dalle mani di due robuste guardie di P. 5. avanti camminava il Carlino col capo scoperto e con mossa altezzosa,, e sprezzante, lo seguivano il Tofalo pure bene ammanettato e quindi gli altri. I marciapiedi della via Faraci erano gremiti di gente curiosa per assistere al passaggio dei catturati. Il Carlino volgendo lo sguardo ora a destra ora a sinistra vide Rocco Chiarello e Rocco Lo Grasso, i due compari che solevano camminare sempre assieme, e coli disprezzo, lanciò uno sputo verso la loro direzione gridando "abbasso la sbirraglia". Si giunse alla caserma, il portone di entrata che solitamente si teneva chiuso si apri. I primi ad entrare furono i due malviventi affiancati e seguiti dai carabinieri, poi gli altri. Quattro agenti vestiti in borghese restarono fuori fino a quando tutti furono entrati, poi uno di loro che era il capo, con uno slancio di entusiasmo abbracciò uno dopo l’altro i tre che l’affiancavano e quindi entrò con essi e il portone si chiuse. Quell’uomo che aveva diretto l’operazione per la cattura dei due banditi era il Commisario di P. 5. Cesare Mori, colui che, in seguito, quale Questore, ebbe da Mussolini l’incarico di reprimere e debellare la mafia che imperversava in Sicilia. La notte successiva i due banditi, ben scortati, furono trasportati con carri a Caltanissetta per essere richiusi nelle carceri di Malaspina. Contro le sentenze di condanne emesse dal tribunale di Caltanissetta fu interposto appéllo presso la Corte di Appello di Palermo che Io condannò: Il 28 agosto 1916 ad anni 2 e mesi 6 di reclusione per furto. ed anni 2 di sorveglianza speciale. Il 22novembre 1916 ad anni 2 e mesi 4 per furto. Il 3 aprile 1917 a mesi 4 e giorni 10 per danneggiamenti e resistenza alle Autorità. Tali pene vennero scontate nel carcere Malaspina di Palermo ove era stato trasferito durante la celebrazione (lei processi. Quivi venne a sapere che nello stesso carcere si trovava a scontare una condanna un certo Gallo da Canicatti che egli, durante la sua latitanza aveva vanamente cercato per vendicarsi non si sa con precisione se dell’assassinio del fratello Onofrio, un po’ più piccolo di lui, avvenuto a Canicattì, o per avere notizie della scomparsa di uno dei suoi cognati. Riuscito ad avvicinano, l’uccise con un colpo di punteruolo inferto al cuore. L’il giugno 1919 la Corte di Assisi di Caltanissetta, per 5 rapine, 7 omicidi in correità, 8 contravvenzioni per porto di coltello, lesioni in violenze private, resistenza alle Autorità, lo condannò ad anni 30 di reclusione~ a lire 1.486 di multa, ad anni 3 di vigilanza speciale, interdizione dai pubblici uffici durante la pena. Dovendo espiare dei lunghi periodi di condanna, venne allontanato del carcere di Caltamssetta e portato in un altro luogo di pena dell’Italia centrale.

 

LA SUA FUGA

 
L’11 maggio 1921, due anni dopo il suo arresto, venne tradotto in un vagone ferroviario, scortato da un graduato e da un carabiniere per raggiungere il carcere di Aversa. Erano le due circa, il treno stava rallentando la corsa per la sua momentanea fermata alla stazione di Lecce. Il Carlino, che faceva finta di dormire, cogliendo l’occasione che il graduato s’era distratto un po’ a guardare fuori e che il carabiniere chiacchierava con una giovane viaggiatrice, approfittando del frastuono delle rotaie del treno in arrivo, riuscì ad avvicinarsi cautamente all’opposto sportello e, pur tenendo i polsi stretti con catena, presa la maniglia l’aprì e con un balzo saltò dal treno. Quando il treno si fermò, egli era già molto lontano. Vane furono le ricerche da parte dei carabinieri e degli Agenti che si unirono a loro. Il Carlino aveva avuto il tempo di porsi al sicuro durante l’oscurità della notte e di sfuggire così alla cattura. Dopo aver percorso molta strada, stanco e abbattuto, stava per sdraiarsi in aperta campagna quando il suo sguardo fu attratto da una luce che illuminava l’interno di una casa. Procedendo in quella direzione si avvicinò ad essa e vi trovò un uomo che l’accolse benevolmente. Gli levò la catena dai polsi, lo rifocillò e gli sostituì il vestito da galeotto con un altro che si adattava perfettamente al suo corpo. Così, dopo essere stato liberato da tutto ciò che poteva comprometterlo, il Carlino ringraziò il suo benefattore e, dopo aver ricevuto alcune indicazioni sulla via da percorrere, si congedò da lui. Il suo pensiero predominante era quello di avvicinarsi alla Sicilia per ritrovare il suo ambiente e rivedere sua madre. Animato da quel coraggio che non gli era venuto mai meno intraprese il suo viaggio, cibandosi di verdure o di qualche frutta che trovava durante il suo cammino. Percorreva la strada a piedi e si teneva quanto più possibile lontano da ogni contatto umano, camminava durante le ore notturne e se s’imbatteva in qualche animale da soma incustodito lo prendeva per montargli sopra e l’abbondanava solo quando la bestia, estenuata per la fame e per il lungo cammino, si accasciava sotto i suoi piedi. Riuscito a lasciare il suolo pugliese percorse la Calabria e giunse stanco ed affamato tra Villa San Giovanni e Reggio Calabria ove scorse un uomo con un giovanotto vicini ad una barca intenti ad aggiustare una rete da pesca. Il bandito avvicinatosi ad essi domandò se fossero disposti a fargli attraversare con quel mezzo lo stretto di Messina. Si discusse sul prezzo richiesto e si pattui che la somma doveva essere pagata appena arrivati a Messina. Dopo un lungo e faticoso remare approdarono all’altra riva; quando venne il momento del pagamento, il Carlino fece loro intendere che nel suo portafogli teneva biglietti di grosso taglio e che quindi occorreva scambiarli in città; per consegnare la somma stabilita invitò uno dei due ad accompagnarlo. Il più anziano, pur rimanendo perplesso della novità, decise di mandare il figliuolo. Giunti per le vie della città incominciò a camminare velocemente e, giunto ove c’era maggiore afflusso di pedoni, si dileguò tra la folla. L’avere preso in giro quei poveretti fu per il Carlino una gran rimorso, come ebbe a dire ad un suo congiunto nell’ultimo furtivo incontro, avvenuto a Riesi. Infatti "se li avesse potuto rintracciare, li avrebbe ricompensati più di quanto a suo tempo era stato pattuito". Messo piede in Sicilia, con la massima disinvoltura mise in atto ogni espediente per raggiungere peregrinando Ravanusa ove contava sull’appoggio di qualche sua vecchia conoscenza. Infatti, appena giunto, si mise a girare per le vie di quel paese improvvisandosi venditore ambulante di stoffe per uomo. Per il suo strano comportamento venne notato dal maresciallo dei carabinieri che comandava quella stazione. Avvicinatosi e presolo per un braccio lo invitò ad andare in caserma con lui. Il Carlino non oppose alcuna resistenza ma, dopo alcuni passi, con uno strattone si svincolò dalla stretta del braccio del maresciallo e in men che non si dica attraversò le tortuose strade del paese e raggiunse la campagna rendendosi uccel di bosco. Sempre audace ed intraprendente riuscì una notte ad avvicinarsi alla casa dei suoi genitori, e, dopo aver buttato dei sassolini allo sportello, chiamò la madre che incredula si affacciò. Grande fu lo stupore e la gioia che essa provò nell’abbracciare quel figlio che credeva di non potere mai stringere al petto. Durante la sua improvvisa riapparizione a Riesi fu avvicinato da alcuni parenti ed amici fidati i quali preoccupati della sorte che poteva toccare al loro congiunto collaborarono con lui per procurargli del denaro per un tentativo di espatrio. Eccolo da solo od accompagnato in special modo dal suo fedelissimo zio Fortunato, presentarsi, a sera inoltrata, a dei proprietari che credeva che potessero venire incontro ai suoi desideri. Tutti o per un senso umanitario o per timore diedero del denaro. La notizia della sua presenza in paese si divulgò, venne informata la caserma dei carabinieri che chiese dei rinforzi. Diverse squadre di agenti furono messe in movimento per la cattura del bandito. Ne seguirono pedinamenti, appostamenti, perquisizioni nei luoghi ove si pensava potesse rifugiarsi, ma dél Carlino nessuna traccia. Per parecchio tempo fu tenuto nascosto nella sua casa da un capo officina meccanico della miniera Trabìa che come mafioso, ebbe l’ardire di presentarlo al Direttore di allora "Umberto Cattania" colui il quale nell’evento mussoliniano fece parte come membro del Consiglio Nazionale delle Corporazioni: Questi non mancò di accoglierlo benevolmente, gli diede una discreta somma di denaro e il posto di lavoro in miniera per due suoi fratelli. Il cerchio attorno a lui si stringeva sempre più, si cercava di braccarlo nelle campagne. Si sparse voce che il Carlino si trovava nella fattoria del feudo "Tallarita" che fu circondata durante la notte dalle forze dell’ordine; ad alcuni agenti che avevano bussato alla porta fu risposto dall’interno con delle fucilate. Si ebbe la sensazione che si trovasse effettivamente colà rinchiuso. Si sparò dall’una e dall’altra parte fino al pomeriggio, dopo di che, all’ingiunzione minacciosa di resa ordinata dagli assedianti, la porta si aprì e comparve il figlio del defunto "Ras" Salvatore Cutaia di nome Salvatore, un sedicenne roseo e paffuto giovanotto, che, dopo aver sostenuto quel conflitto, si arrese tenendo il suo moschetto in mano, era seguito da "Peppina la Buterese" precedentemente menzionata, ma del Carlino nessuna traccia. Erano le ore 20 del 9 dicembre 1919, la piazza Garibaldi venne accerchiata dalle forze dell’ordine, ogni passaggio venne da loro bloccato, si frugò da ogni parte, la Chiesa Madre venne ispezionata e per circa un’ora il traffico venne bloccato, ma del Carlino ancora nessuna traccia. Per l’irreperibilità del bandito fu deciso di prendere misure più drastiche: si arrestarono alcuni componenti della famiglia e si fermarono tutti quei proprietari che lo avevano beneficiato. Dati gli eventi, la terra che calpestava era divenuta scottante per Carlino, che, dopo aver dato l’ultimo abbraccio alla madre, si allontanò da Riesi per avventurarsi nell’Italia Settentrionale. Dopo aver superato rischi ed ostacoli durante il percorso, raggiunse il territorio piemontese. Da lì, dopo diversi tentativi riuscì a portami in territorio francese. Sotto le false generalità di Rubino Giuseppe da Ravanusa, per come risultava dalla tessera d’identità in suo possesso, sulla quale con perfezione era riuscito ad applicare la sua fotografia, trascorse colà diversi anni. La sua natura di criminale non era venuta meno. Dopo essersi associato ad alcuni emigra.ti da Ravanusa del suo stesso stampo, prese d’assalto una oreficeria. Vennero subito arrestati. Le autorità francesi si rivolsero a quelle italiane, le quali comunicarono che Rubino Giuseppe era morto da parecchi anni. Messo alle strette il Carlino fu costretto a dare le sue vere generalità. I magistrati francesi furono molto severi, ritenuto colpevole, fu condannato a 20 anni di reclusione e deportato nel penitenziario della Caienna, capitale della Guiana, possedimento francese. L’intero curriculum, quale risulta dal Casellario giudiziario è rappresentato, oltre che dai reati precedentemente descritti, dalla seguente elencazione: Il 9 febbraio 1922 il Tribunale di Caltanissetta lo condannò a 6 mesi per violenza e resistenza alle Autorità. il 17 luglio 1923 la Corte d’Assise di Palermo lo condannò a 15 anni di reclusione, a 3 anni di vigilanza speciale, interdizione da pubblici uffici, per tentato omicidio. Il 3 agosto 1926 la Corte di Appello di Palermo gli infisse la condanna a 7 anni di reclusione, 3 anni di vigilanza speciale per estorsione. Il 23 agosto 1926 la Corte di Assise di Caltanissetta lo condannò ad anni 30 di reclusione, a 3 anni di vigilanza speciale per associazione a delinquere, tentativo di estorsione 2 mancati omicidi. Il 5 luglio 1930 la sezione di accusa di Palermo non deve procedere per tentativo di estorsione, e omessa denunzia di arma da fuoco, per insufficienza di prove. Il 12 luglio 1930 la sezione di accusa di Palermo non deve procedere per insufficienza di prove per 2 rapine e violenza privata. Il 9 novembre 1931 la Corte di appello di Palermo lo condannò ad anni 8 di reclusione per associazione a delinquere. Il 23 ottobre 1930 la corte di Assise di Messina lo condannò ad anni 30 di reclusione, con la perdita della patria podestà e dell’autorità maritale, non ché ad anni 3 di vigilanza speciale per sequestro di persona e due rapine. Il 12 maggio 1932 la Corte di Assise di Agrigento l’assolse dall’accusa di omicidio per non aver commesso il fatto.

 

GAETANO CARLINO E LA SUA BANDA

 
Si era ormai in un periodo in cui la vecchia mafia si trovava indebolita. Alcuni mafiosi, per paura che qualche tranello venisse preparato contro di loro, avevano scelto la via migliore e cioè stare nelle loro case in attesa che sopraggiungessero tempi migliori per una più sicura loro esistenza. In Italia si attraversava un periodo torbido perché non si aveva un governo stabile che potesse ben reggere le sorti della Nazione. Avvenivano continui scioperi e tumulti politici in tutte le parti del regno. Per indisciplina e mancanza d’ordine, nelle campagne di Riesi era venuta a mancare la tranquillità. Approfittando di quella grave situazione, molti giovani non ben disposti a lavorare onestamente, preferirono allontanarsi dalle loro case, armati di fucili militari facendo continue scorrerie in danno dei piccoli e grandi proprietari terrieri. Operavano a gruppi, commettendo furti, razzie di animali e qualsiasi altro crimine. Una quindicina di essi pensarono di costituire una banda con a capo Gaetano Carlino, fratello più piccolo del brigante Francesco e di Onofrio che era stato assassinato a Canicatti. Alla banda erano aggregati elementi della vicina Ravanusa. I grossi proprietari terrieri allarmati per quanto avveniva in loro danno, vennero alla determinazione di assumere come campieri, uomini di Canicatti, di gran fegato capaci d’affrontare qualsiasi pericolo pur di salvaguardare i beni dei loro padroni. Il 16 marzo 1923, la detta banda, sempre più imbaldanzita, si presentò alla fattoria del feudo "Inviata", poi a quelle di Castelluccio, Deliella, Gurgazzi e Milingiana, sottraendo tutto quello che si presentava ai propri occhi. Lasciarono ogni cosa detratta in questa ultima fattoria, raccomandando al personale che ivi abitava di tenere tutto in custodia sino alloro ritorno che doveva avvenire l’indomani mattina. Proseguendo il loro cammino giunsero nella nottata a Butera. Alcuni di essi travestiti da carabinieri, bussarono e fecero aprire alcune case fingendo di possedere ordine di perquisizione. Tutto quello che trovarono in oro, argento, preziosi e denaro venne sottratto sotto gli sguardi impauriti di quei malcapitati. Al primo chiaror del giorno, per come stabilito il giorno precedente, si recarono alla Milingiana per prelevare quanto avevano lasciato in custodia. Vicino alla fattoria videro il contadino Salvatore Paternò che assieme al giovane figlio Gioacchino lavorava la terra e gli chiesero in prestito un mulo che tenevano legato ad un albero vicino a loro. Il povero uomo, per non subire qualche rappresaglia col suo rifiuto, acconsenti e perché potesse avere subito l’animale, dopo averlo abbardato e provvisto di una bisaccia, mandò con loro il figliuolo. Fu prelevato tutto ciò che avevano razziato e consegnato e proseguirono la strada per recarsi a Riesi. Durante il tragitto, si rincorrevano tra di loro cantando e scherzando, tenendo sempre i loro fucili a tracolla. Giunti all’abbeveratoio dell’ "Inviata" si dissetarono e presero poi la trazzera che porta a Riesi passando per il punto detto "quattro finaiti" ove i feudi Gurgazzi, Deliella, Inviata e Firiocchiaro confinano tra di loro. Alla testa della comitiva, avvolto nella sua mantellina grigio verde e col cappuccio a forma conica che gli copriva il capo, stava il ragazzo a cavallo con il carico della refurtiva. Quando stavano per giungere a quell’incrocio vennero investiti sia di fronte che dal lato destro, da una nutrita scarica di fucilate partita a distanza ravvicinata da individui ben nascosti da ripari da loro preparati. Primo a cadere, colpito a morte fu il povero ragazzo, perché maggiormente esposto al bersaglio. La banda, presa di sorpresa, si sbandò. Alcuni cercarono scampo con la fuga, altri, più audaci, risposéro al fuoc6 con le loro armi riparandosi dietro mucchi di pietra. La sparatoria durò un bel pezzo sino a quando i banditi che avevano resistito al conflitto a fuoco degli assalitori furono eliminati uno dopo l’altro. Dopo di che, ritenendo che tutti fossero stati uccisi, emisero un acuto fischio che fu 11 convenzionale segnale di raduno. L’echeggiare di quei colpi attirò l’attenzione di quei carabinieri che stazionavano nella fattoria di Passarello che, per la sua altitudine, domina tutte quelle contrade, e avendo intuito che qualcosa di grave fosse successo durante la sparatoria, non perdettero tempo a percorrere la strada che intercorreva per giungere sul posto. Quattro furono i morti da loro trovati: il povero ragazzo Paternò giaceva bocconi a terra, ancora avvolto nella sua mantellina e con il cappuccio che gli copriva il capo insanguinato, non molto distanti altri due giacevano a terra morti, a ridosso di un mucchio di pietre stava in ginocchio Gaetano Carlino col suo Walther tra le braccia e con lo sguardo verso il punto da dove erano partiti i colpi che l’avevano freddato. Uno della banda, un certo Millitarì, benché ferito gravemente alla testa era riuscito a fuggire e a ripararsi in un vicino ovile dell’ "Inviata", ove venne facilmente rintracciato ed arrestato. Ma per le gravi ferite riportate morì appena arrivato alle carceri di Riesi. I campieri dei feudi sopra menzionati stanchi delle angherie e dei sopprusi ricevuti dalla banda, avendo appreso l’ora approssimativa del ritiro della refurtiva, lasciata il giorno precedente, scelti i punti ove appiattarsi si nascosero. Erano le ore 11 di quel mattino, i malviventi stavano per attraversare i "quattro finaiti" quando ad un tratto quasi simultaneamente ci fu uno schioppettio di armi che provocò disorientamento e morte. Gli esecutori ditale eccidio invece di ricevere condanne ebbero un encomio da parte del Prefetto di Caltanissetta e come premio l’autorizzazione a portare fucili e pistole senza licenza. I rimanenti componenti la banda furono arrestati e nel processo svoltosi alle Assisi di Caltanisetta alcuni subirono la condanna a 17 anni di reclusione, altri ebbero pene minori.

 

VINCENZO RINDONE E LA SUA BANDA

 
Col perdurare della seconda guerra mondiale, la situazione del Paese divenne più critica. Il progresso fatto dalle poderose armate tedesche nell’est europeo, mercé la loro impetuosa, travolgente e vittoriosa avanzata, aveva dato la convinzione che la guerra doveva finire da un momento all’altro con una vittoria italo tedesca, ma vana purtroppo fu l’illusione! Si profilò lo spettro della fame! Per non peggiorare la situazione, il governo italiano venne alla determinazione di razionare il pane, la pasta e gli altri generi di prima necessità; di conseguenza vennero alla ribalta le tessere per la molitura del grano. Il Consiglio Provinciale delle Corporazioni di Caltanissetta, presieduto dal Dottor Aristide Forte, applicò misure drastiche stabilendo un gruppo di Agenti (ispettori) per la sorveglianza dei vari mulini. In ogni comune s’istitui un apposito ufficio ove ogni agricoltore dichiarava il frumento raccolto. Dal quantitativo veniva detratta la parte razionata occorrente alla famiglia, il resto doveva essere portato al magazzino di consegna che lo pagava ad un prezzo alquanto irrisorio. Poiché la quantità del pane e della pasta non era bastevole a molti, si ricorse alla "Borsa Nera". Molti produttori, sfidando la galera, incominciarono a vendere di contrabando (intrallazzo) il frumento che veniva trasportato sia in natura, o trasformato in farina, a dorso di animali o su carri a Gela, a Vittoria o a Catania. Vennero istituiti posti di blocco per evitare il contrabando, ma alcune persone, allettate dal guadagno, per nulla intimorite Continuarono a rischiare. La mattina del 5 maggio 1942, il giovane carrettiere Calogero Sardella, inteso "Cicione", volendo sfuggire al fermo imposto da alcuni carabinieri, fu raggiunto da un colpo di fucile sparato da un carabiniere che lo uccise sul colpo nello stradale della contrada "pantano". Il motivo per cui Vincenzo Rindone si diede al banditismo fu proprio "l’intrallazzo" della farina e del grano. Un mattino, mentre si trovava col suo carro carico di cotone, fu fermato da una pattuglia di carabinieri. Durante la perquisizione, oltre ai sacchi pieni di cotone, ne furono trovati altri due pieni di farina che venne confiscata ed egli tradotto alle carceri di Gela. Processato fu condannato ad alcuni mesi di carcere. Coll’allontanarsi delle forze armate americane dalla Sicilia, ripresero a regnare il disordine e la indisciplina nelle campagne rimaste incustodite dalla forza pubblica. Alcuni giovani del paese si formarono a gruppi e si costituirono in bande annate alle quali veniva dato il nome del capo prescelto dagli stessi aggregati. Una di esse fu capeggiata da Vincenzo Rindone. Quella gioventù a cavallo di focosi destrieri, di provenienza furtiva ed armata di fucili e pistole, scorrazzava imperturbata per le campagne, anche in pieno giorno, apportando allarme e terrore perle continue scorrerie che commetteva. Vennero sequestrate diverse persone che vennero rilasciate dopo il versamento di somme secondo le possibilità del sequestrato. Furono presi maggiormente di mira quegli agricoltori ritenuti più facoltosi. La prima vittima fu il modicano Cascino seguirono ad intervallo di tempo: Giuseppe Lo Blundo, detto "pipirino", uno dei fratelli Gallo, grosso feudatario, il figlio del Generale De Vecchi, proprietario dei feudi Cipolla e Spampinato, Giovanni Fontanazza, proprietario di terre dell’Inviata, Rosario Martorana Rutella, Gaetano Turco, Gaetano Melilli, seguiti da Marino, Maienza, Cusenza e altri. Tutti questi sequestri avvennero senza far uso delle armi. Si ebbe solo uno scambio di fucilate tra il figlio del col. De Vecchi che si trovava dentro la fattoria e quelli che dal di fuori ordinavano la resa. Ma il Rindone, con grande audacia, scavalcando il muro di cinta della fattoria, andò incontro alla sua vittima stringendogli ossequiosamente la mano e costringendolo ad arrendersi. Simile comportamento non l’ebbe a tenere in contrada "pozzillo" ove il proprietario della fattoria. Dottor Saele, opponendo resistenza fu ucciso in presenza della sorella durante il conflitto. La banda di Rindone spadroneggiò in tutto il territorio per diverso tempo fino a quando l’azione della forza dell’ordine divenuta più efficiente e più efficace non riuscì a sgominarla. Il Rindone, costretto ad allontanarsi dalla sua terra, si rifugiò a Roma ove trovò asilo presso una sua compaesana che divenne sua amante. La polizia riuscì a scovano e arrestatolo fu tradotto a Caltanissetta nelle carceri di "Malaspina". Uno dopo l’altro i banditi, ad intervalli di tempo, furono catturati. Maurici Giacomo, capo dell’altra banda, sorpreso dalle forze dell’ordine assieme ad altri in una casa del paese, venne ferito, durante la sua fuga, ad una gamba ed arrestato. Durante il processo che si svolse alle Assisi di Caltanissetta erano tanti gli arrestati che la grande gabbia non fu bastevole a contenere tutti gli accusati. Dopo numerose sedute si ebbe la sentenza: l’ergastolo per Rindone e Daniele Stornello; pene minori per gli altri.
 

LA FUGA DAL CARCERE DI "MALASPINA"

 
Il Rindone, in attesa di essere tradotto in un altro luogo di pena, si trovava nel carcere "Malaspina" quando iscenò. una rissa, in modo da fare accorrere colà gli Agenti di custodia. Favorito da quel trambusto, eludendo la sorveglianza, assieme a Luigi Gagliano di Mazzarino, scesero dal terzo piano con una corda, attraversarono il giardino e con una trave che si trovava colà per lavori di restauro, salirono il muro di cinta, saltarono giù e fuggirono prima che gli agenti si fossero accorti della loro fuga. Vincenzo D’Anna cercò di seguire i due fuggitivi, ma caduto dalla trave resa viscida dalla pioggerella, fu fermato da un colpo di rivoltella sparato dalla guardia di perlustrazione che lo ferì al tallone e non gli permise di fuggire da quel luogo di pena. Si fecero molte ricerche, ma degli evasi nessuna traccia. Dopo tempo il Gagliano, assieme ad un giovanotto, fu trovato ucciso nello stradale che conduce a Mazzarino. Del Rindone non si ebbero più notizie. Si vociferò che fosse riuscito ad incorporarsi nell’Esercito della Legione Francese.

 

GIUSEPPE DI CRISTINA (Birrittedda)

 
Fu una della vecchia "cricca" dei piu rispettabili "Ras" che riusci a sopravvivere sino all'età di 87 anni. Era un tipo vivace e di statura piuttosto piccola e scattante. Non ebbe a portare né barba lunga, né baffi, ciò dava maggior risalto al bel colorito roseo del suo volto, che mantenne sino alla sua tarda età. Soleva vestire con foggia all’antica e fu uno degli ultimi del paese a portare sul capo la sua berrettina a ciondolino in maglia di colore nero, tanto che, al nome di “Zi Peppe”, per maggiore riconoscimento della sua persona, gli venne aggiunto il nomignolo di “Birrittedda”. Egli, pur essendo proprietario di ovili, alla cui custodia erano incaricate persone di fiducia e i propri figli, più per diletto, che per bisogno, non disdegnava il mattino e la sera di porsi in giro per le vie dell’abitato con le sue caprette a vendere il latte da esse prodotto. Lo “Zi Peppe” trascorse una vita turbolenta alla quale non mancarono le sventu re che egli seppe affrontare con rassegnazione. S’era sposato con una Capizzi di nome Angelina, dalla quale ebbe cinque figli. Tutto procedeva tranquillamente nella casa della famiglia dello “Zi Peppe” finché, un giorno dei primi anni del 1900, una terribile sventura si abbatté su di essa Sua moglie, che si trovava in stato di gravidanza, per le botte ricevute da Maria Catena Matera, sposata Vitale, in seguito ad una lite avvenuta tra i ragazzi e degenerata in violenta zuffa tra le madri, morì lasciando così allo “Zi Peppe” l’intero carico dei suoi figli, rimastigli tutti in tenera età. Nel 1914, il maggiore dei figli,.Antonio, morì tragicamente. Il secondo, Peppino, molto intelligente, avendo interrotto gli studi delle scuole superiori, venne alla determinazione di arruolarsi alla marina militare e, dopo circa dieci anni di servizio, si congedò col grado di 20 Capo. Colpito di amnesia, morì quasi trentenne. Giuseppina, la terza ed unica donna, stava per consacrarsi suora, quando, per volere del padre, fu ritirata e concessa in sposa a Baldassare Pennica di Ravanusa da cui ebbe dei figli: Salvatore, insegnante elementare, dopo sei mesi di sacerdozio, morì a 26 anni. Vi furono poi Salvatore e Francesco. Lo “Zi Peppe”non ebbe un’esistenza molto serena. Di tanto in tanto veniva additato per rispondere di reati più o meno gravi e qualche volta si teneva latitante e come “persona di rispetto” veniva aiutato da benemeriti suoi protettori. Una volta, durante la sua latitanza, mentre si trovava su un’altura con il suo binocolo a scrutare i sentieri venne sorpreso alla spalle da due carabinieri in perlustrazione. Il Di Cristina pensò che per lui fosse finita, ma la fortuna fu dalla sua parte; i due carabinieri, alla vista di quel magnifico binocolo, ne rimasero tanto affascinati da tralasciare il Di Cristina per contendersene la priorità dell’uso. Lo “Zi Peppe” non trovò migliore occasione, grazie a quel binocolo, per tirarsi indietro e per scomparire veloce in menche si dica, senza lasciare traccia di sé. Come sopradetto, egli ebbe molte aderenze e anche protezioni di elementi altolocati, tra i quali un magistrato di Caltanissetta il quale, ogni qual volta veniva in missione a Riesi, non mancava di fare visita al Di Cristina che non trascurava di invitarlo a pranzo. Bisogna anche dire che malgrado l’autorevolezza della sua personalità il Di Cristina subì qualche affronto. In un alterco con un tale Michelangelo Martorana, un fegataccio mafioso, traslocato a Riesi dalla sua Mazzarino, subì da questi uno sfregio alla faccia prodotta da un taglio. Ciò provocò la reazione del figlio Antonio, il quale, alcuni giorni dopo, mentre il Martorana si trovava ammanettato tra due carabinieri, che dal carcere lo portavano in Pretura, gli corse dietro e in un baleno con il rasoio di cui era armato, lo ferì alla guancia destra, ritorcendo così l’offesa fatta al padre. Con l’avvento del fascismo, pur essendo riuscito a non essere diretta mente colpito dall’azione repressiva nei confronti della mafia, come tutti gli altri, anch’egli perdette quel prestigio personale di cui godeva, ma tuttavia seppe sempre mantenersi ad un elevato livello di autorevolezza e di rispetto. Aveva superato di poco i settanta anni, quando, chiamato alla caserma dei carabinieri di Riesi, fu ivi fermato perché sospettato di un reato molto grave commesso negli anni precedenti. Allora comandava la Caserma il Maresciallo Giuseppe Scurria, un funzionario che rimase a reggere la Stazione dei Carabinieri per molti anni, perché ritenuto di grande abilità tanto da tenere sotto polso tutta la mafia locale. L’indomani mattina lo “Zi Peppe”, accompagnato dai carabinieri, fu fatto scendere dalla caserma ammanettato e fatto salire su un’automobile per essere tradotto nelle carceri di Caltanissetta. Nel momento in cui stava per partire, il maresciallo che l’aveva accompagnato gli domandò quanti anni avesse: “settanta” rispose. Il maresciallo allora gli tese la mano in segno d’estremo saluto e con un sorrisino sulle labbra aggiunse: “Zi Peppi, ci rivedremo quando vi faranno compiere in carcere i cento anni”. Quel triste augurio faceva intuire che qualche cosa di grave veniva attribuito al vegliardo, tanto da fargli finire in galera gli ultimi anni della sua vita, senza alcuna speranza di uscita. Ma per il maresciallo Scurria fu un calcolo sbagliato in quanto, non molto tempo dopo, con aria indifferente e con la sua berrettina in testa il Di Cristina si fece rivedere per le vie del paese destando meraviglia in tutti coloro che erano a conoscenza del suo arresto e principalmente del maresciallo che aveva predetto la sua fine. Per il resto della sua vita Giuseppe Di Cristina tenne alto il suo prestigio di capo mafia e come tale fu rispettato da tutti. Nato nel 1851 morì nel 1938.

 

I CONTI NON SI FANNO SENZA L’OSTE “L’UCCCISIONE DI PUZZANGHERA”

 

A Salvatore Di Cristina figlio del fratello del noto “Zi Peppe”, quindi cugino e cognato di Francesco Di Cristina, più di una volta erano stati espressi dei risentimenti da parte dell’agricoltore Calogero Puzzanghera che non era propenso a subire delle offese, perché le capre del Di Cristina arrecavano danno alle piante di grano crescenti nel suo spezzone di terreno che teneva vicino al paese tra il vecchio stradale della Spatazza e la trazzera che si per corre per giungere alla parte destra del poggio della Croce. Pare che il modo di esprimersi del Puzzanghera non abbia per nulla scosso la flemma del Di Cristina che, avvalendosi dei tempi che si attraversavano, in cui la sua famiglia era ritenuta in gran conto da tutti, non si curò dei preavvisi minacciosi del danneggiato. Era il lunedì di Pasqua del 1944. Per consuetudine, quel giorno viene festeggiato dalla gran parte delle famiglie col nome di Pasqualone nelle campagne. In quel pomeriggio il Puzzanghera col giovane figlio erano di ritorno dalla loro proprietà terriera in contrada “Iudeca”, quando dalla svolta che fa lo stradale in contrada “Mariano”dal punto dove si rende visibile il panorama del paese, si accorsero che proprio nel loro terreno vi si trovavano delle capre indente a pascolare. Forzata l’andatura degli animali su cui cavalcavano giunsero sul posto senza essere avvistati e sulla trazzera adiacente, vicino agli animali che pascolavano, trovarono Salvatore Di Cristina con un ragazzo che teneva come aiuto alla guardia delle capre. Come si svolse la rissa non si poté sapere di preciso in quanto il ragazzo, unico testimonio oculare, prevedendo che doveva succedere qualcosa di grave, fuggì per informare i congiunti del Di Cristina che si trovavano in una casa poco distante intenti a festeggiare anche loro il Pasqualone. Quando essi accorsero sul posto il delitto era già avvenuto. Nel margine della trazzera trovarono disteso sul terreno il proprio congiunto con la gola squarciata da una coltellata dalla cui ferita usciva copioso sangue. Dei Puzzanghera nessuna traccia. Essi, dopo aver inferto quel colpo mortale, preferirono allontanarsi da quel luogo, prevedendo il peggio. Constatata la gravità della ferita si pensò di portare il familiare subito nella sua casa ubicata vicino alla chiesa di S. Giuseppe per potergli prestare i primi aiuti. Ma a nulla valsero le cure, nonostante l’intervento del medico subito accorso, due ore dopo il Di Cristina spirava per dissanguamento avvenuto per la grave ferita riportata. Il Puzzanghera, per evitare un male maggiore dalla reazione dei parenti dell’ucciso, che gli davano la caccia, preferì assieme al figlio costituirsi all’autorità giudiziaria di Caltanissetta, mettendo in evidenza che colui che vibrò il coltello al collo dell’ucciso fu il figlio, proprio nel momento in cui vide il genitore in pericolo di essere sopraffatto dal Di Cristina. Svoltasi la causa nelle Assisi di Caltanissetta tanto il padre che il figlio confermarono tale dichiarazione e dato che non vi furono testimoni a carico, quella corte, considerando la minore età dell’accoltellatore e perché agi per legittima difesa del padre in pericolo, condannò il ragazzo ad una lieve pena mentre il padre veniva assolto per non avere commesso il reato. Tale sentenza esasperò ancor di più gli animi dei Di Cristina, specie nel vedere assolto proprio colui che ritenevano il vero assassino del proprio congiunto. Ma seppero contenersi per escogitare il modo come poter vendicare l’onta subita con una rivalsa in tempi futuri. Il Puzzanghera che si era riavuto del grande errore commesso per non avere saputo valutare, prima di venire alla determinazione di uccidere, quello che poteva accadergli in seguito, si convinse che ormai poteva ritenersi un morto in vacanza e perciò, ritornando in libertà, pensò di non esporsi troppo in modo da non servire da bersaglio a quella famiglia desiderosa di vendetta; perciò fu costretto ad abbandonare le colture della sua campagna e a restare per sempre a Riesi. La mattina del 5 marzo 1946, giorno di Carnevale, verso le ore 10 egli, col suo solito scialle che gli copriva le spalle, dopo avere comprato in piazza delle medicine e delle lattughe da servire alla moglie. che durante la notte si era sentita poco bene, se ne tornava a casa per la via Roma. Giunto a pochi metri dalla Chiesa del Rosario, proprio ove sbocca la strada che scende dalla sacrestia e quasi vicino al portone d’entrata dello scrivente, venne affiancato dal suo lato destro da un imberbe e biondo giovanotto, il quale mentre con la mano sinistra lo stringeva a sé, contemporaneamente gli puntava al fianco una rivoltella, facendo partire un colpo; il Puzzanghera pur essendo colpito in una parte vitale, ebbe ancora la forza di svincolarsi, togliere dalle mani del ragazzo l’arma omicida e di gridargli: “Di sgraziato, perchi m’ammazzasti?” e poi sparare qualche colpo senza mira verso il ragazzo che con indifferenza si allontanava verso la salita della strada S.S. Rosario; poi caduto in ginocchio si premette la mano sulla parte ferita dello stomaco e roteando su sé stesso si accasciò distendendosi placidamente al suolo con la faccia in alto, tenendo ancora l’arma omicida nella sua destra. Come avviene in simili casi, vi fu un accorrere di gente, intervenuti i carabinieri, fecero allontanare quelli più vicini al cadavere che rimase così esposto alla morbosa curiosità della folla. Per mancanza del Pretore che si trovava fuori sede, il cadavere fu coperto con un lenzuolo e rimase lì per circa 24 ore, sino a quando intervenne il Pretore di Butera che, dopo aver fatto assieme alle altre autorità le constatazioni di legge, ne ordinò la rimozione per portarlo al cimitero. Si seppe poi che ad ucciderlo era stato un figlio illegittimo del morto Salvatore Di Cristina, avuto da una donna che fu la sua amante. Questo nell’opinione pubblica fu considerato un omicidio perfetto. Durante la causa svoltasi alle Assisi di Caltanissetta, anche la madre venne ad affermare ai giudici che il giovane imputato era veramente il frutto del suo illecito amore per Salvatore Di Cristina. Mercé l’arringa fatta dall’avv. Rosano Pasqualino Junior, il ragazzo fu condannato a sei anni di carcere. Il figlio del Puzzanghera, dopo avere scontata la pena, ritornò in famiglia, ma pensando che la sua presenza a Riesi non era gradita, fu costretto ad abbandonare il paese.


 

FRANCESCO DI CRISTINA

 

La descrizione di questo personaggio merita una collocazione a parte in questo capitolo: ‘La sua mafia non fu delinquenza, ma rispetto alla legge dell’onore, difesa di ogni diritto, grandezza d ‘animo, fu, amore”. Nato a Riesi il 18 luglio 1896, fu il quinto ed ultimo dei figli di Giuseppe e di Angelina Capizzi. Non poté avere ricordi di mamma perché ancor piccolo fu privato del suo affetto per una disgraziata morte. Francesco, fattosi grande, fu mandato a tenere compagnia ai suoi fratelli Antonio e Salvatore, per badare al pascolo del loro gregge, quasi sempre tenuto fuori territorio, nei luoghi ove meglio potevano trovare il mangiare i loro animali. La gioventù di Francesco fu un po’ movimentata infatti eccolo ventenne venire arrestato con un suo compaesano, tale Calogero Marino, quali presunti autori del sequestro del giovane Liotta, figlio di un noto e ricco industriale di Licata. Pur tuttavia, nonostante la grave accusa fatta dal brigadiere Gallè, anch’egli di Riesi che comandava quella stazione dei carabinieri, il giovane Di Cristina venne assolto e rimesso in libertà. Per un ventennio, la nuova mafia capeggiata da lui ebbe un’istituzione diversa dalla precedente. Benché formata da elementi più o meno toccati dal la giustizia, riuscì a tenerla in pugno e a portarla ad una via diversa dalla precedente in cui si era insozzata nei crimini e nel sangue. Essa venne chiamata “la mafia dell’ordine” ed era formata da braccianti, piccoli proprietari terrieri, zolfatai ed anche da macellai; tutti dimostrarono in lui un grande attaccamento e lo seguivano in ogni dove con fiducia e dedizione: Perché si potesse dare maggiore tranquillità, specie nelle campagne e per dare un posto di lavoro a qualche suo accolito di fiducia si adoperò perché alcuni venissero assunti come campieri nelle grandi fattorie ed altri come guardie nei cantieri di lavoro. Ciò col beneplacito e con soddisfazione tanto dei feudatari che degli imprenditori che oltre a godere dei favori per sonali di Ciccio Di Cristina vedevano nella mafia la tutela dei propri interessi. Fu un uomo politico; durante le elezioni si metteva a disposizione di quel candidato che lo aveva maggiormente favorito e che pensava potesse far del bene a lui e al paese. Non ebbe mai a disinteressarsi o a rifiutarsi di fare ottenere dei favori che gli venivano chiesti dal più umile o dal più grande e, in molte occasioni metteva a disposizione il suo portafogli, rifiutando qualsiasi remunerazione da parte del beneficiato. Non fece mai sfoggio della sua persona vestiva sempre modestamente ed era ossequioso con tutti. Conservò un grande affetto per il fratello Salvatore, ch’ebbe di grande aiuto per le faccende della sua proprietà e di cui era anche divenuto cognato perché entrambi avevano sposato due loro cugine, figlie dello zio Salvatore Di Cristina. Dall’unione con la cugina Rosina, donna di grandi virtù e bontà d’animo nacquero i figli:

Giuseppe Impiegato di Banca

Antonio Insegnante

Salvatore Insignente

Angelo Laureato in lettere

Quando la vita gli sorrideva ed era soddisfatto del risultato dei suoi figli un male inesorabile lo colpì, logorandone lentamente la sua forte fibra. Nel periodo della sua malattia si fece di tutto per alleviargli l’affanno che lo faceva crudelmente soffrire. L’asma gli procurò la morte all’età di 65 anni. Il 19 marzo 1961 ebbe fine la sua vita. Fu rimpianto da tutti quelli che lo conobbero e il grande corteo formato da persone di qualunque ceto sociale che lo accompagnò all’ultima dimora ne attestò le grandi benemerenze. Lo stesso Michele Tito, corrispondente del giornale “La Stampa” di Torino., il 9 luglio 1963, precisamente due anni dopo la morte di Di Cristina, parlando della nuova mafia in Sicilia, ebbe a scrivere quanto segue: “Francesco Cristina era l’ultimo esponente degli uomini d’onore... Egli si prodigava per il rispetto delle leggi, per la difesa delle ragazze sedotte, per la protezione delle vedove, per la pace delle famiglie rivali... Non era mai parziale e non rifiutava mai la sua presenza, padrino di battesimo, compare di cresima, tutti gli volevano bene”. “Quando un mafioso attivo ed intelligente riesce a mettere insieme un p0’ o molto bene di Dio, egli s’intenerisce, si sente preso d’amore per il genere umano e si redime, si redime da sé automaticamente, godendosi in pace il frutto del suo sudato lavoro diventa uomo d’onore”. Così ha scritto il Questore Cesare Mai occupandosi della mafia. Allo stesso modo possiamo dire anche noi di quell’uomo che fu Francesco Di Cristina, il quale non seppe sfruttare la gente ma lasciò, per la sua larga generosità d’animo, debiti che i suoi familiari per estinguerli dovettero vendere molta parte della loro proprietà.


 

SALVATORE CUTAIA “LO CUVO”

 

Proveniva da famiglia di pecorai, i cui ascendenti furono proprietari di grosse mandrie. La sua statura era alta, la corporatura robusta. Camminava con atteggiamento fiero e con ‘lo sguardo torvo e alquanto significativo. Era di bello aspetto, quel suo pizzetto metteva in maggior risalto la sua maestosa figura e la sua prepotenza. Era spesse volte rinchiuso in carcere e la sua forza fisica eccezionale rimase immemorabile. Una volta, mentre ammanettato veniva accompagnato da due carabinieri, con un poderoso strappo riuscì a rompere la catena che gli teneva stretti i polsi e con una violenta spinta delle braccia rimaste libere, riuscì a far ruzzolare per terra quei due che lo tenevano di mezzo, per poi darsi ad una precipitosa fuga, vanamente inseguito dai due malcapitati. Sposatosi con una Scibetta, ebbe cinque figli dei quali i tre maschi fecero parlare di se. Il maggiore Pietro, non ancora ventenne, fu trovato assassinato, assieme al suo coetaneo Mario Sciarrina, nella contrada Bifara del territorio di Licata. Tale assassinio fu un grave affronto per il “Lo Cuvo”; data la grande popolarità che godeva nel campo mafioso. Per come si è detto precedentemente, alcune fratture, in quei tempi, erano avvenute tra i “ras” locali che si servivano delle loro “cosche” per darsi continue battaglie con sistemi diversi, provocando nelle parti in contrasto morti e dispersi. Alcuni “ras” cercarono d’istigare il Carlino per disfarsi indirettamente del Cutaia. Essendo un personaggio di grande spicco, riuscì ad ottenere in affitto il feudo “Tallarita” facente parte del territorio di Riesi, da cui dista circa due Km., di proprietà della principessa Pignatelli. Egli da solo ebbe a tenere quella gestione per diversi anni. Alla “chiamata” che ebbe di presentarsi alla Caserma per rispondere su qualche reato che gli si addebitava, poiché si era in piena fase di raccolto, ritenne opportuno di non presentarsi, per salvaguardare i suoi interessi. Per potere fuggire, qualora i carabinieri si presentassero, teneva a portata di mano una veloce giumenta. Era il tempo della trebbiatura, il raccolto dell’annata veniva diviso con i mezzadri e la sua spettanza portata al magazzino. Nel pomeriggio del 17 luglio 1917, mentre era intento alla spartizione del raccolto in un’aia vicino alla fattoria, si accorse che dalla “trazzera” proveniente dalla miniera per andare a Riesi, si avvicina vano tre carabinieri. Credendo che costoro venissero per arrestano cercò di allontanarsi per raggiungere frettolosamente la giumenta che teneva poco discosta. Quei movimenti fecero mettere in sospetto quei militi che passavano da quel luogo per altro servizio. Gli ingiunsero di fermarsi, quando fu catturato, avvalendosi ancora una volta della sua erculea forza, con un poderoso slancio delle sue braccia, riuscì ad atterrarne due, il terzo estrasse la sua rivoltella e gli sparò un colpo che lo ferì all’addome, ferendolo stramazzare a terra come un leone morente. Il feritore, ritornò di corsa in Miniera per avvisare il comando di quella Caserma da dove partirono altri per dare rinforzo ai due che erano rimasti a guardia del ferito. Trasportato in gravi condizioni a Riesi, dopo una notte di straziante sofferenza passò all’altra vita, lasciando nel profondo dolore la moglie e i quattro figli, tutti in tenera età. Aveva 43 anni.


 

LUIGI  VOLPE

 

Figura molto nota nell’ambiente mafioso di quei tempi in cui accanita era la lotta tra i “ras” per assumere il comando. Una sera dei primi di Giugno del 1921, ignoti individui, approfittando dell’oscurità in cui era tenuto il paese, si avvicinarono all’abitazione del Volpe, sita in via Restivo Gallo e dal di fuori lo chiamarono: “Zi Lui... Zì Lui...”. Egli sentendosi chiamare per nome e credendo che fossero amici o congiunti, andò ad aprire la porta e si espose fuori per vedere chi fosse, come risposta ebbe una fucilata che lo colpì ad un braccio. Il muratore Salvatore Bellanti all’udire quello sparo aprì la finestra prospiciente alla casa del Volpe, il feritore pensando di poter essere riconosciuto drizzò la sua arma fumante contro di lui ferendolo alle cosce. Nonostante il tempestivo intervento da parte dei medici il Volpe per una sopravvenuta cancrena morì dopo pochi giorni e precisamente il 5 giugno 1921 all’età di 62 anni. Il figlio Salvatore, anziché seguire le orme del padre di cui fu privato ancora giovanetto, seppe essere un padre di famiglia e cooperò per accrescere la sua proprietà mercé un lavoro onesto e divenire un galantuomo stimato da tutti.


 

STEFANO ARONICA

 

Era il maggiore dei figli maschi del benestante don Luigi, proprietario di numerose pecore, di armenti e di beni immobili. Don Stefano, da giovane, badava alla sorveglianza delle mandrie del padre, ma essendosi associato con altri giovani suoi coetanei, finì col partecipare a delle scorrerie, sino a rendersi reo di un assassinio, per il quale la Corte d’Assise di Caltanissetta, lo condannò a 16 anni di reclusione. Scontata la pena, uscì dal carcere quarantenne e anziché dedicarsi ad un onesto lavoro che potesse cancellargli il suo passato. ritenne opportuno inoltrarsi nel campo della mafia, che per le sue capacità lo considerò “uomo di rispetto”. Era di statura abbastanza alta, il suo truce sguardo lo faceva apparire uomo cattivo. Dopo pochi anni dalla sua riavuta libertà, sposò la signorina Angelica Naso, cognata del fratello Luigi, durante quella convivenza non ebbe figli. La sera del 17 novembre 1921 mentre si trovava colla moglie nella sua abitazione, sita al poggio della Croce, venne chiamato da un suo compare affezionato e si allontanò senza far più ritorno a casa. La moglie che non lo vide rincasare, fece denunzia alla locale Caserma dei Carabinieri. Vennero fatte le dovute ricerche da parte dei familiari e dalle forze dell’ordine, sino a quando due giorni dopo alcune persone non furono attratte dal puzzo di persona morta, proveniente da un disseccato pozzo profondo dietro il poggio della Croce di proprietà del dottor veterinario Francesco Sessa, distante circa 200 m. fuori le mura del paese. Per potervi scendere fu richiesta una lunga e grossa corda e alla presenza della forza pubblica intervenuta, venne legato il cernitore di cereali Giuseppe Millaci, che volontariamente si era offerto per farsi calare in fondo al pozzo. Giuntovi ebbe la sorpresa di trovare il cadavere di un uomo. con le mani protese in alto in un istintivo tentativo di proteggersi la testa dalle grosse pietre lanciate dall’alto dai suoi assassini che ve lo avevano buttato tramortito. Liberatolo da quei massi e legatolo con quella corda dal Millaci, dall’alto venne tirato a viva forza fuori e posto a terra. In quel cadavere fu riconosciuto don Stefano Aronica che ancor vivo era stato buttato nel pozzo. Per quel brutale assassinio ci furono due versioni: la prima che fosse stata opera della mafia locale; l’altra che fosse stato il brigante Carlino a punirlo per n’on avergli consegnato il denaro chiesto al proprietario Giuseppe Cappadonna Junior che si era servito del suo fattore Aronica come intermediario.


 

SALVATORE BELLANTI fu Liborio

 

Non fu né mafioso né delinquente, ma un individuo dedito al suo lavoro onesto e alla famiglia. Da muratore riuscì a farsi una discreta posizione fi nanziaria per gli appalti di lavori stradali. E’ qui menzionato per l’ironia della sorte che lo volle vittima per due volte in quel periodo di contrasti tra la mafia locale i cui esponenti più noti vennero uccisi. Nel giugno del 1921 quando ignoti malviventi ferirono a morte all’affacciarsi alla porta della propria abitazione il noto “boss” Luigi Volpe, venne impallinato alle gambe appena si affacciò al balcone. Dopo 5 mesi e precisamente il 27 novembre 1921, mentre si appressava alla sua nuova abitazione, vicina al carcere, un’altra fucilata, lo colpi alle spalle facendolo cadere esanime a terra. Tra i suoi e i familiari della moglie c’erano stati dei contrasti per futili motivi, perciò quando entrambi le famiglie accorsero sul posto ove era disteso il morto si scambiarono delle accuse. I Carabinieri che piantonavano il cadavere s’insospettirono ed arrestarono il suocero Felice Baldacchino credendolo autore del crimine. Lunga fu la procedura legale prima che il Baldacchino fosse riconosciuto innocente. Egli riebbe la libertà, ma perdette il senno e gran parte della sua proprietà. Fu convinzione di quasi tutta la cittadinanza di allora che l’assassino a causa dell’oscurità avesse scambiato il Bellanti per un mafioso che abitava in quei pressi.


 

CALOGERO DI NOTO fu Liborio

 

Quest’uomo per i suoi precedenti, fu considerato degno di annoverarsi tra i mafiosi. Come suo suocero, Luigi Volpe, ebbe ad avere dei contrasti con i suoi simili tanto da esserne eliminato. La sera del 5 giugno del 1932, mentre stava intrufolato nei covoni di grano ammassati intorno all’aia, preparata fuori l’abitato della via Larga, proprio nel punto ove sì erge l’ala destra dell’edificio della Scuola elementare, venne chiamato da due. malviventi con lo stesso sistema di cui si erano serviti per sopprimere il suocero. Al sentirsi chiamato “Zì Calò... Zi Calò...” si espose fuori per chiedere cosa volessero e vedere chi fossero ma anch’egli venne colpito da una fucilata che gli procurò istantaneamente la morte. Si fecero le opportune indagini, furono arrestati dei presunti assassini, ma anche questo delitto, come quello del suocero, rimase avvolto nel più profondo mistero.


 

IL FASCISMO, IL SECONDO CONFLITTO E LE CONSEGUENZE NEL TERRITORIO DI RIESI

LA VISITA DEL DUCE BENITO MUSSOLINI ALLA MINIERA TRABlA

 
Era stato stabilito che l’arrivo del Duce Mussolini dovesse avvenire nella Trabia (Miniere) verso le ore dieci dell’il maggio 1924 per visitare, durante il suo giro di Sicilia, anche il nostro centro minerario zolfifero. Una grande folla proveniente dai comuni di Riesi, Sommatino e Ravanusa con le rispettive autorità civili e militari, gerarchi fascisti, squadristi e organizzazioni con le loro bandiere e gagliardetti stavano quel mattino presso la centrale elettrica ad attenderlo. Per tale occasione, tutti i muri di quei frabbricati erano tappezzati da strisce di carta con i colori nazionali inneggianti al Re, al Duce e all’Italia. Bandiere tricolori sventolavano dalle finestre; una molto grande era posta sulla torretta della cabina elettrica. Nei muri del caseggiato del cortile a grossi caratteri si potevano leggere i famosi detti di Mussolini: "Credere, obbedire e combattere" e poi "Se avanzo seguitemi, se indietreggio uccidetemi, se mi uccidono vendicatemi ecc. ecc. Tutti gli operai addetti alle officine o ai macchinari stavano nei loro posti di lavoro. Il gran portone di ferro di entrata in quell’occasione veniva aperto per dare libero passaggio solo alle famiglie degli impiegati residenti in quelle miniere. Fuori la folla aumentava sempre di più e cercava i punti più alti per potere osservare meglio l’arrivo del Duce. Per dare posto alle donne, si pensò di erigere con panche, sedie e tavole delle rozze tribune sul cumolo di polvere granulosa di carbone antracite trattenuto da mura costruite in precedenza quasi ad altezza d’uomo dietro alle quali vi stavano i propri congiunti e qualche intruso all’impiedi per come si vede dall’acclusa foto. Il continuo movimento di macchine, portatrici di ordini e contrordini, produceva in quel punto delle nuvolette di polvere nera che si attaccava facilmente ai volti degli spettatori che sembravano carbonari. L’orario delle 10 già trascorso dava modo alla folla di tenere gli sguardi rivolti verso lo stradale proveniente da Sommatino. La giornata era afosa e il caldo quasi insopportabile, quella poco piacevole polvere che ogni tanto si alzava per l’aria infastidiva la gente. Verso le ore Il, dallo stradale della Mintina si videro profilarsi le prime macchine in discesa che diedero la sensazione che il Duce fosse in arrivo. Allora si vide una moltitudine di gente che si spingeva una contro l’altra per trovare un posto per meglio osservare. Le forze dell’ordine, per arginare la folla che aveva invaso il passaggio, prepararono un adito affinché il Duce potesse facilmente accedere alla Centrale. Primi a giungere furono quattro centauri della Pubblica Sicurezza, montati su poderose motociclette, seguiti, a distanza ravvicinata , dalla macchina portante il Duce e poi da quelle delle autorità gerarchiche. Sceso proprio all’imbocco del tratto che dallo stradale porta alla centrale, il Duce venne festosamente accolto dalla folla con numerosi battimani e con grida di evviva ai quali egli rispondeva col saluto romano. Vestiva la tenuta fascista con calzoni lunghi e camicia nera, sul capo portava il goliardico copricapo offertogli dagli universitari palermitani ad ‘honorem" durante il suo passaggio da quella città. A riceverlo in tenuta fascista fu il bel giovane ed aitante Ing. Umberto Cattania, direttore della miniera Trabia. La folla sempre applaudente inneggiava al grido "Viva il Duce" e a quello D’Annunziano di "Eia... eia... alalà". Il corpo bandistico riesino intonava l’inno fascista "Giovinezza, giovinezza, primavera di bellezza". Ed ecco il Duce avanzare baldanzoso, con lo sguardo altero, alla sua sinistra stava il direttore Cattania, lo seguivano i suoi gerarchi ed alti funzionari delle diverse armi. Nel cortile era atteso da tutti gli impiegati di quel centro minerario con le rispettive famiglie che al suo entrare l’accolsero con gettiti di fiori ed evviva. Un bel mazzetto buttato al suo indirizzo dalla Signora Bianca Piazza, moglie del tecnico elettricista Francesco, lo colpì al viso, il Duce si abbronciò, guardò con occhio torvo e proseguì. Girò le officine e tutto l’impianto elettrico e al suo passaggio ogni operaio stendeva il suo braccio per il saluto romano. Tra costoro egli riconobbe Calogero Trobia da Sommatino che molti anni prima gli fu compagno in uno stabilimento di Milano, si fermò e scambiò affettuosamente alcune parole con lui. Dopo avere visitato tutto l’impianto della centrale, seguito sempre dalla folla acclamante, si recò nel pozzo, scese nella miniera con l’ascensore che dopo un po’ lo riportò all’aperto. Da qui si recò verso il locale dopolavoro che per quella occasione era stato adibito come sala da pranzo per lui e il suo seguito, con la partecipazione degli impiegati della miniera. Prima di entrare, volle accomiatarsi dalla folla parlando da un balcone sotto il quale era stata eretta una colonna portante un suo mezzo busto eseguito precedentemente con zolfo fuso. Tutti gli operai. tralasciando il lavoro, si erano accalcati sotto il balcone invocando "Duce... Duce". Egli affacciatosi, perché potesse essere meglio udito, con gesti delle braccia ordinò agli Agenti di polizia e ai carabinieri di rompere il cordone che teneva a distanza gli operai e far si che essi si avvicinassero a lui. Iniziò il suo discorso ringraziandoli del dono ricevuto, che raffigurava l’incudine e il piccone (era di argento ma la forma molto ridotta). "Lo terrò, egli disse,’sul mio tavolo di lavoro come cimelio, tra i miei ricordi". Parlando sulla Sicilia turbolenta, egli si espresse così: "La mafia in Sicilia rimarrà come un lontano ricordo". concluse il suo discorso con scroscianti applausi. Dopo aver pranzato, nel tardo pomeriggio, proseguì per Caltanissetta con tutto il suo seguito. Nelle ore della notte, quando in quel luogo regnava il silenzio, tre individui, con fare sospetto avanzarono verso quella colonna che sosteneva il mezzo busto in zolfo raffigurante il Duce, giuntivi, il maggiore di essi sollevò il più piccolo fino a portarlo all’altezza dovuta, mentre il terzo porgeva un grosso batuffolo acceso di cascame impregnato di olio minerale. Velocemente scomparirono da quel luogo. Lo zolfo a contatto del fuoco si fuse lentamente. Quando spuntò l’alba, non restò altro che la sola colonna annerita dal fumo nero prodotto dallo zolfo che colava ancora bruciante. In un primo tempo fu arrestato Raffaele Calafato, conduttore meccanico della miniera Tallarita, come presunto autore, ma in seguito ad un suo dimostrato alibi venne subito rilasciato. Degli autori non si potè trovare alcuna traccia.

 

PASSAGGIO DA RIESI DI SUA MAESTA’ VITTORIO EMANUELE III  4 dicembre 1942

 
S’era avuta notizia che il Re Vittorio Emanuele III doveva passare daI nostro paese. Il giorno prima era sbarcato a Messina e di là doveva proseguire a bordo della sua macchina, per ispezionare gli impianti e le attrezzature militari che fortificavano la Sicilia. Tempo prima era passato 5. A. il principe Umberto, suo figlio, in una vettura chiusa e quindi pochi furono quelli che poterono ravvisarlo attraverso i vetri tenuti abbassati. Quale comandante delle forze armate del Sud era venuto per trascorrere con i suoi soldati la ricorrenza del Capo d’anno. Il passaggio del Re si attendeva verso le ore 10 del 4 dicembre 1942. Un servizio d’ordine già era stato preparato sia dalle autorità civili che militari. La notizia del passaggio del Re aveva suscitato la curiosità della popolazione che si dispose lungo la via Umberto. Dopo avere attraversato quel tratto tortuoso di’ strada del rione Spadazza, all’imbocco della via Umberto, comparve una vettura staffetta montata da militari, a poca distanza seguiva quella del Re. Egli stava seduto sul sedile posteriore vestito in divisa e col berretto a bustina di colore grigio verde, alla sua sinistra stava seduto il suo aiutante di campo Generale Punto-ne anch’egli in uniforme. Dal volto roseo del Re emergevano i candidi baffetti tagliati a spazzola. Alle grandi ovazioni che gli venivano fatte al suo passaggio egli rispondeva continuamente portando la sua mano destra alla tempia. Man mano che la sua macchina avanzava, la popolazione diveniva più folta, i quattro canti del paese erano gremiti a zeppo, le acclamazioni aumentavano sempre di più. Per attraversare la via Umberto, la macchina era costretta ad avanzare molto lentamente, giunta davanti al palazzo D’Antona, rimase completamente bloccata dalla calca di gente. Il Re, se da un lato era compiaciuto per quella grande dimostrazione di simpatia tributatagli, dall’altro lato gli premeva sganciarsi dalla calca per proseguire l’itinerario previsto per la giornata. Fu ordinato quindi, alle forze dell’ordine di aprire un varco tra quella gente per dare libero passaggio alla macchina del Re. Ed ecco, mentre avanzava la macchina a velocità ridottissima, si vide il giovane Mimiddo Capizzi uscire tra la folla ed aggrapparsi alla vettura e precisamente nella parte dove sedeva il Sovrano con l’intenzione di volergli baciare la mano, ma il re prevedendo che la posizione scomoda poteva essere fatale al giovane, nel tentativo si allontanarlo, con la mano gli procurò del sangue alle gengive. La macchina reale con il suo seguito, aumentò di velocità e sparì lasciando delusi coloro che non poterono vedere il Re.

 

L’ENTRATA DELLE FORZE ARMATE AMERICANE A RIESI E LE SUE TRAGICHE CONSEGUENZE

 
Leggendo i giornali e ascoltando le trasmissioni che venivano fatte dalla radio, ogni cittadino era ormai al corrente dei rovesci militari da noi subiti nelle terre di Egitto, della Cirenaica, della Tunisia e della caduta, dopo un lungo e stringente assedio, della base aero-navale dell’isola di Pantelleria, che per noi era la roccaforte, sia di difesa che di offesa del Mediterraneo centrale ed anche si era a conoscenza delle gravi perdite subite dalla nostra gloriosa flotta navale di guerra. La più dolorosa fu quella avvenuta il 28 marzo 1941 a Matapan, Capo meridionale della Grecia, ove ci vennero affondati tre incrociatori e due cacciatorpediniere dalla flotta inglese, fornita di radar (mezzo.ancora sconosciuto alla nostra marina) con la perdita da parte nostra di 2303 uomini, tra ufficiali e marinai facenti parte dell’equipaggio. E’ bene citare anche l’affondamento, avvenuto il 2 dicembre 1942 del Cacciatorpediniere Da Recco nelle acque dell’isola di Lampedusa, ove trovò la morte il nostro giovane concittadino Carmelo Napolitano di Ferdinando. Non disponendo più, da parte nostra, di quei mezzi di difesa e di offesa sufficienti per fare fronte a quelle azioni di guerra, gli Anglo-americani erano ormai diventati padroni della situazione. Molte bombe venivano lanciate da massicce formazioni aeree, provocandoci morti e danni ingenti. Negli ultimi tempi venne presa di mira la Sicilia, che pagò il suo tributo con immensi danni e un gran numero di morti, provocati dalle incessanti incursioni aeree nemiche. Una di queste venne fatta sulla nostra miniera Tallarita, allora in piena efficienza produttiva di zolfo, le bombe lanciate provocarono dei danni ai fabbricati dell’officina bobinaggio, attigua a quella della centrale elettrica, ma nessuno alle persone che vi lavoravano. Altre raffiche si ebbero da un apparecchio nemico dirette alla corriera in servizio nella linea Riesi-Canicattì mentre, gremita. di passeggeri, saliva lo stradale della contrada Pozzillo di Riesi, ma per fortuna vi fu molto panico ma nessuna vittima. Nel cielo della contrada Palladio, due apparecchi nemici vennero affrontati da un caccia tedèsco che riuscì ad abbatterli, uno, incendiandosi, cadde proprio nello sbocco della piccola galleria omonima facente parte della linea ferroviaria rimasta in embrione, l’altro cadde altrove. Gela, Licata, Siracusa ed altri paesi facenti parte della rada Mediterranea, furono maggiormente presi di mira dagli apparecchi nemici con continui bombardamenti e mitragliamenti. Quel continuo bersagliare faceva comprendere che qualcosa di grave dovesse accadere in Sicilia.La sera del 9 luglio 1943, verso le ore 21, gli abitanti del paese, vennero scossi da un improvviso boato e da colpi di cannonate, provenienti da lontano. Quella sera era senza luna e perciò il paese era proprio al buio. Molti degli abitanti che in quell’ora si trovavano chiusi nelle loro case decisero di mettersi fuori all’aperto, alcuni nelle terrazze, altri ai balconi in modo da potere osservare la provenienza di quelle cannonate. Dal continuo e crescente balenare di lampi rossastri che si notavano dalle retrostanti alture collinose del territorio di Butera, che ci nascondono il litorale Gela-Licata, si convenne che qualcosa di grave stesse per accadere di là. Per i sinistri e frequenti baleni che stracciavano la bruna coltre del cielo sembrava, col suo sordo e continuo tonare, che in quei luoghi si fosse scatenato un uragano infernale. Seguirono rombi di aerei che incominciavano a roteare per l’aria ad alta quota e poi ancora comparire dei fuochi di bengala che si mantenevano in alto emanando una luce viva, abbagliante da illuminare quasi a giorno quella zona tanto da giungere sino a noi. Se in un primo tempo si voleva appagare la curiosità, in seguito la paura invase gli animi. Parecchie persone vennero alla determinazione di fuggire e prendere le vie della campagna, per potervi trovare rifugio e così scampare a qualche bombardamento che si sarebbe potuto avverare da un momento all’altro. Il diavolo farlo apposta, un aeroplano nemico, nel sorvolare il nostro cielo, improvvisamente sgranò una raffica della sua mitragliatrice. La paura si trasformò in terrore, si gridò, s’invocò, si pianse ovunque, non si sapeva ove orientarsi per trovare scampo. Finalmente venne la calma. Molti rientrarono nelle proprie abitazioni, e con grande trepidazione si passò la notte dentro sino allo spuntar del giorno. Nella mattinata si ebbero le prime notizie: il dottore Gabriele La Monica, mentre era intento, sulla terrazza della torre della sua palazzina di campagna in contrada Crocifisso, ad osservare con il binocolo quanto accadeva in quella serata, fu ferito in modo grave ad una gamba da un proiettile della mitragliatrice della quale si era sentita la deflagrazione la sera precedente e che aveva provocato immenso panico. Nelle ore più tardi si ebbe la notizia che gli americani, con un gran numero imprecisato di navi da guerra e da sbarco, erano riusciti, mercé le loro forze aeree e navali, a porre piede nella terra ferma di Gela e Falconara, dopo un poderoso bombardamento con cannoni di diverso calibro delle artiglierie navali che avevano distrutto le fortificazioni italo-tedesche poste a salvaguardia della costa. Nel frattempo, dalle navi portaerei si erano levati apparecchi che .disseminavano dall’alto paracadutisti americani che accerchiarono i nostri soldati. Si apprese poi che militari americani, già sbarcati proseguivano la loro avanzata verso l’interno e precisamente .per la strada mulattiera che da Falconara conduce a Riesi. La conferma di ciò venne data, nelle ore più tardi, da quei nostri soldati di Artiglieria a cavallo, facenti parte di quel battaglione che circa un mese prima, proveniente da Caltanissetta, era passato baldanzosamente sui suoi focosi cavalli dalla via Vittorio Veneto per recarsi in territorio di Licata come rinforzo. Avendo constatato l’aggravarsi della situazione, per sfuggire ad un probabile accerchiamento da parte del nemico, quella mattina ripiegavano in ritirata dalla stessa strada da cui erano venuti sui propri destrieri. Molti di essi tenevano a guinzaglio altri cavalli mancanti di sella e dei loro cavalieri. Verso mezzogiorno si ebbe la notizia che i primi nuclei di soldati americani erano scesi dalla trazzera della contrada Fegotto e si avvicinavano verso Riesi. Questa notizia apportò immensa gioia ai comunisti locali. Si videro correre per le vie Antonio e Ferdinando Di Legami, Filippo De Buio e tanti altri seguaci Comunisti, che procurandosi dei drappi di colore rosso, fècero delle bandiere per andare incontro al nemico che avanzava acclamandolo, inneggiandolo come liberatore e cantando l’inno "Bandiera rossa..." che dal fascismo era stato represso. Gli americani, prima di occupare il nostro paese si fermarono sullo spiazzo vicino al caseggiato che doveva servire da stazione ferroviaria. Da alcuni incoscienti paesani venne loro indicato il luogo ove si erano nascosti un ufficiale e cinque soldati dei nostri che trovati furono fatti prigionieri. Alla notizia dell’arrivo degli americani molta gente era curiosa di conoscere i liberatori e si accalcava maggiormente quando quei soldati, per cattivarsi la simpatia, regalavano agli adulti le sigarette, che precedentemente potevano essere reperite solo d’intrallazzo, e ai bambini le caramelle che tenevano copiosamente nelle loro tasche. I soldati americani continuavano ad affluire anche nelle ore notturne. Perché non fosse la loro presenza di bersaglio a qualche apparecchio avversario, di giorno si occultavano sotto il folto mandorleto vicino alla mancata stazione ferroviaria e nelle ore della notte, proseguivano unendosi alle loro truppe che erano impegnate a superare e vincere la resistenza opposta alla loro avanzata dai difensori italo-tedeschi, nella fascia terriera che unisce i paesi di Barrafranca e Mazzarino. Lo scrivente fa presente che Riesi fu il primo paese interno della Sicilia ad essere occupato dalle truppe americane e senza alcuna resistenza. Avvenne solo un piccolo scontro nella contrada Serralunga, ex feudo Milione, nel quale morirono..due soldati: un tedesco e un italiano. La battaglia persisteva in quei luoghi sopradetti, con la partecipazione di carri armati. In quei giorni, il comando americano dell’Amingot, pose come governatore del paese, un suo tenente di cognome Simonelli, di origine italiana, che nulla comprendeva della nostra madre lingua tanto che l’allora giovane pastore evangelico Enrico Corsari, che conosceva correttamente l’inglese, gli fu da interprete. Con manifesti murali si ordinò a tutti i possessori di consegnare nella locale caserma dei carabinieri, nel più breve tempo possibile, le loro armi da fuoco di qualsiasi tipo e quello da taglio. Gli inadempienti sarebbero stati puniti secondo le leggi di guerra degli occupanti. Ogni ben pensante, volontariamente, andò a consegnare quelle armi in suo possesso al luogo indicato, ove venivano ricevuti da alcuni soldati americani, coadiuvati dai nostri carabinieri disarmati ed adibiti solamente ad annotare sui registri le armi che venivano consegnate. Man mano che gli americani avanzavano, lasciavano nei paesi occupati, alcuni dei loro uomini come poliziotti, per mantenere l’ordine pubblico nel paese. Formate delle pattuglie di due o tre elementi armati ad ognuna di essa veniva aggiunto un nostro carabiniere disarmato dà servire come guida nell’attraversare le strade da loro sconosciute. In seguito agli eventi bellici i mulini rimasero chiusi per mancanza di grano; alla popolazione incominciava a mancare il pane. Il tenente Simonelli, venuto a conoscenza di ciò fece venire in sua presenza il notaio Eugenio Roccella, quale podestà per incitarlo a provvedere al fabbisogno della popolazione. Il podestà essendo stato informato che scorte di grano si trovavano nel locale magazzino consorziale, pensò subito di farlo requisire. Ora si trattava di trovare un mulino per trasformare, in breve tempo, il frumento in farina. Si pensò subito allo stabilimento "La Santa famiglia", ubicato fuori l’abitato, che teneva la più adatta attrezzatura per la macinazione del cereale. Poiché da parecchio tempo si trovava chiuso, il podestà fece intervenire il proprietario Giuseppe Martorana Attanasio. Questi, sulle prime cercò di tergiversare, per esimersi da quell’ordine, ma alla fine chiese la mia collaborazione. Pur non esistendo tra noi due, da diverso tempo, dei buoni rapporti, feci buon viso a cattiva sorte per il bene della popolazione. Si stabili, in presenza del podestà, che il Martorana doveva provvedere alla requisizione di quelle scorte di grano giacenti e curarsi del trasporto dal magazzino allo stabilimento e che lo scrivente doveva interessarsi a preparare quel personale adatto alla messa in moto di quel macchinario. Si concordò che al mattino seguente, alle ore sette, ognuno doveva trovarsi in quel posto per iniziare i lavori di molitura. Per l’ostinata resistenza che opponevano i tedeschi alle truppe amen~cane la battaglia continuava; a distanza si udiva il tuonare dei cannoni e lo sgranare delle mitragliatrici e i fuochi di fucileria. Dalla panchina che era davanti alla porta di entrata dell’opificio, guardando in direzione di Barrafranca e Mazzarino, luoghi di combattimento, si vedevano lunghe cortine di fumo e di fiamme che s’innalzavano per l’aria. Ogni tanto passavano volando in alto squadriglie di aeroplani americani che dopo avere scaricato le loro armi e le micidiali bombe sui paesi, ritornavano indisturbati nei loro punti di partenza per ricaricarsi e fare lo stesso itinerario. Mentre si preparava nello stabilimento il gas che veniva prodotto dal carbone messo nel generatore, servente per avviare il grosso motore di 80 HP, lo scrivente e il Martorana, ormai riappacificati, stavano fuori ad osservare ciò che accadeva in lontananza. Alcuni proiettili di cannoni a brevi intervalli l’uno dopo l’altro cadevano scoppiando proprio vicino al bivio "Mariano", distante circa duecento metri da loro mandando in alto colonne di .terriccio, ad un tratto si udì il sibilo di una cannonata sorvolare sulle loro teste e un fortissimo boato proveniente dal paese. Impauriti, ebbero la sensazione che quei colpi venissero sparati nella loro direzione, perciò, presi dal panico assieme agli altri abbandonarono quel luogo e di corsa si diressero verso il paese. Arrivati nel centro abitato videro molta gente impaurita che correva perché un grosso proiettile di cannone piombato nel cortile della Spadazza e vicino all’entrata del mulino che ivi esisteva, aveva causato morti e feriti tra la agente colà riunita per la molitura delle loro piccole scorte di grano. Detto mulino era di proprietà dell’ omonimo nipote dello scrivente, si lascia quindi immaginare come egli apprese quella notizia. Aumentando la sua andatura, si diresse verso il luogo indicato, giunto vicino la porta di quel fabbricato, vide il mugniaio Mastro Crocifisso Jannì steso a terra morto, immerso in una pozza di sangue, un po’ più in là una povera donna morta raggomitolata a terra. Lo scrivente cercò il nipote, gli venne riferito che si era recato presso il Pronto Soccorso dell’Inail nel centro del paese. Proseguì la sua corsa, giunto in quella infermeria, una pietosa scena si presentò al suo sguardo: una bambina quasi decenne stava sdraiata immobile sul tavolo operatorio col suo visino cereo, solo i suoi occhi davano segno di vita, la pancia denudata lasciava intravedere una larga ferita da dove fuoriuscivano gli intestini. Povera bambina! con la sua flebile vocina chiedeva.., acqua, acqua.. Il sanitario, dottor Rosario Sanfilippo Cultrera che in quel momento era il solo medico che prestava soccorso a tutti i feriti, non nutrendo alcuna speranza di salvare la bambina, rivolse la sua assistenza a Francesco Marotta, un giovanetto che lavorava nel mulino il cui stato si presentava grave per le varie ferite riportate. Volgendo lo sguardo in fondo al locale vide il nipote che era stato ferito leggermente da alcune schegge. Con lui si trovavano altri in attesa di essere medicati. La bambina appartenente ad una delle famiglie Giuliana, per la gravità delle ferite, morì nello stesso giorno, mentre il Marotta, dopo aver peregrinato da un’ospedale all’altro, riuscì a guarire. Rimase però inyalido per cui ottenne una lauta pensione. Dato quello che era avvenuto in quella mattinata, non si pensò più a rimettere il macchinario dello stabilimento in funzione, né lo scrivente, nella sua narrazione può fare sapere al lettore come abbia fatto quel podestà a procurare quella farina tanto necessaria e urgente per molte famiglie bisognose. Allontanatasi la guerra dalla Sicilia, tanto il tenente americano Simonelli che i suoi poliziotti lasciarono Riesi. Venne destituito il podestà Roccella e si ripristinò la carica di sindaco, abolita dal fascismo, affidandola in linea provvisoria al geometra Rosario Altovino d’idee liberali.

 

LA MORTE DEI FRATELLI GIARDINA

 

Un fatto alquanto doloroso si verificò nella tarda mattinata del 1 Agosto 1943 nella contrada Pantano. I tre fratelli, Rosario, Salvatore e Francesco, figli di Francesco Giardina, mentre si trovavano a zappare la propria vigna, furono investiti e dilaniati da frammenti ferrosi prodotti dall’esplosione di un ordigno di guerra. I due più piccoli, Salvatore di anni 18 e Francesco di 15 rimasero uccisi sul colpo, mentre il maggiore, Rosario di 22 anni, raccolto da alcune persone che lavoravano in quel vicinato, gravemente ferito fu momentaneamente soccorso e subito portato a Caltanissetta ove mori due giorni dopo il ricovero in ospedale. Diverse furono le ipotesi della disgrazia: alcuni cedettero che lo scoppio fosse stato causato da un colpo di zappa che uno dei fratelli inavvedutamente avesse inferto, durante il suo lavoro, all’ordigno interrato, mentre altri invece pensarono che i tre fratelli mossi dalla curiosità, avessero tentato di percuotere quello strano oggetto trovato per esaminarne il contenuto.


 

TRAGICO EPILOGO DELL’ASSALTO ALLA VETTURA GUIDATA DA CARMELO D’ALEO CONDANNA A MORTE DEGLI AUTORI

 

Mentre le truppe Anglo/americane avanzavano, dopo lo sbarco in Sicilia, i reparti Italo/tedeschi, in ritirata, abbandonavano ovunque armi di ogni genere, lasciando ad ogni cittadino la possibilità di appropriarsene facilmente e di armarsi clandestinamente contro l’ordine imposto dagli Alleati di disarmo totale, non solo delle Forze Armate in disfatta, ma anche della popolazione civile e perfino delle Forze di Polizia e dei Carabinieri. Pertanto, mentre nelle città l’ordine veniva tutelato dalla Polizia Militare americana, nelle campagne, private anche della sorveglianza delle guardie giurate, i fatti criminosi, diventavano sempre più numerosi e sempre più gravi. Fu così che la sera del 18 novembre 1943, un’automobile di proprietà di Carmelo D’Aleo di Riesi che la guidava, con a bordo due militari americani che viaggiavano per ragioni di servizio percorrendo lo stradale che dalla Miniera Trabia conduce a Riesi, appena giunta alla curva ove limitano le contrade Palladio e Pozzillo, si trovò il passaggio ostruito da grosse pietre messe di traverso. Fermata in tempo la macchina, il conducente pensò di rimuovere quegli ostacoli, e uscito dal suo posto di guida, mentre si accingeva a quel lavoro, nel buio vide apparire, dal margine sinistro dello stradale, delle figure umane. Una di esse si distaccò dalle altre e avanzò col suo fucile spianato e con gesto minaccioso. Non l’avesse mai fatto! come risposta, dall’interno partì un colpo di fucile verso la sua direzione e poi si udì quel malvivente invocare “Zì Pe, aiutu ca m’ammazzaru” ne seguì una breve sparatoria con la denotazione provocata dallo scoppio di una bomba a mano e poi rimase tutto nel silenzio. A sparare quella prima fucilata che sorprese i malviventi era stato uno dei poliziotti italo/americano, vestiti in borghese, che si trovava nella macchina per servizio. Tenendo il suo fucile tra le mani, pronto ad ogni eveniènza, a quella intimidazione, non pensò due volte a premere il grilletto e fare partire il colpo, per poi mettersi subito fuori, insieme all’altro e a rispondere al fuoco, riparandosi dietro la macchina che era rimasta danneggiata dallo scoppio della bomba lanciata dagli aggressori. Quando si capì che i malviventi si erano dileguati, anche loro pensarono di allontanarsi da quel luogo, premurandosi di portare con loro il D’Aleo che si lamentava per le ferite riportate in più parti del corpo e specie nell’occhio destro. Dato che la macchina rimase molto danneggiata, furono costretti a dirigersi verso il paese a piedi. Al loro arrivo, la notizia dell’avvenuto conflitto si sparse per il paese come un baleno. Data l’oscurità, le autorità militari si astennero dal fare il sopralluogo che fu rinviato all’indomani, allo spuntar del sole. Infatti, nelle prime ore dell’alba, giunti sul posto, ove era avvenuta la sparatoria, trovarono l’auto bucherellata da proiettili. Al margine dello stradale ove erano apparsi i malviventi, scorsero una larga chiazza di sangue e poi nessuna traccia. Il grido lacerante invocante aiuto della sera precedente e la vista di quel sangue fece subito intuire che qualcuno degli assalitori fosse rimasto ferito e che in nottata fosse stato portato lontano da quel posto. La polizia americana, messasi a contatto con la locale caserma dei carabinieri diede l’avvio alle dovute indagini per scoprire i colpevoli. Passarono tre giorni, quando alla caserma si presentò la signora Maria Catena Volpe, vedova di quel Calogero Di Noto, misteriosamente uccisi parecchi anni prima, per denunziare che da tre giorni il figlio Liborio di anni 28 non era tornato a casa. In seguito a tale denunzia, venne chiamato e fermato in caserma un certo Filippo Castagna, proprietario di un piccolo appezzamento di terra, con una casetta ubicata quasi a ridosso dell’altura della contrada Cammarera, poco distinte dal luogo dove avvenne il conflitto. Subito dopo furono chiamati: La Monaca Giuseppe fu Pietro e di Di Nolfo Caterina, di anni 46 e Di Noto Felice fu Giuseppe e fu Zuffanti Francesca di anni 22, entrambi cugini dello scomparso. Costoro in seguito alle pressioni fatte dagli investigatori confessarono di essere stati gli autori dell’assalto alla macchina, e messi ancora alle strette finirono con dichiarare che Liborio Di Noto; lo scomparso, era con loro quella sera e poiché era stato ferito dalla prima fucilata degli assaliti, durante la notte, era stato da loro portato sulle spalle nella casetta del Castagna ove, malgrado le cure del caso, durante la notte, per le gravi ferite riportate, era morto, dissero anche che il cadavere era stato sotterrato nelle vicinanze del luogo dell’eccidio. In seguito a queste dichiarazioni, entrambi, ammanettati, vennero condotti sul luogo indicato e, fatta rimuovere a loro la terra, apparve il corpo di Liborio Di Noto avvolto in uno scialle da uomo. Dall’autopsia eseguita sul cadavere si costatò che se il ferito fosse stato sollecitamente ed opportunamente curato sarebbe potuto sopravvivere e che fu interrato ancora vivo per paura che una volta trovato e catturato dalle forze dèll’ordine avrebbe potuto parlare e dare i nomi dei complici. Deferiti al Tribunale di guerra, i due criminali furono giudicati da una corte, formata da ufficiali americani e presieduta da un generale, venuta a Riesi ed insediatasi per l’occasione sul palcoscenico del cinema Capizzi. La popolazione curiosa per assistere allo svolgimento del procèsso si pose sui palchi e in platea. Dato il pienone verificatosi, molte persone rimasero fuori, tenute al largo dalle nerbate dei carabinieri, posti di guardia per rendere libera l’entrata del cinema. L’automobile, crivellata e squarciata che servì da riparo ai due poliziotti in quella sparatoria, fu portata a testimonianza del fatto ed esposta fuori in modo da rendere visibile lo stato in cui era stata ridotta. Quando si ritenne tutto pronto, i due banditi, bene ammanettati e con gli stessi fucili di cui si erano serviti messi a tracolla, furono fatti venire da quella straduccia che dalla discesa del “canale” comunica con lo spiazzo che si trova davanti al locale del cinema. Il processo svoltosi in quel mattino, non durò a lungo. La decisione della Corte fu inesorabile. I due, riconosciuti colpevoli, furono condannati a morte mediante la fucilazione alla schiena. La sentenza, letta in americano dal presidente, venne dall’interprete pronunziata in italiano con voce bassa e piena di emozione. I due condannati furono portati alle carceri di Caltanissetta, ove poco tempo dopo e precisamente l’8 marzo 1944 vennero fucilati da un plotone di esecuzione a Roccapilata località fuori le mura della città. Ironia della sorte!! due volte fu applicata ad intervallo la pena di morte, e due volte la cattiva sorte toccò a Riesi. Nel 1932 la prima esecuzione fatta dal fascismo fu contro Mignemi Diego da Canicattì ma residente a Riesi, il quale nella miniera Tallarita commise un nefando delitto assieme al giovane Giuseppe Calafato a cui la pena di morte in “extremis” fu commutata con l’ergastolo; la seconda in seguito alle drastiche leggi americane di guerra. Stando a quanto riferirono testimoni oculari che assistettero a quella fucilazione Giuseppe La Monaca si avvicinò al posto di esecuzione, rassegnato al suo crudo destino, mentre Felice Di Noto, inorridito della fine a cui andava incontro, si dibatteva disperatamente con tutte le sue forze affinché non giungesse nel punto ove era atteso dal prete e dal plotone di esecuzione. Gli Agenti, per potervelo fare arrivare dovettero copiosamente sudare e fare uso di tutte quelle forze di cui potevano disporre.


 

L’UCCISIONE DI FILIPPO ANSALDI

 

Era una serata senza luna della fine di aprile del 1944. Un soldato dell’esercito americano armato di fucile era stato posto a far da guardia ad un grosso deposito di fusti e bidoni, costruiti in lamiera di ferro, contenenti lubrificanti e carburanti, tenuti all’aperto su un tratto di terra che fa parte della contrada “Olivo” che si trova vicino al ponte omonimo tra Niscemi e Gela. In un’ora imprecisata, il milite dì guardia, tra l’oscurità, intravide una figura di uomo che furtivamente si avvicinava al deposito e un’altra non molto distante, che sbucava dal prato seminato a grano. A quella vista, la sentinella non ci pensò due volte a prendere di mira il primo apparso e fare fuoco con la sua arma e ucciderlo. L’altro, vedendosi in pericolo, ritornò indietro, e scomparve nel folto del seminato. Perché potesse venire scoperto il fuggitivo, venne lanciato un razzo che illuminò quel tratto, ma con poco esito. Quando tutto ritornò nel silenzio, il ricercato abbandonò il suo rifugio e proseguì fino al punto dove con il compagno caduto avevano lasciato i propri asinelli. Quei due erano da Riesi, l’ucciso si chiamava Filippo Ansaldi di 41 anni, inteso “taccone”, padre di cinque figli, l’altro Salvatore Mazzapica, suo coetaneo. Entrambi lavoravano nella miniera Trabia.


 

LE VITTIME DI FALCONARA

 

Durante lo sbarco degli americani in Sicilia, la rada di Falconara fu disseminata di bombe e mine. Nessuno degli artificieri si preoccupò di togliere il pericolo che qualcuno nel maneggiare quegli ordigni bellici potesse essere vittima di qualche disgrazia. Il ragazzo Calogero Maurici di Francesco, avendo trovato una bomba a mano, incuriosito, cercò di smontarla, ma l’esplosione gli fece saltare la mano del braccio sinistro. Due giovanotti gessai, Lombardo Pietro di Salvatore inteso “Mascaro” e Volpe Salvatore, inteso “Pizzarrino”, avendo appreso che la potenzialità della polvere, contenuta in quelle mine, era superiore a quella che essi adopravano per le loro cave di gesso, più di una volta si erano recati in quel luogo per disinnescare quelle mine e trame quel quantitativo di polvere che veniva portato a Riesi. Fatale fu per loro il 12 febbraio 1945. Mentre erano intenti a disinnescare una mina avvenne lo scoppio e la deflagrazione fu di tale potenza da dilaniare e ridurre i corpi dei due sventurati in tanti brandelli di carne che per essere posti in seguito nelle bare vennero pietosamente raccolti dai punti disseminati.


 

LA DEFLAGRAZIONE DELLA BOMBA NELLA CHIUSA DELLA MADONNA

 

Due ragazzi morti ed altri sei feriti fu il triste bilancio del giorno 27 agosto 1945. Il fatto avvenne in fondo alla “Chiusa della Madonna”, ove attualmente trovasi il campo sportivo. Parecchi ragazzi, dei quali il maggiore non superava i 12 anni, quel mattino mentre giocavano in quel luogo, il loro sguardo fu attratto da un ordigno di guerra ivi abbandonato. Spinti dalla curiosità uno di loro lo percosse tanto da provocarne l’esplosione. Il fragore provocato dallo scoppio, seguito da laceranti grida, fece accorrere molta gente. Un orrendo spettacolo si presentò ai loro sguardi atterriti. Due dei piccoli, con i corpicini dilaniati dalle schegge del micidiale ordigno si trovavano già distesi a terra senza vita; gli altri, colpiti più o meno gravemente, sanguinanti, si contorcevano a terra per il dolore. Presi dai loro familiari e posti in macchine prestamente accorsi, furono portati negli ospedali vicini. I morti furono Verbuccio Barbaro e Marrone Enzo. Quelli che rimasero difettosi nella vista furono: Pasciscia Gaetano, Cutaia Giuseppe, D’Antona Giovanni; gli altri feriti furono: Cutaia Giovanni, Buscemi Antonino e Musumeci Rocco.


 

LA ROTTURA DELLE URNE E L’UCCISIONE DI PIPPO LO GRASSO

 
La guerra volgeva al termine, le truppe Anglo-americane, nel lasciare Riesi, affidarono la carica di Sindaco, fino a quando fossero indette le elezioni, al geometra Rosario Altovino. Costui appena ricevette dal Governo le prime somme assegnate al Comune si prodigò di fare aprire dei cantieri di lavoro per gli operai rimasto disoccupati. In quel tempo, per entrare a Riesi da Mazzarino, si doveva attraversare il rione "Spadazza" che rendeva difficile la manovra alle macchine per la tortuosità della strada, apportando serio pericolo alle persone che l’abitavano. Il neo Sindaco progettò di traforare la massa su cui sovrasta la Chiesa di San Giuseppe in modo che, entrando dal corso Vittorio Emanuele, si usciva all’opposto stradale della Spatazza, senza attraversare l’abitato. A tale uopo venne adibita una squadra di zolfatai e braccianti agricoli. Purtroppo, tenninati i fondi assegnati, il tanto auspicato traforo rimase incompiuto. La costituzione sancì il voto alle donne e la data per le elezioni amministrative venne fissata per il 17 marzo 1946. Alcuni comunisti e socialisti, che nel periodo del fascismo erano stati arrestati o inviati al confine dalla Pubblica Sicurezza per misura precauzionale, si coalizzarono formando il "Blocco del Popolo". Contro di loro si formò la "Coalizione Democratica" della quale fecero parte i democristiani, i demosociali, i qualunquisti. Tra i candidati vi erano Francesco Di Cristina e Francesco De Bilio Rindone che ambiva alla carica di primo cittadino. Acerrima fu la lotta tra i due partiti. Quello Social comunista, meglio organizzato, con promesse lusinghiere faceva maggiore presa sulla massa. Si formavano lunghi cortei che con in testa le bandiere rosse con falce e martello e un gran quadro raffigurante Garibaldi, percorrevano le strade del paese intonando i loro inni. A volte qualche analfabeta s’improvvisava oratore e con idee tutte proprie riusciva a convincere l’umile massa ad accrescere le file del suo partito. Non mancarono certamente degli oratori di gran fama come I’On. Pompeo Colajanni per i social comunisti e l’On Rosario Pasqualino Oliveri per la Coalizione Democratica. Co~ il voto concesso alle donne, il numero degli elettori di allora si aggrava intorno ai 6.000 e le votazioni dovevano effettuarsi in un unico giorno. I Social comunisti ritenendo che .11 tempo non fosse stato bastevole per la votazione, con un ordine di scuderia fecero si che alle prime ore del mattino di quel giorno gli elettori si trovassero accodati in lunghe file dietro le porte ancora chiuse delle sezioùi ove erano iscritti per dare il voto. Quelli del partito della "Coalizione Democratica" man mano che si presentavano si ponevano in fila, ma pensarono si soprassedere sino a quando fossero diminuite le lunghe file. Ma in seguito, avendo notato che i social comunisti, dopo aver dato il voto, tornavano ad accodarsi per dare posto ai nuovi arrivati del loro partito, i componenti la "Coalizione Democratica" si riunirono in piazza Garibaldi per commentare l’accaduto. Prevedendo che continuando in quel modo, la vittoria sarebbe stata sicuramente dalla parte avversa, si stabili di telefonare nelle prime ore del pomeriggio all’On. Pasqualino per informarlo della situazione e per avere dei consigli. Data la grande notorietà e la stima che godeva dalla maggior parte della popolazione riesina, fu prescelto Francesco Di Cristina. La cabina telefonica si trovava allora nel vano adibito a bar da Tano Napolitano, ubicato nella stessa piazza. Mentre si attendeva la risposta, un buon numero di persone era rimasto fuori. La conversazione telefonica fu breve, il Di Cristina con mossa alquanto contrariata fece comprendere dal suo atteggiamento che non vi era nulla da fare. La gente ch’era rimasta fuori si accalcò, poi si sentì una voce gridare "andiamo alle urne" e un’altra "rompiamo le urne". Come un turbine la gente si dileguò travolgendo lo stesso Di Cristina che sorpreso di quanto stava accadendo, rimase fermo nello stesso posto, allibito e contrariato per quello che stava accadendo contro la sua volontà. La prima sezione ad essere invasa e saccheggiata fu la più vicina e cioè quella che si trovava in fondo all’androne del palazzo del Duca di Solferino, mentre altri gruppi, agitando in aria i loro bastoni, irruppero nelle altre sezioni. Sotto gli sguardi attoniti del Presidente, degli scrutinatori e di coloro che si trovavano nei seggi elettorali, gli energumeni presero d’assalto le urne contenenti le schede già votate, le gettarono a terra distruggendo ogni cosa, senza dar tempo ai carabinieri presenti d’intervenire. Il locale Comando dei carabinieri, venuto a conoscenza del grave episodio, prevedendo la reazione dei Social comunisti, chiese con urgenza dei rinforzi alla Questura del Capoluogo. L’atmosfera s’era fatta abbastanza tesa, si prevedevano gravi conseguenze per l’atto vandalico. Nelle ore del vespro, nella piazzetta ove si erge il mezzo busto bronzeo del Senatore D’Antona, il candidato socialista designato in quelle elezioni Regionali, pur essendo conscio -della tensione esi-stente tra le parti avverse, osò mettersi fuori su un tavolo, prelevato dalla vicina sezione del suo partito, per tenere il suo discorso politico. I Compagni, adontati per l’accaduto, radunati in gruppi nella vicina piazza Garibaldi, si avvicinarono all’oratore bloccando il transito della via Roma. Mentre il Centorbi nella sua foga oratoria s’era infervorato, il silenzio della folla venne interrotto da una voce seguita da un cupo sparo d’arma da fuoco accompagnato da un lamentevole grido emesso da qualcuno rimasto ferito. Nello stesso istante, a poca distanza, proprio nell’angolo della piazza che immette nel corso Vittorio Emanuele, si vedeva un uomo arrossato dai fumi dell’alcool, tenere le sue ginocchia pressate sul corpo di una persona distesa supina a terra e menare botte senza che quel malcapitato potesse difendersi. Attorno ai contendenti s’era formato un cerchio di persone che non fecero nulla per sedare la lite. S’era avvicinato pure un capitano dei Carabinieri, il quale, pur ricevendo degli epiteti offensivi da quell’energumeno, pensando che un suo intervento potesse far scoccare la scintilla in quei momenti cosi elettrizzante, si limitò a commiserarlo abbozzando un sarcastico risolino. Vittima dello sparo fu il quarantenne Pippo Lo Grasso che con i suoi fratelli Calogero Antonino e Pietro si trovava in piazza tra i maggiori sostenitori della Democrazia Cristiana. Il ferito presto soccorso da un medico sul posto, spirò poco dopo a casa sua per la gravità della ferita. In seguito alle indagini espletate dai Carabinieri, venne fermato come presunto uccisore Pietro De Buio che nel periodo del fascismo era stato per cinque anni al confine. Essendo stato accertato che egli, nel momento in cui si udì lo sparo, si trovava dietro l’ucciso e che il colpo dell’arma risultava tirato a bruciapelo dal punto dove egli si trovava, il suo fermo fu commutato in arresto nonostante il suo diniego. A gravare la sua posizione fu l’accusa di Angelo Ligotti, nonché la rivoltella mancante di una cartuccia nel suo caricatore che fu trovata dagli inquirenti durante la perquisizione domiciliare. Fu fatta l’autopsia, quel proiettile che avrebbe potuto scagionare o accusare di omicidio il De Bilio non fu trovato. Svoltosi il processo alle Assisi di Caltanissetta nonostante l’arringa fatta dal difensore che fece risultare quell’assassinio un delitto politico, la Corte, ritenendolo colpevole lo condannò a 16 anni di carcere Dopo la morte di Pippo Lo Grasso, la famiglia, composta dalla moglie e tre figli, non rimase dimenticata dalla Democrazia Cristiana che si prodigò nel venire incontro in diversi modi specialmente quando i figli vennero privati anche della madre. Un ritratto di Pippo, ritenuto vittima del suo ideale politico, venne appeso alle pareti del sodalizio della Democrazia Cristiana. Alcuni oratori, venuti a Riesi, durante i loro comizi ne fecero un martire. Per quella disgrazia i tre fratelli Calogero, Nino e Pietro ebbero ampi riconoscimenti e buoni impieghi.

 

CURIOSITA' LOCALI - LA RUOTA

 

Anche il nostro paese, sino all’anno 1904 ebbe la sua "Ruota". Essa consisteva in una cassetta cilindrica, girante su un perno dentro la quale, in un designato luogo, venivano collocati (gettati alla ruota) quei bimbi abbandonati dai genitori. Sino a quell’anno, essa funzionò in quello che è oggi il vano terrano del caseggiato tutt’ora di proprietà del sig. Carmelo D’Aleo (padre) ubicato di fronte al Municipio. Il detto vano allora era una semplice casa internamente annerita, con il tetto alto. L’apertura d’ingresso era dov’é oggi, mentre nella parete di fronte vi era una finestra alta che dava al retrostante cortile, ove appositamente era montata la ruota. Per potere arrivare fin sopra, si faceva uso di una scala di legno tenuta all’interno sempre fissa. Entrando dal retrocortile a sinistra si notava l’apertura di quella finestra, corrispondente ad altezza di uomo dal sopraelevato suolo. A chiuderla vi stava uno sportello, tenuto però sempre aperto per l’occasione. Durante la notte, quei neonati, destinati ad essere abbandonati al loro destino, venivano da persone ignote introdotti in questa finestra e adagiati sull’apposito lurido giaciglio, sistemato nella "Ruota" la cui apertura corrispondeva all’imbocco di essa. Bastava poi darle una piccola spinta rotatoria, ed essa girando nascondeva all’esterno il piccino e fermandosi automaticamente dava il suono ad un campanello, nel punto ove internamente si trovava la scala, da dove la persona incaricata ritirava l’innocente fardello depositato. In quei tempi autorizzata a tale lavoro v’era una donna piuttosto grassotta, la quale; se per abitudine o per necessità, suoleva tenere il suo immancabile fazzoletto a "stringi testa". Si chiamava Rosa Orlando, ma per la sua mansione veniva soprannominata donna Rosa la "rotara". Essa durante il giorno allestiva coperte imbottite con cotone (cuttunine) assieme a due sue figliuole. Il marito, forse fratello del padre, si chiamava Piddu Orlando e lavorava come deviatore di vagoni alla miniera Trabia. Provenivano dalla vicina città di Sommatino ed abitavano nella stessa casa dov’era la "Ruota". Quando durante la notte essa veniva svegliata dal suono di quel campanello, si alzava dal letto e, salendo quella scala di legno, dalla corrispondente apertura della "Ruota" traeva il piccolo colà abbandonato. All’indomani ne faceva la dovuta rivelazione al Municipio ove il trovatello veniva iscritto nel registro di nascite con un cognome e nome a piacere con l’aggiunta del famoso e tanto vergognoso N. N. Dopo di ciò, autorizzati dalla legge, queste povere vittime della colpa venivano affidate a coloro i quali avevano fatta domanda di adozione per un maschietto o una femminuccia. Essendo stata quella casa venduta al D’Aleo dal 1904 in poi, la "ruota" fu tolta e non ebbe più ragione di esistere.

 

LA MONGOLFIERA

 
Secondo la consuetudine del nostro paese, la festa della Patrona Maria S.S. della Catena, si celebra ogni anno nella seconda domenica di settembre e si conclude col serale fuoco pirotecnico del lunedì.Il Comitato che s’interessa per la programmazione della festa viene sempre formato da zolfatai. Il Capomastro Carmine Vitello, presidente dél Comitato dell’anno 1904, per dare maggiore attrattiva alla festa, pensò di sostituire il fuoco pirotecnico con l’esibizione di una donna aeronauta con la sua "Mongolfiera" (pallone aerostatico che s’innalza nell’atmosfera per effetto dell’aria dilatata dal calore). Il luogo prescelto fu fuori le mura dell’abitato e precisamente ove sorge l’edificio scolastico della "via Larga". Fu piantata una grossa e lunga trave alla cui sommità stava un congegno per trattenere il pallone durante il suo gonfiamento e distaccarlo al momento voluto. Ad assistere a quel singolare spettacolo vi fu un accorrere di gente di ogni età e sesso, che, non badando alla calura estiva di quel pomeriggio, stava seduta sulla nuda terra. Per il rigonfiamento del pallone venne usata della legna, l’attesa fu alquanto monotona e lunga per la lentezza con cui la mongolfiera prendeva forma. La donna aeronauta, svestitasi dai suoi abiti aveva indossato una tuta a maglia aderente al suo corpo e si era posta nella navicella di vimini ch’era attaccata al pallone. Senonché nel momento m cui l’aerostato stava per librarsi in aria, per un errore di manovra, il gancio che era servito a tenerlo ancorato a terra si conficcò dentro il pallone provocando uno squarcio tale da causate l’istantaneo afflosciamento dell’aerostato per la fuoriuscita del gas apportando grande delusione agli spettatori e alla donna aeronauta rammarico per il danno subito e per la mancata esibizione.

 

IL DAZIO COMUNALE SUI GENERI DI CONSUMO

 
La gestione dei dazi sui generi di consumo, nel nostro paese, fu tenuta dal sig. Giuseppe Martorana dal 1901 fino a quando nel dicembre del 1905 venne tolto dai Comm. Don Giuseppe Carlo Golisano, sindaco del Comune. Essa, precedentemente veniva appaltata ogni 5 anni. L’appaltatore doveva concedere sei posti di ric~evitoria: uno all’inizio della case della "Spatazza", il secondo nello stradale, il terzo vicino al Crocifisso, il quarto nel mulino Duca in pazza Garibaldi, il quinto nella via Licata e il sesto veniva adibito ad ufficio centrale che incassava il denaro derivante dal dazio sulla farina e sugli altri generi di consumo. Ì posti di sorveglianza erano dodici: Spatazza, Cubalone, Canale, Corso, Schifano, orta di mura, Stradale, Cimitero vecchio, 5. Giuseppe, Crocifisso, Niscio, dietro 5. Giuseppe. Quelli di Capo guardia erano quattro. Le guardie godevano uno stipendio di L. 1,10 al giorno mentre i ricevitori percepivano L. 1,50 giornaliere. Inoltre. vi era un controllo-direttore. Le guardie stavano in servizio notte e giorno, andavano a dormire nelle loro case una volta la settimana dall’una alle dieci. I capi guardia la notte erano in servizio sempre, due dalle 12 a mezzanotte e due da mezzanotte alle 12. All’ora di pranzo, dalla Spatazza si udiva il primo suono di corno seguito da tutti gli altri posti di guardia. A partire dalle ore 21 incominciando dalla "Spatazza" ogni mezzora suonava il corno a turno per dimostrare che tutti erano svegli. Le guardie, e tutto il personale in servizio, portavano il berretto con la sigla D.C.R. che significava Dazio di Consumo di Riesi ed un bastoncino di ferro con l’estremità appuntita per tastare se dentro le bisacce, involti o covoni si trovasse nascosta merce soggetta al dazio. Nel 1903 la farina, il pane e la pasta vennero esentati dal dazio mentre il legname, il ferro e carbone ne furono soggetti. Con l’istituirsi del "Comune aperto" la gente si liberò di quella umiliante perquisizione e poté entrare liberamente nelle proprie abitazioni qualsiasi prodotto ricavato dalla terra. Per far quadrare il bilancio comunale, la popolazione fu sottoposta ad una tassa: il Focatico. Questo provvedimento, preso dal Sindaco e condiviso dall’Avv. Gaetano Pasqualino, Assessore dei LL. PP. al comune, provocò disappunto da parte di alcuni giovani liberali e socialisti (seguaci dell’ing. Accardi, anch’egli assessore) che redissero un giornale: "La stizzana rrudi lu cuti", apparso, in numero unico, nel luglio 1906 e che suscitò diverse polemiche per il contenuto e le figure satiriche disegnate dal giovane pittore Luigi Patrì.

 

SENTI CARLINO

 

Senti Carlino, gli umili

Debbon tacere e poi

Lasciar che gli altri facciano

Negl’interessi suoi.

Non ti curar se puzzano

Le vie siccome un cane

N se malfatto e piccolo

Il così detto pane.

Se al buio le vie rimangono

Oh! non avran che dire

La notte, è ben lo sappiamo,

E’ fatta per dormire.

Ne, per sfortuna, biasimo

Avrai su d’ogni cosa

Ti salverà da critiche

La striscia luminosa!...

II

E quando al Municipio

Sedendo tu a quel posto,

Ti toccherà rispondere,

Rispondere a ogni costo

Dirai che non sai nulla

Di quanto venni chiesto

E passerai per umile

Per piccolo modesto

Di che ti è legge il semplice

Parere del Consiglio

E tutte quelle pecore

Diranno: Oh! che buon figlio!

N per sfortuna, biasimo

Avrai su d’ogni cosa,

Ti salvenì da critiche

La striscia luminosa!...

III

Si lagneran del Sindaco

Che non fa tutto bene

Che gli impiegati a scrivere

Sol poche ore tiene.

Ti addosseran le guardie

Che non van più in campagna

Che del Pantano l’acqua

Diventa una cuccagna

Saran tutte calunnie

Frutto d’indegne urne

Che taceran solquando

Più non avran che dire

Nè per sfortuna biasimo

Avrai su d’ogni cosa

Ti salverà da critiche

La striscia luminosa !...


 

LA FESTA DEGLI ALBERI

 

La prima festa avvenne a Riesi nel mese di gennaio dell’anno 1906, Sindaco del comune era allora il comm. Giuseppe Carlo Golisano; persona proba e colta, che per i meriti acquisiti era stato insignito della commenda. Era anche laureato in giurisprudenza e spesse volte ebbe l’incarico di vice pretore. Appassionato di agricoltura, riuscì a far sorgere nella sua tenuta di "Birrigiolo" una villetta, con bei viali, fiancheggiati da alberi frondosi e fiori ornamentali. Con l’avvicinarsi della suddetta festa, diede disposizioni affinché Riesi potesse avere anch’essa una villetta come tanti altri paesi vicini. Il punto prescelto per tale scopo, fu lo spiazzo esistente tutt’ora a sinistra dopo le ultime case adiacenti allo stradale della "Spadazza", sia perché offriva una bella visuale e anche perché vicino al paese, perciò in quella pianura e anche nelle sue pendici, furono scavate delle fosse per il trapianto degli alberelli prescelti a tale scopo. Per abellire lo spazio esistente davanti al portone di ferro Sito all’entrata delle camere di raccolta dell’acqua pantano alla "Croce", furono scavate altre fosse per porvi altre piante (anche questa iniziativa fu criticata). Quella ricorrenza rimase immemorabile anche per un fatto insolito. Per quella occasione il sindaco riusci ad avvicinare gli alunni della scuola evangelica valdese con quelli delle scuole comunali, perché potessero insieme cantare la canzone preparata dall’insegnante Peppino Ferro1 e musicata dallo zio prof. Salvatore Ferro2 le cui parole erano inerenti alla festa. Stabilito come punto di adunata la Piazza Garibaldi, quella mattina le scolaresche furono le prime a muoversi in riga con alla testa i rispettivi insegnanti, seguiva poi la musica con l’autorità cittadina, il sindaco con il labaro portato da una guardia municipale, seguivano quelli facenti parte dei vari sodalizi con le loro sventolanti bandiere e un lungo stuolo di persone. Cosi formati, si avviarono verso la Spadazza per giungere al luogo dove doveva avvenire la cerimonia. Giunti, tra un continuo battimani, il sindaco sali sul podio preparato e tenne il suo discorso occasionale. Non appena ebbe terminato il discorso tra i continui applausi fu dato ordine al personale pronto con le zappe d’interrare una pianta in ciascuna fossa, mentre tutta la scolaresca diretta dallo stesso prof. Ferro intonava la canzone ch’era stata preparata per quell’evento le cui parole della prima strofa erano le seguenti:

oggi ci siamo riuniti in queste balze amene per festeggiare gli alberi che ci danno tanto bene e prati e colli vestonsi di mille e mille fiori. Oh! qual diletto immenso invade i nostri cuori.

Tutta quella massa di popolo, proseguendo si avviò verso la "vasca" ove furono interrate le altre piante. Il corteo fu sciolto allo stesso punto di partenza.

1 —Peppino Ferro, figlio del garibaldino Giuseppe, fu insegnante e dopo Ispettore Scolastico. Il maggiore dei suoi figli Peppino, mori col grado di Capitano nella prima guerra mondiale. Un altro figlio fu Prefetto a Catania ed in altri capoluoghi.

2 — Salvatore Ferro, fratello del padre del precedente, fece parte dell’orchestra del teatro "Massimo" di Palermo come secondo violino.


 

IL CANTO DEGLI ACCARDELLINI

 

L ‘Avv. Pasqualino nell’atto di dare il mancime dall’alto ai suoi accardellini che sotto forma di uccellini svolazzavano beccando.

I

Zio affrettiamoci nel Municipio la nuova farsa ebbe principio, oh gioia! i radico e i moderati partito unico son diventati, solo vi mancano i socialisti dunque affrettiamoci per far gli acquisti. Il Municipio ci unisce e ride ma la coscienza, la ci divide, perciò corriamo, è giunto il dì Zio prestissimo... cicì-cicì.

II

Finora il popolo ci ha detto bene, ma ciò le pancié non ci ha ripiene; L’acqua la presero e gli uscerati e sono i posti, tutti occupati. Ma se qualc’altro ve ne sarà altri certissimo, noi piglierà. Lei ci ha voluto sinor lontani ed ecco l’esìto, vuote le mani. Perciò corriamo è gìunto il dì Zio prestissimo... cicì-cicì

III

Riuscimmo a prendere un dì il potere ma non fu adatto il suo mestiere Quel prest’abito da liberale, zio carissimo le stette male. E appena l’abito sdrucito a terra videsi tutto il partito. Caddero i preti e i moderati, caddero gli anarchici, caddero i frati. Sicché lottare senza guadagni non tireremo di lì un ragno Dunque corriamo è giunto il dì Zio prestissimo... cicì-cicì.

IV

Però se un altro pigli il comando lo metteremo subito al bando: direm ch’è un ladro, un mascalzone l’odio attirandogli delle persone. Ma se con noi però si accorda rallenteremo presto la corda. Diremo giusto ch’ei farè, ch’uomo più degno Riesi non ha; diremo a tutti che il socialismo non è manciuglia, non nepotismo. Dunque corriamo è giunto il dì Zio carissimo... cicì-cicì

V

Ma se qualc’altro ci dice: e allora? perché mangiaste? mangiate ancora, e fedelissimo a un giuramento rovineresti tutto il convento? Risponderemo peggio per quelli che gridan troppo, che son ribelli. Finché ci siamo noi mangeremo e mari e monti distruggeremo Dunque prestissimo, è giunto il dì Zio alle prese C... cicì-cicì.


 

LA PRIMA AUTOMOBILE VISTA A RIESI

 
Sono armai passati tanti anni da quando si é vista la prima automobile a Riesi. Ricordo di avere assistito a quell’arrivo anzi meglio di avere partecipato all’attesa della folla. Fu un giorno di maggio dell’anno 1907, il sole splendeva magnificamente e i campi erano pieni di fiori. Una folla immensa s’era agglomerata lungo lo stradale, allora molto angusto e stretto, che porta a Canicatti. Migliaia di sguardi erano rivolti al punto dove doveva apparire la macchina. L’attesa non durò a lungo. Al suono del clacson "eccola.., eccola" si senti gridare. Quando la macchina si trovò tra la folla fu costretta a fermarsi. Al volante stava l’autista in livrea, mentre il proprietario don Bettino Salamone dal viso roseo ove facevano risalto i suoi neri e grossi baffi volti all’insù e con i calzoni alla cavallerizza stretti da un paio di gambali di cuoio marrone, scendeva a terra. Ricevuto fastosamente dai suoi, vassalli, proseguì a piedi la strada per arrivare in paese ove fu ospite della famiglia di Donna Francesca D’Antona. L’auto, dal bel colore rosso, esposta agli sguardi dei curiosi, sostò dentro l’androne fino a quando, finito il pranzo, Don Bettino riprese la via per raggiungere "Brigadeci", feudo di sua proprietà e dei D’Antona.

 

IL MACABRO DONO... DEI MORTI

 

Per tradizione, si costuma che il mattino del 2 novembre, giorno in cui si commemorano i defunti, si fanno trovare dei doni ai bambini che nella loro ingenuità credono di averli avuti portati dai morti. entrati furtivamente attraverso le fessure delle porte o delle finestre, mentre essi dormono. Quello che sto per narrare è invece tutto diverso. Il 2 novembre del 1907, fu fatto trovare dietro la porta di una meretrice lo scheletro di una morta. Quel mattino Lucia Toscano, meglio intesa col nomignolo “la puncina”, alzatasi di buon mattino con il piatto in mano pensò d’andare dalla vicina per avere “la Cuccia” (minestra preparata la sera prima con grano, fave sbucciate, ceci, foglioline aromatiche di alloro, e data al mattino per devozione). Immenso fu lo spavento quando nell’aprire la porta si vide cascare ai piedi uno scheletro umano. Presa dal terrore, con gli occhi fuori dalle orbite, usci fuori urlando. Molta gente richiamata da quelle grida, rimase inorridita a quello spettacolo. Qualcuno degli accorsi più coraggioso, sollevò da terra lo scheletro appoggiandolo alla porta per dare una macabra visione. Intervenuta l’autorità giudiziaria ordinò la rimozione. e fu portato al cimitero nuovo. Dalle indagini giudiziarie si venne a sapere che quello scheletro mancante degli arti e della mandibola e col corpo mummificato faceva parte di una Verso morta una diecina d’anni prima e che era stato trafugato da uno dei sotterranei del cimitero vecchio, rimasto incustodito durante la notte. Interrogata la Toscano, i carabinieri arrestarono come presunto autore un certo Salvatore Di Benedetto inteso “Jannieddu” ch’era stato prima un suo amante.


 

MENICO RAMETTA

 
In questo capitolo viene presentato quest’uomo non per essere annoverato tra i "grandi" del nostro paese ma per l’impressione che apportò una frase da lui detta durante la sua pazzia da cui fu ritenuto veggente. Menico Rametta, contadino, trascorse la sua gioventù a zappare fino a quando gli acciacchi della vecchiaia lo resero invalido anche nei più leggeri lavori dei campi. Era di statura piuttosto bassa, esile di corpo, segalino e col volto quasi sbarbato. Gli occhi erano piccoli ma vivaci, la bocca rientrata per mancanza di denti dava maggior risalto al suo piccolo mento. Suoleva indossare quasi sempre un abito di color giallognolo di fustagno chiamato dalle nostre donne "doppione" allora usato dal ceto contadino, allestito alla moda da qualche femminuccia che s’improvvisava sarta. La sua testa pelata era coperta dall’immancabile coppola, portata dagli anziani contadini, di color nero con i ciondolini che vi pendevano formati dalla stessa stoffa. Egli cominciò a farsi notare negli anni 1907-1908. Sbucava da una delle rette vie che scendendo dal rione "convento" s’immettono nella via grande, oggi via "Vespri", per recarsi in piazza appoggiandosi al suo nodoso bastone, ch’egli stesso s’era fatto da un ramo di piraino, dalla cui parte estrema sottile curvandola aveva fatto il manico per appoggiarsi. Impossibilitato ad articolare le ginocchia, camminava dondolandosi, aiutato sempre dal mezzo da lui costruito, con le estremità dei piedi ampiamente aperti come Charlot, famoso in quei tempi nel cinema americano. In un primo tempo i suoi ragionamenti si concludevano con le "Trovature" e cioé antichi tesori interrati, nominando i luoghi di campagna ove egli credeva potessero essere trovati. Poi parlava delle terre che i Principi Pignateli d’Aragona dovevano dare ai contadini. Poi incominciò a dare segni di pazzia col commettere qualche stranezza. Incominciò a farsi notare per le strade con delle striscette di carta colorata di diversi colori appuntati alla sua giacca ciò che lo rese di ludibrio ai giovanetti che egli minacciava facendo roteare per l’aria il suo bastone. Non si era sposato e viveva, dopo la morte della sorella con la di lei figlia. Il suo sguardo prima ridente incominciò ad alterarsi divenne aggressivo e pericoloso. Col suo bastone ferì gravemente don Carmelo il tabaccaio. Quando fu ritenuto pericolo per sé e per gli altri fu internato in un manicomio ove morì ultrasessantenne. Durante i momenti di esaltazione vociava ripetutamente di una prossima guerra per l’intero mondo e che gli uomini dovevano volare e le carrozze dovevano camminare senza cavalli. La veggenza di un pazzo si avverò con la prima guerra mondiale.

 

CROCIFISSA CELESTI

 
Era una formosa giovane bionda, che nel primo decennio di questo secolo abitava in un vano terrano e precisamente in quel tratto della via che immette nel Campo Sportivo. Era sposata a un certo Diego Volpe, contadino, uomo d’indole violenta, il quale spesse volte aveva dei conti da saldare con la giustizia per il suo carattere irascibile. Con lui aveva avuto dei bambini. Per dare loro da mangiare, mentre il marito era in carcere fu costretta a prestare i suoi servigi presso la famiglia di Don Rosario D’Antona, inteso "Gallaccio", giudice conciliatore, padre di due figli dei quali la donna era andata sposa al dottor Di Benedetto, mentre il maschio, menomato mentale non si era sposato e si trovava sempre a casa. Nella stessa strada ove abitava la Celesti, stava a una trentina di metri più in là "Taninella" la buterese che conduceva una vita equivoca e dopo avere abbandonato il povero marito gobbo, Gaspare Gozzi di N. N. se la spassava con quei ganzi che più le andavano a genio. Non sappiamo quali furono i motivi che provocarono dei dissapori tra le due vicine. Gli animi s inasprirono tanto da permettere alla Taninella di usare un balordo linguaggio denigrante l’onore della Crocifissa e per maggiore dileggio, appena la intravedeva suoleva cantare una strofetta dalla quale si capiva ch’essa appena fosse uscito il marito della vicina avrebbe usato tutti i mezzi per farla abbandonare. La povera Celesti, conoscendo il carattere violento del marito e vedendo in repentaglio la sua vita, pur essendo innocente, si struggeva di pianto e di dolore per le infami calunnie. Ed ecco una sera, dopo l’Ave Maria, mentre si trovava appoggiata alla sua porta di casa, a mangiare un po’ di pane che tagliuzzava con un coltello, si vide passare davanti "Taninella" che con un lume a petrolio in mano, ritornava nella sua casa bisbigliando parole offensive. Assalita dà un impeto di rabbia, con scatto felino le fu subito addosso e con un vigoroso colpo le infisse nella nuca il coltello che teneva in mano provocando un profondo squarcio da dove s’intravedevano le carotidi recise, che le causarono la morte istantanea. Arrestata, mercé la testimonianza fatta da alcuni vicini, alle Assise di Caltanissetta, fu assolta per provocazione e difesa dell’onore. Accolta dal marito andò con lui in campagna dove egli espletava le manzioni di Guardiano. Purtroppo dopo pochi mési cominciarono in lei a manifestarsi sintomi di pazzia e le sue condizioni di salute si aggravarono al punto da causarle la morte. Durante la sua malattia, e nei momenti di smarrimento mentale suoleva sempre invocare "Taninella, Taninella", il nome di colei che in un eccesso d’ira aveva ucciso!

 

L’APPARIZIONE DELLA COMETA HALLEY

 
La cometa Halley è periodica; fu notata per la prima volta nel 1607 dall’astronomo tedesco Kepler. Fu in seguito l’inglese Halley, donde il suo nome, a predire il suo ritorno. La sua apparizione nel firmamento doveva avvenire nella notte tra il 6 e 7 giugno 1910. La notizia era stata diffusa dalla stampa internazionale e quindi quella parte del mondo in cui la cometa doveva essere visibile, era in fermento per le dichiarazioni allarmistiche fatte da Camillo Flammarion, grande astronomo francese di quel tempo. Si sapeva pure, attraverso la stampa, ch’essa era comparsa 76 anni prima senza avere causato alcun danno all’umanità e alle cose, ma purtroppo, l’avvicinarsi di quel giorno non fu del tutto tranquillo per la maggior parte della popolazione riesina che credeva che la comparsa della cometa preannunziasse la fine del mondo. Dato che morir si doveva, alcuni pensarono di trascorrere le ultime ore della loro vita allegramente, invitando amici e parenti a passare la serata allietati dal suono di chitarre, violini e mandolini. S’improvvisarono delle danze, vennero offerti dolci e liquori. Passarono le ore tra il clamore e il timore; verso l’una del sette giugno, la cometa incominciò a fare la sua apparizione nella parte bassa del cielo tra Mazzarino e Barrafranca. Quasi tutta la popolazione lasciò ogni luogo e ogni cosa e si diresse nella parte più alta del "poggio della Croce", o nel rione "Spatazza" per meglio osservare quella magnifica e rara visione. Tutti gli sguardi erano rivolti verso quel punto del firmamento ove la maestosa cometa sfolgorante con la coda ampia circa 600 e dal colore giallognolo, si profilava in senso orizzontale tra le innumerevoli stelle luccicanti. Le dimensioni apparenti della testa erano come quelle della luna. Man mano che si dileguava con moto retrogrado diminuiva nelle dimensioni, si oscurava fino a quando col calar del giorno scomparve lasciando a color che l’osservavano un bel ricordo e una bella impressione che potrà essere provata dai posteri nell’anno 1986 quando a distanza di circa 76 anni avverrà la sua riapparizione.

 

PIETRO DROGO L’EROE DELLA GUERRA DI TRIPOLI

 

In alla dichiarazione di guerra fatta dal nostro governo a quello turco, il 29 settembre 1911, il nostro esercito collaborato dalla gloriosa marina da guerra, poté mettere piede sulle aride terre della Tripolitania ed avanzare verso l’interno riuscendo a vincere la resistenza nemica. Il 17 dicembre di quell’anno, un nostro reparto di artiglieria campale di retroguardia sostava nelle vicinanze di “Sciara Sciat”, paese di triste ricordo per noi, in quanto circa un mese prima, proprio in quel luogo vennero trucidati parecchi nostri bersaglieri in una imboscata tesa dagli arabo-turchi durante la loro ritirata. Il Capitano di quel reparto ordinò ai suoi artiglieri di pulire le loro armi servendosi di un carro attrezzi tenuto a loro disposizione. Mentre erano intenti a quell’operazione, da una pistola ritenuta scarica parti un colpo che ferì al petto il nostro paesano “Pietro Drogo di Silvestro”. Accorsi subito i compagni che gli stavano vicini, tra i quali i riesini Testa Luigi di Giuseppe e Azzolina Gaetano di Gaetano, Lo posero su una improntata barella e lo portarono al più vicino ospedale da campo per prestargli le prime cure. Per la gravità della ferita fu trasportato in un ospedale maggiormente attrezzato. Guarito fu mandato al suo paese natio per una lunga licenza di convalescenza. Non conoscendo la causa esatta del ferimento, si disse che durante un furioso contrattacco sferrato dai nostri soldati contro le orde arabo-turche il Drogo sfidando la morte aveva fatto rifulgere il suo eroismo uccidendo molti nemici fino a quando venne gravemente ferito. Diffusasi la notizia del suo arrivo in paese, il 25 gennaio del 1912, la popolazione di Riesi, orgogliosa di avere un valoroso soldato concittadino, si senti di tributargli tutti gli onori che si addicevano. Nelle prime ore di quel pomeriggio quindi, dalla piazza Garibaldi gremita di persone, si mosse un lungo corteo con alla testa le Autorità locali, le bandiere dei sodalizi e il gonfalone del Comune, seguito dalla Banda cittadina. Si attraversarono la via Principe Carignano, ora via Roma, e la via Restivo Gallo per giungere allo stradale in attesa dell’eroe che doveva arrivare dalla stazione di Campobello-Ravanusa. Non passò molto tempo che si udirono grida di evviva e scroscio di battimani provenienti da coloro che si erano spinti più lontano per vederlo comparire dall’altura della “figuredda della Purità”. Il corteo si mosse per andare incontro al Drogo che si trovava in mezzo ai primi accorsi. Il suo viso era pallido ed e maciato, la sua figura aitante, il collo era avvolto da una lunga sciarpa che copriva parte della giacca militare. Le Autorità lo avvicinarono e lo abbracciarono, con grida di “evviva” e gli scroscianti battimani durarono a lungo. La musica, un po’ discosta intonava l’inno di Tripoli alla quale si unì il coro del popolo cantando “Tripoli bel suoi d’amore, ti giunga dolce questa mia canzone... Sarai italiana col rombo del cannone”. La folla acclamante si accalcò intorno a lui, quasi a volerlo soffocare, gli agenti dell’ordine furono costretti ad intervenire per aprirgli un varco per potere entrare in paese. Ecco ad un tratto apparire una bionda, elegante ed esile donna portante un cappellino forato sul capo, si avvicinò e lo abbracciò porgendogli un mazzo di fiori e prendendoselo sotto braccio entrò così con lui in paese (quella simpatica donna era la moglie del capitano che si trovava di stanza a Riesi con una compagnia di soldati, anch’essi presenti ad onorare il nostro concittadino). Il gesto di quella donna fece accrescere di più l’esaltazione patriottica della folla; dalle finestre, dai balconi venivano gettati fiori e coriandoli. Il nostro soldato allibito, con lo sguardo smarrito, sorretto dalla signora, fu fatto salire in Municipio per apparire a quella folla che non finiva di applaudirlo. Dopo il discorso pronunziato da un oratore improvvisato, fu accompagnato nella sua dimora sita in via Brunito. Ebbe termine così quella grande manifestazione patriottica, tributata dal popolo riesino ai suo concittadino che ferito accidentalmente, aveva voluto creare un eroe.


 

GLI ANNEGATI DELL’ANNO 1912

 

C’era stata una pioggia ininterrotta per tutta la giornata, e alla sera, al termine di un lungo ed estenuante lavoro fatto all’interno della miniera, i due giovani ventenni. Lo Verde Carmelo fu Gaetano e Lo Cunsolo Angelo di Cosimo e con essi il quattordicenne Fantauzza Daniele di Luigi, cugino di quest’ultimo, usciti all’aperto vedendo il cielo saturo di nubi minacciose, anziché proseguire per Riesi, credettero opportuno. fermarsi e ricoverarsi in una casetta vicina ubicata in un punto un po’ più alto dal livello del fiume. Consumato il vitto rimasto dalla giornata, preparati degli improvvisati giacigli vi si sdraiarono sopra e si addormentarono profondamente. Durante la notte, dall’alto del fiume discese una piena che con l’affluenza delle acque provenienti dai torrenti, man mano che avanzava di veniva sempre più irruenta. Il livello delle acque si alzava sempre più e durante il suo corso trascinava con se ogni cosa.. Non era spuntata ancora l’alba che la piena investiva la casetta. Sorpresi nel sonno i tre cercarono di salvarsi, ma se riuscì al più piccolo, non fu possibile per i due ventenni che travolti dall’impeto travolgente della corrente scomparvero tra la limacciosa acqua del fiume Salso che si versa al mare.


 

LA CRUDELE SORTE DELLA BIMBA TITINA GIARDINA

 
Titina era nata nel 1907. I suoi genitori Carmelo Giardina e Ministeri Giuseppina erano partiti per l’America in cerca di fortuna, affidando tanto la piccola Titina che un'altra figlia più grandetta alle cure della nonna materna Signora Golisano Maria Catena ved. Ministeri. Titina contava circa cinque anni di età, oltre ad essere paffutella e bellina era tanto vezzosa da rendersi tanto simpatica a tutto il vicinato che vedendola sempre allegra, anche se privata dall’affetto dei genitori, le volevano un gran bene. La sera della fine di aprile dell’anno 1912, la Titina non si era ritirata ancora a casa. Col passare delle ore, la vecchia nonna fece le sue ricerche nel vicinato, nei parenti che abitavano lontani dalla sua casa, ma nessuno seppe dare notizie della piccina. I parenti messi in allarme, pensarono di ricorrere al banditore per fare le ricerche in tutte le strade del paese anche nelle ore tardi, ma nonostante ciò, la piccina non fu trovata. All’indomani, tale scomparsa fu denunziata alla caserma dei carabinieri perché potessero farne le dovute ricerche. Ed ecco iniziare prestamente le indagini. Da un’altra bambina più grande della Titina si apprese che la sera prima dell’Ave Maria aveva visto la piccina con la manina afferrata a quella di un maturo suo parente, un tale di nome Vincenzo Giardina che nell’altra mano libera teneva delle caramelle. Mercé tale dichiarazione le forze dell’ordine fermarono costui, in seguito Rocco Cairolo inteso "Rimicia", poi un certo Russo e infine un vecchio stregone che faceva parte di una comitiva di zingari accampati fuori il paese. Si vociferò che la sera prima della scomparsa della bambina avessero visto i quattro fermati assieme a bere del vino attorno ad un tavolo in una bettola. In quei tempi, era molto frequente, specie nel ceto basso, parlare delle "trovature" cioè dei tesori nascosti, indicanti anche i luoghi dov’erano nascosti. Per poterli trovare era però necessario il "sacrificio" di un piccolo innocente, per placare col sangue umano gli spiriti infernali, posti a guardia del tesoro. Il popolo, quindi credendo i quattro capaci di commettere simile delitto pensò che la piccola Titina attratta dal parente Giardina fosse stata da loro rapita, portata al luogo dove pensavano che si trovasse il tesoro e sgozzata per placare col suo sangue gli spiriti di guardia. Il prolungarsi del fermo degli arrestati diede a tutti la sensazione che fossero veramente stati loro gli autori della scomparsa della piccola. Grande fu la meraviglia della popolazione nel vedere i sospettati in libertà. Molte furono le dicerie in proposito. Si vociferò che l’intervento di una giovane, intima del commissario di allora, in favore di uno degli arrestati avesse indotto il funzionario a smettere le sue indagini e liberarli tutti per non aver trovato elementi per procedere. I parenti locali poco ebbero ad interessarsi, né lo poterono fare i poveri genitori che da lontano chiedevano notizie della piccina. Passarono i mesi, passarono gli anni e la sorte della bella e piccola Titina rimase all’ombra del più profondo mistero.

 

TANO L’ORSO L’UOMO FENOMENO

 
Fu il secondo figlio di Don Gaetano La Marca e di Donna Rachela Calamita, entrambi discendenti da buone famiglie. Lo chiamavano col nomignolo "Orso" non perché fosse peloso come quell’animale, ma per la forma tozza del suo corpo. La sua fenomenalità consisteva nell’essere nato con 24 dita, sei per ciascuna mano e ciascun piede. Il dito superfluo si notava dopo i rispettivi mignoli ed era teso e inarticolato. Per potere contenere quelli dei piedi gli venivano allestite della apposite scarpe mal formate. Nel suo faccione bianco si vedevano due grossi occhioni che parevano uscire dalla loro orbita. Pur essendo miope non portava lenti. Camminava con andamento plantigrade, ma con passo lento e fermo. Nonostante la sua età era un ingenuo fanciullone. Aveva il senso uditivo molto sviluppato. Giornalmente si vedeva gironzolare per le strade con l’immancabile pipetta di argilla tenuta in bocca mercé la cannuccia o fermarsi nei ritrovi pronto a rispondere con i suoi mordenti epiteti a coloro che lo stuzzicavano. Tutti gli volevano bene e perciò nessuno si rammaricava se veniva offeso. La sua pipetta gli veniva riempita della "fumata" dai conoscenti ad ogni sua richiesta. La sera, in qualunque stagione, anche nelle ore tarde, quando soleva venire la corriera postale trainata da scheletriti cavalli da Canicatti non mancava di prelevare i giornali del quotidiano "L’Ora" per venderli o distribuu4i agli abbonati. Solo allora a causa della mancata illuminazione per le strade del paese ricorreva al suo grosso bastone che lo faceva conoScere a distanza per il suo speciale ticchettio che faceva produrre nel suo cammino. L’8 ottobre 1919 travolto dalla tumultuante folla, messa in fuga dalle forze dell’ordine cadde come gli altri sette colpito a morte dal fuoco della mitragliatrice sul ciglio della piazza Garibaldi dove procede il corso Vittorio Emanude. Aveva 33 anni!

 

UN REGGENTE INFEDELE DELLE POSTE E TELEGRAFI DI RIESI

 

Nella prima decade del corrente secolo, dopo diversi anni che l’ufficio delle Poste e Telegrafi era stato retto dal Sig. Carmelo Licitri, nostro concittadino, coadiuvato dal fratello Salvatore che faceva il fattorino, tale reggenza passò al sig. Giacomino Tirone di Della. Era un uomo sulla cinquantina, impeccabile nel suo vestire, ligio ai suoi doveri, nelle sue mansioni diede prova di serietà e correttezza. Viveva separato dalla moglie che risiedeva nel suo paese, per convivere con una sua paesana chiamata “Donna Domenica”. Dopo parecchi anni di sua permanenza in questo ufficio si decise di trasferirsi nel suo paese. In sua sostituzione ci fu il figlio Tanino, bel giovane che dopo non molto tempo sposò la bella figlia unica dei tre nati dall’unione del Procuratore Francesco De Bilio con una Rindone. Nei primi tempi fu molto scrupoloso, lavorava con serietà non causando alcuna lamentela. Nella notte tra il 12 e il 13 ottobre del 1923, ignoti ladri, penetrati nell’ufficio, fecero man bassa di tutto quello che capitava loro tra le mani: lettere assicurate, pacchi e francobolli. Vennero eseguite delle indagini. Tra gli arrestati solo uno fu considerato colpevole, un povero uomo. vittima di una vile macchinazione che nulla aveva avuto a che fare con quel furto. Dal giorno del brutto evento, il giovane reggente dall’impeccabile onestà e rettitudine, cominciò a comportarsi in modo strano fino ad allontanarsi dal suo ufficio. Venuto un Agente, mandato appositamente dalla Direzione delle Poste per ispezionare l’ufficio riscontrò delle lacune tali da denunziare il Tirone che fu in seguito arrestato. Ci fu la causa, nonostante la difesa del bravo penalista Trigona Della Floresta, fu condannato dal Tribunale di Caltanissetta a 5 anni e all’interdizione dai pubblici uffici per falso materiale continuato, truffa, peculato, appropriazione indebita, falsificazione d’atti di ufficio con firme apocrife. Scontata la pena ebbe la sventura di trovare la moglie pazza, la quale, dopo pochi anni morì lasciando due figlie.


 

L’INAUGURAZIONE DEL PONTE DI BRAEMI

 

Dopo parecchi anni di snervante attesa, il ponte che sovrasta il torrente di Braemi il cui corso delle acque separa in quel luogo il territorio di Mazzarino da quello di Riesi., finalmente era stato ultimato ed era pronto per la sua inaugurazione. Perché si potesse arrivare a quel risultato, s’erano fatti, nel passato tanti grandi sforzi da parte degli esponenti dei paesi interessati. Principalmente il nostro concittadino don Gaetano Pasqualino, quale primo cittadino del comune di Riesi, cooperò affinché il progetto di quell’opera venisse prontamente approvato per appaltarlo e dare corso alla costruzione. Precedentemente per potere attraversare quel torrente nel punto che interrompeva il proseguimento dello stradale che dal bivio “Schetti” ci porta a Pietraperzia, varie volte si erano costruite delle piattaforme in calcestruzzo, ma l’irrompere impetuoso delle acqua del torrente che s’ingrossava per le abbondanti piogge invernali che vi affluivano, sconvolgevano quei lavori rendendo sempre più pericoloso il passaggio. L’inaugurazione di quell’opera muraria avvenne nella prima decade del mese di giugno dell’anno 1924, quando incomincia a sentirsi la prima canicola estiva. Per tale occasione parteciparono il Prefetto di Caltanissetta, i sindaci dei paesi interessati assieme alle altre autorità civili e ai militari fascisti che vennero con quelle poche macchine che circolavano in quei tempi o con altri mezzi per presenziare a quell’avvenimento. Non mancarono certamente i curiosi venuti anche dai paesi vicini. Sullo spiazzo, che si trovava un po’ al di là del ponte, che precedente mente era servito per l’impasto della malta era stata preparata una tavola imbandita di vassoi colmi di dolci e con bottiglie di spumante e liquori vari. Per ripararla dal sole, era stato posto sopra un telone bianco. La signorina Maria Sardella era stata prescelta come madrina. Il Comm. Bongiorno, un ometto abbastanza arzillo, grassetto e con un paio di baffi bianchi tenuti all’insù, quale Consigliere del Capoluogo, alle persone intervenute in quel luogo tenne il discorso inaugurale che spesse volte fu interrotto da scroscianti applausi. Terminato il discorso, il prete officiò il rito del battesimo colla consueta rottura della bottiglia dello spumante da parte della madrina. Quella moltitudine di gente con alla testa il Prefetto e le Autorità si appressò alla sontuosa tavola ove dei giovani camerieri indossanti giacchette bianche, venuti appositamente da Caltanissetta, offrirono per primo lo spumante poi dolci e liquori. Subito dopo, il prefetto con il suo seguito e le altre autorità rientrarono alle loro sedi, gli alti che aspettavano i mezzi per fare ritorno ai loro posti di lavoro o a casa consumarono tutto quanto era rimasto


 

MEZZI DI TRASPORTO

 

Esiste nel nostro paese una contrada chiamata "Passo di lettiga" perché, in tempi remoti, permetteva il transito delle lettighe. La lettiga era un mezzo di trasporto di cui si servivano i signori. Non poche volte i viaggiatori, in quel passo, venivano fermati da malviventi posti in agguato e quindi privati del denaro ed oggetti preziosi. Alle ore due del mattino, dalla piazzetta municipale e precisamente davanti all’ufficio postale, allo schioccare della frusta, agitata fortemente nell’aria dal Sig. Nunzio Russo di Sommatino, partiva una vecchia e sgangherata diligenza. A tirarla stava una coppia di ischeletriti e vecchi cavalli dalle visibili ferite causate dalla bardatura di cuoio. Allora pochissimi erano i viaggiatori; l’internò della carrozza poteva contenere otto persone e un’altra, se voleva, poteva prendere posto all’aperto sulla cassetta accanto al cocchiere. Giunti alla salita in contrada "Mintina" per snellire il peso ai macilenti cavalli, i passeggeri erano costretti a scendere e fare a piedi quel tratto di strada che li portava alla parte pianeggiante che porta a Sommatino. Quivi avveniva il cambio dei cavalli. Si proseguiva per Canicattì ove la gente scendeva per prendere il treno e recarsi altrove. La diligenza sostava fino alle 14, ora in cui arrivava il treno, prendeva i passeggeri, rifaceva lo stesso percorso e con lo stesso sistema faceva ritorno a Riesi alle ore 22. Dopo la costruzione del ponte di Braemi che congiunge lo stradale Riesi-Pietraperzia, verso l’anno 1924 sorse la SARP (Società Automobilistica Riesi-Pietraperzia). Successivamente la società si uni prima a quella che faceva servizio Pietraperzia-Caltanissetta di cui il maggiore azionista era Giuseppe .Ragusa di Barrafranca, e poi a quella che faceva il percorso MazzarinoCaltanissetta di proprietà di Michele Parla. Dall’unione delle tre società sorse la Ditta SARP-Parla che collegava i paesi Riesi, Mazzarino, Barrafranca, Pietraperzia, Caltanissetta. Gli autobus vennero continuamente aggiornati e sostituiti con altri più nuovi e più confortevoli ai passeggeri. Esisteva ed esiste ancora un altro servizio di pulmann che unisce Riesi a Sommatino, Delia e Canicatti della ditta Chinnici. Quando le acque del fiume permettevano l’attraversamento, si ricorreva ai "Vurdunari" (persone addette a portare in groppa al proprio mulo il passeggero). Si saliva la collinetta "San Giusippuzzu", si attraversava la grotta di Baglio, spesso punto d’incontro con scippatori, e, dopo cinque ore di buona andatura, si arrivava a Caltanissetta. Un’altra breve via di comunicazione, quando il fiume era in magra, consisteva nella strada mulattiera che attraversava il Salso, in contrada "Palladio", per arrivare dopo due ore alla stazione ferroviaria di Campobello-Ravanusa. Dopo la prima guerra mondiale si formò a Mazzarino la "STAS" (Società Trasporti Automobilistica Sicula) che giornalmente faceva il percorso Mazzarino, Riesi, Canicatti e viceversa. Nell’interno del postale potevano prendere posto una diecina di persone su semplici sedie di legno.


 

LA TRAGICA FINE DI DUE AMANTI

 

Bella Di Dio vedova Ragusa, intesa "la Pilato", era un’avvenente giovane che si dedicava con affetto alla cura dei suoi figliuoli rimasti orfani di padre in tenera età. Giovanni Bognanni, calzolaio, simulando d’essere innamorato e profferendo serie promesse di matrimonio convinse la giovane a cedere alle sue voglie. I sintomi di una nuova maternità misero in sgomento la sventurata che cercò d’esortare l’amante a riparare con il matrimonio. Ma diverse erano le intenzioni del Bognanni che si allontanò da lei sempre di più. Preoccupata dello stato in cui si trovava, una sera di maggio del 1935, eludendo la sorveglianza dei suoi con i quali conviveva, usci di casa in cerca di lui. Per sventura s’incontrarono nella via Roma e precisamente ove ha inizio la via San Francesco di Paola. Affinché potessero sottrarsi dagli sguardi delle persone che passavano, ritennero opportuno appartarsi nel vicino cortile favoriti anche dall’oscurità. Non fu possibile sapere quel che si dissero, forse l’ostinato diniego del Bognanni spinse la donna a piantargli nello stomaco un lungo coltello ch’essa aveva portato con se. Dopo averlo colpito, mentre stava per allontanarsi, proprio all’uscita del cortile, fu raggiunta dal ferito che con un supremo sforzo riuscì a togliersi il coltello conficcato e con la stessa arma intrisa del suo sangue la colpì ripetutamente al seno fino a quando la vide stesa a terra morta. Stremato ormai nelle sue forze, non potendosi più reggere all’impiedi, cadde sopra colei che l’aveva tanto amato e che la morto aveva uniti insieme.Vi fu un accorrere di gente, alcuni pensarono ‘di soccorrere il ferito che fu portato all’ospedale di Caltanissetta, mentre la giovane morta rimase sul posto fin quando le Autorità fecero le constatazioni per legge. Il ferito sopravvisse altri due giorni.


 

GAETANO BICCERI

 

Era un uomo dalle larghe e rette spalle, con la testa molto piccola in rapporto al volume del suo corpo. Il volto senza peli, un po’ brutto e il colorito molto pallido dava l’impressione di essere originario della Cina. Aveva però un carattere da gentiluomo. Da giovane emigrò in America e dopo parecchi anni ritornò alla sua patria natia con un buon gruzzoletto di denaro, guadagnato colà col suo onesto lavoro. Tenne per diverso tempo in appalto la pulizia urbana del paese, impegno che abbandonò in seguito per dedicarsi completamente alla coltivazione dei suoi campi. S’era fatta un’abitazione al “Lago” vicino al carcere. Dal matrimonio contratto non poté avere figli, perciò tutto il suo affetto fu rivolto verso i nipoti, figli del fratello e della sorella della moglie tanto da spingerlo, col maturar degli anni, a rogare un testamento col quale, alla sua morte li lasciava eredi della sua proprietà. Ma col passar del tempo incominciarono i dissapori causati prima per futili motivi, poi per avvenimenti più seri tanto da pervenire alla determinazione di lacerare quel testamento per poi adottarsi un bambino che sarebbe stato l’erede di tutti i suoi beni. Affinché ciò non avvenisse, la mattina dell’8 luglio 1953, sapendo che lo zio doveva recarsi nel suo appezzamento di terra in contrada “Galluccio”. due dei nipoti l’attesero armati al varco verso il punto in cui doveva avvenire il passaggio e non appena l’ebbero al tiro, lo freddarono con tre fucilate fecendolo precipitare dal suo cavallo. In seguito alle indagini espletate dalla locale Caserma dei Carabinieri, i due giovani assassini furono arrestati e messi alle strette dai fautori dell’ordine. Furono costretti a confessare il nefando delitto. Nel processo svoltosi dopo un anno alle Assisi di Caltanissetta, nonostante la testimonianza in favore fatta dalla zia denigrante l’operato del suo defunto marito, i giudici ritennero entrambi colpevoli e condannò a 25 anni Calogero e ad undici anni Gaetano.


 

RIESI ED I CENTRI DI POLITICA LOCALE

 

Nei primi anni del corrente secolo a Riesi esistevano centri di politica locale. Uno si faceva nel retrobottega del farmacista cav. Carmelo Jannì conosciuto comunemente come Don Menuccio, appellativo che non gli si addiceva per la maestosa mole del suo corpo. Molto riverente con tutti, non diede mai il Voi a persone meno abbienti. La sua farmacia era al lato ovest ove fa angolo la via Carlo Alberto e la via Reg. Elena. Nel suo retrobottega, specie nelle ore di pomeriggio, si radunavano tutti quei vecchi elementi di maggiore spicco culturale per discutere sulla politica locale. Spesse volte il farmacista, mentre preparava le medicine all’avventore, interveniva rispondendo alle discussioni o dando il proprio parere. Tutto avveniva nel silenzio, si decidevano le sorti della vita politica ed amministrativa del Comune in quella farmacia che dai mordaci fu chiamata “grotta di piditello” a ricordanza di quella grotta in contrada Casteldaccia che era luogo di raduno tra i briganti per organizzarsi a compiere gravi misfatti come il triplice assassinio di don Gaetano Bartoli, ji figlio tredicenne e il campiere. Un altro punto di ritrovo frequentato da giovani liberali o socialisti di Turati era la sartoria di Vito D’Aleo, figlio di Carmelo, un giovane intelligente, molto ossequioso ed affabile con tutti. Aveva occhi celesti e un bel colorito roseo. La sartoria era un vano terrano sito in via Faraci, vicino alla Chiesa Valdese. Assiduo frequentatore era il giovane pittore Luigi Patrì di Francesco che abitava di fronte e a cui si diede l’incarico di allestire un mezzo busto in gesso di Garibaldi che doveva essere posto al centro della piazza in occasione del festeggiamento per il centenario della nascita dell’eroe dei due mondi, e che fu causa di polemiche con Rasario Pozzanghera (1) che ebbe l’idea, appoggiato da diversi sostenitori, di porre davanti la sua abitazione, sopra una colonna in gesso, un altro mezzo busto di Garibaldi modellato da lui. L’ing. Fasulo, Giuseppe Bicceri e qualche altro frequentavano quel locale che divenne il punto d’incontro dei giovani intellettuali di idee liberali. Un altro locale era il vano piccolo sotto il campanile, accanto alla Chiesa Madre, adibito come piccola bottega dal barbiere Domenico Giordano, un ometto anziano, serio e con una barbetta alla Mazziniana. Oltre alla rasatura della barba e al taglio dei capelli si dedicava alla vendita dei giornali che in quei tempi consistevano in poche copie del quotidiano “Giornale dì Sicilia” e la Domenica del Corriere, ad essi si aggiunse l’Asino, un settimanale anticlericale, fondato dallo scrittore socialista Guido Podrecca, che con le sue vignette satiriche colpiva il papa, il Cardinale Merry e l’allora giovane Don Luigi Sturzo di cui metteva in maggior risalto il naso. Il quarto epicentro era il locale vicino alla sacrestia ove si riunivano i preti di allora, qualche laico e l’economo Failla la cui presenza non mancava mai.

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(1) — Rosario Puzzanghera, nei primi del Novecento, assieme a Vito Ferrari, e sotto la direzione del Prof. Architetto Mario Rutelli di Palermo, collaborarono a scolpire a Roma le Naiadi della fontana di Piazza Esedra


 

SINDACI E COMMISSARI DAL 1743 AL 1924

 

Molto poco sappiamo dei Sindaci di Riesi anteriormente al 1820, data in cui furono istituiti i registri comunali di nascita, morte e matrimoni. L’unica notizia ci è fornita da Gaetano Pasqualino nel suo libro “Il Diritto della Storia” (Caltanissetta 1899) il quale riporta un “Rivelo” ricevuto da “Antonius Sanfiippo, Sindaco Altarivae seu Riesi die 4 Aprilis 1748”. Riportiamo pertanto l’indicazione cronologica dei Sindaci e commissari che hanno retto il Comune di Riesi dal 1820 fino all’avvento del Fascismo:

dal 1819 al 1819

dal 1820 al 1827

dal 1828 al 1831

dal 1831 al 1833

dal 1834 al 1837

dal 1838 al 1843

dal 1843 al 1846

dal 1846 al 1849

dal 1850 al 1852

dal 1853 al 1855

dal 1856 al 1858

dal 1856 al 1857

dal 1859 al 1860

dal 1860 al 1861

dal 1862 al 1865

dal 1865 al 1865

dal 1865 al 1875

dal 1876 al 1889

dal 1889 al 1893

dal 1893 al 1893

dal 1894 al 1900

dal 1900 al 1905

dal 1905 al 1910

dal 1910 al 1914

dal 1914 al 1920

dal 1920 al 1922

dal 1922 al 1925

dal 1925 al 1926

Pietro De Buio

Tommaso La Marca

Francesco Scimena

Luigi Pasqualino

Don Giuseppe Gaetano Trapani

Dott. V.incenzo Vitello

Don Tommaso La Marca

Dott. Giuseppe Martorana

Francesco Pasqualino

Giovanni Gulisano

Onofno Pasqualino

Giuseppe Rutella (secondo eletto)

Carmelo Bartoli

Vincenzo Vitello

Cav. Carmelo Inglese

Dott. Giuseppe Riccobene

Cav. Giuseppe. Janni

Avv. Pietro D’Antona

Don Gaetano Pasqualino

Francesco De Bilio (Commissario Prefettizio)

Cav. Carmelo Inglese

Cav. Pietro Di Benedetto Mannarà

Cav. Giuseppe Carlo Golisano

Comm. Luigi D’Antona

Don Gaetano Pasqualino - Geom. Giuseppe Accardi

Comm. Giuseppe Carlo Golisano

Giuseppe Martorana Lo Grasso (Assessore)

Comm. Luigi D’Antona


 

I DON

 

Don forma tronca, derivante dall’antico “donno”, usata, a quanto pare in seguito alla dominazione spagnola in Italia, resta tuttora come titolo d’onore ai principi e ai preti. Un tempo era proprio di tutti i nobili ed è ancora comune nei dialetti meridionali. I Don o “civili”, fin dai tempi non molto remoti, esigevano che fosse a loro dato il Lei, il “Vossia” (Vossignoria) o il “Voscenza” (Vostra eccellenza), molto usato nella vicina Mazzarino, mentre loro davano il “Voi” che serviva a porre una grande distanza tra quello che lo rivolge e quello che lo riceve. Il saluto preteso era “baciamo le mani” o “sabenedica”. Un giorno, un giovanotto, nostro paesano, si presentò ad un noto farmacista del paese per comprare delle medicina. Seguendo le usanze del settentrione, ove aver trascorso da militare diversi anni, entrando in farmacia, salutò dando il buona sera al farmacista che risentito, con sguardo bieco, rispose sarcasticamente “bacio le mani”. Ne derivò una grande polemica. Da questi Don, nel periodo in cui fu Sindaco l’Avvocato Pietro D’Antona, venne aperto il Circolo dei “Civili” nelle due case di proprietà del Comune che fanno angolo tra la piazza Garibaldi e il corso Vittorio Emanuele. Per tutta la lunghezza che va dal confine dell’abitazione del prete Don Luigi Golisano e il sopra detto angolo vi fu applicata una balconata lunga circa 10 metri e larga 2 metri, limitata da una cancellata di ferro alta un metro, tolta dal sindaco liberale Don Gaetano Pasqualino e durante la guerra data alla Patria. Su quel piano, pavimentato con mattoni di argilla, fabbricati dagli stovigliai di Riesi, solevano quei signori passeggiare con i sigari in bocca, o sedersi ai diversi tavoli da gioco. A nessuno dei non soci era permesso d’accedere. Se qualche popolano doveva conferire con uno dei “civili” doveva rivolgersi, senza entrare, al cameriere Ciccio Occhipinti o Rosario Valido, suo successore, che a sua volta riferiva. In quel circolo dei civili non poteva essere iscritto un socio se non dietro l’accettazione dei componenti il consiglio che dovevano vagliare la posizione sociale della famiglia del richiedente. A proposito si cita il caso di due geometri neo diplomati che avendo fatta domanda d’iscrizione, fu dal consiglio, in primo tempo rigettata perché uno era figlio di un sensale, divenuto poi commerciante, e l’altro, pur essendo abbastanza ricco proveniva dalla classe operaia. Con l’avvento del fascismo le cose incominciarono a cambiare. Fu abolito il Lei e dato il Voi a tutti dal più umile al più importante. Durante il periodo bellico le condizioni economiche, le posizioni sociali di molte famiglie mutarono. Al Circolo veniva ammesso chiunque purché fornito di laurea o diploma. Descriviamo in questo capitolo i personaggi di alcune di quelle famiglie più in vista del paese a cui era dato il titolo di Don.


 

FAMIGLIA PASQUALINO

 

Questa famiglia mantenne il proprio ruolo di rispettabilità e di prestigio anche se taluni membri di essa non conseguirono titoli professionali od accademici. Non ci soffermeremo a parlare di don Gaetano Pasqualino Pasqualino, né del di lui cugino On. Rosario Pasqualino Vassallo perché di loro abbiamo parlato precedentemente. Ci soffermeremo invece sul Notaio Giuseppe che fu diverse volte Vice Pretore a Riesi. Grande letterato psicologo, tagliente e mordace con i suoi nemici, durante le elezioni in cui veniva designato il fratello Rosario, trovava l’appoggio della mafia locale che non l’abbandonò mai nella collaborazione per la buona riuscita. Dopo l’avvento del fascismo esercitò poco la sua professione per dedicarsi alla sua proprietà terriera di “Passarello”, territorio di Butera. Ebbe l’onorificenza di Commendatore e in paese ebbe il soprannome di “Sacchinaro”. Sposò una Oliveri di Sommatino ed ebbe diversi figli: Rosario, il maggiore, come Avvocato penalista rifulse nel foro di Caltanissetta ed altrove. Subito dopo la seconda guerra mondiale, fu deputato, fece parte come sottosegretario alla Consulta Nazionale costituita dall’on. Aldisio. Presentatosi in seguito come deputato rappresentante il gruppo democratico del Lavoro non ebbe fortuna. Si dedicò alla sua professione. Mori il 29 settembre l956. Tanino, il secondo dei figli, un giovane intelligente, prossimo alla laurea per le continue liti e dissapori che regnavano tra i suoi genitori, si suicidò all’età di 22 anni. La femmina sposò il cugino ms. Salvatore Accardi che dopo aver con seguito la laurea in giurisprudenza, si trasferì con la .famiglia a Roma per stare vicino allo zio On. Rosario.  Peppino, anch’egli laureato in legge, esercitò la sua professione a Riesi fino a quando si trasferì a Vicari paese della moglie. Ernesto, Capitano dei Bersaglieri, durante la prima guerra mondiale, fu colpito da sordità, dopo diversi anni di servizio permanente, venne mandato in pensione.


 

FAMIGLIA INGLESE

 

Famiglia nobile discendente, secondo l’araldica del Prof. Giardina di Caltagirone, da nobili guerrieri di Alessandria della Rocca, provincia di Agrigento. Il primo a mettere piede nella nostra Riesi, secondo il Ferro, fu Giuseppe che sposò una Golisano. Divenuto vedovo, si stabilì a Mazzarino ove convolò a seconde nozze. Un erede di nome Onofrio, fu Notaio presso lo studio di Don Luigi Pasqualino alla cui morte rimase come titolare. Sposò una ricca fanciulla di nome Anna Maria Butera; divenuto ricco acquistò feudi. Ebbero otto figli. Studiarono a Palermo i due figli maschi: Giuseppe Antonio, chiamato Barone, e Carmelo, nominato nel 1856 Cavaliere dal Re Francesco di Borbone. Nel 1862 copri la carica di Sindaco al Comune. Dei due fratelli Don Onofrio e Don Carmelo figli di Don Giuseppe Antonio, quello che rifulse di più fu quest’ultimo. Nel 1889, all’età di 21 anni, liberale cooperò affinché il partito avverso avesse la completa disfatta. Copri la carica di Sindaco dal 1894 al 1900, carica che gli fu sospesa perché indiziato d’Associazione a delinquere e, dopo un anno di processo, prosciolto “per insufficienza di prove” dall’Autorità giudiziaria. In quei tempi era annoverato tra i più ricchi proprietari del paese. Infatti erano sue tutte le terre in contrada “Strazzo” nell’immediata periferia del paese, il feudo “Strada”, e gran parte della terra in contrada Pantano. “Il Cav. Inglese, da Sindaco, era acclamato da tanti satelliti, i quali lo sfruttavano maledettamente. Egli di carattere debole, sebbene onesto, dava retta ai suoi amici che lo traviavano come volevano” scrive il Ferro a pag. 121 del libro La Storia di Riesi. Infatti per la sua prodigalità, e perché scialacquatore, vendette i feudi “Strazzo” e “Strada”. Nel suo gran palazzo, reso più bello da un giardino sempre fiorito, visse con due donne: la moglie, Donna Giulia figlia unica dello zio don Carmelo Inglese, e una giovane amante, figlia della nota meretrice Catena Taibbi. Da quest’ultima ebbe il primo figlio a cui diede il nome Giuseppe, mentre dalla moglie ebbe due gemelli: Carmelo ed Enrico. Giuseppe fu mandato a Roma per studiare, mentre i due gemelli vissero tra le cure della mamma e della numerosa servitù che era sempre pronta a soddisfare i loro capricci. Crebbero dissoluti e prepotenti. Uscivano sempre assieme prima dentro sontuose carrozze trainate da possenti cavalli, poi con macchine da corsa che venivano soventemente sostituite da altre di nuova fabbricazione. Quasi giornalmente frequentavano il bar Napolitano per giocare al bigliardo, gioco che non portò mai fortuna. Fu proprio in quel locale che Enrico, mentre giocava, ebbe uno sfregio alla guancia da parte del giovane. Carlo Marchese, offeso nell’onore. Quell’atto servì a calmare il loro atteggiamento di signorotti prepotenti. Essi sposarono due sorelle di Gela. Data la vita dissipata che essi menavano il deficit patrimoniale aumentava. Fu venduta per prima la fertile campagna del “Pantano”, poi parte del palazzo che da nella via Ruggero Settimo ed infine l’intero palazzo e il mobilio. Ridotti senza alcuna risorsa finanziaria, con l’aiuto del fratello delle loro mogli, un ufficiale dell’esercito, poterono impiegarsi ad Enna e colà stabilirsi con le loro famiglie. Al contrario, Giuseppe, fratello spurio, si laureò in giurisprudenza e con la parte di proprietà avuta dal padre comprò il feudo “ludeca” che quotizzò e vendette a lotti ricavando lauti guadagni. Purtroppo la morte lo colse ancora giovane nella città di Roma, sua residenza.


 

IL BARONE DON ONOFRIO INGLESE

 

Al contrario del fratello Cav. Don Carmelo, non si dedicò alla vita politica. Don Onofrio, pur essendo proprietario di una parte delle terre del “Pantano” e della contrada “Oliva”, molto vicina al paese, per la sua prodigalità, non condusse una vita molto agiata. Dei cinque figli maschi Giuseppe, il maggiore, meno intelligente degli altri, sposò una Strazzeri di Butera, la quale, divenuta cieca, rimase in balia; della servitù che la circondava e nello stesso tempo approfittava... Morì povero ed amareggiato. Filippo, il secondo, si stabilì a Roma; Carmelo,. sposò Marietta Verso; Emilio, rimase scapolo; Enrico sposò una Boscaglia di Butera. Delle due li figlie la più grande sposò il Dottor Giuseppe Celestre, la minore, Giulia, sposò l’ing. Giuseppe Drogo.


 

FAMIGLIA JANNI’

 

Parlando della famiglia Jannì, proveniente dalla vicino Mazzarino, ci soffermeremo sulla figura di don Giuseppe che fu nominato dal Prefetto di Caltanissetta Sindaco nel 1865; durante il colera del 1867 si distinse per la sua prodigalità verso gli ammalati che venivano benevolmente soccorsi da lui. La sua farmacia rimase aperta anche la notte durante la quale egli programmava e preparava: l’occorrente per la disinfezione delle vie del paese. Nel 1868 fu insignito della Croce di Cavaliere dal Governo Italiano per aver inventato il citrato cristallizzato. Lo stradale Riesi-Sommatino, il Municipio, il Cimitero sono le opere più importanti che ci fanno ricordare quell’uomo benefattore. amico del più umile, e che a causa degli “usi civici” per abuso di potere. nel 1974, fu condannato dal Tribunale di Caltanissetta a tre anni di carcere, pena confermata dalla Corte di Appello di Palermo e cancellata dalla Cassazione di Roma. Purtroppo un male inesorabile lo privò della vita 9 Gennaio del 1879, all’età di 61 anni. Don Carmelo figlio del Dottor Rosario, fratello  del farmacista don Giuseppe, chiamato comunemente “don Minuzzo” teneva la Farmacia nei vani terrani della sua casa che fa angolo tra la via Carlo Alberto e Regina Elena. Sia per il portamento che per il suo carattere ossequioso con tutti veniva considerato un gran signore. Aveva due grandi occhi che sembravano uscirgli da un momento all’altro dalle orbite. Dalla sua faccia dal colorito roseo, gli scendeva una folta e lunga barba simile a quella del grande Leonardo da Vinci. La forma del suo corpo era di un vero atleta. Solo con l’avanzar degli anni le spalle si curvarono un po’. Era una persona abbastanza seria ed umile con tutti. Pubblicamente non si espose alla politica. ma nel suo laboratorio avvenivano delle riunioni in cui criticamente veniva valutata la situazione amministrativa del Comune e che potevano anche portare alla crisi dell’ amministrazione stessa. Ebbe due figli: Don Sarino, un autentico galantuomo, sposò la figlia del sottoprefetto De Bilio e la femmina andò in sposa a Don Leopoldo Giardina. Ebbe un’altra figlia illegittima Carmelina Scandurra, bella bionda e aitante come il padre. Conseguito il diploma magistrale, sposò col parere favorevole del padre, don Peppino Jannì, suo parente. Da questa unione nacquero diversi figli tra i quali I’Avv. Vincenzo Janni, Vice Pretore per parecchi anni. Don Filippo Janni, fu un brav’uomo. Sposò una figlia di donna Concetta Alabiso, vedova Greco. Si dedicò con amore alla sua proprietà terriera di “Passarello” apportando benessere alla famiglia. Si prodigò affinché i figli, mercè i loro diplomi, potessero avere buoni impieghi da tenere alto il prestigio della famiglia. Ebbe diversi figli: Peppino, un giovane intelligente si diplomò Ragioniere e resse la ragioneria al Comune per molti anni, delle cinque figlie rimase signorina Crocifissa, la quale con grande abnegazione si diede all’insegnamento. Su proposta del ministro della Pubblica Istruzione, Medici, il 1 febbraio 1960, le fu conferito, dal presidente Gronchi, il diploma di benemerenza.


 

FAMIGLIA DI BENEDETTO

 

Tralasciamo di parlare degli antenati di questa famiglia ed iniziamo la nostra narrazione a partire dall’Avv. Cav. Don Pietro Di Benedetto, di Salvatore e di Teresa Mannarà, sorella del giudice Pietro. Nato a Riesi il 29 giugno 1848, fu Sindaco nel periodo in cui fu intentata dal Comune aì Principi Pìgnatelli-Fuentes la causa inerente agli “usi civici”. Operò per il bene del popolo, fece incanalare, d’accordo con il Cav. Carmelo Inglese, dal “Pantano” l’acqua potabile che nel 1904 incominciò a scorrere in tutte le case, evitando alla gente d’attingerla dal Canale che non era potabile e comprarla dagli acquaioli. Sposò Giovanna Jannì sorella del Farmacista don Menuccio che abbiamo avuto modo d’incontrare. Da quel matrimonio nacquero diversi figli: 1)Il maggiore, don Salvatore, medico, sposò la figlia di don Rosario d’Antona (Gallaccio) e non ebbe figli; 2) Teresa, sposata in prime nozze con l’ing. Giusto Tazzer dal quale I ebbe una figlia, Giustina, si risposò col Cav. Roberto Di Benedetto; 3) Pietro sposò Rosina Bancillon, sua cugina, dalla quale ebbe quattro figli: Pietrino, laureatosi in giurisprudenza, nelle elezioni regionali del 1958 venne eletto deputato al Parlamento siciliano; Emilio, anch’egli laureato in legge, divenne giudice alla Corte di Appello di Caltanissetta, sposò Carmelina Bonanno; Giovannina, fu travolta da un treno in corsa assieme al marito e all’autista mentre attraversavano un passaggio a livello, vicino Falconara (Licata); Giulia sposò l’Avv. Valvo di Ravanusa; 4) Donna Giovannina, la più piccola, sposò Don Pietro De Bilio, Amministratore dei Principi Pignatelli, da cui ebbe due figli: Antonietta, che sposò l’ing. Gaetano Gambino, che morì giovane lasciando tre figli in tenera età: Gaetano, lole, Ines; Pietro, dottore in legge, sposò Carmelina Nicoletti di Pietraperzia. Il palazzo ubicato nel corso Vittorio Emanuele e precisamente dove esiste un arco che viene denominato “l’Arco di Mannarà”.


 

CAV. ROBERTO DI BENEDETTO

 

Egli era venuto da Catania, sua città natia, nel nostro paese in cerca di feudi da gestire. Era esile di corpo, elegante nel vestire, col suo impeccabile monopetto, sempre azzimato. Non aveva granché di cultura, ma era dotato di una grande intelligenza. Stabilitosi a Riesi prese in moglie la figlia dell’ex Sindaco don Pietro Di Benedetto Mannarà, vedova Tazzer. Ebbe diverse figlie che si sposarono con professionisti. Fu un uomo di grande ardimento e molto eloquente tale d’abbindolare uomini e cose. Di grandi iniziative, con pochi soldi in tasca, per come egli ebbe a vantarsi, riuscì a formare una società per l’erogazione della luce elettrica al paese che veniva tenuto al buio per il poco interessamento di coloro che l’avevano amministrato. Nel periodo in cui, dopo le dimissioni del sindaco Don Carlo Golisano, reggeva il Comune l’assessore Giuseppe Martorana Lo Grasso, uomo probo ed onesto che per la sua integrità, dopo la morte di don Vincenzino Licata, fu posto nella miniera Tallarita come controllore del quantitativo di zolfo estirpato, Di Benedetto ebbe modo di stringere amicizia con Salvatore Turco di Giuseppe, Antonio Sanfilippo fu Costantino, decorato con medaglia d’argento per avere salvato assieme ad un altro, due operai nella miniera Trabonela di Caltanissetta, e con Giuseppe Drogo fu Rosario, tutti e tre impiegati nella miniera Tallarita; il primo come appaltatore, il secondo come armatore in ferro ed il terzo come capo partita. Sapendoli facoltosi, egli espose ai tre l’ambito progetto di formare una società con la loro partecipazione azionaria sotto la direzione del geometra Umberto Tazzer, marito della figliastra Giustina (tanto il Cav. Di Benedetto che il geom. Tazzer pur portanti gli stessi cognomi delle mogli non avevano con loro affinità di parentela). All’inizio furono un po’ riluttanti, ma in seguito, alle parole convincenti addivennero alla proposta avanzata. Dopo un laborioso iter burocratico, il Martorana stipulò il contratto di fornitura di energia elettrica. Con i soldi approntati dai soci, si riuscì appena a costruire i locali per la Centrale che fu ubicata alla periferia del paese in contrada “Spadazza”, e a comprare il primo motore diesel di 50 cavalli della Casa Franco Tosi. Dovendo provvedere all’acquisto degli altri macchinari, il Di Benedetto, privo di mezzi finanziari, ma ricco di iniziative e di risorse, non si perdette d’animo e con un piccolo anticipo e con la fideiussione degli azionisti, riuscì ad ottenere dalle case fornitrici tutti i macchinari occorrenti per la produzione dell’energia elettrica. Solo così e mercé l’abilità di quell’uomo la sera del 24 giugno 1924 le pubbliche vie di Riesi poterono essere illuminate con grande gioia della popolazione. La Società continuò a funzionare con i suoi ormai logori macchinari per molti anni fino al 30 gennaio 1947, cioè fino a quando la Società Generale elettrica, in seguito al contratto stipulato col Comune nell’anno precedente e precisamente il 30 gennaio 1946, subentrò in ogni settore della produzione e della distribuzione. Il macchinario esistente fu venduto, mentre il fabbricato venne suddiviso tra gli azionisti. Il Di Benedetto fu cordiale e alla mano con tutti, sapendosi accattivare la fiducia e la simpatia di chiunque. Ebbe l’abilità d’impiantare in diversi punti del paese tre mulini a parmenti per la macinazione del grano conto terzi.


 

FAMIGLIA D’ANTONA

 

Di questo nobile casato rifulse di più il Senatore Antonino che fu chirurgo di fama internazionale ed autore di molti trattati e studi inerenti alla sua professione. Visse lungamente a Napoli, sua città di adozione, esercitando la sua professione ed occupando una cattedra in quella università. Nato nel 1842, morì a Napoli il 21 dicembre 1913 e non nel 1916 per come ebbe a scrivere il Ferro nel cap. XL  della Storia di Riesi ove gli fa grandi elogi. Alla morte del Sindaco don Pietro D’Antona, con i suoi giovani figli rimase la vedova Donna Francesca che seppe degnamente amministrare i suoi beni. Lo zio Senatore Antonino che la teneva in grande considerazione e nutriva un grande affetto per lei volle regalarle una sontuosa carrozza con una “pariglia” di cavalli dall’identica robusta forma, dallo stesso colore del manto e dall’identica possanza da sembrare pure gemelli. Proprio in questa carrozza, guidata dal cocchiere don Francesco di Caltanissetta, la nobile gentil donna era solita sedersi per uscire dal suo palazzo per sorvegliare la sua proprietà terriera. Il suo palazzo fa angolo tra la via Umberto e quella del Cap. D’Antona e per le scale era uno scendere e salire continuo di gente. Il maggiore dei figli fu Don Luigino in seguito nominato Commendatore. Dopo aver conseguita la laurea, politicamente fu diretto avversario di Don Gaetano Pasqualino, rappresentante, per come ebbe a definirlo costui dei “Cappeddi” o del partito “Baronale”. Egli istituì e formò a Riesi la prima “Banca Agraria” per depositi e prestiti. Fu due volte sindaco dal 1910 al 1914 e dal 1925 al 1926 quando fu sostituito dal cognato Dottor Gabriele La Monica in veste di podestà. Oltre ad amministrare la banca, non mancò di badare alle sue proprietà terriere di Bregadieci in territorio di Mazzarino e agli appezzamenti che teneva nel nostro territorio. Il suo palazzo è quello che si vede alle spalle del mezzo busto in bronzo dello zio Senatore. Sposò la seconda delle figlie di Don Francesco Di Lorenzo dalla quale ebbe tre figli: Luigi, Dottore in legge; Francesca che sposò il cav. Alberti di Mazzarino; Enrico il quale, appena finita la guerra, mentre tornava a casa col grado di tenente morì, per malattia contratta al fronte di combattimento, a Trieste il 16 dicembre 1918. Delle quattro figlie di donna Francesca la più grande fu Concetta l’infelice moglie di don Gaetano Bartoli Inglese, assassinato l’8 ottobre 1901 assieme al figlioletto tredicenne e al campiere che li accompagnava in contrada “S. Isidoro” dalla banda “Terranova” intesa “Piditello”. Rosina, la seconda, andò sposa a Don Ciccio Di Lorenzo, inteso “Rovetto”: Francesca. la terza, sposò il Dottor Gabriele La Monica; Teresa, la quarta, sposò il dottore Lo Presti da Gela, da cui in seguito alla nascita di una figlia si separò per incompatibilità di carattere. Donna Francesca D’Antona morì in età avanzata compianta da tutti. Altre famiglie, portanti lo stesso cognome abitarono nella stessa via Umberto e vissero con le rendite delle loro proprietà. Tra questi bisogna ricordare il Colonnello Luigi D’Antona, figlio di Salvatore, morto eroicamente al fronte durante la seconda guerra mondiale, dopo essere stato comandante del distretto militare .di Caltanissetta; Don Alfonso D’Antona che nei primi anni del volgente secolo fu il “mastro di chiazza” cioè impiegato addetto all’annona; Don Rosario inteso “Gallaccio” che fu per lunghi anni conciiatore locale ed ebbe due figli: il maggiore don Peppino morì giovane, e la seconda, Donna Giuseppina, andò in sposa al medico Salvatore Di Benedetto, figlio dell’ex sindaco Don Pietro Di Benedetto Mannarà.


 

FAMIGLIA GOLISANO

 

Si divideva in due ranghi: quella dei “Massari” alias “Cardazzoni” e quella dei “Don” alias “Ciceroni”. Di questi ultimi si sono distinti maggiormente il prete Don Luigi, che ebbe lunga vita, e il bravo e magnanimo Avv. don Giuseppe Carlo Golisano, figlio di Rosario e di donna Teresa Pasqualino e cugino dell’On. Rosario Pasqualino Vassallo. Amante della musica, delle belle Arti, della poesia, della floricoltura e giardinaggio, fu due volte Sindaco e proprio nei momenti più cruciali attraversati dal nostro paese diviso in due grandi partiti: quello liberale o popolare e quello dei “Cappedda” o signori. Sposata prima l’una e poi l’altra figlia del Sotto Prefetto Avv. Don Francesco De Buio, Don Giuseppe ebbe tre figlie: Rosina, la più grande, avuta dalla prima moglie, andò in sposa a Giuseppe Restivo, Cancelliere per diversi anni nella nostra Pretura, e poi Direttore delle Carceri dell’Ucciardone di Palermo, carica che tenne fino al misterioso avvelenamento del bandito Pisciotta, presunto uccisore del bandito fuorilegge Salvatore Giuliano. La, seconda Concetta, sposò il palermitano Nicola Pampalone che fu per molti anni reggente il Banco di Sicilia locale. Teresa, la terza figlia, rimase signorina con la vecchia madre. Il palazzo ove il Comm. Giuseppe Carlo Golisano trascorse la sua vita dedita alla famiglia e al bene del paese è quello sito tra la piazza Garibaldi e la via Pasqualino. Ebbe diverse sorelle di cui una andò sposa al Dott. Diego Mirisola, figlio di “lu massaru Paolo”, che affittò il locale, ubicato all’inizio della scalinata della Chiesa di San Giuseppe, ai fratelli Malan, primi Pastori Protestanti, per tenere ogni sera le conferenze.


 

FAMIGLIA DI LORENZO

 

L’Avv. don Ciccio Di Lorenzo, inteso “La pannera” per il fatto che il padre ebbe a gestire il suo negozio di panni (stoffe), fu un uomo abbastanza serio. Non esercitò la sua professione, ma preferì dedicarsi con grande impegno alla sua grande proprietà.Don Salvatore, il maggiore dei figli, sposò Enrichetta De Bilio, una delle figlie del Sottoprefetto Avv. Francesco De Bilio, ebbe diversi figli, una delle quali Concettina andò in sposa all’avv. e Vice Pretore Vincenzo Janni. Don Ciccino, il più piccolo, soprannominato “Rovietto”, forse perché non era tanto, facile prenderlo in giro, sposò una figlia di Donna Francesca D’Antona. I figli maschi si laurearono e si stabilirono nelle sedi d’impiego. Tina, sposò il cugino Enrico Bartoli, figlio di don Gaetano Bartoli Inglese ucciso barbaramente assieme l figlio e al fattore dalla banda Terranova. Don Ciccino sempre allegro e scherzoso morì a Riesi ultraottantenne. Delle sorelle di costui, la più grande, Rosina, sposò don Peppino Cappadonna; la seconda, Marietta, don Luigino D’Antona; la terza, Enrichetta, invaghitasi pazzamente di don Lillì Muricutti Verso, ebbe l’ardire di eludere la stretta sorveglianza del padre e di notte tempo giungere al vicino terrazzo ove trepidante il suo amato l’attendeva. Bisogna dire in verità che in un primo tempo don Ciccino andò sulle furie per lo scorno subito, ma poi finì per accogliere i due fuggiaschi, perdonarli e stimare il genero, per la sua squisita gentilezza. Dalla bella coppia Morocutti Di Lorenzo nacquero Gliciano e la bellissima signora Gemma andata sposa a Don Vincenzmo Rosso Natoli. Don Lilli Muricutti, confermatosi Reggente dell’Agenzia di Credito, morì ancor giovane presso una casa di cura svizzera.


 

FAMIGLIA BANCILLON

 

Sono discendenti dell’ing. Emilio Bancillon, mandato dalla società francese come dirigente della miniera Tallarita. Sposato con Giulia Jannì, la sorella del chimico farmacista don Menuccio, ebbe diversi figli: due dei maschi si laurearono, mentre il più piccolo Amedeo, mori giovanetto, mentre era in corso di studi. Delle figlie, Giulia sposò il Cav. Perna Ettore di Mazzarino e l’altra Rosina il cugino don Pietro Di Benedetto. Il nome di questo casato non esiste più a Riesi in quanto i figli maschi per ragioni d’impiego, fissarono la propria residenza altrove.


 

FAMIGLIA CAPPADONA

 

Si disse che don Giuseppe Cappadonna senior provenisse da Gela da una famiglia di rivenditori di rame. Lo zio Massaro Beppe Vecchio, grosso proprietario del paese, in seguito al matrimonio che egli fece fare con la sorella di “lu massaru Paulu Mirisola”, padre del dottor Diego, lo lasciò erede di tutta la sua proprietà, compreso il palazzo che fa angolo tra la via Roma e la via Francesco di Paola. Da quel matrimonio nacque un solo figlio Peppino. Questi non ebbe a conseguire alcuna laurea o diploma, ma ebbe tanta abilità e buon senso negli affari d’accrescere ancor di più quella proprietà con l’acquisto del feudo Castelluccio, territorio di Butera. Don Peppino Cappadonna, divenuto Cavaliere, sposò la maggiore delle figlie di don Farncesco Di Lorenzo. Due delle femmine ancor giovanette morirono nel 1918, prima della madre, colpite dalla “Spagnola”, un’epidemia che senza pietà stroncò seicento vite umane in quattro mesi. Peppino, il maggiore dei figli maschi, dopo avere esercitato la professione di medico nel nostro paese, celibe e ancor giovane morì a Caltanissetta nella casa della sorella. Francesco, laureatosi in giurisprudenza, non esercitò la sua professione, ma preferì badare alla sua immensa proprietà terriera, ereditata. Sposò Letizia Tumminelli di Caltanissetta. Delle femmine Rosina andò sposa al Cav. Bonanno Francesco di Naro; Angela, sposò il Dottor Gaspare Nicoletti, oculista di Pietraperzia. Non avendo il Dottor Francesco figli maschi, è evidente che il cognome Cappadonna finirà con lo scomparire.


 

GIUSEPPE VERSO SCIMENA

 

Laureatosi in giurisprudenza e divenuto Notaio, si dedicò, con grande abnegazione non solo alla sua professione ma anche all’amministrazione dei beni del Duca di Solferino. Il suo studio notarile era ubicato nel palazzo di proprietà dello stesso Duca, confinante con l’attuale Oratorio Salesiano. Egli si diede alla politica, capeggiò, assieme al Comm. Don Luigi D’Antona, il partito Baronale o dei “Cappedda”, contrariò al partito proletario capeggiato da don Pasqualino Gaetano. Fu un assiduo collaboratore alla ricerca di minerali di zolfo e fu sempre pronto a sborsare del denaro ed entrare come socio appena veniva scoperta una miniera. Sposò la sorella del Comm. Don Carlo Golisano, ebbe diversi figli dei quali gran parte si trasferì a Torino ed ivi quasi ottantenne, assieme alla figlia signorina, fissò la sua ultima dimora. Dei suoi figli: Peppino, il maggiore, resse per alcuni anni l’amministrazione dei beni del Duca. Durante il regime fascista, divenuto Podestà, auspicò la collaborazione del popolo col detto “Popolo, tu con me ed io con te”. Rimosso in seguito da quella carica, mortagli la moglie, Rocca D’Antona, col figlio ancora ragazzo, si trasferì a Palermo. Con i soldi ricavati dalla vendita dei beni che disponeva, apri un negozio di sanitari. Innamoratosi pazzamente di una ragazza molto più giovane di lui, in una strada di Palermo, non vedendo corrisposto il suo amore, puntò la rivoltella prima alla ragazza e poi a se stesso uccidendosi. Nino, il terzo dei figli, sposò la figlia del Dottor Diego Mirisola. Diplomatosi in Ragioneria, prestò servizio presso il Banco di Sicilia di Catania. Il penultimo dei figli maschi, dopo la morte del padre, venne riportato nella cronaca dei giornale “La Stampa” di Torino perché, qualificandosi figlio illegittimo dell’ex re di Spagna Alfonso XIII, fu arrestato per truffa.


 

I MASSARI RIESINI COMPRATORI DEI PALAZZI DEI “DON”

 

Nel nostro paese, per palazzo s’intende quel fabbricato composto di parecchi vani ed accessori, anche se costruito ad un solo piano purché ci sia un ampio androne chiuso da un gran portone. I sopra detti palazzi furono fabbricati nei primi anni dell’800, con uno stile più o meno ricercato da quei proprietari che primeggiavano per ricchezza e per la notorietà del loro casato. Queste abitazioni, a cominciare dalla seconda decade del corrente secolo, ad intervalli di tempo, una dopo l’altra vennero venduti dagli eredi di quei “Don” in seguito a dissesti finanziari o per servirsi del denaro della vendita per l’acquisto di altra proprietà ritenuta più vantaggiosa o per trasferirsi in altri paesi. Il palazzo di “don” Francesco Rindone, ubicato alla sommità della via Carlo Alberto, fu venduto dagli eredi al “massaro” Rosario La Marca. La notizia di questa compera sbalordì la popolazione riesina e fece sorgere delle critiche e delle dicerie. Il “massaro” Rosario, con la sua berretta a ciondolini, analfabeta e proveniente da un’umile famiglia di contadini, anche se era ritenuto facoltoso, non poteva permettersi l’acquisto del palazzo dei “don” più in vista del paese. Molte furono le dicerie, la più convincente fu data da alcuni contadini che lavoravano al “landa”. La buona sorte, mentre egli lavorava la terra con l’aratro trainato da buoi, gli fece trovare una “vitiddina” piena di marenghi d’oro. Queste voci furono smentite dallo stesso interessato chiarificando che il denaro occorrente per la compera era stato accumulato in seguito alla buone annate di raccolto dalle terre del feudo “Tallarita” da lui condotte a mezzadria. Dopo alcuni anni il giovane ed intraprendente agricoltore Giuseppe Lo Blundo inteso “Pipirino” acquistò il palazzo degli eredi di “Don” Francesco De Bilio, ubicato nel punto centrale del paese e fa angolo con la via Roma e la piazzetta ove è eretto il mezzo busto del Sen. D’Antona. Tale compra non portò tanto scalpore in quanto il Lo Biundo, pur essendo un piccolo “borghese”, era di bello aspetto, vestiva bene e si esprimeva con parole semplici e ben concise. Rosario Bontà, non volendo essere considerato meno del cognato Lo Blundo, acquistò il palazzo dell’ing. Rosario Altovino, che fa angolo tra la via Carlo Alberto e Regina Elena, vendendo alcuni spezzoni di terra. Gli rimase, però, integra la proprietà terriera in contrada “Canetto” limitata dal fiume Salso che fa aumentare o diminuire l’estensione quando è in piena o in magra. Anche i più riottosi dei “massari” spinti dalla vanità di essere proprie tari di “palazzi” non tardarono a farne il dovuto acquisto. Il palazzo di “Don” Carmelo Inglese che fa angolo tra la via Cavour e il corso Vittorio Emanuele, fabbricato nel 1863 e composto da un vasto androne che dà accesso ad una graziosa villetta, Su comprato dal “massaro” Gaetano Turco, pur essendo vivente la nobildonna “donna” Giulia. Una parte del palazzo la cui entrata si ha dalla via Cavour fu comprata dall’agricoltore Salvatore Melilli. Gli eredi di “don” Alfonso D’Antona che per molti anni era stato il “mastro di piazza” (direttore dell’annona del paese), vendettero il loro palazzo che sta di fronte a quello degli Inglese, all’agricoltore Mallia Giuseppe. Gaetano Pistone, un individuo quasi ignorato in quanto si teneva poco in vista nel paese perché sempre dedito a lavorare la sua proprietà terriera,. divenne proprietario del grandioso e magnifico “palazzo” D’Antona dal cui gran portone “Donna Francesca” mentre era in vita, sì vedeva uscire per recarsi nella sua proprietà. in contrada “li Schetti”, dentro la sua sontuosa carrozza, guidata dal cocchiere in livrea e trainata da due possenti cavalli dal mantello di una eccezionale bellezza tale da fare meraviglia. Carrozza e cavalli erano stati donati allo zio, il grande chirurgo Senatore Antonino D’Antona, da un nobile signore ungherese come riconoscenza del felice esito di una difficile operazione chirurgica a cui si era sottoposto. Seguì la compera fatta dal “massaro” Ignazio Golisano alias “Cardazzone” del palazzo di “Don” Vincenzo Rosso nella via Ruggero Settimo. Il palazzo di “Don” Onofrio Inglese che fa angolo tra la via Cavour e la via Mazzini fu acquistato dal massaro Salvatore. Queste compere ebbero inizio nel primo ventennio del secolo in corso, aumentarono nel periodo di tempo intercorso tra la prima e seconda guerra mondiale, periodo in cui l’agricoltura ebbe momenti di congiuntura favorevole sia per l’abbondante raccolto, e sia per il prezzo particolarmente remunerativo dei prodotti. Durante la seconda guerra, alcuni di questi massari sfidarono il carcere per non consegnare il grano all’ammasso (magazzini dello stato) per poi venderlo di contrabbando. A quelli presi in trappola furono confiscati grano e denaro e inoltre furono richiusi in carcere e condannati per avere infranto la legge annonaria. Le bande di malviventi organizzate, formatesi dopo la guerra presero di mira quasi tutti quei massari, compratori dei migliori palazzi del paese. Essi vennero uno alla volta sequestrati mentre si trovavano a lavorare le proprie terre e lasciati liberi in seguito al pagamento del loro riscatto.