Riesi in...poesia - Poeti riesini


CCi vo viniri dda bbanna Riesi 

 unna cci su pagliara cumu li casi e carusi cumu li rosi

 

Le Opere,i giorni,i sentimenti

 

Il poeta contadino del '700

CROCE CAMMARATA


Poeta medico '800

CARMELO LO STIMOLO


Il Poeta zolfataio

LIBORIO MINISTERI


Il poeta del '900

GIUSEPPE VENEZIANO


Il poeta sacerdote

FELICE DIERNA


Il poeta professore

Ernesto Puzzanghera


La poetessa

TERESA MARIA L'ABBATE

Il poeta maestro

GIUSEPPE PATERNA


Il poeta artista

ANGELO GALLO


Il poeta sindaco

LINO CARRUBBA


Il poeta sacerdote

PINO GIULIANA


Il poeta pastore valdese

ERNESTO NASO


Il poeta artigiano

GAETANO RIGGIO


Infine è opportuno ricordare

lu zi Venè di Genua

N capu mari c'é 'na navi,              parti cu dudici cannuna cà cumbatti. Ogni cannuni spara trenta botti mentri ca unu veni e l'atru parti.      O genti dotti, duttura e poeti,           si arruri canusciti ni scusati,       pirchì sti versi nun su tutti lieti          e mancu su beni ricitati.                     Si ci truvati vui cosi sgraditi 'mpurtanti ca 'un ni dati fircunati


** Nota ** Tutti gli articoli di questa pagina sono stati tratti dal Calendario 2001 scritto dagli alunni dell'Istituto Comprensivo "G. Carducci" di Riesi

 

 

Poeta del Settecento, nacque a Riesi neI 1695 da Filippo e Angela Scimeca. Da bambino frequentò la scuola della Sagrestia, ove apprese a leggere e a scrivere. Cominciò a lavorare zappando la terra a giornata. Ben presto emerse la sua naturale vena poetica e con i suoi versi improvvisati deliziava padroni e compagni. Una volta, d’inverno, in una annata scarsa, dopo aver girato con scarso successo, con la sua "sacchina"per masserie e mulini, trovò riparo nella chiesa della Madonna della Catena e li recitò:

Nnaiu firriatu marcati e mulina,

Nuddu m'à datu na mpastata sana,

Si nun fussi ppi la Beddra Matri di la Catina,

Arrifiutassi la fidi cristiana.

In occasione della venuta a Riesi del principe Don Giovanni Pignatelli Fuentes d’Aragona, il poeta declamò questi versi:

Principi ereditariu di la Spagna

Ca tiniti la spata ntra li pugna

E siti vistutu ccu la cappa magna

Di stu passu Vostra Eccillenza

cchi ci guadagna?

Riesi è divintata na cuccagna

E l’impiegati si liccanu l’ugna.

Il principe, persona colta e gentile, apprezzò i versi e gli fece ottenere il posto di sagrestano. Si racconta di un’altra volta in cui, per arrotondare le sue entrate, aveva intrecciato delle "liame" ed era andato a venderle a Caltanissetta. Tra i clienti una donna cominciò a stuzzicarlo criticando la sua merce, Ed egli, pronto, le rispose:

A la ma liama mintiti difetta?

ca cu l’accatta la riscedi tutta?

Nun s’avi a diri intra Caltanissetta

D' essirì criticatu di na brutta.

Queste sono alcune delle sue poesie più conosciute, ma poco altro è rimasto poiché, dopo la sua morte, la moglie, ignorante, strappò i fogli sopra i quali il marito aveva appuntato tutti i suoi versi. Croce Cammarata morì nel 1766, povero ma onesto.


 
Il dott. Lostimolo nacque nel 1816 da Giuseppe e Agata Janni, persone agiate, che lo mantennero a studiare a Palermo. Li, oltre alla medicina, curò il canto e la poesia; dotato di una bella voce tenorile calcò le scene assieme alla "Carolina Lungher "nel teatro Bellini, riportandovi onore. Venuto a Riesi laureato,sposò la ricca Maria Catena Correnti Calafato, per cui divenne "proprietario". Essendo cognato del Com. G.Correnti fu avverso al partito liberale di Pasqualino. Il Dott. Lostimolo mori nel 1893, all’età di 77 anni. Poeta estemporaneo, pubblicò alcune sue poesie in un libretto stampato a Catania nel 1886. Nei suoi versi il Dott. Lostimolo si rivela umoristico e faceto. Questo si nota anche in questa bella poesia su:

IL TEMPO

Oh! Come fugge il tempo e vola e passa!

Come si spegne sfavillando il tempo!

Così la vita mia corre e trapassa

L‘ore , i minuti percorrendo il campo.

Miete la morte ogni etade e le ossa.

Senza appello ,o , timore, indugia o scampo.

Distruggendo il Creato in parte e in mossa

Mondo ma/fallo: Ah! Che di rabbia avvampo!

Nel sonetto su Riesi che chiama "Altariva" la definisce:

Vile ed indegna ,che Gesù Cristo maledisse, madre di odio e di rancore, senza Religione, ma infamia e usura parenti non conosce, incolta, impura e non son  poeta d ‘Altariva le mura?

IL Dott. Don Carmelo Lo Stimolo riferendosi alle elezioni Pasqualiniane, compose un’ottava, tutta di avverbi, dal titolo: "Per le elezioni tornate a vuoto". La riportiamo perché è un piccolo gioiello.

Dunque, perciò, sicché, così, talora.

Perché, quantunque, nondimeno, intanto.

Imperocché, giacché, come, talora.

Qualora, fintantoché, fuoriche, frattanto.

Ciò, conciosiacchè, benché, sinora

Talmente, invan, finché, pertanto.

Di guisa che, anche, per ora.

Onde, di modo che: dov‘è cotanto?

Gli altri versi su svariati soggetti, sono tutti in vernacolo cioè in siciliano nostrale. Eccone un saggio di essi: cosi fmisce il "Lagno" della sua vita:

"Mi putia truvari senza sciatu

quannu lassavu lu cantu d ‘allura ".


 
Liborio Ministeri nacque il 7 Marzo del 1857 da Vincenzo e Crocifissa Russo. Da bambino, all’età di sette anni, fu messo al lavoro nella miniera come "caruso"; crescendo, mostrò una notevole vena poetica e, da giovanetto, frequentando la scuola serale valdese, ebbe modo di compiere la 30 classe elementare. Così cominciò a scrivere i versi che componeva e a pubblicarli, vendendo in piazza i suoi libretti. 1118 Marzo 1877 sposò Giuseppa Lentini ed ebbe tre figli. Il Ministeri compose e pubblicò diversi poemetti fra i quali il più noto è sicuramente "Lu dialugu tra ‘n’avangelicu e un parrinu" che comincia proprio così:

"Divirtitivi genti un momentinu 

ccu sti versi ca fici stu babbuni, 

supra ‘n ‘avangelicu e un parrinu, 

ca ficiru un terribili baccanu.

L ‘avangelicu aviva un librittinu, 

e spiegava a lu populu l' arcanu, 

si parti lu preti di superbia chinu, 

e cci strappa lu libru di li mani ".

Sempre dello stesso poemetto sono molto belli e riflessivi i versi:

"perciò nuddu fatia senza guadagnu

nessunu senza scopu cogli ‘mpegnu"

e questi altri che comunicano il messaggio di fratellanza e solidarietà cristiana:

"pirchì dittu lassà Diu santissimu

cu voli amari a mia ama lu prossimu"

e quelli che invece si soffermano sulla povertà di tanta gente:

"Lu poveru travaglia e si frastorna 

infernu la povertà ca lu cuverna"

Nel momento in cui accadde la disgrazia alla "miniera grande", il 7 Luglio 1883, accorse ad incoraggiare ed aiutare i compagni e compose un poemetto in vernacolo, in cui fra l’altro dice:

"A li vintisetti di Lugliu,

 precisi, precisati, senza sbagliu 

subitu la morti fìci trugliu 

e dissi: alà, amara a ecu ‘ncagliu ".

Divenuto noto in tutta la provincia, il Prefetto gli accordò un posto di cantoniere stradale. La vigilia della sua partenza però, sceso in miniera per prendere gli arnesi di lavoro e salutare i compagni, fu colpito da un masso che gli fracassò il cranio: era l’11 Dicembre del 1888. Ministeri aveva solo trentatré anni!


 
Nacque a Riesi il 1° Aprile 1896. Fin da bambino mostrò interesse per lo studio e fu aiutato da un sacerdote del paese. A 19 anni fu chiamato a combattere nella 1° Guerra Mondiale, ricevendo una medaglia aI valor militare. Mentre lui era in guerra, ìl padre venne ucciso dai briganti. Dopo il congedo si iscrisse all’Università di Palermo presso la Facoltà di Economia e commercio. Trasferitosi a Roma nel 1920, all’età di 24 anni divenne funzionario presso l’INA. Nonostante questo tipo di lavoro, cominciò a frequentare gli ambienti letterari e filosofici romani. Divenne un personaggio noto nell’ambiente artistico e intrattenne rapporti di amicizia e di collaborazione con i maggiori artisti del tempo. Dopo la fine della II Guerra Mondiale, gravi lutti familiari come la morte del figlio, della moglie e della figlia, lo portarono ad isolarsi e a lavorare alla catalogazione della sua opera letterarìa. Ha donato tutte le opere sue e quelle del figlio, come pure la sua biblioteca, al Comune di Riesi. Il poeta è morto il 26 Maggio 1986,all’età di 90 anni

LU RICIGNUOLO

Lu suli è juntu a so casi d’oru

e lu munnu è tuttu na scuria; 

na taddarita passa e zirrichia, 

na cucca canta comu un friscaloru. 

Finì lu juornu e stancu di fatia 

torna quarchi viddanu tardaluoru

di chiddi ca nun lassanu un tisoru

ad aspittallii a mienzu di la via.

Scinni ntantu na neglia fina fina

ncapu la terra simili a un linzuolo;

lu silenziu si vagna di jlata. 

Ma a l’ampruvisa a mienzu la sirata, 

comu s ‘avissi cientu viulina, 

canta l’amuri sò lu ricignuolo


 

Padre Felice Dierna è nato a Riesi il 2/5/1917 ed è stato ordinato sacerdote nel 1942. Nel 1977 consegui il diploma di onore alla Settimana europea di Riccione. Uomo di cultura e di fede si è mostrato sempre aperto al dialogo interpersonale Maestro schietto e sincero, infondeva nel cuore di tutti l’amore per la ricerca della verità. Filosofo e teologo, accettava "il nuovo " con spirito critico, scevro da pregiudizi, per cui si conquistò l’appellativo di"Uomo e sacerdote della speranza". Attaccato al paese natio ne ammirava il bene e ne condivideva le sofferenze, incoraggiando sempre quanti spendevano le loro energie per il comune progresso Amò la natura poiché gli infondeva l’ebbrezza della Bontà divina. E’ morto a Caltanissetta il 20 Febbraio deI 1983.

QUANDO

Quando come rapida 

veloce ombra 

saranno fuggiti 

i miei giorni 

ed io tra i viventi 

più non sarò cercato 

sul mio sepolcro 

carezzato dal vento 

seguì rotto 

da trilli d’uccello 

e riscaldato 

da un raggio di sole 

il silenzio. 

E fremé l’ala 

della speranza!


 

Ernesto Puzzanghera è nato a Riesi, ma nel 1933 ha lasciato il paese natio e si è tasferito a Reggio Calabria dove ha conseguito il Diploma in Vigilanza Didattica e la Laurea in Lettere. Ha esplicato l’attività d’insegnante dal 1939 al 1973 ed stato insignito della medaglia di bronzo dal Ministero della PI. per meriti educativi. Vincitore di moltissimi premi letterari ("Premio della cultura 1969 della Presidenza del Consiglio"), è assiduo collaboratore a giornali e riviste e redattore de "La Procellaria". Ha pubblicato saggi di varia natura e diversi volumi di liriche, tra cui "Liriche", "Malinconie dorate", "Cosi passano i giorni, "E’ tempo" etc. I versi che riguardano il paese natio sono permeati di una dolce malinconia che sembra carezzare ogni aspetto del paesaggio.

SE PERCORRERETE LE STRADE

Se vedrete case aggrappate a una collina,

quello è il mio paese. Case di gesso

smunte dal tempo e tetti grigi

screziati di muschio, case povere

che sbadigliano al cielo

fumi azzurrognoli

Canale, Vialarga, Spadazza,

Le Mura, Rosario, Crocefisso,

Piano del Prefetto, Convento, Ponte,

La Croce: sono i rioni che ricordo

del mio paese: alveari densi

di zolfatari e contadini.

I fomaciai e i vasai stanno al Canale

dove c’è l’acqua amara, tra spiazzi

colini di pagliai, di tegole e quartare

che asciugano al sole.

Se percorrerete le strade del mio paese,

vedrete occhi neri ingrottati

da scialli neri e fissità di sguardi

pungenti come lame, volti abbronzati

di uomini, deschetti su le soglie

che zufolano come merli

e muri con lenzuoli di sole

tempestati da mosche primaverili

e fanciulli che cantano e carretti

dipinti con storie d’amore e battaglie.

Se percorrerete le strade del mio paese,

vedrete sulle porte il dolore aggrumato

in strisce nere, in grossi

caratteri neri che piangono.

Le porte della mia Sicilia

sono le tavole antiche della storia

dell’uomo del Sud.


 
Giuseppe Paterna è nato a Riesi il 12 Febbraio 1930 e, con seguito il Diploma Magistrale, ha insegnato per parecchi anni nella Scuola Elementare di Riesi. Oltre all’attività scolastica, G. Paterna si è dedicato con passione alla politica ed è stato, infatti, sindaco dal 1964 al 1966. La sua poesia nasce dalla nostalgia della sua infanzia, di una società e di un modo di vivere ormai scomparsi. Il poeta vuole ricordarlo ai giovani perché vadano verso il futuro sereni e fiduciosi,ma consapevoli del loro passato perché "non si può sapere bene dove si va se non si sa bene da dove si viene". Nella presentazione alla raccolta "C’era na vota Riesi", Bernardino Giutiana afferma che quella del Paterna è "poesia come memoria storica" riproposta con immagini fresche ed immediate in cui si evidenzia il continuo confronto tra il passato e il presente spesso pieno di amarena e disillusione: 

"E nun c’è chiù la bedda brivatura, 

li bummulidda e mancu li quartari...

 Ddagghiusu ora ci va cu la vittura

 quarcunu ca si voli arricurdari,"

(Lu Canali)

G. Paterna nelle sue poesie recupera modi di dire ed espressioni della parlata locale offrendo ai giovani una storia di immagini, di linguaggi su cui meditare attentamente.

LU SCARFATURI

‘Na vicchiaredda misa di ‘n agnuni

intra u’ dammusu friddu e scunzulatu

pripara quattru coccia di cravuni

p’u’ scarfaturi vicchiu e smanicatu

Lu friddu trasi di li sbintalora

si ‘mpila di li spaddi, di li rini, 

firria di li purmuna e di lu cori 

e fa gilà lu sangu di li vini. 

La vecchia hiuhia piano cu lu mussu 

intra li manu stritti a pugnu chiusu; 

lu cravunieddu adduma e si fa russu, 

lu hiatu di la vecchia chiù affannusu. 

Ora lu scarfaturi iè bieddu callu... 

la vecchia si lu posa sutta l’anchi, 

si strinci li spadduzzi cu lu sciallu 

cà senti sempri friddu ndi li hianchi. 

Ormai scurì, sunà l’Avimaria, 

lu suli tracuddà di li muntagni, 

di li vaneddi nuddu chiù firria 

su’ tutti disulatì li campagni. 

La vecchia grapi l’uocchi pianu pianu:

lu scarfaturi iè friddu e l'arrimina. 

Sintiva tantu friddu ndi li manu 

ca pari ca la morti c’è vicina. 

Si susi, s’abbicina a la buffetta 

e grapi cu du’ manu lu casciuolu:

c’è ‘na scurruggia, un pani, ‘na bruccetta, 

quattru viscotta e mienzu mastazzuolu. 

Di la scurruggia piglia du’ uliveddi,

li minti a una a una ndi lu luci, 

taglia lu pani a fàrini du’ feddi 

e poi ci fa lu segnu di la cruci. 

Si mancia li uliveddi cu lu pani 

e bivi tecchia d’acqua di funtana, 

suspira...ca nun sapi si dumani 

hav’a sunà pi d'idda la campana


Angelo Gallo è nato a Riesi il 1 Luglio 1927 ed è morto il 2 Agosto 1998. Fin da ragazzo ha nutrito la passione per il disegno e la poesia, ma si è occupato anche di pittura e scultura. Negli anni ‘50, un accresciuto amore per l’arte e le necessità di vita lo spingono ad occuparsi di "decorazione": attività che gli ha permesso interessanti ricerche e una maggiore conoscenza dei mezzi tecnici. Non a caso, infatti, è stato definito "eccellente decoratore". Nel 1959, con coraggio e costanza, affrontando non pochi sacrifici, ha conseguito il Diploma di Maturità Artistica presso il Liceo Artistico di Palermo. Nell’anno successivo si è dedicato all’insegnamento del Disegno nelle scuole di Avviamento Professionale. Nel 1969 ha conseguito l’abilitazione all’insegnamento dell’Educazione Artistica e Discipline Plastiche. Ha partecipato a diverse rassegne d’arte, conseguendo numerosi premi e segnalazioni. Il Giornale di Sicilia si è occupato delle sue interessanti "Via Crucis", realizzate per la Basilica - Santuario Maria S.S. della Catena e per la Chiesa del S.S. Crocifisso di Riesi. Nella sua semplicità, egli parla nelle sue poesie dei disagi della vita attuale, della distruzione della natura e della diffusione della violenza, ma non perde la fede né la fiducia nel riscatto dell’uomo che, con l’aiuto di Dio, potrà certo "sconfiggere per sempre la guerra. Tutte le guerre."

VERRA’ UN GIORNO SE SI POTESSE

Verrà un giorno in cui

si placheranno le tempeste,

le bufere e gli uragani,

e non attraverseremo

più irti sentieri.

Cesseranno le guerre,

le pazzie e le barbarie

ed ogni altre

diaboliche mostruosità.

Verrà un giorno in cui

innalzeremo il vessillo

della Pace

per festeggiare insieme

l’unità mondiale,

la fratellanza e l’amore

universale

Se si potesse toccare

il ferro rovente

alla velocità della luce

forgerei gli uomini

da capo a piedi,

distruggerei tutti i cannoni,

le bombe atomiche

e le armi nucleari,

per costruire aratri,

e macchine per lavorare.

Cancellerei le guerre

e tutte le barbarie

ed in ogni luogo

dipingerei la Pace.

 


 
Lino Carruba è nato a Riesi il 10 Maggio 1952. Laureatosi il 15 Dicembre del 1998 in materie letterarie, ha esplicato l’attività di dirigente amministrativo presso il settimo circolo didattico di Gela e a Riesi. E’ stato uno dei più importanti dirigenti del Fronte Nazionale Siciliano, apportandovi dei rinnovamenti culturali ed ideologici. E’ stato eletto Sindaco nel 1994. Culturalmente ha scelto la poesia attraverso cui esprimere le sue passioni ed i suoi ideali. Le sue sono poesie di impegno civile e di lotta: " SCAVATI NELLA PIETRA", "RIESI IN MUTANDE". Alcune poesie sono in dialetto. Egli è anche autore di un libro, in cui tra l’altro dice: LE VICENDE DI RIESI SONO STORIA LOCALE, MA HANNO VALENZA UNIVERSALE LE SiTUAZIONI DI RIESI SI RISCONTRANO POI IN TUTTA LA SICILIA". Il suo impegno gli ha fatto guadagnare il titolo di cavaliere al merito della Repubblica nel Giugno del 1995
DICU A TIA -  I

Dicu a tia omu di chiazza 

susiti e fa quarchi cosa 

prima ca lu tempu t’ammazza 

si onestu e tutti ti vininu 

a lisciari quannu li sindachi, 

l’assessura e l’inorevuli vonu fari; 

poi c’è ppi tia sulu disprezzu 

dicinu ca si accattoni, parassita 

e puru pazzu;

nun fari cchiu lu pupu

taglialu su lazzu, pirchi troppu caru comu 

sicilianu hai pagatu lu prezzo.

DICU A TIA - 2

Dicu a tia carusu modernu 

sì pensi sulu a passiari di sa via 

subitu finisci di fari lu patri eternu. 

Fineru li tempi di la ricchezza,

li chiusiru li pirreri chi malannu, alu veru 

sicilianu ci acchiana la stizza 

ma nutri unnaddunammu

anzi dicemmu forti li fatti sua si po’ fari 

un ci po iri iddu a travagghiari,

ma li sordi nun su puzu nè mari 

e prima o poi vininu a finiri

 


 
Don Pino Giuliana è nato a Riesi il l6/ /04/1937. All’età di 24 anni è stato ordinato sacerdote nella chiesa Madre, di cui era allora parroco don Giuseppe Virzì. Nel Settembre del 1966 fu destinato a Riesi in qualità di insegnante dì Religione presso le scuole locali e di cappellano delle suore del "S. Cuore". Nel 1971 divenne parroco del quartiere "Convento e case popolari", e così nacque, ubicata in un garage la prima chiesa del" SS. Salvatore ". Intorno ai primi anni Settanta pose le fondamenta di quella che è diventata l’attuale chiesa del SS. Salvatore e dei locali di accoglienza ad essa annessi, nei pressi dell’antica chiesuola di campagna di" San Gisippuzzu". Nel 1981 diede vita al periodico "In Comunione". Dal 1986 il suo impegno si è esteso alla "Cooperativa dei Servizi sociali Oreb" s.r.l. che gestisce varie attività sociali della Parrocchia. Acuto osservatore del suo tempo e del suo paese nelle sue tante pubblicazioni ha voluto esaminare fatti, problemi e personaggi di Riesi allo scopo di creare una mentalità nuova, in linea con i tempi, senza arretratezze culturali e sociali. Ha pubblicato anche varie raccolte di poesie, nelle quali emerge una dolente sensibilità personale. Per sua espressa volontà testamentaria, tutti i beni in suo possesso alla sua morte andranno alle realtà ecclesiastiche dì Riesi, al fine di promuovere un benefico progresso del paese.

L’ORA DELLA MEMORIA

Il tuo compagno Peppe fu

il sogno di una terra tua

che altri rubare non può

perché è come l’anima tua.

Di profeta avevi il piglio

d’ieratico furore pervaso

il berretto nero da bolscevìco

di Lenin copiavi il sembiante.

Avevi vent’anni appena fatti

e a trentatré consumato avevi

la vita, che il destino volle

simbolo di rivolta e di giustizia.

Dei preti fosti allievo

ma fuori apprendesti la rivolta

bruciando, impaziente, la prudenza

che pur i Pasqualino ti indicavano.

La giustizia per i miseri e i poveri

che Cristo proclamò tu sentisti

nel sangue e per essa martire

senza lustro ed onore fosti.

Arringavi le folle, masse

di diseredati, facce dal sol colte

visi che nelle miniere impallidivano:

li incitavi alla lotta, alla liberaizione.

Fu il sogno di una notte lunare:

il 28 luglio del ‘14 vedesti

concretizzato nella bandiera sventolante

con la scritta: La Repubblica di Riesi.

Rossa dì fuoco, come l’animo.

che crede, sventolava la bandiera

sul campanile della Chiesa Madre:

era il giorno nuovo che volevi!

Oggi chi cerca le ceneri tue

non le trova, confuse dal destino

con le altrui ossa, come un tutt’uno

fosti con il popolo e del popolo.

Nessuno celebra più di tanto

il tuo nome e cognome,

ed io me ne ricordo perché venuta

è l’ora della memoria.

La tua memoria, di uomo libero

alla libertà votato, eppur

insanguinato, perché paura non

avesti delle carceri e della morte.

Chi a Riesi, oggi, ricordare vuole

la libertà, la giustizia per i poveri

memorar deve la bandiera che in te

s’innalzò e trionfò per un’ora.


 
Ernesto Naso nacque a Riesi il 21 Maggio del 1926. Crebbe in una famiglia evangelica fortemente influenzata dall’origine siciliana e in particolare dalle condizioni di vita delle classi più umili. Visse a Riesi fino ai 16 anni, poi segui il fratello Liborio che era diventato pastore valdese, e a Chieti conseguì la maturità classica. Continuò gli studi presso la facoltà di Teologia a Roma e si laureò nel 1954. Intanto nel 1953 aveva pubblicato la sua prima raccolta di poesie "Ove rapina luce", che vinse un premio molto importante. Cominciò la sua attività di pastore valdese ad Orsara di Puglia, poi fu a Taranto, Bergamo, Pisa, La Spezia ed infine si sta-bili a Firenze dove mori il 28 Novembre del 1987. Enesto Naso ha pubblicato altre raccolte di poesie quali "Il gemito della Creazione", e "Il grido degli oppressi" Era sposato e padre di tre figli, uno dei quali, Paolo, lavora come giornalista nella redazione televisiva della rubrica - "PROTESTANTESIMO".

SPERANZA DI UN’ANNATA

Mare di steli giallo di frumento 

giù pei pendii dolci di colline 

per piane sconfinate

gloriosa gioia della terra al sole.

 

Ondeggiano le spighe 

piene sotto vento;

quale speranza di ricchezze accende 

immenso mare d’oro...

 

Crudele inganno, sogno che svanisce 

prima della sera:

sulle distese grava 

altissimo silenzio

non vola più un uccello 

non parla più nessuno; 

oscuro cielo avanza

un vento nero d’acqua 

gonfio di tempesta.

 

Addio raccolto, immenso mare d’oro 

addio speranza

fatiche, sogni dell’annata.


 

Gaetano Riggio nacque a Riesi, il 10 novembre 1942 da padre zolfataio. Ben presto senti l’amore per la poesia e, rimasto orfano della madre, dedicò a lei nel 1954 i suoi primi versi: "Senza nessuno". Finita la scuola elementare, frequentò per cinque anni un corso professionale di tornitore fresatore e contemporaneamente frequentò una bottega di fabbro ferraio, lavoro che lo appassionava molto. Con il fratello Francesco, nel 1959, avviò l’attività in proprio, che gesti per 25 anni. Fu il presidente dell' "Associazione Artigiana di Caltanissetta" e ricevette il premio letterario nazionale di «Artigiano Poeta ». Nel 1989 divenne capitano della "Categoria Fabbri di Caltanissetta ", successivamente, nell’aprile 1989, entrò a far parte del "Consiglio di Amministrazione della Cassa Rurale ed Artigiana" di Caltanissetta. Ha partecipato a molti premi letterari e le sue poesie sono state pubblicate in molte riviste e libri.  Di recente ha realizzato una musicassetta dove sono registrate tutte le sue poesie, abbellite da un sottofondo musicale.

ZITTITI

Di la me tèrra e di lu me paisi

nisùgnu fièru e tàntu orgogghiùsu,

nni pàrru sempri ccù grànni e ccù carùsi

quànnu mi truvu fòra di la mè casa.

 

Lu munnu, tuttu l’hàiu firriàtu,

hàiu misu sùtta ‘ncàpu li paisa,

ma stù profùmu d’arànciu e di granàtu

lu sèntu sùlu quànnu ritumu ccà.

 

Stù vacabbùnnu, stàncu di firriàri

voli ristari ccà, ‘nni la so càsa,

cu nn ‘havi mmidia e vòli cunnannàri

speru ca larma cci’ ristassi ‘mpisa.

 

Ajèri matina, affacciàtu a lu bàrcuni,

vulia pigghiàri na vuccàta d’aria frisca,

la mè vicina chiacchiariàva senza raggiùni

di cosi stùpiti, arrappànnusi la nasca.

 

La testa mia, si misi a cimiddiari

mentri lu vèntu cutuliàva la porta,

na rinninèdda, accumincià a cantàri

‘ncàpu la ràma di na minnula morta.

 

A la vicina ca sempri chiacchiariàva,

ci dissi « Zittiti » e ascùta sta canzùna,

senza parràri sta rinnina sulitaria

ccu lu so cantu fa scinniri la luna

 


 
Stimato, apprezzato e acclamato poeta del sito di Riesi. Le sue pungenti riflessioni hanno trovato largo consenso tra i visitatori. Tutte le sue esternazioni si possono leggere nelle pagine " Messaggi "

A questo messaggio lu zi Venè risponde: (Sempre più spesso mi chiedo il significato della parola GIUSTIZIA, finalmente ho afferrato il significato: GIUSTIZIA vuol dire fare marcire in carcere i padri di famiglia che hanno rubato per dare da mangiare ai propri figli, mentre i veri delinquenti grazie al loro potere si preparano a festeggiare le feste con le loro famiglia. LA GIUSTIZIA C'E' SOLO PER I RICCHI.  Da una figlia che trascorrerà il Natale senza il suo caro papi. )

Di lu paisi unna li fimmini su cumu li ROSI,

e li BRIGANTI criscinu cumu la gramigna,

pirchì chianci sta figlia?

Lu NATALI senza lu patri sava affari,

e cumu tanti famigli scunzati da la LIGGI

anche iddu l'amaru prizzu ava pagari.

Ma non CHIANCIRI figlia mia tuttu ava finiri,

ava agghiurnari non po sempri scuriri

é la festa cu tu patri ritornerai a fari,

sulu rimmedio alla morte non si po truvari

Ecco un'altro messaggio:

L'omo Rijsano si cridi sempri spertu,

pensa ca chiù spertu d'iddu nun c'è nuddu

ie pi chistu ca si fa fari sempri li scarpi.

La fimmina inveci je ingenua e vanitusa

e pi chissu ca ci li fa trasiri tutti intra la fussetta



Il Natale era di tutti, ma la ricorrenza, la festa propria dei contadini era il Carnevale, forse legato ad antichissimi riti magici. I giovani contadini cominciavano a prepararsi già molti mesi prima. Si riunivano in gruppi di almeno quindici persone, tredici più qualcuno di riserva; si dividevano le parti, stabilivano in linea di massima gli argomenti e si recavano quindi da qualche poeta locale o dei paesi vicini (un gruppo una volta è arrivato sino a Catania!) e facevano verseggiare le caratteristiche dei dodici mesi dell’anno con particolare riferimento al tempo e ai lavori stagionali. Il giorno della festa bardavano i cavalli nel modo più elegante, si truccavano e vestivano secondo il mese che interpretavano, e tutti insieme percorrevano le vie del paese. (Ad es. Giugno era seminudo con la falce in pugno, Gennaio e Febbraio tutti intabarrati e coperti da pelli e pellicce, ecc.). In alcuni punti prestabiliti, dove c’era abbastanza spazio e numeroso pubblico, si fermavano e recitavano "Li dudici misi di l’annu" con una ritmica sicuramente molto antica e molto somigliante alla musicalità dell’esametro latino.    

PRESENTATORE

N capu mari c'é 'na navi,

 parti cu dudici cannuna cà cumbatti.

 Ogni cannuni spara trenta botti

 mentri ca unu veni e l'atru parti. 

O genti dotti, duttura e poeti, 

si arruri canusciti ni scusati,

pirchì sti versi nun su tutti lieti

e mancu su beni ricitati.

Si ci truvati vui cosi sgraditi

'mpurtanti ca 'un ni dati fircunati


Innaru

Innaru, sugnu un misi friddulinu

e li pirsuni quatalati stanu;

cu ‘hiavi spisa e ‘na vutti di vinu

la vita si la passa bella ‘n chianu;

e cù nun havi nguanti iè mischinu

ca lu friddu ci fa trima' li manu;

caminannu e trimannu di cuntinuu

 scontranu genti e piglianu luntanu.

E quantu maluttiempu sacciu fari!

Lu friddu ca vi trasi ndi li rini,

intra mancu vi fazzu arriminari;

porti abbutati cu li cunculini

pi teniri li gammi quatalati;

calannu li cazetti pi ristoru

li gammi a chiappi su’ di pumadoru.

                

Frivaru

Frivaru ca ié un misi piccidduzzu,

ca di lu fari sua iè un pò pazzu,

teni li casi ‘ncatinati a muzzu

pi fari li viduti di pagliazzu

E c’è cu’ mancia e alliscia lu mustazzu

e c,é cu’ hiavi siccu lu curuzzu.

Vintuottu iorna hiavi chistu misi

pi fari stà li viecchi muccarusi;

li picciutteddi cu li naschi tisi

pi fari sta’ li patri ngummurusi.

Criditi: ié virità ma chiù nun puozzu

e a n’atra banna mi vaiu ‘rramazzu.

 

 

 


Marzu

Marzu, ora ca vaiu a migliurare

terri e ghiardina li fazzu hiuriri,

li miennuleddi li fazzu 'ngranari

e cu lu friddu li fazzu arrizzari

ma cu lu suli li fazzu brillari

ca a 'natru tecchia v’ata a 'rricriari.

Li fimmineddi vanu a passiari

e cu fogli e hiuri iè cunsari.

Ora ca iè finutu di parrari

ma frati Aprili veni cca a cantari.

 

 

                

Aprili

Aprili, su’ li iorna sapuriti

cà v’ata a fa’li festi e li cummiti:

vi fazzu fari Pasqua e pasqualuni

cu li chitarri e cu li mandurlini.

Tutti a la chiesi ci sapiemmu

e lu parrinu iammu a visitare.

E dopo n’amma a ghiri a cumpissari

pirchi n'amma a pigliari lu Signuri.

E a la fini quannu n'amma a ghiri

tagliammu ,pi truvà lu nuostru amuri.

E un mazzu di hiuri amma a pigliari

cà a lu nuostru amuri l’amma a dari.


Maiu

Maiu ca sugnu giuvini ‘bbastanti:

luonghi li iorna e scarsi li frummenti,

ciciri e vavi chjni ci n’è tanti,

ogni pianta li fa li so aumenti.

Massara cu li vigni, vigilanti.

‘ttaccati li tauruna prestamenti

ca si si minti sciloccu e livanti

puru ca travagliati tutti quanti

pari ca 'un n’ata fattu

propriu nenti.

                

Giugnu

Giugnu ca sunu sicchi li lavura,

a opra sana vieninu frustieri.

Milletricientu liri tu m’ha’ dari

cà i’ l’è da stasira a ma muglieri;

du’ chila di spachetti m'è ‘ccattari

cà 'n cruci ‘nsina a sira ‘un puozzu stari.

Giugnu ca lu viddanu ié cavalieri

cà satu Iieggiu e nun mi spardu mai.

 

 


Luglio

Veni Giugniettu cu pedi leggieri,

lu pani cu li sardi m’ha pagari.

Pirchì fa’ lu mafiusu prisuntuoso,

mi vua pagari chiddu chi hai purmisu?

o i’ ti mannu un sbirri ‘nghirriusu,

ti fazzu stari intra la turri ‘nchiusu

e dda ti minti cuomu un gaddu tisi.

 

                

Austu

Austu, su li tempa rigurusi

si mintinu a tra vagliu li burgisi

si rumpinu li fea cu li chiusi,

sina li viecchi stanu trafficusi.

Ora li lorna su chiù curti e duri:

nun c 'é chiù tiempu di fari I’ amuri.

Ma stannu a lu travagliu calurusi

la sira s’arricampanu ‘n paisi.


Sittiemmiru

Sittiemmiru, iè bellu stari ndi la vigna

cu ‘nzolia muscatedda e frutti magni,

e ci su ‘nzorbi, su’ chjni li pigna,

nuci ,naciddi e puru li castagni...

All ‘urtimu ci sunu li vinnigni

scruscia di vutti, cierchi e di timpagni.

Cù iè sfacinnatu piglia li cufina

e cerca di ‘ngrassari lì cumpagni.

                

Ottuviru

Ottuviru, ci su’ trona scannalusi

e calanu li negli all’impruvvisu.

Si ,mintinu a travagliu li, burgisi,

travaglia assa’ lu viecchiu e lu carusu.

Ora ca su tempa rigurusi

ognunu si va a passà li maisi

E pi manciari un c’è chiù fitusu:

carni di puorcu e sazizzuni appisu.


Nuviemmiru

Nuviemmiru ié lu misi di li Santi

e vanu a siminari tutti quanti.

Ndi 'sti iorna r’iposu ‘un ci né nenti

pirchi si chiovi resta la simenti

e li tirrena restanu vacanti.

Ma c’é cu’hiavi la mancia intra ‘nchiusa

e lu salami e la sazizza appisa.

Vuatri ni criditi assai cuntenti

ma intra nun aviemmu propriu nenti.

 

 

                

Diciemmiru

Diciemmiru, sugnu un misi friddulinu:

cu’hiavi spisa si la passa ‘n chianu

e cu’ nun havi nenti ié mischinu,

cà fina li parienti su luntonu

e cu fu friddu tremanu li manu.

E fanu festa monochi e parrini

e fanu festa tutti li pirsuni.

Carni di puorcu, gaddu e cunigliedda

e i’ mi vaiu a manciari la guastedda.

A tutti fu bamminu hava sarbari,

a mia però nun m’ava chiù scurdari.


La poetessa

La poetessa

TERESA MARIA L'ABBATE

Teresa Maria L'abbate, nasce a Riesi il 10/05/1946, sensibile e particolarmente predisposta verso gli elementi vitali della "cultura", dell'"istruzione" e dell'arte figurativa, si e sempre prodigata per non "apparire", ma per poter "essere", senza mai prevaricare. Diplomatasi a Piazza Armerina (EN) nel 1963, ha avuto la ventura di diventare insegnante di ruolo nella scuola elementare, operando, già da molti anni, al suo paese natio, dove è stimata, rispettata ed apprezzata da tutti per le qualità professionali e deontologiche, coerentemente espresse. 

LA CASCITTINEDDA

Aju na cascittinedda

ntissuta ecu la sita.

Quantu cci nnè

cosi dda dintra:

cci vulissi n’ annu

ppì cuntalli e, criditimi,

num bastanu li ita.

 

Dda dintra azu

lu tìmpu ca iè passatu ...

Cci su tri minnulicchi

ca m’ aiutà ma patri

a cogliri, la prima vota

ca mi misi ‘ncavasedda.

 

La vuci e’ è di ma matri

quannu gioia mi chiamava,

l’ ucchi sua cci su, allammiccati

quannu, malata, pinìava.

 

Un daminusu c’ e

unna, ogni sira, canisiddi

iucavamu a la ‘ncaglia e li cartuzzì,

mentri li ranni, a giru di la conca,

ridivanu di nenti e

nun pinsavanu a l’ affanni.

         

C’ è la manu mia, piccidda,

ca li sordi pruiva a S. Giseppi

ppì lu votu ca ma matri

ppi mia avia fattu.

 

C’ è lu libru di li cunta

‘ncapu lu cummidinu

e lu quatru di lu Signuri

ca vasava, spingiuta, lu matinu

 

ora sapiti cchi iè

la ma cascittinedda:

iè lu cori chinu di

cosi ca cchiu nun su...

 

La grapu quasi sempri

a l’ ammucciuni:

na lagrima m’ asciucu

e, ammatula, pinsu

di daricci un firmunì.

 

 

Premiata

Concorso A. S. C. A. M. E. S. Caltanissetta

 

 

DOVE BETLEMME?

E la vidi, una marocchina,

sui gradini della chiesa,

accovacciata e indifesa,

la mattina di Natale.

Non guardai i piedi,

nudità impietosa,

nè la mano timorosa

che la ciotola porgeva

al sazio gregge di Dio.

Nè guardai lo scialle,

misero scudo, sul grembo

per il suo piccinino.

Immensi, vidi,

e lucidi i suoi occhi,

in un viso di cartapesta,

i miei .. .. ferire ...

" Signora .... prego "

Sentii il mio Natale

....morire....

         

In chiesa non pregai

nè potei cantare,

nè proft’erir parole,

sovente, menzognere.

Fuori era Betlemme

Non era in chiesa il Bimbo Divino,

nè bionda nè di gesso

la Madre .... china.

Era fuori...

al petto della Madonna bruna

senza angeli e senza cuna.

Era fuori Betlemme.

Cieco il gregge di Dio

era entrato e....

non se n era accorto.

 

 

Premiata con Diploma di Lode

Concorso Citta’ di Barletta