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Riesi in...poesia
- Poeti riesini |
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N
capu mari c'é 'na navi,
parti cu dudici cannuna
cà cumbatti. Ogni cannuni spara trenta botti mentri ca
unu veni e l'atru parti. O genti dotti, duttura e poeti,
si arruri canusciti ni scusati,
pirchì sti versi nun su
tutti lieti
e mancu su beni ricitati.
Si ci truvati vui
cosi sgraditi 'mpurtanti ca 'un ni dati fircunati |
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** Nota ** Tutti gli
articoli di questa pagina sono stati tratti dal Calendario 2001 scritto
dagli alunni dell'Istituto Comprensivo "G. Carducci" di Riesi |
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Poeta del Settecento,
nacque a Riesi neI 1695 da Filippo e Angela Scimeca. Da bambino frequentò
la scuola della Sagrestia, ove apprese a leggere e a scrivere. Cominciò a
lavorare zappando la terra a giornata. Ben presto emerse la sua naturale
vena poetica e con i suoi versi improvvisati deliziava padroni e compagni.
Una volta, d’inverno, in una annata scarsa, dopo aver girato con scarso
successo, con la sua "sacchina"per masserie e mulini, trovò
riparo nella chiesa della Madonna della Catena e li recitò:
Nnaiu firriatu marcati
e mulina,
Nuddu m'à datu na
mpastata sana,
Si nun fussi ppi la
Beddra Matri di la Catina,
Arrifiutassi la fidi
cristiana.
In occasione della venuta a Riesi del
principe Don Giovanni Pignatelli Fuentes d’Aragona, il poeta declamò
questi versi:
Principi ereditariu
di la Spagna
Ca tiniti la spata ntra
li pugna
E siti vistutu ccu
la cappa magna
Di stu passu Vostra
Eccillenza
cchi ci guadagna?
Riesi è divintata
na cuccagna
E l’impiegati si
liccanu l’ugna.
Il principe, persona
colta e gentile, apprezzò i versi e gli fece ottenere il posto di
sagrestano. Si racconta di un’altra volta in cui, per arrotondare le sue
entrate, aveva intrecciato delle "liame" ed era andato a
venderle a Caltanissetta. Tra i clienti una donna cominciò a stuzzicarlo
criticando la sua merce, Ed egli, pronto, le rispose:
A la ma liama
mintiti difetta?
ca cu l’accatta la
riscedi tutta?
Nun s’avi a diri
intra Caltanissetta
D' essirì criticatu
di na brutta.
Queste sono alcune delle
sue poesie più conosciute, ma poco altro è rimasto poiché, dopo la sua
morte, la moglie, ignorante, strappò i fogli sopra i quali il marito
aveva appuntato tutti i suoi versi. Croce Cammarata morì nel 1766, povero
ma onesto. |
| Il dott. Lostimolo nacque
nel 1816 da Giuseppe e Agata Janni, persone agiate, che lo mantennero a
studiare a Palermo. Li, oltre alla medicina, curò il canto e la poesia;
dotato di una bella voce tenorile calcò le scene assieme alla
"Carolina Lungher "nel teatro Bellini, riportandovi onore.
Venuto a Riesi laureato,sposò la ricca Maria Catena Correnti Calafato,
per cui divenne "proprietario". Essendo cognato del Com.
G.Correnti fu avverso al partito liberale di Pasqualino. Il Dott.
Lostimolo mori nel 1893, all’età di 77 anni. Poeta estemporaneo,
pubblicò alcune sue poesie in un libretto stampato a Catania nel 1886.
Nei suoi versi il Dott. Lostimolo si rivela umoristico e faceto. Questo
si nota anche in questa bella poesia su:
IL TEMPO
Oh! Come fugge il
tempo e vola e passa!
Come si spegne
sfavillando il tempo!
Così la vita mia
corre e trapassa
L‘ore , i minuti
percorrendo il campo.
Miete la morte ogni
etade e le ossa.
Senza appello ,o ,
timore, indugia o scampo.
Distruggendo il
Creato in parte e in mossa
Mondo ma/fallo: Ah!
Che di rabbia avvampo!
Nel sonetto su Riesi che chiama "Altariva"
la definisce:
Vile ed indegna ,che
Gesù Cristo maledisse, madre di odio e di rancore, senza Religione, ma
infamia e usura parenti non conosce, incolta, impura e non son
poeta d ‘Altariva le mura?
IL Dott. Don Carmelo Lo
Stimolo riferendosi alle elezioni Pasqualiniane, compose un’ottava,
tutta di avverbi, dal titolo: "Per le elezioni tornate a
vuoto". La riportiamo perché è un piccolo gioiello.
Dunque, perciò,
sicché, così, talora.
Perché, quantunque,
nondimeno, intanto.
Imperocché,
giacché, come, talora.
Qualora,
fintantoché, fuoriche, frattanto.
Ciò, conciosiacchè,
benché, sinora
Talmente, invan,
finché, pertanto.
Di guisa che, anche,
per ora.
Onde, di modo che:
dov‘è cotanto?
Gli altri versi su svariati soggetti,
sono tutti in vernacolo cioè in siciliano nostrale. Eccone un saggio di
essi: cosi fmisce il "Lagno" della sua vita:
"Mi putia
truvari senza sciatu
quannu lassavu lu
cantu d ‘allura ". |
| Liborio Ministeri nacque il 7
Marzo del 1857 da Vincenzo e Crocifissa Russo. Da bambino, all’età di
sette anni, fu messo al lavoro nella miniera come "caruso";
crescendo, mostrò una notevole vena poetica e, da giovanetto,
frequentando la scuola serale valdese, ebbe modo di compiere la 30 classe
elementare. Così cominciò a scrivere i versi che componeva e a
pubblicarli, vendendo in piazza i suoi libretti. 1118 Marzo 1877 sposò
Giuseppa Lentini ed ebbe tre figli. Il Ministeri compose e pubblicò
diversi poemetti fra i quali il più noto è sicuramente "Lu dialugu
tra ‘n’avangelicu e un parrinu" che comincia proprio così:
"Divirtitivi
genti un momentinu
ccu sti versi ca
fici stu babbuni,
supra ‘n ‘avangelicu
e un parrinu,
ca ficiru un
terribili baccanu.
L ‘avangelicu
aviva un librittinu,
e spiegava a lu
populu l' arcanu,
si parti lu preti di
superbia chinu,
e cci strappa lu
libru di li mani ".
Sempre dello stesso poemetto sono molto
belli e riflessivi i versi:
"perciò nuddu
fatia senza guadagnu
nessunu senza scopu
cogli ‘mpegnu"
e questi altri che comunicano il
messaggio di fratellanza e solidarietà cristiana:
"pirchì dittu
lassà Diu santissimu
cu voli amari a mia
ama lu prossimu"
e quelli che invece si soffermano sulla
povertà di tanta gente:
"Lu poveru
travaglia e si frastorna
infernu la povertà
ca lu cuverna"
Nel momento in cui accadde la disgrazia
alla "miniera grande", il 7 Luglio 1883, accorse ad incoraggiare
ed aiutare i compagni e compose un poemetto in vernacolo, in cui fra l’altro
dice:
"A li
vintisetti di Lugliu,
precisi,
precisati, senza sbagliu
subitu la morti
fìci trugliu
e dissi: alà, amara
a ecu ‘ncagliu ".
Divenuto noto in tutta la
provincia, il Prefetto gli accordò un posto di cantoniere stradale. La
vigilia della sua partenza però, sceso in miniera per prendere gli arnesi
di lavoro e salutare i compagni, fu colpito da un masso che gli fracassò
il cranio: era l’11 Dicembre del 1888. Ministeri aveva solo trentatré
anni! |
| Nacque a Riesi il 1°
Aprile 1896. Fin da bambino mostrò interesse per lo studio e fu aiutato
da un sacerdote del paese. A 19 anni fu chiamato a combattere nella 1°
Guerra Mondiale, ricevendo una medaglia aI valor militare. Mentre lui
era in guerra, ìl padre venne ucciso dai briganti. Dopo il congedo si
iscrisse all’Università di Palermo presso la Facoltà di Economia e
commercio. Trasferitosi a Roma nel 1920, all’età di 24 anni divenne
funzionario presso l’INA. Nonostante questo tipo di lavoro, cominciò
a frequentare gli ambienti letterari e filosofici romani. Divenne un
personaggio noto nell’ambiente artistico e intrattenne rapporti di
amicizia e di collaborazione con i maggiori artisti del tempo. Dopo la
fine della II Guerra Mondiale, gravi lutti familiari come la morte del
figlio, della moglie e della figlia, lo portarono ad isolarsi e a
lavorare alla catalogazione della sua opera letterarìa. Ha donato tutte
le opere sue e quelle del figlio, come pure la sua biblioteca, al Comune
di Riesi. Il poeta è morto il 26 Maggio 1986,all’età di 90 anni
LU RICIGNUOLO
Lu suli è juntu a
so casi d’oru
e lu munnu è
tuttu na scuria;
na taddarita passa
e zirrichia,
na cucca canta
comu un friscaloru.
Finì lu juornu e
stancu di fatia
torna quarchi
viddanu tardaluoru
di chiddi ca nun
lassanu un tisoru
ad aspittallii a
mienzu di la via.
Scinni ntantu na
neglia fina fina
ncapu la terra
simili a un linzuolo;
lu silenziu si
vagna di jlata.
Ma a l’ampruvisa
a mienzu la sirata,
comu s ‘avissi
cientu viulina,
canta l’amuri
sò lu ricignuolo |
|
Padre Felice Dierna è
nato a Riesi il 2/5/1917 ed è stato ordinato sacerdote nel 1942. Nel 1977
consegui il diploma di onore alla Settimana europea di Riccione. Uomo di
cultura e di fede si è mostrato sempre aperto al dialogo interpersonale
Maestro schietto e sincero, infondeva nel cuore di tutti l’amore per la
ricerca della verità. Filosofo e teologo, accettava "il nuovo "
con spirito critico, scevro da pregiudizi, per cui si conquistò l’appellativo
di"Uomo e sacerdote della speranza". Attaccato al paese natio ne
ammirava il bene e ne condivideva le sofferenze, incoraggiando sempre
quanti spendevano le loro energie per il comune progresso Amò la natura
poiché gli infondeva l’ebbrezza della Bontà divina. E’ morto a
Caltanissetta il 20 Febbraio deI 1983.
QUANDO
Quando come
rapida
veloce ombra
saranno
fuggiti
i miei giorni
ed io tra i
viventi
più non sarò
cercato
sul mio
sepolcro
carezzato dal
vento
seguì rotto
da trilli d’uccello
e riscaldato
da un raggio di
sole
il silenzio.
E fremé l’ala
della speranza! |
|
Ernesto Puzzanghera è
nato a Riesi, ma nel 1933 ha lasciato il paese natio e si è tasferito a
Reggio Calabria dove ha conseguito il Diploma in Vigilanza Didattica e
la Laurea in Lettere. Ha esplicato l’attività d’insegnante dal 1939
al 1973 ed stato insignito della medaglia di bronzo dal Ministero della
PI. per meriti educativi. Vincitore di moltissimi premi letterari
("Premio della cultura 1969 della Presidenza del Consiglio"),
è assiduo collaboratore a giornali e riviste e redattore de "La
Procellaria". Ha pubblicato saggi di varia natura e diversi volumi
di liriche, tra cui "Liriche", "Malinconie dorate",
"Cosi passano i giorni, "E’ tempo" etc. I versi che
riguardano il paese natio sono permeati di una dolce malinconia che
sembra carezzare ogni aspetto del paesaggio.
SE PERCORRERETE LE STRADE
Se vedrete case
aggrappate a una collina,
quello è il mio
paese. Case di gesso
smunte dal tempo e
tetti grigi
screziati di
muschio, case povere
che sbadigliano al
cielo
fumi azzurrognoli
Canale, Vialarga,
Spadazza,
Le Mura, Rosario,
Crocefisso,
Piano del
Prefetto, Convento, Ponte,
La Croce: sono i
rioni che ricordo
del mio paese:
alveari densi
di zolfatari e
contadini.
I fomaciai e i
vasai stanno al Canale
dove c’è l’acqua
amara, tra spiazzi
colini di pagliai,
di tegole e quartare
che asciugano al
sole.
Se percorrerete le
strade del mio paese,
vedrete occhi neri
ingrottati
da scialli neri e
fissità di sguardi
pungenti come
lame, volti abbronzati
di uomini,
deschetti su le soglie
che zufolano come
merli
e muri con
lenzuoli di sole
tempestati da
mosche primaverili
e fanciulli che
cantano e carretti
dipinti con storie
d’amore e battaglie.
Se percorrerete le
strade del mio paese,
vedrete sulle
porte il dolore aggrumato
in strisce nere,
in grossi
caratteri neri che
piangono.
Le porte della mia
Sicilia
sono le tavole
antiche della storia
dell’uomo del
Sud. |
| Giuseppe Paterna è nato a
Riesi il 12 Febbraio 1930 e, con seguito il Diploma Magistrale, ha
insegnato per parecchi anni nella Scuola Elementare di Riesi. Oltre all’attività
scolastica, G. Paterna si è dedicato con passione alla politica ed è
stato, infatti, sindaco dal 1964 al 1966. La sua poesia nasce dalla
nostalgia della sua infanzia, di una società e di un modo di vivere ormai
scomparsi. Il poeta vuole ricordarlo ai giovani perché vadano verso il
futuro sereni e fiduciosi,ma consapevoli del loro passato perché
"non si può sapere bene dove si va se non si sa bene da dove si
viene". Nella presentazione alla raccolta "C’era na vota Riesi",
Bernardino Giutiana afferma che quella del Paterna è "poesia come
memoria storica" riproposta con immagini fresche ed immediate in cui
si evidenzia il continuo confronto tra il passato e il presente spesso
pieno di amarena e disillusione:
"E nun c’è
chiù la bedda brivatura,
li bummulidda e
mancu li quartari...
Ddagghiusu ora
ci va cu la vittura
quarcunu ca si
voli arricurdari,"
(Lu Canali)
G. Paterna nelle sue
poesie recupera modi di dire ed espressioni della parlata locale offrendo
ai giovani una storia di immagini, di linguaggi su cui meditare
attentamente.
LU SCARFATURI
‘Na vicchiaredda misa
di ‘n ag nuni
intra u’ dammusu
friddu e scunzulatu
pripara quattru coccia
di cravuni
p’u’ scarfaturi
vicchiu e smanicatu
Lu friddu trasi di li
sbintalora
si ‘mpila di li
spaddi, di li rini,
firria di li purmuna e
di lu cori
e fa gilà lu sangu di
li vini.
La vecchia hiuhia piano
cu lu mussu
intra li manu stritti a
pugnu chiusu;
lu cravunieddu adduma e
si fa russu,
lu hiatu di la vecchia
chiù affannusu.
Ora lu scarfaturi iè
bieddu callu...
la vecchia si lu posa
sutta l’anchi,
si strinci li spadduzzi
cu lu sciallu
cà senti sempri friddu
ndi li hianchi.
Ormai scurì, sunà l’Avimaria,
lu suli tracuddà di li
muntagni,
di li vaneddi nuddu
chiù firria
su’ tutti disulatì
li campagni.
La vecchia grapi l’uocchi
pianu pianu:
lu scarfaturi iè
friddu e l'arrimina.
Sintiva tantu friddu
ndi li manu
ca pari ca la morti c’è
vicina.
Si susi, s’abbicina a
la buffetta
e grapi cu du’ manu
lu casciuolu:
c’è ‘na scurruggia,
un pani, ‘na bruccetta,
quattru viscotta e
mienzu mastazzuolu.
Di la scurruggia piglia
du’ uliveddi,
li minti a una a una
ndi lu luci,
taglia lu pani a
fàrini du’ feddi
e poi ci fa lu segnu di
la cruci.
Si mancia li uliveddi
cu lu pani
e bivi tecchia d’acqua
di funtana,
suspira...ca nun sapi
si dumani
hav’a sunà pi d'idda
la campana |
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Angelo Gallo è nato a
Riesi il 1 Luglio 1927 ed è morto il 2 Agosto 1998. Fin da ragazzo ha
nutrito la passione per il disegno e la poesia, ma si è occupato anche
di pittura e scultura. Negli anni ‘50, un accresciuto amore per l’arte
e le necessità di vita lo spingono ad occuparsi di
"decorazione": attività che gli ha permesso interessanti
ricerche e una maggiore conoscenza dei mezzi tecnici. Non a caso,
infatti, è stato definito "eccellente decoratore". Nel 1959,
con coraggio e costanza, affrontando non pochi sacrifici, ha conseguito
il Diploma di Maturità Artistica presso il Liceo Artistico di Palermo.
Nell’anno successivo si è dedicato all’insegnamento del Disegno
nelle scuole di Avviamento Professionale. Nel 1969 ha conseguito l’abilitazione
all’insegnamento dell’Educazione Artistica e Discipline Plastiche.
Ha partecipato a diverse rassegne d’arte, conseguendo numerosi premi e
segnalazioni. Il Giornale di Sicilia si è occupato delle sue
interessanti "Via Crucis", realizzate per la Basilica -
Santuario Maria S.S. della Catena e per la Chiesa del S.S. Crocifisso di
Riesi. Nella sua semplicità, egli parla nelle sue poesie dei disagi
della vita attuale, della distruzione della natura e della diffusione
della violenza, ma non perde la fede né la fiducia nel riscatto dell’uomo
che, con l’aiuto di Dio, potrà certo "sconfiggere per sempre la
guerra. Tutte le guerre."
VERRA’ UN GIORNO SE SI POTESSE
|
Verrà un
giorno in cui
si
placheranno le tempeste,
le bufere e
gli uragani,
e non
attraverseremo
più irti
sentieri.
Cesseranno
le guerre,
le pazzie e
le barbarie
ed ogni
altre
diaboliche
mostruosità.
Verrà un
giorno in cui
innalzeremo
il vessillo
della Pace
per
festeggiare insieme
l’unità
mondiale,
la
fratellanza e l’amore
universale |
|
Se si
potesse toccare
il ferro
rovente
alla
velocità della luce
forgerei gli
uomini
da capo a
piedi,
distruggerei
tutti i cannoni,
le bombe
atomiche
e le armi
nucleari,
per
costruire aratri,
e macchine
per lavorare.
Cancellerei
le guerre
e tutte le
barbarie
ed in ogni
luogo
dipingerei
la Pace.
|
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Lino Carruba è nato a Riesi
il 10 Maggio 1952. Laureatosi il 15 Dicembre del 1998 in materie
letterarie, ha esplicato l’attività di dirigente amministrativo presso
il settimo circolo didattico di Gela e a Riesi. E’ stato uno dei più
importanti dirigenti del Fronte Nazionale Siciliano, apportandovi dei
rinnovamenti culturali ed ideologici. E’ stato eletto Sindaco nel 1994.
Culturalmente ha scelto la poesia attraverso cui esprimere le sue passioni
ed i suoi ideali. Le sue sono poesie di impegno civile e di lotta: "
SCAVATI NELLA PIETRA", "RIESI IN MUTANDE". Alcune poesie
sono in dialetto. Egli è anche autore di un libro, in cui tra l’altro
dice: LE VICENDE DI RIESI SONO STORIA LOCALE, MA HANNO VALENZA UNIVERSALE
LE SiTUAZIONI DI RIESI SI RISCONTRANO POI IN TUTTA LA SICILIA". Il
suo impegno gli ha fatto guadagnare il titolo di cavaliere al merito della
Repubblica nel Giugno del 1995
| DICU A TIA -
I
Dicu a tia
omu di chiazza
susiti e fa
quarchi cosa
prima ca lu
tempu t’ammazza
si onestu e
tutti ti vininu
a lisciari
quannu li sindachi,
l’assessura
e l’inorevuli vonu fari;
poi c’è
ppi tia sulu disprezzu
dicinu ca si
accattoni, parassita
e puru pazzu;
nun fari
cchiu lu pupu
taglialu su
lazzu, pirchi troppu caru comu
sicilianu
hai pagatu lu prezzo. |
|
DICU A TIA - 2
Dicu a tia carusu modernu
sì pensi sulu a passiari
di sa via
subitu finisci di fari lu
patri eternu.
Fineru li tempi di la
ricchezza,
li chiusiru li pirreri chi
malannu, alu veru
sicilianu ci acchiana la
stizza
ma nutri unnaddunammu
anzi dicemmu forti li fatti
sua si po’ fari
un ci po iri iddu a
travagghiari,
ma li sordi nun su puzu nè
mari
e prima o poi vininu a
finiri
|
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| Don Pino Giuliana è nato a
Riesi il l6/ /04/1937. All’età di 24 anni è stato ordinato sacerdote
nella chiesa Madre, di cui era allora parroco don Giuseppe Virzì. Nel
Settembre del 1966 fu destinato a Riesi in qualità di insegnante dì
Religione presso le scuole locali e di cappellano delle suore del "S.
Cuore". Nel 1971 divenne parroco del quartiere "Convento e case
popolari", e così nacque, ubicata in un garage la prima chiesa
del" SS. Salvatore ". Intorno ai primi anni Settanta pose le
fondamenta di quella che è diventata l’attuale chiesa del SS. Salvatore
e dei locali di accoglienza ad essa annessi, nei pressi dell’antica
chiesuola di campagna di" San Gisippuzzu". Nel 1981 diede vita
al periodico "In Comunione". Dal 1986 il suo impegno si è
esteso alla "Cooperativa dei Servizi sociali Oreb" s.r.l. che
gestisce varie attività sociali della Parrocchia. Acuto osservatore del
suo tempo e del suo paese nelle sue tante pubblicazioni ha voluto
esaminare fatti, problemi e personaggi di Riesi allo scopo di creare una
mentalità nuova, in linea con i tempi, senza arretratezze culturali e
sociali. Ha pubblicato anche varie raccolte di poesie, nelle quali emerge
una dolente sensibilità personale. Per sua espressa volontà
testamentaria, tutti i beni in suo possesso alla sua morte andranno alle
realtà ecclesiastiche dì Riesi, al fine di promuovere un benefico
progresso del paese.
L’ORA DELLA MEMORIA
|
Il tuo compagno
Peppe fu
il sogno di una
terra tua
che altri rubare
non può
perché è come
l’anima tua.
Di profeta avevi
il piglio
d’ieratico
furore pervaso
il berretto nero
da bolscevìco
di Lenin copiavi
il sembiante.
Avevi vent’anni
appena fatti
e a trentatré
consumato avevi
la vita, che il
destino volle
simbolo di
rivolta e di giustizia.
Dei preti fosti
allievo
ma fuori
apprendesti la rivolta
bruciando,
impaziente, la prudenza
che pur i
Pasqualino ti indicavano.
La giustizia per
i miseri e i poveri
che Cristo
proclamò tu sentisti
nel sangue e per
essa martire
senza lustro ed
onore fosti.
Arringavi le
folle, masse
di diseredati,
facce dal sol colte
visi che nelle
miniere impallidivano:
li incitavi alla
lotta, alla liberaizione. |
|
Fu il sogno di
una notte lunare:
il 28 luglio del
‘14 vedesti
concretizzato
nella bandiera sventolante
con la scritta:
La Repubblica di Riesi.
Rossa dì fuoco,
come l’animo.
che crede,
sventolava la bandiera
sul campanile
della Chiesa Madre:
era il giorno
nuovo che volevi!
Oggi chi cerca
le ceneri tue
non le trova,
confuse dal destino
con le altrui
ossa, come un tutt’uno
fosti con il
popolo e del popolo.
Nessuno celebra
più di tanto
il tuo nome e
cognome,
ed io me ne
ricordo perché venuta
è l’ora della
memoria.
La tua memoria,
di uomo libero
alla libertà
votato, eppur
insanguinato,
perché paura non
avesti delle
carceri e della morte.
Chi a Riesi,
oggi, ricordare vuole
la libertà, la
giustizia per i poveri
memorar deve la
bandiera che in te
s’innalzò e
trionfò per un’ora. |
|
| Ernesto Naso nacque a Riesi
il 21 Maggio del 1926. Crebbe in una famiglia evangelica fortemente
influenzata dall’origine siciliana e in particolare dalle condizioni
di vita delle classi più umili. Visse a Riesi fino ai 16 anni, poi
segui il fratello Liborio che era diventato pastore valdese, e a Chieti
conseguì la maturità classica. Continuò gli studi presso la facoltà
di Teologia a Roma e si laureò nel 1954. Intanto nel 1953 aveva
pubblicato la sua prima raccolta di poesie "Ove rapina luce",
che vinse un premio molto importante. Cominciò la sua attività di
pastore valdese ad Orsara di Puglia, poi fu a Taranto, Bergamo, Pisa, La
Spezia ed infine si sta-bili a Firenze dove mori il 28 Novembre del
1987. Enesto Naso ha pubblicato altre raccolte di poesie quali "Il
gemito della Creazione", e "Il grido degli oppressi" Era
sposato e padre di tre figli, uno dei quali, Paolo, lavora come
giornalista nella redazione televisiva della rubrica -
"PROTESTANTESIMO".
SPERANZA DI UN’ANNATA
Mare di steli
giallo di frumento
giù pei pendii
dolci di colline
per piane
sconfinate
gloriosa gioia
della terra al sole.
Ondeggiano le
spighe
piene sotto vento;
quale speranza di
ricchezze accende
immenso mare d’oro...
Crudele inganno,
sogno che svanisce
prima della sera:
sulle distese
grava
altissimo silenzio
non vola più un
uccello
non parla più
nessuno;
oscuro cielo
avanza
un vento nero d’acqua
gonfio di
tempesta.
Addio raccolto,
immenso mare d’oro
addio speranza
fatiche, sogni
dell’annata. |
|
Gaetano Riggio nacque a
Riesi, il 10 novembre 1942 da padre zolfataio. Ben presto senti l’amore
per la poesia e, rimasto orfano della madre, dedicò a lei nel 1954 i suoi
primi versi: "Senza nessuno". Finita la scuola elementare,
frequentò per cinque anni un corso professionale di tornitore fresatore e
contemporaneamente frequentò una bottega di fabbro ferraio, lavoro che lo
appassionava molto. Con il fratello Francesco, nel 1959, avviò l’attività
in proprio, che gesti per 25 anni. Fu il presidente dell' "Associazione
Artigiana di Caltanissetta" e ricevette il premio letterario
nazionale di «Artigiano Poeta ». Nel 1989 divenne capitano della
"Categoria Fabbri di Caltanissetta ", successivamente, nell’aprile
1989, entrò a far parte del "Consiglio di Amministrazione della
Cassa Rurale ed Artigiana" di Caltanissetta. Ha partecipato a molti
premi letterari e le sue poesie sono state pubblicate in molte riviste e
libri. Di recente ha realizzato una musicassetta dove sono
registrate tutte le sue poesie, abbellite da un sottofondo musicale.
ZITTITI
Di la me tèrra e di lu me paisi
nisùgnu fièru e tàntu orgogghiùsu,
nni pàrru sempri ccù grànni e ccù
carùsi
quànnu mi truvu fòra di la mè
casa.
Lu munnu, tuttu l’hàiu firriàtu,
hàiu misu sùtta ‘ncàpu li
paisa,
ma stù profùmu d’arànciu e di
granàtu
lu sèntu sùlu quànnu ritumu ccà.
Stù vacabbùnnu, stàncu di
firriàri
voli ristari ccà, ‘nni la so
càsa,
cu nn ‘havi mmidia e vòli
cunnannàri
speru ca larma cci’ ristassi ‘mpisa.
Ajèri matina, affacciàtu a lu
bàrcuni,
vulia pigghiàri na vuccàta d’aria
frisca,
la mè vicina chiacchiariàva senza
raggiùni
di cosi stùpiti, arrappànnusi la
nasca.
La testa mia, si misi a cimiddiari
mentri lu vèntu cutuliàva la
porta,
na rinninèdda, accumincià a
cantàri
‘ncàpu la ràma di na minnula
morta.
A la vicina ca sempri chiacchiariàva,
ci dissi « Zittiti » e ascùta sta
canzùna,
senza parràri sta rinnina
sulitaria
ccu lu so cantu fa scinniri la
luna
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| Stimato, apprezzato e
acclamato poeta del sito di Riesi. Le sue pungenti riflessioni hanno
trovato largo consenso tra i visitatori. Tutte le sue esternazioni si
possono leggere nelle pagine " Messaggi
"
A
questo messaggio lu zi Venè risponde: (Sempre più spesso mi chiedo
il significato della parola GIUSTIZIA, finalmente ho afferrato il
significato: GIUSTIZIA vuol dire fare marcire in carcere i padri di
famiglia che hanno rubato per dare da mangiare ai propri figli, mentre i
veri delinquenti grazie al loro potere si preparano a festeggiare le
feste con le loro famiglia. LA GIUSTIZIA C'E' SOLO PER I RICCHI.
Da una figlia che trascorrerà il Natale senza il suo caro papi. )
Di lu paisi unna
li fimmini su cumu li ROSI,
e li BRIGANTI
criscinu cumu la gramigna,
pirchì chianci
sta figlia?
Lu NATALI senza lu
patri sava affari,
e cumu tanti
famigli scunzati da la LIGGI
anche iddu l'amaru
prizzu ava pagari.
Ma non CHIANCIRI
figlia mia tuttu ava finiri,
ava agghiurnari
non po sempri scuriri
é la festa cu tu
patri ritornerai a fari,
sulu rimmedio alla
morte non si po truvari
Ecco un'altro messaggio:
L'omo Rijsano si
cridi sempri spertu,
pensa ca chiù
spertu d'iddu nun c'è nuddu
ie pi chistu ca si
fa fari sempri li scarpi.
La fimmina inveci
je ingenua e vanitusa
e pi chissu ca ci
li fa trasiri tutti intra la fussetta |
| Il Natale era di tutti, ma
la ricorrenza, la festa propria dei contadini era il Carnevale, forse
legato ad antichissimi riti magici. I giovani contadini cominciavano a
prepararsi già molti mesi prima. Si riunivano in gruppi di almeno
quindici persone, tredici più qualcuno di riserva; si dividevano le
parti, stabilivano in linea di massima gli argomenti e si recavano
quindi da qualche poeta locale o dei paesi vicini (un gruppo una volta
è arrivato sino a Catania!) e facevano verseggiare le caratteristiche
dei dodici mesi dell’anno con particolare riferimento al tempo e ai
lavori stagionali. Il giorno della festa bardavano i cavalli nel modo
più elegante, si truccavano e vestivano secondo il mese che
interpretavano, e tutti insieme percorrevano le vie del paese. (Ad es.
Giugno era seminudo con la falce in pugno, Gennaio e Febbraio tutti
intabarrati e coperti da pelli e pellicce, ecc.). In alcuni punti
prestabiliti, dove c’era abbastanza spazio e numeroso pubblico, si
fermavano e recitavano "Li dudici misi di l’annu" con una
ritmica sicuramente molto antica e molto somigliante alla musicalità
dell’esametro latino. |
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PRESENTATORE
N
capu mari c'é 'na navi,
parti cu dudici cannuna
cà cumbatti.
Ogni cannuni spara trenta botti
mentri ca
unu veni e l'atru parti.
O genti dotti, duttura e poeti,
si arruri canusciti ni scusati,
pirchì sti versi nun su
tutti lieti
e mancu su beni
ricitati.
Si ci truvati vui
cosi sgraditi
'mpurtanti ca 'un ni dati fircunati |
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Innaru
Innaru, sugnu un misi friddulinu
e li pirsuni quatalati stanu;
cu ‘hiavi spisa e ‘na vutti di vinu
la vita si la passa bella ‘n chianu;
e cù nun havi nguanti iè mischinu
ca lu friddu ci fa trima' li manu;
caminannu e trimannu di cuntinuu
scontranu genti e piglianu luntanu.
E quantu maluttiempu sacciu fari!
Lu friddu ca vi trasi ndi li rini,
intra mancu vi fazzu arriminari;
porti abbutati cu li cunculini
pi teniri li gammi quatalati;
calannu li cazetti pi ristoru
li gammi a chiappi su’ di pumadoru.
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Frivaru
Frivaru ca ié un misi piccidduzzu,
ca di lu fari sua iè un pò pazzu,
teni li casi ‘ncatinati a muzzu
pi fari li viduti di pagliazzu
E c’è cu’ mancia e alliscia lu
mustazzu
e c,é cu’ hiavi siccu lu curuzzu.
Vintuottu iorna hiavi chistu misi
pi fari stà li viecchi muccarusi;
li picciutteddi cu li naschi tisi
pi fari sta’ li patri ngummurusi.
Criditi: ié virità ma chiù nun puozzu
e a n’atra banna mi vaiu ‘rramazzu. |
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Marzu
Marzu, ora ca vaiu a migliurare
terri e ghiardina li fazzu hiuriri,
li miennuleddi li fazzu 'ngranari
e cu lu friddu li fazzu arrizzari
ma cu lu suli li fazzu brillari
ca a 'natru tecchia v’ata a 'rricriari.
Li fimmineddi vanu a passiari
e cu fogli e hiuri iè cunsari.
Ora ca iè finutu di parrari
ma frati Aprili veni cca a cantari.
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Aprili
Aprili, su’ li iorna sapuriti
cà v’ata a fa’li festi e li cummiti:
vi fazzu fari Pasqua e pasqualuni
cu li chitarri e cu li mandurlini.
Tutti a la chiesi ci sapiemmu
e lu parrinu iammu a visitare.
E dopo n’amma a ghiri a cumpissari
pirchi n'amma a pigliari lu Signuri.
E a la fini quannu n'amma a ghiri
tagliammu ,pi truvà lu nuostru amuri.
E un mazzu di hiuri amma a pigliari
cà a lu nuostru amuri l’amma a dari. |
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Maiu
Maiu ca sugnu giuvini ‘bbastanti:
luonghi li iorna e scarsi li frummenti,
ciciri e vavi chjni ci n’è tanti,
ogni pianta li fa li so aumenti.
Massara cu li vigni, vigilanti.
‘ttaccati li tauruna prestamenti
ca si si minti sciloccu e livanti
puru ca travagliati tutti quanti
pari ca 'un n’ata fattu
propriu nenti. |
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Giugnu
Giugnu ca sunu sicchi li lavura,
a opra sana vieninu frustieri.
Milletricientu liri tu m’ha’ dari
cà i’ l’è da stasira a ma muglieri;
du’ chila di spachetti m'è ‘ccattari
cà 'n cruci ‘nsina a sira ‘un puozzu
stari.
Giugnu ca lu viddanu ié cavalieri
cà satu Iieggiu e nun mi spardu mai. |
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Luglio
Veni Giugniettu cu pedi leggieri,
lu pani cu li sardi m’ha pagari.
Pirchì fa’ lu mafiusu prisuntuoso,
mi vua pagari chiddu chi hai purmisu?
o i’ ti mannu un sbirri ‘nghirriusu,
ti fazzu stari intra la turri ‘nchiusu
e dda ti minti cuomu un gaddu tisi.
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Austu
Austu, su li tempa rigurusi
si mintinu a tra vagliu li burgisi
si rumpinu li fea cu li chiusi,
sina li viecchi stanu trafficusi.
Ora li lorna su chiù curti e duri:
nun c 'é chiù tiempu di fari I’ amuri.
Ma stannu a lu travagliu calurusi
la sira s’arricampanu ‘n paisi. |
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Sittiemmiru
Sittiemmiru, iè bellu stari ndi la vigna
cu ‘nzolia muscatedda e frutti magni,
e ci su ‘nzorbi, su’ chjni li pigna,
nuci ,naciddi e puru li castagni...
All ‘urtimu ci sunu li vinnigni
scruscia di vutti, cierchi e di timpagni.
Cù iè sfacinnatu piglia li cufina
e cerca di ‘ngrassari lì cumpagni. |
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Ottuviru
Ottuviru, ci su’ trona scannalusi
e calanu li negli all’impruvvisu.
Si ,mintinu a travagliu li, burgisi,
travaglia assa’ lu viecchiu e lu carusu.
Ora ca su tempa rigurusi
ognunu si va a passà li maisi
E pi manciari un c’è chiù fitusu:
carni di puorcu e sazizzuni appisu. |
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Nuviemmiru
Nuviemmiru ié lu misi di li Santi
e vanu a siminari tutti quanti.
Ndi 'sti iorna r’iposu ‘un ci né nenti
pirchi si chiovi resta la simenti
e li tirrena restanu vacanti.
Ma c’é cu’hiavi la mancia intra ‘nchiusa
e lu salami e la sazizza appisa.
Vuatri ni criditi assai cuntenti
ma intra nun aviemmu propriu nenti.
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Diciemmiru
Diciemmiru, sugnu un misi friddulinu:
cu’hiavi spisa si la passa ‘n chianu
e cu’ nun havi nenti ié mischinu,
cà fina li parienti su luntonu
e cu fu friddu tremanu li manu.
E fanu festa monochi e parrini
e fanu festa tutti li pirsuni.
Carni di puorcu, gaddu e cunigliedda
e i’ mi vaiu a manciari la guastedda.
A tutti fu bamminu hava sarbari,
a mia però nun m’ava chiù scurdari. |
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Teresa Maria L'abbate,
nasce a Riesi il 10/05/1946, sensibile e particolarmente predisposta
verso gli elementi vitali della "cultura",
dell'"istruzione" e dell'arte figurativa, si e sempre
prodigata per non "apparire", ma per poter
"essere", senza mai prevaricare. Diplomatasi a Piazza
Armerina (EN) nel 1963, ha avuto la ventura di diventare insegnante di
ruolo nella scuola elementare, operando, già da molti anni, al suo
paese natio, dove è stimata, rispettata ed apprezzata da tutti per le
qualità professionali e deontologiche, coerentemente espresse. |
LA CASCITTINEDDA
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Aju na cascittinedda
ntissuta ecu la sita.
Quantu cci nnè
cosi dda dintra:
cci vulissi n’ annu
ppì cuntalli e, criditimi,
num bastanu li ita.
Dda dintra azu
lu tìmpu ca iè passatu ...
Cci su tri minnulicchi
ca m’ aiutà ma patri
a cogliri, la prima vota
ca mi misi ‘ncavasedda.
La vuci e’ è di ma matri
quannu gioia mi chiamava,
l’ ucchi sua cci su, allammiccati
quannu, malata, pinìava.
Un daminusu c’ e
unna, ogni sira, canisiddi
iucavamu a la ‘ncaglia e li cartuzzì,
mentri li ranni, a giru di la conca,
ridivanu di nenti e
nun pinsavanu a l’ affanni. |
|
C’ è la manu mia, piccidda,
ca li sordi pruiva a S. Giseppi
ppì lu votu ca ma matri
ppi mia avia fattu.
C’ è lu libru di li cunta
‘ncapu lu cummidinu
e lu quatru di lu Signuri
ca vasava, spingiuta, lu matinu
ora sapiti cchi iè
la ma cascittinedda:
iè lu cori chinu di
cosi ca cchiu nun su...
La grapu quasi sempri
a l’ ammucciuni:
na lagrima m’ asciucu
e, ammatula, pinsu
di daricci un firmunì.
Premiata
Concorso A. S. C. A. M. E. S. Caltanissetta
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DOVE BETLEMME?
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E la vidi, una marocchina,
sui gradini della chiesa,
accovacciata e indifesa,
la mattina di Natale.
Non guardai i piedi,
nudità impietosa,
nè la mano timorosa
che la ciotola porgeva
al sazio gregge di Dio.
Nè guardai lo scialle,
misero scudo, sul grembo
per il suo piccinino.
Immensi, vidi,
e lucidi i suoi occhi,
in un viso di cartapesta,
i miei .. .. ferire ...
" Signora .... prego "
Sentii il mio Natale
....morire.... |
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In chiesa non pregai
nè potei cantare,
nè proft’erir parole,
sovente, menzognere.
Fuori era Betlemme
Non era in chiesa il Bimbo Divino,
nè bionda nè di gesso
la Madre .... china.
Era fuori...
al petto della Madonna bruna
senza angeli e senza cuna.
Era fuori Betlemme.
Cieco il gregge di Dio
era entrato e....
non se n era accorto.
Premiata con Diploma di Lode
Concorso Citta’ di Barletta |
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