Sezione: STORIA/ARTE/CULTURA/TRADIZIONI
 

 

Massimo Rosario Paterna (Autore)

 Prof. Rosario Spampinato (Relatore)

PER UNA STORIA DEI VALDESI IN SICILIA
LA COMUNITA' DI RIESI DAL 1871 AL 192O

 

Università degli Studi di Catania
Facoltà di Lettere e Filosofia
Corso di Laurea in Filosofia

Anno Accademico 1991-92


Stampa intera Opera (in allestimento)

 

 

Indice Generale

I-GLI INIZI DEL MOVIMENTO EVANGELICO-VALDESE


1-Il movimento evangelico-valdese nella Sicilia e nel Mezzogiorno dell'Ottocento
2-Il primo periodo post-unitario: la chiamata dei valdesi
3-L'arrivo e i primi anni di vita della comunità
4-La società riesina nelle descrizioni dei primi pastori


 

II-IL MOVIMENTO EVANGELICO-VALDESE E IL FASCIO DEI LAVORATORI



1-La nascita del Fascio dei lavoratori e la vita politica
2-Il movimento valdese e il Fascio dei Lavoratori
3-La fine del secolo


 

III-GLI EVANGELICI NEI PRIMI DUE DECENNI DEL NOVECENTO



1-Gli evangelici nei primi anni del Novecento e il pastore Giuseppe Ronzone
2-Le difficoltà e le vicissitudini della comunità valdese durante le tormentose vicende politiche del periodo giolittiano
3-I primi evangelici alla vigilia della prima guerra mondiale
4-La comunità valdese di Riesi fra guerra e dopoguerra

 

 

 

I-GLI INIZI DEL MOVIMENTO EVANGELICO-VALDESE

 
1-Il movimento evangelico-valdese nella Sicilia e nel Mezzogioro dell'Ottocento

Per chiunque intenda tracciare un profilo storico di Riesi, nel periodo compreso tra la seconda metà dell'Ottocento e primi decenni del Novecento, uno studio del movimento evangelico-valdese diventa aprticoalrmente indispensabile e fondamentale. Per una buona comprensione della diffusione dell'Evangelismo valdese a Riesi, dobbiamo fare riferimento alle diverse vicende di storia protestante, che interessarono l'Italia meridionale e, in particola modo, la Sicilia subito dopo il 1860.
Nel periodo pre-unitario la prsenza protestante nel regno delle Due Sicilia era praticamente limitata ai soli stranierui residenti (uomini d'affari, artisti, membri del corpo consolare, etc.) In sicilia, per esempio, alla fine del 1861, quando si cominciavano a notare gli effetti dell'ex regime, si contavano solo 742 individui di coonfessione evangelica. Di questi, solo il 20% aveva nazionalità italiana. La ragione del basso numeo degli evangelici siciliani, in questo caso, era semplice: il governo borbonico, nonostante una formale politica tollerante, si mostrava ostile verso ogni forma di proselitismo nei confronti dei propri sudditi.
Nell'insieme del Mezzogiorno, però, non tutto era ostile alla diffusione di altre confessioni religiose. L'anticlericalismo della classe liberale meridionale, incline ad accettare l'idea di un rinnovamento religioso del Paese; nonchè dei democratici, vicini allo spirito giansenista-giacobinizzante del Mazzini, costituirno ben presto il miglior terreno per la propaganda protestante. I liberali condividevano coi protestanti il concetto di un Papato, non solo intimo alleato del regime borbonico, ma anche e soprattutto principale espressione di restaurazione e di antiliberalismo. I democratici, invece, si sentivano più vicini al messianismo protestante che al Cristianesimo romano. I liberali, comunque, più dei democratici, strumentalizzarono il Protestantesimi per realizzare le loro ambizioni politiche. Nelle relazioni, che i vari pastori inviavano alla Commissione d'Evangelizzazione, si denunciava infatti la miscredenza del "ceto civile liberale" e si insisteva sul fatto che, questo, era pronto ad appoggiare e a proteggere i protestanti solamente per convenienza. Gli attacchi protestanti contro la Curia, infatti, indebolivano il partito clericale e davano spazio al partito liberale.
La prima opera di propaganda protestante fu avviata alla fine del 1860 da un nutrito gruppo di colportori (venditori di bibbie e di opuscoli vari di propaganda protestante), inizialmente vivo e operante fra Napoli e Palermo. L'iniziale ostilità, che questi incontarrono, fu ovviamnte enorme. Certi convincimenti e pregiudizi della cultura meridionale, infatti, non potevano certo non fare entarre in contarsto colportori e masse popolari, spesso sapientemente aizzate dallo stesso clero. Tuttavia, dopo qualche anno, i colportori riuscirono ad aprire delle brecce nella secolare muraglia cattolico-romana (Cerrito Gino, Appunti sulla diffusione del protestantesimo in Sicilia dopo l'Unità, nel Bollettino della Società di Studi Valdesi, n° 114, dic. 1963, p. 59).
I primi risultati posetivi ottenuti in Sicilia si ebbero a Palermo, garzie all'opera del pastore Giorgio Appia.
Nonostante le manifestazioni teppistiche, dovute al fanatismo popolare sapeintemente sollecitato dal clero; nonostante le pressioni di parenti ed amici sui convertiti, e le prediche e i "tridui di pentimento" organizzati in cattedrale; nonostante le "pastorali" e gli attacchi orali e scritti, a volte calunniosi contro i Valdesi e le loro dottrine da parte di una schiera di conferenzieri palermitani, capitanati dal canonico Turano; nonostante le "pastorali" e gli attacchi che l'Appia incontrava nei pubblici contraddittori, per la non perfetta padronanza della lingua italiana e per la mancanza di un senso politico di fronte alla accuse degli avversari, la chiesa di palermi aumentò gli affilaiti entro qualche anno: prorpio in conseguenza del fervore politico-religioso, che elettrizzava lambiente democratico e liberle palermitano orientandolo verso quegli istituti, quelle associazioni, quelle dottrine che negavano tutto quanto portava al passato regime (Cerrito Gino, op. cit., pp. 59-60).
L'intensa e fervida attività, che l'Appia profuse nel 1861 in Sicilia, l'anno successivo fu profusa anche a Napoli, anche se in quest'ultima sede un ruolo assai notevole ebebro soprattutto gli evangelici mazziniani.
Nonostante l'impego profuso, non tutte le esperienze predicative dei primi colportori si rivelarono un successo. Dopo il successo dei primi anni, infatti, si ritornò a respirare un'aria difficile. Infatti, trascorso poi questo periodi di fervore politico-religioso, la propaganda e le adesioni all'evangelo assumeranno, per tutto il decennio, un ritmo lento; e, questo epr diverse ragioni: non ultimo il fatto che l'austerità piemontese del valdismo nonriusciva facilmente a riscaldare la gente dell'Isola (Cerrito GIno, op. cit., P. 61).
Ciò fu soprattutto determinato dall'atteggiamento anti-piemontese delle masse, che videro nel nuovo regime sabaudo la causa dei tanti mali sociali e delle tante disastrate situazioni sociali. Con questa ottica veniva, praticamente, visto anche il valdismo, considerato come una sorta di religione alla "piemontese". l'intensa e fervida attività dei colportori, tuttavia, nopn s'arrestò mai, tanto che, alla fine del 1871, si registravano i primi progerssi.
Secondo il censimento della popolazione italiana, alla data del 31 dicembre 1871, v'erano nella Sicilia 6755 cittadini di confessione evangelica. In dieci anni, quindi, c'era stato un aumento considerevole di 6013 unità, solo in parte realizzato nel 1871, quasi come contro-reazione alla ripresa del clericalismo illiberale e temporalista e come parziale effetto delle moltiplicata attività dell'anticlericalismo dei liberali, moderati, e democratici, uniti dal pericolo rappresentato dal vaticano. In altri termii, una buona metà di coloro che si diciharavano evangelici, non erano spinti da intima convinzione, ma da un sentimento superficiale di sfiducia nella chiesa cattolica, da un'istanza di riforma assai confusa e, a volte da un senso preciso di avversione contro il cleroe, prodotto da ragioni non del tutto chiare (Cerrito Gino, op. cit., pp. 71-72)

 

 
2-Il primo periodo post-unitario: la chiamata degli evangelici-valdesi
Il delicato e teso clima politico dell’immediato periodo post-unitario, che vide enormemente acuire le dispute fra partito clericale e partito liberale, fu indubbiamente la causa principale che determinò la chiamata dei valdesi a Riesi. Le dispute e i rancori che intercorrevano fra i maggiori esponenti dei due opposti schieramenti, non erano certo d’origine recente. Il clero, infatti, nella qualità di tradizionale e potente alleato del potere, aveva guardato con ostilità e avversità i liberali sin dal periodo pre-unitario.
Dopo il fallimento della rivoluzione siciliana del 1848, durante la quale i clericali si erano illusi in un successo dei vari moti quarantotteschi per un inquadramento neoguelfo della penisola, e il ripristino della politica reazionaria dell’Anciem Règime, la ricomposizione della vecchia alleanza trono-altare era diventata inevitabile. Da quel momento in poi, sino all’Unità, quei giovani intellettuali resini contraddistintisi per la costituzione de “La Giovane Italia” e per la loro adesione alla rivoluzione del 1848, si trovarono dunque di fronte alla più dura opposizione del regime borbonico: sia a livello di governo (autorità giudiziaria e amministrativa), sia a livello di “baroni”, sia a livello di clero. I mezzi che il regime borbonico adoperò nella lotta ai liberali furono vari. Ma quello che probabilmente contribuì ad alimentare, in modo notevole, l’odio di quest’ultimi non fu tanto la politica reazionaria quanto piuttosto il ricorso all’aiuto dei briganti e dei malfattori. Diversi straccioni, ubriaconi, briganti, banditi e vagabondi del paese, che vivevano coi guadagni delle loro illecite e disoneste attività (furti, rapine, sequestri di persona a scopo di estorsione, abigeati, ecc…), vennero infatti assoldati per la difesa dell’ordine costituito: alcuni come campirei col preciso compito di “tenere a bada” la povera gente (braccianti e zolfatai), altri nelle cosiddette “Compagnie d’Armi” dove venivano paradossalmente incaricati non solo di svolgere funzioni poliziesche e di pubblica sicurezza (ma costoro erano ladri di notte e sbirri di giorno - Ferro Salvatore, La storia di Riesi dalle origini ai nostri giorni, Caltanissetta, Tip. Di marco, 1934, p. 67), ma anche di spiare e terrorizzare tutti coloro che venivano sospettati di liberalismo o di avere simpatie per i liberali.
La politica antiliberale portata avanti dal regime borbonico, ebbe modo di finire con le vicende del 1860 che, come sappiamo, videro la fine del Regno delle Due Sicilie e l’ingresso del medesimo nel Regno d’Italia. La fine del regime borbonico, tuttavia, consegnò la rottura degli antichi rapporti di forza. Anzi, i legami fra il ceto dei possidenti, i “baroni”, il clero e i mafiosi continuarono a sussistere. Questo spiegherebbe come mai, per esempio, nessun esponente del ceto liberale nel 1861, cioè subito dopo la caduta del regime borbonico, avanzò la propria candidatura per la nomina di sindaco di modo che, il Prefetto di Caltanissetta fece cadere la scelta su Carmelo Inglesi (Ferro Salvatore, op. cit., p. 85), esponente di una famiglia della vecchia burocrazia borbonica assai vicina al partito clericale.
Ritiratosi dalla vita amministrativa nel 1865, l’Inglesi lasciò il carica il vice-sindaco dott. Giuseppe Riccobene. Ma, poiché le autorità provinciali meditavano da tempo sulla possibilità di nominare un esponente del ceto liberale, quest’ultimo venne destituito e al suo posto fu nominato sindaco il dott. Giuseppe Jannì, che come vedremo occupa un posto di particolare rilievo nella storia di Riesi di quegli anni.
Grazie alle varie opere che la sua amministrazione provvide a deliberare nel 1866 e al grande contributo che diede nella qualità di farmacista durante il colera del 1867, Jannì non solo ebbe modo di crearsi in paese un notevole prestigio in netta contrapposizione con quello del parroco Gaetano D’Antona (capo del partito clericale), ma l’intero ceto liberale ebbe modo di consolidarsi vigorosamente nella vita politica locale. Il partito clericale, dal canto suo, dipendente dalla volontà del parroco, continuava a mantenere un suo prestigio. Addirittura, in alcune circostanze, la potenza del D’Antona parve moltiplicarsi. Nel 1870, infatti, quando venne varata la legge del 1866 sulla soppressione dei beni ecclesiastici messi all’asta pubblica, il parroco acquistò numerose tenute e proprietà. Per il suo censo, il parroco di Riesi, poteva fronteggiare col miglior proprietario della provincia, la sua casa era diventata veramente signorile; quando usciva col suo seguito, tutti gli cedevano il passo e veniva sommamente rispettato: ed ecco perché pure temuto, lottava anche in nome della Chiesa (Ferro Salvatore, op. cit., p. 90).
Alla fine degli anni ’60, dunque, la vita politica rijsana veniva contraddistinta da queste due figure: il parroco D’Antona per i clericali, il sindaco Janni per i liberali.
Durante la sua sindacatura Jannì cercò di rafforzare il più possibile il suo partito, attirando dalla sua buona parte dell’elettorato. La decisione di chiamare gli evangelici-valdesi a Riesi rappresentò, indubbiamente, la massima espressione di questo suo intento. L’aspetto più strano e curioso di questa vicenda, che per lungo tempo ha suscitato stupore e perplessità tra gli studiosi del valdismo, è rappresentato dal fatto che i valdesi, cioè dei protestanti con molte simpatie a sinistra, siano stati chiamati proprio da politici della destra. Accurati e recenti studi, infatti, hanno dimostrato che nonostante i valdesi fossero ossequiosi alla politica liberale dei Savoia (che fra l’altro avevano concesso loro la libertà di culto nel 1848), esisteva in fondo uno stretto legame fra sinistra democratica di stampo mazziniano e movimento evangelico e che oltre il 50% degli evangelici italiani di quegli anni proveniva dalle classi subalterne. A sostegno di questa posizione, una studiosa dell’Evangelismo ha, per esempio, ricordato come nel corso dell’Ottocento fosse particolarmente diffusa la tesi che esista uno stretto nesso tra riforma religiosa e rivoluzione politica; sia nel senso che la rivoluzione politica non giunge a compimento se non con il rinnovamento interiore della coscienza, sia nel senso che la riforma religiosa non può aver luogo in Italia se non in un quadro politico-istituzionale unitario. La coscienza di questo nesso è caratteristica di tutto l’evangelismo risorgimentale (Ciappa Rosanna, Le origini del movimento evangelico a Napoli (1860-1862)in Movimenti evangelici in Italia dall’Unità ad oggi. Studi e ricerche (a cura di) Giorgio Spini e Franco Chiarini, Torino, Claudiana, pp. 121-122).
Come si può spiegare allora il fatto che il sindaco Janni (di fede liberale) e tutto il suo partito avessero insistito per una venuta dei valesi a Riesi? La risposta a questo interrogativo può essere, sostanzialmente, breve e semplice. Dal momento che, come abbiamo visto, la vita politica rijsana di quegli anni veniva caratterizzata da singole figure carismatiche le quali riuscivano ad attirare dalla loro l’attenzione dell’elettorato, Jannì e tutto il suo partito tentarono di infierire un colpo decisivo al partito avverso contando sull’ostilità della predicazione valdese contro la chiesa romana. Un eventuale successo del valdismo, infatti, avrebbe fatto allontanare dalla chiesa cattolica le masse dei meno abbienti, indebolendo in tal modo il prestigio dei clericali; e, dall’altro avrebbe consentito ai liberali di controllare il popolino, impedendogli in tal modo di abbracciare il credo democratico-mazziniano. Dunque, in sintesi, diciamo che la chiamata dei valdesi a Riesi fu il frutto di un abile calcolo politico che corrispose alle tendenze di alcuni ambiziosi liberali, desiderosi di realizzare le proprie smanie di potere.
 

 
3-L’arrivo e i primi anni di vita della comunità
Per ricostruire l’arrivo dei primi pastori valdesi a Riesi è, senza dubbio, fondamentale la già citata opera dello scritturo rijsano Salvatore Ferro, la quale è basata su testimonianze dirette e gode quindi, a differenza di altri scritti successivi, di una certa credibilità. Ma vediamo come Ferro ci narra l’episodio riguardante la venuta e l’insediamento dei valdesi a Riesi.
Viveva a Catania, da impiegato comunale, il concittadino Giovanni Giuliana, fratello del dottore. Egli frequentava le conferenze evangeliche di quella città e descriveva le impressioni al fratello Gaetano. Questi faceva leggere le lettere al sindaco in quale gli fece scrivere di dire al pastore evangelico se poteva recarsi a Riesi, per tenere della conferenza di propaganda protestantesima. Il pastore rispose che occorrevano almeno una dozzina di firme. Il sindaco Jannì, capo lista, raccolse 150 firme e mandò la petizione al pastore. Quando quegli ebbe nelle mani la carta si mosse per venire a Riesi accompagnato dal Giuliana. Giunti a Barrafranca telegrafarono. Allora, sindaco, partito liberale, firmatari e curiosi con bandiere il pomeriggio del 24 maggio 1871 andarono incontro a ‘lu pasturi prutistanti’. Arrivati alla Spatazza fecero sosta. Siccome le due guardie campestri, Calogero Bruno e Giuseppe Calafato vi andarono incontro fino al paesetto, ed avendoli preceduti apparvero dalla collina di Spampanato dandone l’avviso, così la folla cominciò a muoversi, mentre gli aspettati, passato il Vallone Fonduto di Spampanato scesero da cavalo per sgranchirsi le gambe. Fatta la salita vi furono le debite presentazioni. La folla dei dimostranti, seguita da altri curiosi, entrò in paese. Nella Piazza Garibaldi, il pastore evangelico, visto il popolo dinanzi a se disse che occorreva un locale chiuso per la conferenza. Ma dove trovarlo? Li per lì l’avv. Trapani propose la Chiesa di San Giuseppe. Tutti si riversarono verso la chiesa, ma essa era chiusa e le chiavi li teneva il canonico Luigi Molisano che trovatasi in campagna. La folla sostava li sull’altura quando il sindaco, cinta la sciarpa ordinò ai RR. CC., presenti di fare scassinare le porte. Chiamato il fabbro mastro Stefano Matera, questi aprì la chiesa e tutto il popolo vi entrò. Il pastore, sig. Teofilo Malan, valdese, salito sul pulpito tenne una conferenza in occasione del 20 settembre. Alla fine volevano applaudirlo, ma il pastore glielo impedì invitandoli a riunirsi l’indomani alla stessa ora e nel medesimo locale. Di fatti al segnale della campana, suonata dall’avv. Calogero Accardi la chiesa fu gremita di uditori di ogni ceto. Per quattro giorni consecutivi la folla accorse a sentirlo; l’ultimo giorno avvisò che l’indomani sarebbe ripartito per Catania e ritornare la settimana prossima, ma se non venisse lui avrebbe mandato il fratello da Messina. I clericali si quietarono, credendo si fosse trattato solamente di chiasso e nient’altro. Ma quale fu la loro sorpresa allorché videro arrivare l’altro fratello? Il signor Augusto Malan si presentò al sindaco, e, la stessa sera l’avv. Accardi suonò la campana di San Giuseppe chiamando il popolo a raccolta. I clericali allora si mossero e riferirono l’accaduto al Vescovo di Caltagirone (dal quale dipendevano). Questi si rivolse al Prefetto di Caltanissetta, il quale scrisse al sindaco Jannì di eseguire l’immediato rilascio della Chiesa di San Giuseppe perché destinata al culto cattolico. Il pastore però non si diede per vinto, affittandosi la camera di ‘lu massaru’, Paolo Mirisola, sita al principio della scalinata della stessa chiesa. Ivi si tennero le conferenze ogni sera. I due fratelli Malan si alternarono di modo che ne nacquero delle dispute. (Ferro Salvatore, op. cit., pp. 91-92)
Questa descrizione può tuttavia essere completata e riveduta in buona parte attraverso la documentazione dell’Archivio Valdese di Torre Pellice. E’ da questa, infatti, che scaturisce fra l’altro, la necessità di confutare alcuni aspetti della descrizione del Ferro.
Innanzitutto la letera-petizione con la quale si chiedeva al pastore valdese di venire a Riesi non aveva come suo capo lista il sindaco Jannì, ma l’avv. Calogero Accardi, altro grosso esponente del partito liberale di Riesi. L’assenza del nome del sindaco dalla lettera-petizione, cioè dell’esponente di maggiore spicco dei liberali rijsani, probabilmente era dovuta al fatto che questi puntava a mantenere dei rapporti formali col partito clericale. In secondo luogo, tale lettera era indirizzata al pastore Augusto Malan (che fra l’altro fu colui che portò per la prima volta la testimonianza valdese a Riesi), e non al fratello Teofilo come credeva il Ferro. Teofilo Malan fu comunque uno dei primi pastori evangelici a predicare a Riesi. Egli vi giunse per la prima volta nella primavera del 1872, cioè alcuni mesi dopo la venuta del fratello Augusto. In terzo luogo, i firmatari della lettera-petizione non furono 150 ma 75. Infine, la venuta dei valdesi a Riesi non risale alla primavera del 1871, bensì alla fine di ottobre (Il Ferro probabilmente la confuse con l’arrivo di alcuni col portori avvenuto, per l’appunto, nella primavera del 1871 se non addirittura due anni prima).
Dopo diverse probabili insistenze da parte del Giuliana, la Commissione d’Evangelizzazione si decise a mandare a Riesi il pastore evangelico tanto richiesto, dando l’incarico ad Augusto Malan, pastore a Messina che contemporaneamente era impegnato in una campagna d’evangelizzazione nel centro della Sicilia. Ma ecco, a proposito della venuta di Augusto Malan a Riesi cosa si poteva leggere su un periodico valdese: Nell’ottobre 1871, mi pervenne una lettera nella quale erano contenute queste poche parole: ‘I sottoscritti, residenti nel Comune di Riesi prov. di Caltanissetta Le dicono che il loro più ardente desiderio è di avere in mezzo a Loro un pastore Evangelico per sentire promulgare la verità oscurata. Le è fatta viva preghiera di recarsi al più presto da noi’. Queste parole erano seguite da moltissime firme di uomini appartenenti a tutte le classi sociali. Fra le altre si notano quelle di 4 avvocati, 4 farmacisti, 2 notai, e 32 proprietari. Poco tempo dopo un’altra lettera annunziava che, se avessi accolto la loro domanda, il Sindaco del Comune avrebbe messo a mia ‘disposizione completa una della 4 Chiese Cattoliche del luogo e precisamente quella di S. Giuseppe onde sia possibile predicare una Quaresima Evangelica’.
Riesi? Questo nome non mi diceva nulla, non ne avevo mai sentito parlare, eppure mi sembrava di conoscere discretamente la Sicilia. Dopo aver letto quel che diceva una vecchia guida della Sicilia ed avere appreso alcune informazioni, venni a sapere che Riesi, è un grosso paese di 12 mila abitanti perduto fra le colline del Sud della Sicilia. Non ha alcuna strada carrozzabile ma delle brutte mulattiere. Quel luogo, è molto isolato ed è in buona parte abitato da agricoltori e zolfatai. I Resini, mi si disse, non sono né ignoranti né superstiziosi; ma sono intelligenti e più evoluti dei paesi vicini. Tutto questo lo devono alla totale assenza di conventi; non già che i frati e le monache non abbiano mai tentato di fissare quivi la loro residenza; ma non vi riuscirono ed i due conventi costruiti caddero rapidamente in rovine. A tutto questo si aggiunga ancora che la pessima condotta del Cleo li ha allontanati dalla religione e sono diventati increduli od indifferenti. Queste informazioni mi sembrarono esatte ed in quell’istante ricordai che a Catania, anni fa, avevo ammesso in chiesa un uomo proveniente da Riesi. Corsi da lui e gli feci vedere le lettere ricevute. ‘Vada, vada, mi disse; è Dio che la chiama. Quelli che hanno firmato quelle lettere, io li conosco, tutti ‘galantuomini’: ecco la firma di mio fratello, il dott. Giuliana’. E mi raccontò che 2 anni or sono 2 colportori erano andati a Riesi. I preti li avevano minacciati di morte; ma i ‘civili’ dopo aver comperato dei libri presero le difese dei col portori che in due giorni esaurirono tutta la loro provvista.
Il Comitato di Evangelizzazione, mi autorizzò a recarmi a Riesi per vedere di che si trattava. Partii (da Messina) il 25 ottobre 1871 per andare a predicare una Quaresima Evangelica nella Chiesa cattolica di S. Giuseppe, in Riesi. Il viaggio fu lungo e penoso. Dopo 15 ore di diligenza giunsi a Caltagirone ove visitai un vecchio e fedele Evangelico di quella cittadina: l’ing. Misaldi. Da Caltagirone a Barrafranca impiegai 11 ore. Ho scritto in altra occasione, che se qualcuno aveva la vocazione del martire e desiderava averne la palma non aveva che da andare a Barrafranca e di dire che era Protestante. A questo proposito ecco quel che mi successe. Giunto a Barrafranca, con mio stupore, non trovai le due cavalcature che avevano promesso di mandarmi da Riesi. Andai allora, per non rimanere in mezzo alla strada, alla ricerca dell’albergo del luogo ove non trovai nulla da mangiare. Dopo aver comperato qualche cosa preparai io stesso la mia cena ed aspettai. Nessuno venne a cercarmi e fui sul punto di ritornarmene a Messina; ma poi, siccome Riesi non era molto distante, decisi di continuare il mio viaggio servendomi di un mulo e, pagandolo profumatamente, ottenni quello del mugnaio. Quest’ultimo accondiscese a servirmi da guida. Eravamo appena partiti, quando udimmo le campane suonare a stormo e vidi che molti uo9mini armati di forche, zappe, tridenti ed altri strumenti agricoli mi inseguivano. Compresi subito di che cosa si trattava. Ebbi un’idea: con il mio temperino incominciai a punzecchiare la mi a cavalcatura che si mise a correre all’impazzata portandomi in salvo. Più tardi mi spiegarono ogni cosa. Degli uomii erano stati inviati da Riesi a Barrafranca per cercarmi, ma non avendomi trovato e, vedendo che le lettere che dovevano consegnarmi erano indirizzate al Quaresimalista Evangelico pensarono di andarmi a cercare dal prete che generalmente dava alloggio ai frati predicatori: trovarono il prete con ‘due monache di casa’ il quale, dopo aver letto le lettere, diede per ricompensa a colui che gliele aveva consegnate ‘una voleè’ di schiaffi e di pugni. Quindi corse immediatamente dagli altri parroci e subito si misero alla ricerca del Protestante che per fortuna era…già partito! Fecero suonare le campane e, il popolo, che si armò di strumenti agricoli, decisero di sopprimere quell’eretico. E, se non riuscirono a mandare ad effetto il loro piano diabolico, fu per la sola grazia di Dio. (Riesi, però, gli riservò un’accoglienza indimenticabile. Egli confessa che, appena giunto, avrebbe volentieri preso qualche minuto di riposo, ma gli fu impossibile perché in compagnia di tutte le persone più riguardevoli del paese, dovette passeggiare nella strada principale del paese per pfarsi vedere dalla popolazione che voleva ad ogni costo fare conoscenza del Quaresimalista Evangelica e che aspettava con impazienza che si iniziassero le prediche nella Chiesa Cattolica di S. Giuseppe).
Mi furono consegnate le chiavi della Chiesa e stabilimmo che il 31 ottobre 1871, alle 10 del mattino, avrei incominciato il mio Quaresimale. Ero alloggiato in una miserabile stanza vicino alla Chiesa, e questo perché, in questi paesi, mi si disse, non è poi tanto difficile che possano accadere dei….brutti fatti. Ma il brutto fatto non success e fui sempre l’oggetto del massimo rispetto e della più grande considerazione. Il 31 ottobre alle 7 del mattino fui svegliato di soprassalto dalle campane della Chiesa di S. Giuseppe che suonavano a distesa. Pensai subito che doveva esserci un incendio, oppure che si stava preparando una seconda edizione di………Barrafranca. Mi vestiii in fretta e scesi per vedere di che cosa si trattasse. Mi si presentò una scena che non dimenticherò mai. Un vecchio di 65 anni, ancora robusto, l’avv. Calogero Accardi, tirava la corda delle campane con tutte le sue forze. Sul suo nobile volto brillava una gioia indescrivibile. Quando mi vide, cessò di suonare; ed io gli chiesi come ami un uomo così rispettabile come lui suonava le campane. Egli mi rispose: ‘quel che faccio è per me un onore, il più grande onore della mia vita! Ho suonato queste campane altre 2 volte: la prima nel 1848 quando cercammo di scuotere il giogo dei Borboni e chiamammo il popolo alla libertà; la seconda volta nel 1860 per annunziare al popolo che Garibaldi con i suoi mIlle, era sbarcato a Marsala ed aveva vinto a Calatafimi. Da allora abbiamo visto libertà politica; ma questa non ci basta, oggi, nonostante i miei 65 anni, suono ancora queste campane per annunziare che abbiamo conquistato anche la libertà di coscienza. E ripresa la corda fra le mani, mi salutò e continuò a suonare (…).
Non erano ancora scoccate le ore 10 del 31 ottobre 1871 che la Chiesa di S. Giuseppe, era già letteralmente piena,. Il sindaco,i consiglieri comunali, i carabinieri ed alcuni bersaglieri erano presenti ed occupavano i primi posti a loro riservati. Il mio uditorio era composto, verosimilmente, da più di 300 uomini e 150 donne che stavano in piedi ed occupavano tutta la navata del Tempio. Appena fui entrato, mi diressi con passo deciso verso l’altare, che si trovava in fondo alla chiesa, e mi prepari a parlare. Non posso descrivere l’emozione che provai in quell’istante; sentivo una grande responsabilità dinanzi a Dio ed a quelle anime alle quali dovevo annunziare la Buona Novella in simili circostanze. Era la prima volta che l’Evangelo era predicato a Riesi; la prima volta, in Italia che una chiesa cattolica apriva le sue porte ad un pastore protestante e che delle campane, benedette e battezzate dai preti, chiamavano i fedeli ad assistere a un culto protestante. Poche ore prima del culto, mentre l’avv. Accardi suonava le campane con tanto entusiasmo, i preti avevano provveduto in fretta alla rimozione delle ostie consacrate e dei pochi quadri orribili che adornavano la chiesa. Tutta quella gente mi fissava con una certa curiosità. Io avevo accuratamente preparato un bel discorso per la circostanza; ma lo lasciai da parte. Dopo aver invocato la presenza del Signore, recitai il Padre Nostro ed il simbolo Apostolico. Lessi quindi il II Cap. della I° ai Corinzi e presi come testo il versetto 2 e parlai a tutta quella gente assetata di verità unicamente di Cristo Crocifisso. Raccontai loro, in modo semplice, la vita di Gesù, insistendo specialmente su suo Amore per noi e sulle sue sofferenze per la Redenzione dell’Umanità. Man mano che parlavo il silenzio si faceva più grande e, quando il culto fu terminato, molti vennero da me per dire: ‘parlate ancora’. Mi rifiutai di continuare e li convocai per l’indomani. Mentre scendevo i gradini dell’altare, ove mai una simile Messa era stata recitata, il sindaco e tutti i notabili del paese si affrettavano a stringermi la mano, mentre alcune donne portavano alle loro labbra i lembi della mia ‘redingote’ e mi chiedevano una grazia, cioè di…..confessarle! Non sapevo molto che rispondere e dissi loro che avremmo riparlato della cosa quando sarei stato in grado di comprendere il loro dialetto e quindi la loro confessione. Si mostrarono soddisfatte della mia risposta e si allontanarono dicendo fra di loro: ‘meschinu un capisce u sicilianu’.
L’indomani 1 novembre, pioveva, cosicché fu impossibile a chicchessia di allontanarsi dal paese per andare al lavoro e perciò il mio uditorio aumentò ancora. Parlai semplicemente su Giov. 3 ver. 16. Nessuna polemica in questi due giorni e nei sette discorsi che seguirono. Non si trattava per me di demolire, ma di costruire, perché le rovine nel Cattolico Romano sono già grandi. Avrei voluto prolungare ancora il mio soggiorno a Riesi, ma fui costretto improvvisamente a ritornare a Messina. Intanto nei paesi circonvicini si diceva che a Riesi era giunto un predicatore straordinario e che tutti si convertivano alla sua religione. (Archivio Valdese di Torre Pellice, Memorie inedite del pastore Augusto Malan. Le origini della Chiesa Valdese di Riesi, il Lettera Aperta, ottobre-dicembre 1934, febbraio-aprile 1935)
Un’altra importantissima questione, che costituisce senza dubbio oggetto di vivo dibattito, è quella riguardante il modo come cui Augusto Malan ebbe accesso nella Chiesa di S. Giuseppe. Le più autorevoli descrizioni, infatti, su questo punto sembrano contraddirsi profondamente; mentre il Ferro parla di uno scasso del portone, il Malan parla di una consegna di chiavi. Quale delle due tessi, allora, è la veritiera? In un certo senso, entrambe le posizioni sono valide. Lo scasso del portone di cui parla il Ferro è, infatti, un dato indiscutibile dal momento che questi narrò l’episodio attingendo le proprie informazioni da vari testimoni oculari. Tuttavia anche il Malan, quando nel suo diario scriveva “mi furono consegnate le chiavi della Chiesa”, narrava il vero. L’apparente contraddizione far queste due posizioni, purtroppo, insorge poiché sia il Malan che il Ferro non sono stati abbastanza espliciti nelle loro descrizioni. Bastava , infatti, che il Malan scrivesse in modo esplicito “fatto scassinare per ordine del sindaco il portone e fatta costruire una nuova serratura, mi furono consegnate le chiavi della Chiesa; o, ancora che il Ferro si fosse espresso in questi termini e la questione in oggetto non avrebbe avuto modo di esistere.
Le vicissitudini e le difficoltà che la neocomunità di Riesi affrontò all’inizio furono assai dure. Di questi,purtroppo, per ragioni poco note possediamo solo una limitata documentazione, la quale però è abbastanza sufficiente e idonea, soprattutto per il 1872 (del 1873 e del 1874, purtroppo, possediamo solo delle lettere di Corrispondenza varia che singoli Membri di Chiesa o del Consiglio di Chiesa inviavano alla Tavola Valdese).
Come possiamo, dunque, ben vedere sola la documentazione del 1872 ci consente di portare avanti uno studio concreto sulle condizioni della Chiesa valdese di Riesi delle origini. Per quanto riguarda lo studio dei due anni successivi, per la mancanza di Lettere di corrispondenza pastorale e di relazioni annue, esso diventa più difficile. Possiamo, infatti, parlare delle condizioni della Chiesa valdese di Riesi del 1873 e del 1874, da un lato esaminando le diverse vicende storico-politiche del paese e dall’altro basandoci su quella scarsa e mediocre documentazione rappresentata da varie lettere di Corrispondenza inviate o da singoli Membri di Chiesa o del Consiglio di Chiesa. Concentreremo, pertanto, l’attenzione sull’anno 1872.
In base a quanto si può rilevare dalla documentazione, il 1872 fu un anno particolarmente delicato e complesso. Durante quell’anno, Augusto Malan venne a Riesi in tre circostanze diverse: in gennaio, quando accompagnò l’evangelista Francesco Rostagno; fra settembre e ottobre, quando la comunità diretta dal fratello Teofilo visse un momento particolarmente difficile; e, a dicembre, quando coadiuvò l’opera del nuovo evangelista Emilio Long. I primi due pastori (Rostagno e Teofilo Malan) nonostante fossero venuti animati di buoni propositi dopo alcuni mesi di permanenza, chiesero alla Commissione d’Evangelizzazione di essere trasferiti. Le loro abitudini settentrionali, la loro poca comprensione del dialetto locale e i loro pregiudizi nei confronti dei rijsani, non solo non li avevano fatto inserire nella realtà rijsana, ma li avevano indirettamente spinti ad abbandonare e a trascurare la Chiesa con le sue varie attività di culto. Solo verso la fine dell’anno, col nuovo evangelista Emilio Long, la comunità cominciò a mostrare i primi leggeri sintomi di ripresa. Tutte queste, sono ovviamente delle constatazioni che si possono fare attraverso un’analisi delle Lettere di Corrispondenza di Augusto Malan, l’evangelista di Messina, che per tutto il 1872 agì da collegamento fra gli adepti rijsani e il valdismo purtroppo non adeguatamente rappresentato, nonostante i buoni propositi, da quegli evangelisti che operarono a Riesi (Come egli stesso ebbe a dire in una Lettera di Corrispondenza scritta in ottobre e in occasione di un suo soggiorno a Riesi).
Ma vediamo di analizzare più da vicino il contenuto delle quattro Lettere di Corrispondenza di Augusto Malan, di cui siamo in possesso. Nella lettera dell’8 gennaio 1872 Malan scriveva di essere giunto a Riesi con Rostagno (l’evangelista che poi avrebbe dovuto prendere le redini della nascente comunità), in un momento assai delicato. Dopo la breve parente “sangiuseppina” (ottobre-novembre 1871), durata purtroppo, poco meno di due settimane, al diffondersi della notizia che il Malan stava per rimettere piede a Riesi, i clericali temendo che i valdesi si riappropriassero della Chiesa di S. Giuseppe, proprio come avevano fatto nel 1871 dietro l’autorizzazione del sindaco Jannì, e la potessero trasformare in un loro locale di culto, fecero intervenire il Vescovo presso le autorità. Questi ricordò alle medesime che sebbene la Chiesa non fosse momentaneamente destinata al culto cattolico, poiché era stata sconsacrata dopo che nel 1860 vi erano entrati i soldati e doveva essere sempre tenuta a disposizione delle autorità militari, era pur sempre una proprietà del Clero e che quindi l’atto del sindaco che nel 1871 aveva consentito l’accesso dei valdesi era stato illegale, dal momento che il Comune non aveva alcun titolo di proprietà. Il Prefetto di Caltanisetta, a quel punto, ordinò al sindaco Jannì l’immediato rilascio della Chiesa di S. Giuseppe, che subito dopo i preti riconsacrarono e riaprirono al culto. Tutto questo, naturalmente, era un atteggiamento che i clericali avevano premurosamente preso, per privare gli evangelici di un locale di culto, con la conseguenza di disperderli. Fu proprio in questo delicato momento che Augusto Malan ebbe un ruolo di grande spicco e di grande rilievo. Come scriveva il ferro (anche se lo confondeva col fratello), egli si prodigò subito nella ricerca di locali d’affitto da destinare a Chiesa, dal momento che essendo la Chiesa di S. Giuseppe proprietà della Chiesa Romana, veniva definitivamente abbandonata l’idea di acquistarla, com’era nelle primitive intenzioni.
Il Malan non pensò mai minimamente di abbandonare Riesi e Rostagno far queste vicissitudini; anzi, mostrò la propria disponibilità a rimanere e a lottare per la soluzione di questo difficile problema: la ricerca di un locale per il culto. Non a caso, scriveva: Non vorrei lasciar qui Rostagno senza luogo di culto. Conto di rimanere qua finchè non se ne sia trovato uno nel quale lo potrò vedere accomodato con la sua adunanza (…). Nonostante non possediamo un locale, la nostra predicazione non è interrotta e continueremo le nostre adunanze in case private che mettono a disposizione, gentili fratelli di questa terra. (AVTP, Corrispondenza di Augusto Malan. Lettera dell’8 gennaio 1872)
Ma, assai più interessante per comprendere l’andamento della neocomunità rijsana è poi la lettera che il Malan scrive alcuni giorni dopo: Finalmente Rostagno è accomodato a Riesi. Era davvero necessaria la nostra andata là, non già perché i Riesani fossero scoraggiati per la perdita della Chiesa di S. Giuseppe, ma perché se non andavamo forse, per molto tempo, non ci sarebbe stato locale di culto evangelico. (…). Se ne è trovato uno (…). Non sono voluto partire da Riesi senza parlare ai miei antichi uditori (…). Furono stabilite quattro adunanze alla settimana: il martedì, il giovedì e la domenica alle ore 10,30 e alla 15,00. Io credo che con l’aiuto del Signore si potrà compiere una bell’opera in quel paese (…). Rostagno però non è molto contento di essere stato costretto, in qualche modo, a venire fin là e a dirvi il vero no ha tanti tori. Riesi è un paese ficcato nelle montagne della Sicilia (…) senza comunicazione coi paesi circonvicini. Egli non intende il dialetto locale e spesse volte gli è dura capire l’italiano di alcuni. La locanda in cui egli si trova è la migliore del paese (ma in fondo essa è in condizioni assai miserevoli) . Il cibo è detestabile (…). Io creo che sarebbe opportuno, se le cose cominciano bene, che non si interrompa la predicazione a Riesi e che l’evangelista che dovrà recarvisi si trovi al suo posto prima che Rostagno l’abbandoni. (AVTP, Corrispondenza di Augusto Malan. Lettera del 12 gennaio 1872)
Ecco perché la Commissione d’Evangelizzazione mandò subito il nuovo evangelista Teofilo Malan (fratello di Augusto), pensando che questi si sarebbe trovato meglio di Rostagno. Ma anche Teofilo si trovò male per le stesse ragioni, per cui si era trovato male Rostagno. Anche sotto di lui, la comunità di Riesi visse un momento assai difficile.
Fra settembre e ottobre di quell’anno Augusto Malan decise di fare un nuovo viaggio a Riesi. Ma ecco cosa scriveva in una Lettera del 7 ottobre: L’opera evangelica in Riesi è stata un poco guastata (…) da quegli evangelisti che la Commissione vi ha mandato (Rostagno e Teofilo Malan). Il fervore e l’entusiasmo che vi incontrai le altre volte quando sono venuto qua sono molto diminuiti. Però la semenza che qualche tempo fa è stata seminata non è tutta caduta fra le pietre o nelle spine; un poco di buona terra la c’era. Questa buona terra è formata da un nucleo di 20-25 operai che qui richiamano ‘maestri. Non c’è da far conto sugli individui appartenenti alla cosiddetta ‘Casa dei Civili’ (…), assistono a qualche conferenza e inducono col loro esempio le persone del volgo a venirci pure, ma in quanto ad essere realmente evangelici per ora non lo credo salvo 3-4 eccezioni. Con questi maestri e questi 3-4 Civili ci sono pure contadini, non in gran numero e sui quali si può contare; sicchè possiamo dire che gli elementi per formare una piccola Chiesa anche a Riesi ci sono. Una cosa da notare, inoltre, è la buona volontà di molti per mandare i loro figlioli ad una scuola evangelica (…); parecchi padri di famiglia si sono riuniti al fine di avere presto un maestro evangelico. (AVTP, Corrispondenza di Augusto Malan. Lettera del 7 ottobre 1872)
Nell’ultima Lettera di Corrispondenza, infine, Augusto Malan sintetizza tutto quello che era avvenuto durante l’anno nonché parla dell’arrivo di Emilio Long, il nuovo evangelista che la Commissione inviò per sostituire Teofilo Malan, con il quale Augusto Malan collaborò nel tentativo di riacquistare il prestigio perduto, riconquistando alla Chiesa l’interesse dei primi simpatizzanti.
Le difficoltà incontrate nel 1872 presumibilmente continuarono nei due anni successivi 81873-1874), anche se questo non lo si può affermare con certezza per la carenza già ricordata della documentazione. Che esistessero delle difficoltà lo si intuisce dalla Relazione pastorale annua dell’Anno Ecclesiastico 1874-1875.
 

 
4-La comunità rijsana nelle descrizioni dei primi pastori valdesi
Per comprendere il rapporto che si venne a creare tra i primi pastori e la società locale, diventa particolarmente indispensabile uno studio del modo come cui i nuovi arrivati percepirono e descrissero le condizioni economiche e sociali, le abitudini di vita e la cultura del paese. Nella Corrispondenza pastorale o nelle relazioni che i pastori col Consiglio di Chiesa inviavano alla Tavola Valdese a conclusione dell’Anno Ecclesiastico, cioè nel giugno di ogni anno, si possono leggere molti giudizi sull’ambiente locale che ci fanno capire le difficoltà che si frapposero al loro inserimento. A questa documentazione, ai fini dell’analisi, si aggiunge poi, un altro importante documento manoscritto non datato e non firmato ma che, per una serie di indizi, indubbiamente risale ad un periodo non molto lontano dall’arrivo dei primi pastori valdesi a Riesi.
Il documento esordisce con una descrizione del paese che presenta alcuni schemi tipici con cui la letteratura dell’Ottocento tratteggiava l’area interna della Sicilia: Riesi, uno dei più grossi comuni della provincia di Caltanissetta, trovasi nel Circondario di Terranova, verso il Sud della Sicilia e poco distante dal fiume Salso (…). Sorge sopra un altipiano che anticamente chiamatasi con voce araba Rahalmet. Al viaggiatore che arriva dalla parte di Ponente, Riesi offre un aspetto piuttosto pittoresco, con le sue case grigie di colore uniforme in mezzo alle quali spicca solo, essendo più alta delle altre la Casa Comunale. A rompere l’uniformità del paese sorgono i campanili delle quattro sole Chiese di Riesi chiamate, la ‘Matrice? (che è la Cattedrale), la Chiesa del S.S. Rosario, quella del Signore e finalment quella di S. Giuseppe in cui non si fa alcun servizio, dacchè nel 1860, v’entrarono i soldati, i quali a detta dei devoti ‘la scomunica’ (…). La maggior parte del popolo vive ancora in certi tuguri a pianterreno malsani, privi d’aria e di sole, sudici e ciò si capirà facilmente quando si saprà che nella maggior parte di case ‘terrane’ come le chiamano qui, le persone componenti la famiglia dividono amichevolmente se non fraternamente il loro asilo con muli, asini, maiali, conigli e capre (…). Quantunque la civiltà mediante l’istruzione abbia fatto già capolino, quanto c’è da fare! Quanti usi semi-barbari! Quanti pregiudizi e superstizioni! E quanta ignoranza! La maggior parte dei Riesani son dediti ai lavori campestri, quali come padroni, quali come lavoranti, altri lavorano nelle miniere di zolfo, un minor numero sono quelli che si dedicano a un mestiere. Tengono molto alle diverse classi della società, di fatti ci sono i ‘galantuomini’ (che possono anche essere birbanti) che appartengono alla classe dei signori e hanno diritto alò ‘don’ (…), gli operai e i zolfatai tengono al ‘mastru’ e i contadini al ‘massaru’ (…). Gli uomini godono molti diritti che non ha la donna; molte volte mi è accaduto di vedere delle madri maltrattate dai loro bambini di 5 anni, e avendo fatto delle osservazioni mi si rispose: ‘ga nun è masculiddu?’ I maschi, così sono liberi di tiranneggiare a loro piacimento le mamme, le sorelle e quante creature del sesso debole loro capita alle mani (…). L’educazione alle bimbe è differente. Dopo che una è spoppata e comincia a camminare e a balbettare qualche cosa, la lasciano in balia di se stessa; la mamma crede di aver fatto tutto, quando l’ha alzata, l’ha vestita e le ha dato da mangiare (…). Dopo che le fanciulline son lasciate crescere così, arrivano all’età di 12-13 anni e allora le tengono rinserrate in casa; non possono uscire più se non di rado. Ma che succede? Succede che lla prima occasione, il primo giovinotto che si presenti (facendo segni da lontano, poiché in casa non ci possono andare) ci cascano, s’intendono e molte volte succede una fuga dei due. Questo non avvine soltanto nel basso popolo ma anche fra i cosiddetti ‘galantuomini’, e ciò l’ho constatato personalmente (…). I Riesani sono piuttosto intelligenti, in generale, ma molto irriflessivi. Amano molto la musica e il canto e facilmente improvvisano canzonette (…). Quanto a religione, gli uomini, in generale sono indifferenti, sono capaci nelle grandi occasioni di recarsi alla chiesa o dietro le processioni, ma per curiosità. Le signore del ceto basso vanno regolarmente alla messa e quelle dell’alto ceto ci vanno soltanto nelle grandi occasioni, salvo parecchie eccezioni. Sono molto interessati e attaccati al denaro; molte signore vendono per pochi soldi gli abiti smessi alle persone di servizio o ad altri; prestano denaro prendendo dei pegni di qualunque genere, esigendo come interesse il 40-50% (…). Hanno quasi tutti, chi più chi meno un pezzo di terra; una cosuccia propria, ma niente denaro. Quanto all’istruzione vi sono molte famiglie che non ci tengono tanto e quando si consigliano di mandare i bambini a scuola rispondono: ‘non deve mica farsi maestro o maestra; non ha la proprietà? Può vivere lo stesso.’ Malgrado ciò le scuole sono frequentate ogni anno da un discreto numero di bambini d’ambo i sessi (sia le scuole comunali che quelle evangeliche). Verso la fine di maggio molte famiglie sprecano in campagna per attendere alla mietitura e ad altri lavori campestri e conducono i bambini, dimodocchè negli ultimi mesi di scuola, parecchi disertano per tornare nuovamente alla riapertura delle classi. L’educazione dei fanciulli qui riesce più difficile che altrove perché i maestri non sono coadiuvati dai genitori. I Bambini sono troppo abbandonati a se stessi e la maggior parte vanno a scuola perché ci vogliono andare e non perché sono mandati dai genitori. (AVTP, Cenni sui costumi di Riesi, Manoscritto non firmato e non datato)
Per meglio parlare dei costumi e delle condizioni socio-economiche e culturali della Riesi del tempo, l’autore poi articola il suo manoscritto in paragrafi separati,parlando delle varie festività religiose e dei cari cerimoniali che seguono o precedono atti liturgici come battesimi, matrimoni e sepolture. Il quadro che se nevicava è, ovviamente, quello di una società che presenta molti tratti di arcaicità e rimane ancora legata a convincimenti e posizioni peculiari ai secoli precedenti. Si trova in questo manoscritto un modo di interpretare la realtà che poi risulterà comune a tutti i pastori. Per essi, provenienti da un’area geografica e culturale tanto diversa, era quasi un compito insormontabile quello di calarsi all’interno della società locale. Prevaleva quindi, un tipo di valutazione che sostanzialmente si poneva all’esterno e acquistava un tono eccessivamente moralistico.
Ma vediamo quali erano, secondo altre descrizioni dei primi pastori valdesi, i pregi e i difetti della società rijsana del tempo. Nelle descrizioni, si insisteva molto sui mali sociali della comunità locale: la miseria, la povertà, la fame e l’analfabetismo. Tutti questi mali, che apparivano come il retaggio di un processo storico secolare e che venivano censurati con severità: l’ignoranza, la delinquenza, l’usura, la bestemmia (diffusa enormemente fra donne e bambini), la bigotteria, i pregiudizi, le superstizioni, gli schemi e le convenzioni sociali.
Proprio questi difetti avevano finito col demoralizzare i primo pastori valdesi, al punto tale che questi, nonostante i buoni propositi coi quali erano arrivati, consolo non so erano inseriti nel tessuto sociale rijsano, ma senza che se ne accorgessero finirono col trascurare la Chiesa con le sue varie attività di culto.
Le varie Relazioni pastorali annue, inoltre, mettono spesso in evidenza l’incoerenza che predominava nella società rijsana: dai più abbienti al popolino. In diverse Relazioni, per esempio, si trovano parole polemiche sul comportamento tenuto dal ceto liberale, a cui si rimproverava di essersi distaccato dalla Chiesa dopo aver fortemente sostenuto e valutato la venuta dei valdesi a Riesi. Leggiamo,infatti, in una relazione: Se i firmatari della petizione mandata all’evangelista di Messina, fossero stati amanti del vangelo, a quest’ora avremmo una graziosa Chiesa, ma siccome erano quasi tutti atei o liberi pensatori e volevano adoperare un mezzo santo per i loro fini mondani e per la soddisfazione del loro spirito di vendetta ci troviamo un poco incagliati nell’opera nostra. (AVTP, Relazione pastorale dell’anno 1875, G.G. Tron) La maggior parte dei liberali, infatti, erano soliti dire: lasciate perdere quelle cose di Chiesa e di religione, son tutte imposture e mezzo di mangiare. (AVTP, Relazione pastorale dell’anno 1875, G.G. Tron)
Non privo di incoerenza era anche il popolino, il quale facilmente si faceva trascinare dagli eventi politici e dagli spiriti più colti. Infatti, dopo la vittoria del partito clericale nelle nuove elezioni amministrative del 1876, che provocò la rottura fra il partito liberale e la Chiesa valdese (alcuni liberali, infatti, accusarono gli evangelici di aver perso le elezioni perché, quest’ultimi non li avrebbero adeguatamente sostenuti) e il conseguente allontanamento dalla Chiesa degli spiriti più colti, molti aderenti dei ceti meno abbienti si distaccarono dalla Chiesa per qualche anno. Il distacco di quest’ultimi fu, comunque, in buona parte determinato dai diversi colpi che il partito clericale (ora trionfante nell’Amministrazione Comunale) infierì ripetutamente sulla comunità valdese e dalle diverse pressioni fatte sul popolino. In una relazione, infatti, leggiamo: Il partito clericale, trionfante ora nell’amministrazione del Comune, vedendo di malocchio il pacifico progredire dell’opera evangelica cercò di rovinarla eccitando la popolazione riesina contro i nostri fratelli. Il giorno 4 aprile scorso sarebbe potuto tornare fatale agli evangelici (…). I rimproveri e le minacce due frati predicatori, riuscirono ad allontanare dalle adunanze alcuni nostri aderenti e a far si che non pochi abbandonassero la scola evangelica. (AVTP, Il Consiglio di Chiesa, Relazione pastorale dell’Anno Ecclesiastico 1875-1876)
Il notevole esempio di insistenza dato dai pochi aderenti non solo fece si che la comunità sopravvivesse, ma consentì nel contempo agli evangelici, che poto tempo prima si erano allontanati (senza però avvicinarsi al cattolicesimo), di convincersi a ritornare nella Chiesa. Cosa che, rispettivamente, avvenne fra il 1878 e il 1881.
Le Relazioni annue, che ritengono i lati negativi della società rijsana come un prodotto della sub-cultura cattolica, tendono a presentare qualche pregio e aspetto positivo come espressione della predicazione evangelica. L’Evangelismo, infatti, viene posto non solo come l’elemento fondamentalmente trainante per una ricristianizzazione in senso anti-cattolico, ma anche e soprattutto come un importante elemento di acculturazione sociale. Dando però uno sguardo alla realtà rijsana, ci si rende conto, come per esempio, certi pregi e aspetti segnalati come positivi (il senso dell’ospitalità, la laboriosità, il senso della famiglia e l’insistenza e la perseveranza per le proprie convinzioni e credenze) difficilmente si potevano collegare con la predicazione evangelica dato che facevano parte dei connotati per così dire originali della popolazione.
Elementi del tutto nuovi e positivi della pratica religiosa erano, tuttavia, dovuti alla predicazione evangelica. Per esempio, il forte zelo di alcuni aderenti, che secondo quanto si legge in diverse Relazioni annue, li induceva a parlare insistentemente dell’Evangelo, ovunque essi si trovassero, persino sul posto di lavoro (com’è il caso degli evangelici zolfatai che attiravano dapprima la curiosità e successivamente la simpatia di numerosi loro compagni di lavoro dei paesi circonvicini) era un elemento nuovo prodotto dall’Evangelismo.
L’acculturazione di cui i primi pastori parlano, dunque, si deve piuttosto riferire all’operato delle scuole evangeliche, che i valdesi si apprestarono a creare a Riesi appena qualche anno dopo il loro arrivo, in seguito ad una formale richiesta fatta da alcuni aderenti.
Le scuole evangeliche a Riesi godettero di una grande stima e simpatia non solo da parte di coloro che erano ostili al partito clericale e non vedevano di buon occhio il fatto che anche i preti fossero maestri delle scuole comunale, ma anche da parte dei meno abbienti che nelle scuole evangeliche ebbero modo di sottrarsi ai soprusi e agli autoritarismi degli insegnanti delle scuole comunali, ancora strettamente legati ad una pedagogia repressiva di stampo cattolicheggiante. Il successo e il prestigio che le scuole evangeliche ben presto ebbero a Riesi, per via dell’alto numero dei suoi allievi (molti dei quali erano cattolici) provenienti, come abbiamo visto, da tutte le classi sociali venne poi definitivamente coronato e confermato dalle diverse visite dell’Ispettore Scolastico e dai tanti plausi e complimenti da questi espressi.
 

 

II-IL MOVIMENTO EVANGELICO-VALDESE E IL FASCIO DEI LAVORATORI

 
1-La nascita del Fascio dei Lavoratori e la vita politica
Per comprendere la nascita del Fascio dei Lavoratori di Riesi e le differenze, che intercorsero fra questo e gli altri Fasci Siciliani, diventa particolarmente indispensabile uno studio delle vicende politiche locali. Per tutta una serie di ragioni, come vedremo, tale studio dovrà necessariamente cominciare dall’anno 1876 e dovrà soffermarsi su alcune figure di particolare rilievo.
Nel 1876 si assistette ad una radicale svolta politico-municipali. Caduta l’amministrazione liberale di Jannì era, infatti, ritornato al potere il partito clericale dei D’Antona. Inoltre, proprio nell’anno in cui cominciava a manifestarsi in tutta la sua gravità la crisi della Destra, il timone del partito era passato nelle mani di due esponenti della Sinistra: i fratelli Giuseppe e Gaetano Pasqualino. Nonostante, poi, nel 1876 la Sinistra avesse ottenuto la maggioranza parlamentare, i Pasqualino rimasero fuori da qualsiasi competizione elettorale locale. Lo strapotere dei D’Antona, infatti, impedì loro la conquista di spazi politici.
L’inversione di tendenza si cominciò a vedere solo a partire dal 1882. Probabilmente, nell’ascesa dei Pasqualino, contribuirono tre fattori: la riforma elettorale del 1882, con la quale venne notevolmente allargato il corpo elettorale; la creazione della “Società Archimede di Mutuo Soccorso fra i Solfarai” (17 marzo 1882) e il ricorso all’appoggio di elementi della malavita locale. Questi tre elementi, naturalmente, debbono essere visti in una stretta connessione.
Subito dopo la grande riforma elettorale del 1882, i Pasqualino si erano illusi di riuscire a contrastare lo strapotere dei D’Antona, semplicemente facendo affidamento alle simpatie che le loro idee liberal-progressiste, incontravano presso buona parte del nuovo elettorato.
Poiché esso in buona parte era costituito da operai zolfatai, il 17 marzo 1882 Gaetano Pasqualino (che da solo avrebbe poi preso le redini del partito facendosi coadiuvare dal nipote Rosario Pasqualino Vassallo) aveva creato una “Società Operaia di Mutuo Soccorso” col preciso obiettivo di diffondere maggiormente le sue idee politiche presso i soci di detta “Società”. Successivamente, però, resosi conto di come alla base del nuovo sistema elettorale stessero in effetti illeciti vari (brogli, clientelismo, compravendita di voti, appoggio dei mafiosi, ecc.), per poter tenere il passo col partito dominante finì col ricorrere agli stessi mezzi dei suoi avversari. Infatti, certe strumentalizzazioni e false promesse a scopo clientelare finirono con lo stare alla base di campagne elettorali non solo di candidati del partito clericale, ma anche di candidati del partito liberale: (…), il ponte sul Salso, tanto necessario per gli zolfatai che con la piena non potevano attraversarlo e quindi impediti di scendere al lavoro, o al contrario, costretti a rimanere in miniera per diversi giorni, era la piattaforma di candidati politici che promettevano e ripromettevano, ma poi, passate le elezioni il ponte restava….nel campo delle promesse da rinnovarsi (Ferro Salvatore, op. cit., p. 109)
Nel 1889, pochi mesi dopo l’entrata in vigore della nuova legge sul suffragio amministrativo, con la quale si assistette ad un aumento del numero dei votanti, il partito dei Pasqualino stravinse le elezioni. Giunto al potere, il Pasqualino cercò di rafforzare la propria posizione, conquistandosi la stima e la simpatia delle classi meno abbienti, attraverso la realizzazione di diverse opere pubbliche. Fra le tante, tuttavia, quella che assunse una valenza del tutto particolare, fu la costruzione del ponte sul fiume Salso. I lavori di costruzione del ponte, inoltre, sopraggiungendo durante la crisi solfifera del 1890, non solo offrirono a numerosi operai di miniera un lavoro, ma impedirono anche alla disoccupazione e alla miseria di radicarsi nel paese.
Comunque non bisogna escludere il fatto, che sia a favorire la vittoria del Pasqualino nelle elezioni amministrative, che ad accrescere giorno dopo giorno il suo prestigio e potere nel paese, contribuissero certe sue intime amicizie con influenti elementi della malavita locale, con l’appoggio dei quali Pasqualino aveva fondato la “Società Archimede di Mutuo Soccorso” (Archivio di Stato di Caltanissetta, Atti di Pubblica Sicurezza, Fasc. 11: Società ed Associazioni politiche in Riesi e Sommatino 1882-1896)
Il prestigio politico di Pasqualino cominciò a venir meno con la caduta del governo Crispi. Successivamente, quando la Destra tentò di ritornare al potere, furono le stesse autorità provinciali ad attaccare Pasqualino. Del resto quest’ultimo, con certe sue decisioni politiche, aveva inevitabilmente provocato la razione degli avversari: Il Pasqualino, con le sue idee politiche, incominciò ad essere avversato per le seguenti ragioni:
1-Perché nel 1890 patrocinò al Parlamento Nazionale la candidatura dell’onorevole Colajanni, contrariamente alle disposizioni prefettizie;
2-Perché nel 1892 nella candidatura di Tomamso Palamenghi al Collegio di Gela si dichiarò personalmente libero, lasciando liberi il Consigli e gli elettori (Ferro salvatore, op. cit., p. 116)
Le ostilità delle autorità provinciali si concretizzarono il 5 aprile 1893, quando con un Regio Decreto si ordinò lo scioglimento del Consiglio Comunale
In vista delle nuove elezioni amministrative, in vari gruppi politici cominciarono subito a riorganizzare le proprie file. Ognuno di esso, al fine di propagandare meglio le proprie idee politiche, puntò ad inquadrare il proprio elettorato mediante Società ed Associazioni politiche varie. Fra queste, quella che merita un’analisi particolare è senza dubbio la Società denominata “Fascio dei Lavoratori” (ASCL, Atti di Pubblica Sicurezza, Fasc. 11: Società ed Associazioni politiche in Riesi e Somamtino 1882-1896)
Fondato il 10 aprile 1893 dall’ex sindaco Gaetano Pasqualino, cioè appena cinque giorni dopo lo scioglimento e il commissariamento del Consiglio Comunale, il “Fascio dei Lavoratori” traeva direttamente spunto dalle “Società di Mutuo Soccorso”, che lo stesso aveva fondato nel 1882 e nel 1890, denominandole “ Società Archimede” e “Circolo Unione e Libertà”.
Al pari di dette Società il Fascio dei Lavoratori, nonostante i suoi formali obiettivi socialisteggianti, si contraddistinse dagli altri fasci Siciliani, poiché si limitò ad avere un programma teorico e soprattutto propagandistico-elettorale. Il Pasqualino, in pratica, non aveva creato un’associazione politica sovversiva e rivoluzionaria. Viceversa, approfittando del timore che il movimento dei fasci aveva suscitato tra le classi dirigenti siciliane, l’aveva costituito a Riesi nel tentativo di incutere paura a quegli avversari politici con i quali era in competizione elettorale.
Se Pasqualino inquadrò il proprio elettorato grazie al Fascio e al “Circolo Zolfatai Umbeto I°” (fondato il 20 settembre 1893), i clericali e i liberali di destra inquadrarono il loro elettorato creando sul modello delle associazioni politiche sul modello di quelle pasqualiniane. La “Società Cattolica” o ancora la “Società Agricola Progressista” ne furono due tipici esempi.
Nonostante il Fascio di Riesi non degenerasse in tumulti, disordini e insurrezioni, come nelle altre parti di Sicilia, le autorità (sia comunali che provinciali) lo avversarono costantemente guardandolo sempre, sino al momento del suo scioglimento, con ostilità. Per aver un’idea di quest’ostilità delle autorità nei confronti del Pasqualino, reo di aver costituito con la collaborazione di elementi della malavita locale, un’associazione politica ritenuta sovversiva, basta dare uno sguardo ad un lettera riservata del 2 ottobre 1893, inviata dal Sottoprefetto di terranova al Prefetto di Caltanissetta. Dalla lettera, contenete per linee generali le biografie dei più importanti capi-promotori del Fascio dei lavoratori di Riesi, analizzeremo naturalmente la parte riguardante Gaetano Pasqualino: Pasqualino Pasquale Gaetano, fu Onofrio, ex sindaco di quel Comune, di anni 46, direttore di quel fascio. Quale sindaco non rappresentò che lo sfruttatore del Comune, che dissanguò alla lettera, e avrebbe continuato, se non fosse caduto e processato per concussione ed associazione a delinquere. Egli versa in pessime condizioni economiche, e il suo interesse, di ritornare al potere, non è che di ripetere le gesta già note. Lo stesso è abbastanza scaltro, è capacissimo al pari dei primi due (cioè i nipoti Rosario Pasqualino vassallo e Giuseppe Pasqualino citati nella medesima lettera), di qualunque azione delittuosa, vive lontano da qualunque elemento per bene e se la fa dietro le quinte nel lavorare allo scopo di ottenere degli effetti disonesti, a proprio vantaggio. Tanto la casa di questi quanto quella del Pasqualino Giuseppe, rappresentano l’abituale ritrovo di tutti i ‘maffiosi’ di quel Comune, che in essi Pasqualino veggono i loro sostenitori. Strumento dei suddetti Pasqualino sarebbe tal (ASCL, Atti di Pubblica Sicurezza, Fasc. 11: Società ed Associazioni politiche in Riesi e Somamtino 1882-1896)
Il Fascio dei lavoratori di Riesi, dunque, per i suoi fini propagandistico-elettorali può considerarsi, rispetto naturalmente agli altri Fasci, un “Fascio spurio”, lontano dai principi socialisti e rivoluzionari. Questo, fra l’altro, venne direttamente confermato dalle stesse organizzazioni socialiste, le quali lo sconfessarono e, come sostiene lo storico Gangi Massimo Salvatore nell’opera I Fasci dei lavoratori. Saggi e documenti, Caltanissetta, Sciascia, 1977, lo dichiararono apocrifo, cioè falso.
Nonostante il forte impegno dei Pasqualino, le nuove elezioni amministrative sancirono la disfatta del partito pasqualiniano e il ritorno al potere dei clericali. Intanto le sanguinose insurrezioni dei Fasci, che si aggiungevano alle altre gravi crisi di governo, nel dicembre dell 1893, favorirono un ritorno al potere di Crispi. Tornato al governo Crispi, il partito socialista venne sciolto e le repressioni poliziesche colpirono duramente le Camere del Lavoro e gli organizzatori sindacali.
Analoghi provvedimenti repressivi vennero, poi, presi anche per la Sicilia, dove fu imposto lo Stato d’Assedio e vennero sciolti i fasci. Tutti i centri siciliani, dove esisteva un fascio, vennero assediati e i vari capi-promotori furono arrestati o costretti alla fuga.
Simile sorte toccò anche a Riesi, nonostante il Fascio non avesse creato dei problemi alle autorità di pubblica Sicurezza. Lo stesso Pasqualino, con molti altri gregari, vennero tratti agli arresti. Soltanto dopo giorni di prigionia, quando il generale Morra di Lavriano (che aveva diretto le operazioni militari dell’assedio) venne bene informato della storia dell’ex Fascio rijsano, ordinò praticamente l’immediata scarcerazione di Pasqualino e dei suoi.
 

 
2-Il movimento valdese e il Fascio dei Lavoratori
Il Fascio dei lavoratori di Riesi, come abbiamo visto, nonostante i suoi formali propositi rivoluzionari e socialisteggianti, si era contraddistinto per il suo atteggiamento antisovversivo, finalizzato a scopi propagandistico-eletorali. Proprio per questo, il Comitato Regionale dei Fasci lo aveva bandito, sconfessandolo e dichiarandolo apocrifo. Tuttavia, ciò non toglie che esso costituisse un’associazione politica vicina al partito socialista. Del resto, attraverso un’analisi dell’elenco dei componenti detta associazione, posiamo notare come i suoi esponenti provenissero da quella realtà proletaria e sub-proletaria, che il socialismo poneva al centro di tutto.
Il Fascio dei Lavoratori non costituì, però, l’unico momento di aggregazione politico-sociale fra gli operi e i contadini di Riesi. Già da tempo, infatti, pullulavano in paese associazioni politiche di stampo socialista. Le Società Operaie di Mutuo Soccorso ne erano una tipica espressione. Alla costituzione di tali Società avevano contribuito sia certi eventi politici, che le dure condizioni economiche-sociali della classe operaia e contadina. Di quest’ultime, in particolar modo, tracciò un ampio ed autorevole quadro descrittivo lo storico rijsano Gaetano Baglio, agli inizi del Novecento, in una Tesi di Laurea pubblicata da un editore napoletano e fatta ristampare qualche anno fa dal Comune di Riesi (Baglio Gaetano, Il solfaraio, Napoli, Luigi Pierro Editore, 1905, nuova edizione a cura del Comune di Riesi, 1990). Baglio dedicò il proprio studio alle condizioni socio-economiche dell’operaio di miniera e alle varie problematiche legate al mondo delle zolfatare tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento.
In un certo senso, l’opera di Baglio diviene una chiave di lettura della storia di Riesi di quegli anni. Attraverso un’attenta analisi di alcune sue parti, infatti, si possono cogliere da un lato i tratti caratteristici dell’economia rijsana del tardo Ottocento; e, dall’altro le dure condizioni di vita del proletariato in genere. Furono quest’ultime, a determinare la nascita delle varie associazioni politiche socialisteggianti, poi culminate nel Fascio e a favorire l’adesione di buona parte del proletariato al movimento evangelico-valdese. Per questa ragione, è interessante un’analisi dei rapporti che intercorsero fra movimento valdese e movimento operaio. Per ben comprendere tale rapporto, bisogna analizzare l’andamento della comunità valdese subito dopo il 1876.
All’indomani della strepitosa vittoria elettorale del partito clericale, con la conseguente rottura del sodalizio fra valdesi e liberali, la Chiesa valdese aveva vissuto un momento particolarmente difficile. Successivamente, gli evangelici, resisi conto di non poter più contare sull’appoggio dei valdesi ritennero opportuno di conquistare le masse dei meno abbienti, mediante un’opera di ulteriore intensificazione della predicazione. Da quanto emerge dalla Relazioni pastorali annue degli anni Ottanta, infatti, il numero dei proseliti era enormemente aumentato. Le simpatie che la comunità valdese incontrò nel proletariato erano varie ed erano legate a diversi fattori: all’anticlericalismo; alla validità delle scuole evangeliche, sorte in contrapposizione a quelle comunali controllate da maestri-preti; all’esistenza di due associazioni laico-religiose come “l’Unione Cristiana” (maschile) e la società “Perseveranza” (femminile”, per il soccorso e l’aiuto dei malati e dei poveri.
In un certo senso, il movimento evangelico-valdese, con le sue varie opere-sociali, rappresentava la concretizzazione di tutte quelle teorie propagandate dalle varie Società di Mutuo Soccorso. Fuggendo dai sofismi e dai retoricismi delle Società e del Fascio, la Chiesa valdese infatti, almeno in parte, riuscì, a soddisfare le esigenze non solo pratiche ma anche morali dei lavoratori.
L’atteggiamento, che i valdesi tennero nei confronti delle associazioni operaie, fu di duplice natura: di ripulsa e di adesione. Ma vediamo, ora, quali potevano essere le ragioni a spingere elementi della classe operaia e contadina di confessione valdese ad assumere questo o quell’altro atteggiamento.
Diversi operai e contadini preferivano allontanarsi dalla società operaie, per via della brutta fama che queste godevano. Tali associazioni, infatti, erano guardate con ostilità non solo per via delle loro idee socialiste, ma soprattutto perché erano state costituite e venivano dirette dai più facinorosi, rissosi e violenti soggetti del paese, dediti a varie attività illecite, che le autorità di Pubblica Sicurezza avevano schedato come mafiosi. Tutto questo spiegherebbe come mai, per esempio, dei vari zolfatai e contadini scritti negli elenchi del “Registro Generale dei Membri Comunicanti” fra il 1876 e il 1896, risulti basso il numero il numero degli aderenti a quelle società: sette nella “Società Archimede” di mutuo soccorso fra i zolfatai; tre nel “Circolo Zolfatai Umberto I°”; uno nel “Circolo Unione e Libertà”; sette nel “Fascio dei Lavoratori”; tre nella “Società Agricola Progressista” (costituita e strumentalizzata dal ceto dei possidenti). Quanti, invece, siano stati gli evangelici appartenenti alla “Società Bixio” e alla “Società Antonio Maffi” rimane una questione insolubile (Il fasc. 11 degli Atti di Pubblica Sicurezza non rivela, infatti, alcuna traccia di queste due ultime Società operaie di Mutuo Soccorso di cui, viceversa, veniamo a conoscenza grazie alla documentazione dell’AVTP). Tuttavia, non tutti coloro che si dichiararono valdesi si allontanarono dalle società operaie e dal Fascio, dal momento che consideravano queste associazioni come le sole e gli unici strumenti di lotta politica.
Perché allora, da un confronto fra il Registro dei Membri Comunicanti e gli elenchi degli individui appartenenti alle varie associazioni politiche, il numero degli evangelici aderenti risulta basso. Indubbiamente, nel rispondere a questo interrogativo dobbiamo tenere presente la seguente considerazione: il numero degli operai e contadini che si dichiaravano evangelici era di gran lunga superiore a quello che risulta dagli elenchi del Registro dei Membri Comunicanti. Non tutti coloro che si dichiaravano evangelici, infatti, erano Membri Comunicanti se non solo dopo aver seguito un certo rituale liturgico. Nel caso contrario, essi rimanevano Uditori occasionali e i loro nominativi non venivano segnati in nessun registro di Chiesa. Molti di questi evangelici, che aderirono al Fascio dei Lavoratori e alle varie società operaie, non risultano dunque iscritti nei registri di chiesa, poiché partecipavano ai culti in qualità di Uditori occasionali. Di questa situazione, del resto, possiamo prendere direttamente coscienza attraverso un’analisi delle Schede Statistiche, che i vari evangelisti compilavano e inviavano alla Tavola Valdese a conclusione dell’Anno Ecclesiastico. Dalle Schede Statistiche, infatti, risulta alto il numero degli intervenenti ai culti e basso quello dei Membri Comunicanti.
I rapporti che intercorsero fra la Chiesa valdese e le società operaie in definitiva possono essere ritenuti positivi.
A prescindere da tutto questo, motivi prettamente interiore e spirituali spingevano spesso l’operaio ad aderire all’Evangelo: Il solfaraio è credente e cattolico, ma non ha sentimento religioso vivo e nelle feste religiose egli cerca non un conforto per l’anima, ma una ricreazione e un divertimento (…). Frequenta poco la chiesa; è facile ad abbracciare religione diversa da quello in cui fu educato giovinetto (…); se il solfaraio passa dalla religione cattolica alla evangelica (…), non è perché a lui manchi la religiosità, ma forse perché egli sente il bisogno di una religione, che ne appaghi un poco lo spirito; e noi abbiamo osservato e saputo che i solfarai evangelici in generale si mostrano buoni fratelli.(Baglio Gaetano, op. cit., p. 423)
In sintesi, dunque, diciamo che fra movimento valdese e movimento operaio vi furono diversi momenti di sodalizio: in parte dovuti alle esigenze di rinnovamento sociale e spirituale, che la religione cattolica non era in grado di proporre; in parte dovuti alle dure ostilità e opposizioni, che valdesi e proletariato nutrivano nei confronti dei clericali, ritenuti portatori di un’errata e aberrante mentalità borbonica di stampo semi-feudale.
 

 
3-La fine del secolo
Il movimento del Fascio dei Lavoratori, con i suoi vari sviluppi e le sue varie ripercussioni, non fu il solo ed unico avvenimento a caratterizzare l’andamento e il volto della comunità valdese di Riesi negli ultimi anni del secolo. Accanto ad esso, infatti, si possono individuare altri avvenimenti. Tuttavia, quelli di un certo spessore e di una certa importanza sono sostanzialmente due: la nascita della Chiesa Libera nel 1895; e, l’acquisto di alcuni locali del Palazzo Faraci, poi adattati a Chiesa e ad aule scolastiche, nel 1898. Ma vediamo di analizzare più approfonditamente il carattere di questi due avvenimenti.
Intorno alla prima metà dell’Ottocento in Italia, sotto l’influsso del “Risveglio” dalla doppia impronta inglese e svizzera, si era delineato un movimento fortemente influenzato dall’ardente clima patriottico-risorgimentale e dalle grandi speranze suscitate dalla politica riformistica di papa Pio IX. Successivamente, in seguito al fallimento dei vari moti quarantotteschi e al ripristino della politica reazionaria dell’Anciem Règime (anche da parte di Pio IX), l’evangelo risorgimentale si era spaccato in due correnti: una prima corrente era costituita da un ristretto numero di evangelici poi confluiti nel valdismo; una seconda corrente assai ben più cospicua era, invece, costituita da quella schiera di evangelici, che aveva preferito per così dire, restare allo stato fluido, cioè come una costellazione di nuclei autonomi, quasi sempre molto esigui di numero e spesso oscillanti fra tendenze diverse, sul piano dottrinale e su quello organizzativo. Questi nuclei si intitolavano ‘Chiese Cristiane Libere’ (Spini Giorgio, L’Evangelo e il berretto frigio. Storia della Chiesa Cristiana Libera 1870-1904, Torino, Claudiana, 1971, p. 7)
Molti evangelici, cioè, avevano appositamente preferito il distacco dal valdismo tradizionale, giacchè in esso riscontravano tratti del clericalismo cattolico. La rigorosa disciplina di stampo presbiteriano, pronta a limitare il ministero della Parola ad un ristretto corpo pastorale formatosi attraverso studi accademici, per esempio, veniva interpretata in quei termini.
Nel 1895 Saverio Fera, segretario del Comitato di Evangelizzazione della Chiesa Libera), contando sulle connessioni massoniche e palermitane riuscì a provocare delle secessioni in alcune comunità valdesi siciliane. Fra queste comunità va praticamente annoverata anche quella di Riesi. Di questa sessione e delle difficoltà, che si vennero conseguentemente a creare nell’ambito della comunità valdese, ci da una valida testimonianza l’evangelista Giuseppe Ronzone.
Nel luglio 1895 mi all’insaputa dell’evangelista e del Consiglio di Chiesa, un gruppo di malcontenti, cioè Gaetano D’Anna, Stefano Matera, e le tre sorelle Giammona e Calogero Sciamone, capitanati da Salvatore Ferro, si rivolgeva al Comitato d’Evangelizzazione della Chiesa Libera, perché si acquistasse un locale e li si costituisse una Chiesa Libera (AVTP, Ronzone Giuseppe, Relazione pastorale dell’Anno Ecclesiastico 1895-1896)
Qualche settimana dopo il Comitato d’Evangelizzazione della Chiesa Libera, accetta la richiesta, provvide ad inviare un maestro elementare al fine di istituire delle nuove scuole evangeliche in contrapposizione a quelle comunali e a quelle valdese.
Il 1° settembre 1895 i Membri della nuova Chiesa evangelica ufficializzarono la loro posizione al Consiglio della Chiesa Valdese di Riesi. Da questo momento in poi i rapporti fra i valdesi e i “liberi” si inasprirono enormemente. Da questa situazione cercò di trarne dei vantaggi il clero cattolico. Infatti alcuni preti, capitanati dal vecchio e tradizionale calunniatore del valdismo rijsano, il canonico Calabrò, ripresero le vecchie dispute religiose, nel tentativo di allontanare quei cattolici, che simpatizzavano per l’Evangelo, e nel tentativo di riconquistare al cattolicesimo qualche evangelico: (…) il canonico Calabrò ne approfittò per esempio per minacciare quelle famiglie cattoliche che mandavano i loro figli nelle nostre scuole di ritirarli da tali scuole, pena la scomunica (AVTP, Ronzone Giuseppe, Relazione pastorale dell’Anno Ecclesiastico 1895-1896)
Nell’Anno Ecclesiastico 1896-1897 alcuni dei dissidenti, pentitisi del loro operato fecero richiesta di essere riammessi nella comunità valdese. Il che, naturalmente, evidenziava delle dure difficoltà di sopravvivenza della Chiesa Libera. Difficoltà queste, che gradualmente confluirono nella totale dissoluzione di questa comunità dissidente. Tra il 1897 e il 1898, infatti, quasi tutto il resto dei fuoriusciti del 1895, fecero ritorno ai riti, pentiti d’aver abbandonato la Chiesa che li aveva istruiti nella verità a disillusione di quanto altrove era stato loro fatto vedere attraverso prismi seducenti. Dei 16 che ci avevano abbandonato, solo 6 sono rimasti fuori (AVTP, Ronzone Giuseppe, Relazione pastore dell’Anno Ecclesiastico 1897-1898)
Estremamente significative e complesse, comunque, furono le cause che favorirono la creazione e la dissoluzione della Chiesa Libera A Riesi. Fra le cause, che ne favorirono la creazione, ne annotiamo in modo particolare due: innanzitutto, era del tutto naturale che, in un paese di tradizione evangelica e dove quasi metà della popolazione si dichiarava tale, ci fossero dei soggetti attratti dal nuovo credo o per cognizione di causa o per semplice curiosità; in secondo luogo, da comune ad economia prevalentemente solfifera e con un alto numero di proletari, Riesi era terreno particolarmente fertile per la diffusione di certe idee politiche vicine alla Sinistra e quindi potenzialmente vicino alla Chiesa Libera, dal momento che gli esponenti dei Liberi, erano quasi tutti provenienti dalle file della Sinistra rivoluzionaria, laddove i valdesi ostentavano il proprio lealismo sabaudo (…). Considerando i ‘rouges’ della Sinistra come esaltati o peggio (Spini Giorgio, op. cit., p. 11) Per quanto riguarda il suo fallimento, viceversa, esso va visto nel quadro del sistema fallimentare, che caratterizzò il volto della Chiesa Libera Italiana fra il 1895 e il 1904. Fallimento questo, favorito sia dalla mancanza di coerenza ed unità fra i suoi vari esponenti e sia dl crollo politico della Sinistra, alla quale, come abbiamo visto, i “Liberi” erano fortemente legati.
Un altro grande avvenimento di fine secolo, che ebbe dirette conseguenze sull’andamento della Chiesa Valdese di Riesi, fu indubbiamente l’acquisto di alcuni vani del Palazzo Faraci, dove poi vennero costituite la Chiesa e le aule scolastiche. Il problema dell’acquisto di alcuni locali da destinare a tali scopi, non era certo d’origine recente. Sin dal 1872, infatti, evangelisti e Consigli di Chiesa avevano più volte segnalato alla Commissione d’Evangelizzazione la necessità di risolvere tale problema. Tuttavia, la Commissione d’Evangelizzazione cominciò a prendere in seria e viva considerazione l’ipotesi dell’acquisto fra il 1896 e il 1897. In questo periodo, infatti, si faceva particolarmente sentire l’esigenza di avere dei locali di proprietà, dal momento che essa avrebbe consentito di fronteggiare più seriamente alcune delle più dure problematiche (l’ostilità del clero cattolico, l’incredulità e l’indifferenza religiosa del ‘ceto dei Civili’, che spesso costituiva il modello di comportamento per le masse, ecc.). Ecco perché, nel luglio del 1897, il Consiglio di Chiesa inviava alla Commissione d’Evangelizzazione una lettera, con la quale lo sollecitava a provvedere per l’acquisto dei locali tanto desiderati.
Acquistati i locali, l’apertura del nuovo tempio e delle scuole avvenne con una solenne celebrazione inaugurativi il 5 luglio 1898. L’apertura del nuovo tempio, naturalmente, essendo avvenuta dopo una lunga serie di tragici avvenimenti (le dure dispute religiose, le lotte politiche locali, lo Stato d’Assedio del 1894, che fece allontanare dalla Chiesa numerosi Membri e simpatizzanti, la costituzione della Chiesa Libera) segnò praticamente una svolta nella storia della comunità valdese rijsana. Animatisi di entusiasmo, coraggio e speranza, evangelisti, membri di Chiesa e simpatizzanti riacquistarono fiducia per il futuro della comunità. Leggiamo, infatti, in una Relazione annua dell’evangelista Ronzone: L’apertura del Tempio dovuta alla generosità del sempre compianto Sig. Muston e al vivo interesse preso dall’on. Comitato e dal nostro ottimo capo-distretto, mi fece sperare che l’opera sarebbe stata più produttiva che per il passato. (AVTP, Ronzone Giuseppe, Relazione pastorale dell’Anno Ecclesiastico 1898-1899)
L’apertura del tempio valdese, naturalmente, venne vista negativamente dal clero cattolico. Essa, infatti, rappresentava il definitivo insediamento valdese a Riesi e sgombrava la mente a quanti si erano illusi che, a lungo andare, la parentesi valdese si sarebbe mostrata un fallimento.

 

III-GLI EVANGELICI NEI PRIMI DUE DECENNI DEL NOVECENTO

 
1-Gli evangelici nei primi anni del Novecento e il pastore Giuseppe Ronzone
Per chiunque voglia comprendere le difficoltà e le vicissitudini in cui si venne a trovare la comunità valdese di Riesi nei primi due decenni del Novecento, sono particolarmente importanti alcune brevi riflessioni sulle vicende politico-sociali di primi anni del secolo. Nei primi anni del Novecento, infatti, si possono praticamente individuare alcuni avvenimenti di grande importanza, che poi finirono con l’influenzare la vita politica, il clima culturale e l’andamento della comunità valdese fra l’età giolittiana e il periodo bellico e primo post-bellico.
Dopo i tragici avvenimenti del 1894, come abbiamo visto, caduto il partito dei Pasqualino il potere si era accentrato nelle mani dei clericali. In essi, tale potere, si era poi mantenuto nonostante lo scandalo suscitato dall’arresto del sindaco Carmelo Inglesi, coinvolto con una banda di falsari in un processo per associazione a delinquere.
Decaduto dalla carica l’Inglesi, il potere si era concentrato nelle mani di un altro grosso esponente del partito dei “Cappedda”: Pietro Di Benedetto Manderà. Tuttavia, bisogna tener presente il fatto, che in tale partito militavano anche diversi liberali di destra i quali, dopo la caduta della giunta Jannì (1876) e l’ascesa del partito pasqualiniano, si erano alleati col partito borbonico-clericale dei “Caddeppa”. E il Di Benedetto proveniva, per l’appunto, dalla Destra liberale. Proprio la diversità ideologica fra questi e alcuni autorevoli consiglieri del partito dei “Cappedda”, costituì l’elemento di rottura fra il Di Benedetto e il “suo” partito. Resosi subito conto, che nell’ambito del “suo” partito, si stavano formando delle correnti pronte a metterlo in minoranza e a farlo decadere dalla carica, non esitò minimamente a coalizzarsi con l’opposizione pasqualiniana.
Le decisioni, che la nuova giunta Di Benedetto-Pasqualino avrebbe poi preso e il nuovo clima instauratosi, avrebbero condizionato gli avvenimenti politico-sociali degli anni successivi, sino alla prima guerra mondiale.
Il periodo compreso tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento fu, dunque, un periodo di totale degenerazione. Piena testimonianza di questa, infatti, furono: la crisi etico.morale della popolazione col conseguente abbrutimento degli usi e costumi; la decadenza e il malcostume della vita politica emblematicamente rappresentata dall’arresto del sindaco Inglesi, l’opportunismo della Chiesa cattolica, pronta a sfruttare questo delicato momento per porsi come autorevole interlocutore delle masse. Ma analizziamo le condizioni e l’andamento della comunità valdese del periodo.
Attraverso uno studio della documentazione dell’Archivio Valdese di Torre Pellice, si evidenziano non solo le dure condizioni in cui in questi anni si venne a trovare la comunità valdese di Riesi, ma anche le due condizioni in cui versava il paese in genere. Dalla documentazione, inoltre, si evince l’importanza che, per la comunità, ebbe l’evangelista Giuseppe Ronzone. Un’importanza questa, che non sarebbe poi tanto esagerato paragonare a quella avuta nel 1871 e nel 1872 da Augusto Malan. Comunque, per meglio comprendere in modo più diretto tale importanza analizzeremo le tre Relazioni annue, che il pastore Ronzone inviò alla Commissione d’Evangelizzazione nel 1901, nel 1902 e nel 1903.
Le tre Relazioni sono importanti documenti, che consentono di tracciare un ampio profilo culturale e sociale del apese. Tutte e tre, infatti, prima di tracciare la situazione ecclesiastica della comunità, esordiscono con una descrizione dell’ambiente rijsano.
Da quanto si può constatare da queste Relazioni, i preti approfittarono del fatto, che nella guida dell’Amministrazione Comunale, vi fosse il partito clericale, per conquistare le masse dalla loro parte, non badando ai mezzi usati. Nella Relazione del 1901, infatti, leggiamo: I preti che naturalmente si sono accorti che van perdendo terreno, tentarono (…) con ogni mezzo per contener i loro gregari: resero più splendide le loro feste; ve ne aggiunsero altre; sollecitarono il concorso delle autorità e dei notabili del paese; ma il fatto è che se il popolo accorse alle luminarie e ai fuochi pirotecnici non fu certo per sentimento religioso, ma per il divertimento dello spettacolo. Se sindaco, giunta,consiglieri e magnati, figurarono (cosa non nuova in Riesi) nella processione del Gioved’ santo, fu per opportunismo dell’oggi, poiché nella gran maggioranza son miscredenti o atei (…). I preti tentarono di suscitare il fanatismo nel popolo sguinzagliando i ragazzi delle scuole comunali contro il nostro istituto (…), ma nessuno del popolo si mosse; quasi tutti vituperarono l’atto villano. Però né autorità né sindaco si mossero.
Coll’affare del Giubileo, i preti cercarono di promuovere un risveglio religioso e per spronare le masse, fecero circolare l’interessante notizia che chi non avesse fatto le 15 visite nelle Chiese, le avrebbe dovuto fare poi quadruplicate all’altro mondo. (AVTP, Ronzone Giuseppe, Relazione pastorale dell’Anno Ecclesiastico 1900-1901)
Nella stessa Relazione, il pastore Ronzone non risparmiava toni polemici verso l’indifferenza religiosa e l’incredulità di gran parte della popolazione, pronta a schierarsi coi preti o con gli evangelici a seconda delle circostanze: Mi è accaduto varie volte di trovarmi in compagnia di gente colta e abbordato il soggetto ‘religione’ sentirmi dire. ‘per carità parli di tutt’altro,le religioni qualunque siano, sono cose vecchie e fuori moda; la scienza ha ormai dimostrato che Dio e tutto il resto sono cose impossibili’.
Mi sono trovato con contadini e zolfatai che non solo mi lasciano parlare, ma approvano ogni vcosa. Il risultato però fu di sentirmi dire: ‘Ella ha ragione ma l’Evangelismo non riempie la pancia’. (AVTP, Ronzone Giuseppe, Relazione pastorale dell’Anno Ecclesiastico 1900-1901)
Nella Relazione del 1902, invece, il Ronzone sottolineava le dure difficoltà, che spesso impedivano una libera diffusione dell’Evangelo: l’indifferentismo religioso; l’incredulità del ceto civile che purtoppo va allargandosi fra le masse; l’immoralità (AVTP, Ronzone Giuseppe, Relazione pastorale dell’Anno Ecclesiastico 1901-1902)
Nella Relazione del 1903, infine, il Ronzone, dopo aver parlato dei neofiti di alcuni paesi circonvicini (Mazzarino, Barrafranca, Aidone, Somamtino, Niscemi e Piazza Armerina), strettamente legati alla comunità rijsana, riprende con toni assai polemici a parlare dei grandi mali della società rijsana: L’immoralità dall’alto al basso è generale, al che contribuisce non poco la promiscuità forzata della arretratezza delle popolazioni del basso popolo: contadini e zolfatai; dovendo i componenti la famiglia, vivere e dormire in una sola camera insieme agli animali domestici di ogni specie. L’ubriachezza è predominante in tutti come la più spacciata usura del 50-60 e 80 per cento. La bestemmia si ode nelle pubbliche vie fra uomini, donne e ragazzi. E’ quindi il nostro un compito assai (…) difficile e di molto dobbiamo ringraziare il Signore se la Chiesa si mantiene immune da tanto abbrutimento e se in mezzo a così serie difficoltà si possa attrarre alcune anime all’Evangelo e convertirle” (AVTP, Relazione pastorale dell’Anno Ecclesiastico 1902-1903)
La notorietà e la fama del Ronzone ebbero modo di contraddistinguersi, non solo per le sue lotte al malcostume e all’immoralità, ma anche e soprattutto per il suo zelante evangelismo e per il suo ammirevole spirito missionario. Annotava, infatti, un rijsano a lui contemporaneo, sul suo diario pubblicato postumo nel 1983: “Fu uno dei pastori che si distinse per la sua bontà d’animo e la sua abnegazione verso la Chiesa ove predicò il suo culto evangelico (…). Durante il suo pasturato, la Chiesa ebbe un gran numero di fedeli, ai quali il giovedì e la domenica di ogni settimana predicava il Vangelo. Senza alcuna remunerazione nelle sue ore libere impartiva a molti giovani, d’ambo i sessi, lezioni fino a far conseguire il diploma d’insegnante (…). Aiutò con i suoi mezzi disponibili poveri ed afflitti appartenenti o no alla sua religione. La morte lo colse all’improvviso mentre passeggiava sul marciapiede davanti al portone della sua amata Chiesa ad lui tanto prediletta e amata, lasciando un profondo dolore in tutto il popolo rijsano (Bufera Luigi, Uomini, fatti e aneddoti nella storia di Riesi nella prima metà del Novecento, Caltanissetta, 1983, pp. 46-47)
La fama e la notorietà del Ronzone ebbero modo di essere conosciute anche fuori Riesi, grazie ad un piccolo periodico religioso-educativo da lui stesso fondato e diretto, che venne subito letto e propagandato in diverse comunità valdesi di Sicilia: “La Riesi Evangelica”, pubblicato per la prima volta nel gennaio del 1900. La sola comunità di Grotte, per esempio, sottoscrisse ben 70 abbonamenti.
Il carattere assunto dal periodico non fu per niente separatista e dissociativo, rispetto naturalmente ai grandi periodici valdesi pubblicati su scala nazionale (“L’Italia Evangelica”, “Il Bollettino della Missione Evangelica Valdese”, “La Luce”, “L’Eco delle Valli Valdesi”, ecc.) Tutto questo, fra l’altro, veniva confermato da un articolo comparso nel 1901 sul BMEV: Non siamo separatisti, ma è felice a comprendere come le nostre Chiese di Sicilia possano avere degli interessi particolari da trattare, delle notizie, dei consigli, degli incoraggiamenti da scambiarsi, dei progetti da discutere ed altre simili cose che pubblicate sull’‘Italia Evangelica’ o sul ‘Bollettino’ lascerebbero più o meno indifferenti i lettori delle altre regioni d’Italia, mentre sono di grande momento pei soli evangelici di Sicilia (BMEV, La Riesi Evangelica, 1901)
 

 
2-Le difficoltà e le vicissitudini della comunità evangelico-valdese durante le tormentate vicende politiche del periodo giolittiano
Le difficoltà e le vicissitudini, che la comunità valdese di Riesi affrontò durante il delicato periodo giolittiano, si collocano perfettamente nel quadro delle tormentose vicende politico-sociali del primo quindicennio del Novecento. Nel 1903, infatti, subito dopo la parentesi politica reazionaria-conservatrice di fine secolo e le brevi esperienze politiche di centro-sinistra, prevaleva il nuovo indirizzo liberal-democratico di Giovanni Giolitti.
Presidente del Consiglio dal 1903 al 1909 e dal 1911 al 1914 (salvo brevi e insignificanti interruzioni), Giolitti legò il proprio nome ad uno dei periodi più delicati e complessi della storia italiana. Grazie alle varie riforme, che i suoi governi provvidero ad approvare, siassistette infatti ad una decisiva trasformazione della struttura economico-sociale italiana.
Le profondi innovazioni e trasformazioni dell’età giolittiana, comunque, non interessarono uniformemente l’Italia. La Sicilia, per esempio, rimase estranea a questi processi di trasformazione di grande portata.
Le responsabilità maggiori di questa estraneità vanno indubbiamente ricercate nell’atteggiamento delle classi dirigenti siciliane del tempo. Queste, infatti, si mantennero estranee ai processi di trasformazione non tanto per incompetenza o per mancanza si spirito associativo e di mentalità imprenditoriale e commerciale, quanto piuttosto per contingenze individuali strettamente legate a interessi di natura economico-politica. Con il mantenimento del tradizionale “status quo”, infatti, le classi dirigenti si garantirono una serie di interessi: l’integrità dei latifondi, i tradizionali rapporti di lavoro di stampo semi-feudale con i propri dipendenti (braccianti e zolfatai) e lo strapotere politico- economico.
Per il mantenimento dello “status quo”, i possidenti si allearono, sia al vecchio partito clerical-borbonico dei “Cappedda” che ai grandi elettori mafiosi. Solo con l’aiuto di quest’ultimi fu, infatti, possibile un controllo capillare delle campagne e dei piccoli centri. Dal canto loro, godendo di appoggi e di protezioni politiche, le cosche mafiose si rafforzarono ulteriormente. Questo malcostume, che stava alla base del sistema dei brogli elettorali, del clientelismo e della corruzione, non era certo d’origine recente. Esso, infatti, era profondamente radicato nel tessuto politico, economico e sociale siciliano e risaliva ai secoli precedenti. L’ignoranza e l’analfabetismo delle masse erano, poi, altri due importanti agenti di questo malcostume.
Contro tutto questo retaggio, a nulla valsero le diverse riforme sociali varate dai governi Giolitti, che proprio in Sicilia si erano prefisse di stroncare l’analfabetismo, di allargare e migliorare la legislazione sociale, di modernizzare l’agricoltura e di combattere la mafia, i brogli elettorali e la corruzione mediante l’introduzione del suffragio universale nel 1913. Quest’ultima riforma, addirittura, contrariamente alle aspettative, finì col rafforzare i giochi di potere dei ceti abbienti e a peggiorare le già dure condizioni di vita delle masse, costringendole di conseguenza all’emigrazione. Un fenomeno questo, che già era cominciato alla fine dell’Ottocento in direzione del continente americano e che ora si consolidava in direzione del nord’Italia.
Ma vediamo di analizzare gli eventi politici e sociali e l’andamento della Chiesa valdese di Riesi nel suddetto periodo.
Le esperienze politiche di centro-sinistra, che caratterizzarono il volto della politica italiana nei primissimi anni del Novecento, influenzarono il volto della politica rijsana. La giunta di coalizione, formatasi tra Di Benedetto e Pasqualino, come s’è visto, ne era stata una tipica espressione. Tuttavia, nonostante quest’alleanza, i difficili equilibri e gli inevitabili dissidi fra i due opposti schieramenti furono ben presto palesi e il conseguente crollo della giunta fu inevitabile. Nel 1907, infatti, dopo un tentativo di rimpasto della giunta con la relativa nomina di un nuo9vo sindaco, si giunse al commissariamento del Consiglio Comunale.
In vista delle nuove elezioni amministrative (1910), il partito dei “Cappedda” provvide immediatamente a riorganizzare le proprie file. All’uopo, e col preciso obiettivo di infierire un duro colpo alle opposizioni, il partito conservatore candidò e sostenne vigorosamente Luigi D’Antona, rampollo di una delle più potenti famiglie dei “Cappedda” del paese. A quel punto, la vittoria elettorale fu inevitabile e tanto strepitosa che lo stesso Luigi D’Antona venne nominato sindaco.
Per circa tre anni , il partito dei “Cappedda” dominò incontrastato la scena politica del paese. Tale strapotere cominciò a scemare, sino a scomparire definitivamente, nel 1913, quando con una nuova riforma elettorale fu introdotto il suffragio universale. Le elezioni amministrative del 1914, infatti, sancirono la disfatta dei conservatori e il ritorno al potere del partito pasqualiniano, ora coadiuvato da nuove forze di Sinistra.
Il trionfo del partito popolare fu indubbiamente un episodio del tutto singolare, giacchè inquadrato nel vasto panorama politico—amministrativo siciliano, rappresentò una rara e sporadica eccezione.
A queste tormentose vicende politiche, inoltre, si sovrappongono gravi crisi economiche. Attraverso un’analisi di queste è possibile tracciare un profilo storico dell’evangelismo rijsano del periodo giolittiano. Ancora una volta la documentazione dell’AVTP si rivela di autorevole importanza.
Durante il periodo giolittiano, la comunità valdese fu retta da quattro evangelisti: Giuseppe Ronzone, Giovanni Bertinat, Enrico Tron e Vittorio Trobia.
Il quadro della comunità e del paese, che si ricava dalla descrizioni fatte nelle Relazioni pastorali, è sostanzialmente univoco. Tuttavia, già in esse, non mancano gli elementi per individuare i vari momenti di oscillazione, che fra acuti e bassi la comunità toccò nel suddetto periodo.
Come abbiamo visto, la maggior parte degli evangelici proveniva dalle classi sociali meno abbienti. Queste, fra le tante vicissitudini, si trovarono a dover fronteggiare alcune gravi questioni di natura economico-sociale, strettamente legate alla crisi dell’industria solfifera (che stava entrando in concorrenza con quella spagnola e americana) e allo scoppio di tre epidemie che, fra il 1906 e il 1913, decimarono intere famiglie del paese: vaiolo, colera e malaria.
Proprio in concomitanza con lo scoppio dell’epidemia vaiolosa, la comunità valdese incontrò le sue prime grandi difficoltà. Dopo essere stati costretti dalle autorità alla chiusura del loro istituto scolastico, dichiarato inagibile a tempo indeterminato dalle autorità, per motivi igienico-sanitari, gli evangelici rischiarono di dover chiudere anche la loro Chiesa. Approfittando dello scoppio dell’epidemia, alcuni esponenti del partito clericale, infatti, tentarono di far chiudere i locali di culto valdesi, facendoli passare come un centro d’aggregazione per soggetti a rischio o addirittura per soggetti già colpiti dal morbo: Alcuni cattolici reazionari e contrari all’opera nostra, cercarono se fosse stato possibile di far chiudere il Tempio. Ma il pastore fece sapere che quando i preti avessero chiuso le loro Chiese, lui avrebbe chiuso la sua, altrimenti no. Sottomano cercarono anche che le autorità adibissero i locali dell’istituto per il ricovero delle famiglie dei vaiolosi. Ma il pastore senza perdita di tempo, scrisse al sindaco una lettera mostrando l’atto inconsulto che si voleva compiere, e il danno fatale che ne sarebbe venuta all’opera nostra. Anche parecchi fratelli fecero pubbliche e private dimostranze a proposito, predisponendo le autorità in nostro favore. Approfittando dell’assenza del sindaco si era lavorato alla chetichella presso l’autorità prefettizia, per ottenere l’ordinanza di possesso dell’istituto. Ma Dio dispose che il sindaco ritornasse in tempo per prender nota della lettera del pastore, e udire i reclami dei fratelli; ordinò che si cercasse un’altra località per l’uso di ricovero. E il medesimo giorno fu rimediato al caso, di maniera che quando all’indomani arrivò l’ordinanza prefettizia di consegnare l’istituto già le famiglie dei vaiolosi, si trovavano ricoverate altrove. (AVTP, Ronzone Giuseppe, Relazione pastorale dell’Anno Ecclesiastico 1905-1906)
Nei due anni successivi, in seguito all’improvvisa scomparsa del pastore Ronzone, la comunità venne provvisoriamente retta dall’evangelista Giovanni Bertinat. Sotto di lui, la comunità non visse nessun momento di particolare rilevo. La calma e la tranquillità sembrarono sostanzialmente prevalere. Col commissariamento del Consiglio Comunale (1907), infatti, i clericali limitarono notevolmente i loro attacchi agli evangelici. La comunità, tuttavia, rivisse altri tragici momenti negli anni successivi ed esattamente fra il 1908 e il 1913, quando risentì gli effetti di due nuove epidemie: il colera e la malaria. Questi due nuovi morbi, cos’ com’era avvenuto col vaiolo, finirono col colpire in particolar modo la popolazione valdese. Tali morbi, trovando una facile diffusione nei quartieri più malfamati e miseri del paese, per via delle deplorevoli condizioni igienico-sanitarie delle abitazioni e dei loro abitanti (contadini e zolfatai), non poterono non mietere le loro vittime nella comunità evangelica che, per l’appunto, era in buona parte costituita da elementi provenienti dai ceti sociali meno abbienti.
Lo scoppio di queste due epidemie e i vari conflitti politici, naturalmente, contribuirono ad inasprire le già dure condizioni di vita della popolazione (compreso quello di diversi evangelici radicali) contro la classe dirigente locale, ritenuta responsabile della grave situazione economico-sociale del paese.
Contro il partito dei “Cappedda” e contro i clericali da un lato cominciò a riprendere vigore l’opposizione pasqualiniana e dall’altro si incrementò il malessere delle masse. Fu in questo periodo che si assistette ad una massiccia “adesione” all’evangelismo di buona parte della popolazione. L’adesione fu così numerosa che non solo diede a Riesi la fama di paese protestante per eccellenza, ma tale da costituire un episodio particolarmente importante nella storia dell’evangelismo italiano in genere.
Molti di quelli che si dichiararono evangelici, comunque, lo fecero solo per avversione ai conservatori. I loro nominativi, infatti, non risultano in nessun Registro di Chiesa e probabilmente non parteciparono che a poche adunanze. Dietro questa loro “adesione”, quindi, stavano dei motivi ben precisi e particolare: il malcontento popolare e il sensori sfiducia e di sprezzo per il clero cattolico e il suo partito politico di riferimento.
Il pastore valdese del periodo, tuttavia, interpretò questa sorta di “sclericalizzazione” del paese come una logica e normale conseguenza della presenza e della predicazione evangelica a Riesi. Tale convinzione lo induceva, così, a scrivere nella sua Relazione annua: Benché non giovane, la Chiesa di Riesi lungi dal vegetare, progredisce e quest’anno segna un nuovo passo avanti per essa. Le fila dei nostri avversari vanno lentamente modificandosi sotto i nostri sguardi. Quelli che ieri ancora erano clericali, oggi non lo sono più. Che Riesi vada sclericalizzandosi, di anno in anno lo provano questi due fattori:
1-I risultati del Censimento del giugno 1911 in cui una buona metà della popolazione si è dichiarata evangelica;
2-Il significativo e crescente abbandono delle feste religiose e delle Chiese cattoliche delle masse di tutti i ceti. All’occasione della visita del vescovo della Diocesi,la delusione è salita, al colmo perché mai un ingresso di un porporato in un paese cattolico è stato così poco trionfale. La forza pubblica era presso che sola. Vi fu persino un buon credente cattolico che suggerì timidamente al delegato di P.S. di dire due paroline al pastore affinché frenasse l’ardore bellico 'dei suoi' contro il Vescovo. Poverino! Quello si che era digiuno della storia della intolleranza religiosa. (AVTP, Tron Enrico, Relazione pastorale dell’Anno Ecclesiastico 1911-1912)
Tuttavia, se da un lato è vero che molti aderirono all’evangelismo per semplice calcolo politico, dall’altro è anche vero che diversi altri si rivelarono attenti e zelanti adepti: Nelle nostre file poi abbiamo il piacere di numerare una bella coorte di giovani forti, robusti, entusiasti che si sono dati mente e corpo al trionfo della causa evangelica, nei campi, nelle miniere, nelle officine. Ogni giovane si è incaricato di un compagno di lavoro per interessarlo alla causa evangelica, per condurlo ai culti per istruirlo nelle nostre verità e per non abbandonarlo se non quando questi è pacatamente convinto. Ed è così che ulteriormente abbiamo visto molti giovani operai attratti verso di noi (…). Un giovane che, due anni fa era cattolico, ma cattolico convinto, raduna nel pomeriggio della domenica vari suoi compagni e cerca di edificarli e di attirarli a Cristo. Oltre a ciò egli si reca ogni tanto nei paesi vicini, lui contadino, a parlare di Cristo e del suo vangelo. Siccome Riesi nei paesi vicini, purtroppo, gode una triste paura, una donna del popolo udendolo ragionare di Amore e di Fede, ebbe a dire alle sue comari additandolo: ‘ma io ho sempre udito parlare della ferocia dei rijsani, come mai dunque, questi che è rijsano può parlare in questo modo?’ (Tron Enrico, Relazione pastorale dell’Anno Ecclesiastico 1912-1913)
Il cambiamento di pastore, avvenuto nell’Anno Ecclesiastico 1913-1914, non ebbe delle ripercussioni particolari sulla comunità. Il nuovo evangelista Vittorio Trobia, intensificando l’attività delle varie opere sociali della Chiesa, infatti, riuscì a conquistarsi subito la benevolenza della popolazione locale. Inoltre, intensificando l’opera di evangelizzazione e programmando diverse conferenze speciali, conquistò alla Chiesa l’attenzione di nuovi simpatizzanti: (…) a provare la grande simpatia e stima di cui siano circondati gli evangelici di Riesi, basta por mente al fatto che il nostro caro fratello prof. De Bilio presentandosi candidato alle ultime elezioni amministrative, ebbe l’onore di essere proclamato primo eletto fra tanti commendatori e cavalieri. (AVTP, Trobia Vittorio, Relazione pastorale dell’Anno Ecclesiastico 1913-1914)
In conclusione, dunque, la comunità evangelico-valdese di Riesi, nonostante le tante difficoltà e vicissitudini incontrate nell’età giolittiana, riuscì a superare a testa alta gli ostacoli e i disagi di volta in volta incontrati, grazie alla propria coerenza, dignità e onestà morale. Qualità inestimabili queste, che difficilmente si riscontravano nella realtà cattolica rijsana e nelle varie figure e personalità che la incarnavano.
 

 
3-Gli evangelici alla vigilia della prima guerra mondiale
Per comprendere le condizioni e l’andamento della comunità valdese nel periodo antecedente il primo conflitto mondiale, un’analisi della situazione politica locale è particolarmente importante.
Poiché gli avvenimenti politici del periodo pre-bellico furono consequenziali alla riforma elettorale del 1913, la nostra analisi dovrà necessariamente cominciare da quel particolare momento. Fu con l’entrata in vigore della legge sul suffragio universale, infatti, che si verificarono una serie di avvenimenti, particolarmente importanti consolo per l’assetto politico del paese ma soprattutto dell’andamento della comunità valdese.
Grazie all’introduzione della legge sul suffragio universale, le elezioni amministrative del 1914 videro trionfare il partito pasqualiniano o popolare. La vittoria elettorale fu così strepitosa, che lo stesso Pasqualino venne nominato sindaco.
Gli ampi e vasti consensi, che il Pasqualino aveva ottenuto, erano indubbiamente dovuti alla simpatia, che il Pasqualino riscuoteva presso la classe contadina, per via della battaglia giuridica condotta qualche anno prima contro i principi Fuentes-Pignatelli sulla questione degli usi civici dei feudi di Riesi (in quell’occasione Pasqualino aveva anche scritto il trattato Il diritto nella storia. A proposito della rivendica dei diritti d’uso civico a favore della popolazione di Riesi, Caltanissetta, Tip. Di Beneficenza, 1899) A ciò si aggiunga il massiccio apporto elettorale della classe operaia legata al Pasqualino da antiche alleanze, che risalivano agli anni in cui erano state create a Riesi le prime Società Operaie di Mutuo Soccorso; il sodalizio politico creatosi fra il Pasqualino e il socialista rivoluzionario Giuseppe Butera, abile propagandista e trascinatore di masse proletarie; e, infine, il massiccio apporto elettorale del candidato avv. Gaetano De Bilio, anziano delle Chiesa valdese ed esponente di spicco del partito pasqualiniano.
Se questi fattori di eterogeneità inizialmente favorirono la vittoria elettorale, successivamente determinarono la disintegrazione del partito popolare. Il Pasqualino, infatti, entrò subito in conflitto con alcune componenti ideologiche del partito. In particolar modo, il conflitto si verificò con la corrente socialista-rivoluzionaria del Bufera. Questi, fortemente imbevuto di idee marxiste, dopo l’iniziale sodalizio col Pasqualino, aveva cominciato duramente ad attaccarlo, accusandolo di troppa moderazione e di lasciare irrisolta la questione agraria.
La Barca Municipale dei popolari navigava senza remi. Visto ciò, il Butera si distaccò dal Pasqualino e seguitò la sua via, trascinandosi di nuovo il popolo. In questo caso i signori ritirandosi a vita privata, lasciarono lottare il popolo diviso in due. Le cose andavano così di male in peggio (Ferro Salvatore, op. cit., p. 134)
A questo punto, il Butera decise di passare all’azione rivoluzionaria. La sera del 28 luglio 1914, con un folto gruppo di socialisti radicali, impugnate le armi, prendevano il controllo del paese. Solo con l’arrivo dell’esercito, a RR. CC. e P.S. l’indomani fu possibile riprendere il controllo del paese. Numerosi furono gli arresti, diversi dei quali vennero poi confinati. Alcuni giornali siciliani del tempo, riportarono questo triste episodio di cronaca con in testa i seguenti titoli: Strano tentativo di rivolta a Riesi. Revolverate contro la truppa (Giornale di Sicilia, 28-29 luglio 1914), La teppa socialista provoca gravissimi disordini a Riesi (L’Ora, 28-29 luglio 1914), I gravi fatti di Riesi. Altri particolari. (Giornale di Sicilia, 29-30 luglio 1914)
Questo triste episodio di cronaca ebbe delle dirette ripercussioni nella realtà evangelica rijsana, rendendo particolarmente fragile l’equilibrio interno della comunità. Diversi evangelici, infatti, avevano fortemente sostenuto il Butera prima, durante e dopo i tragici avvenimenti di luglio.
A questo punto, però, sorge inevitabile il seguente interrogativo. Perché certe frange dell’evangelismo sostennero il Butera quando, viceversa, potevano fare affidamento sulla ormai consolidata posizione politica del De Bilio, divenuto nella giunta Pasqualino assessore?
Probabilmente questi “evangelici” avevano ben poco a che dividere con gli evangelici della comunità. Gli evangelici sostenitori del Butera erano, infatti, esponenti del proletariato, che si erano dichiarati valdesi sin dal 1911 (anno del Regio Censimento) semplicemente per anticlericalismo e per far dispetto al parti conservatore. La loro posizione fortemente ambigua, dunque, era legata alla contingenza delle circostanze. Dell’estraneità di questi presunti evangelici dalla comunità valdese ci danno atto, sia la documentazione dell’Archivio Valdese di Torre Pellice che quello della dell’Archivio della Chiesa Valdese di Riesi. Tale documentazione, infatti, rivela questa estraneità sin dal 1911, nonostante i risultati del Censimento. Tuttavia, ciò non esclude la possibilità che qualche Membro di Chiesa potesse aderire alle posizioni radicali del Butera.
Secondo quanto si evince dalla documentazione, la comunità rijsana rimase profondamente estranea agli avvenimenti di luglio. La comunità, però, venne duramente provata da dissidi e tensioni interne, le cui cause non sono poi tanto chiare. La documentazione rivela come le dispute e le diatribe, scoppiate in seno alla comunità all’indomani dei tragici avvenimenti di luglio, fossero originate da frivoli e futili motivi. Per questo, inizialmente, fu possibile controllare lo scontro. Successivamente, però, quell’iniziale controllo non fu più possibile e persino il Consiglio di Chiesa fu costretto a rassegnare le proprie dimissioni.
La vita ecclesiastica s’è svolta normalmente salvo qualche incidente ricomposto: l’Assemblea di Chiesa è stata convocata più volte per discutere interessi particolari all’opera e per eleggere il nuovo Consiglio avendo quello già esistente rassegnate le proprie dimissioni non essendo più l’espressione delle volontà della Chiesa(AVTP, Trobia Vittorio, Relazione pastorale dell’Anno Ecclesiastico 1914-1915)
In questo scontro, quali siano state le reali ed effettive influenze dei fatti di luglio, rimane una questione profondamente insolubile. Niente di strano, però, se pensassimo anche per qualche momento ad uno scontro politico fra Membri di Chiesa filo-socialisti legati al Pasqualino e Membri di Chiesa filo-liberali.
Comunque, qualunque siano state le cause alla vigilia del primo conflitto mondiale la comunità valdese di Riesi, dopo il grande successo del primo decennio del Novecento, si apprestava a vivere uno dei momenti di maggiore crisi e declino della sua storia. Gli eventi politici, economici, sociali e malavitosi avrebbero, poi, contribuito ulteriormente a tracciare una parabola discensiva, purtroppo protrattasi sino alla fine degli anni Cinquanta.
 

 
4-La comunità valdese di Riesi fra guerra e dopoguerra

Le delicate condizioni di sopravvivenza della comunità valdese di Riesi, che si erano evidenziate negli anni precedenti, si inasprirono notevolmente fra il 1915 e il 1920. Con lo scoppio del primo conflitto mondiale e con l’acuirsi delle grandi problematiche dell’immediato periodo posti-bellico, infatti, la comunità visse un momento particolarmente duro e difficile. Per comprendere l’andamento delle comunità nel suddetto quinquennio, bisogna così dare uno sguardo alle condizioni e agli avvenimenti del paese.
Durante gli anni del conflitto mondiale, Riesi attraversò momenti di dura crisi economica. Con il conseguente aumento del costo dei generi alimentari di prima necessità, usurai e pescecani vari ne trassero ovviamente i maggiori benefici. Anche la mafia, durante gli anni bellici, fece molti progressi. Numerosi disertori e renitenti alla leva, infatti, com’era avvenuto nell’immediato periodo post-unitario, alimentarono le file della malavita organizzata, dandosi ad attività illecite di vario tipo come l’usura, il furto, la rapina, il sequestro di persona a scopo di estorsione e l’abigeato. Contro il fenomeno mafioso, naturalmente, il governo italiano cercò di prender dei seri provvedimenti. Per esempio, per prevenire la diserzione e la renitenza alla leva da parte di braccianti e pecorai, che generalmente erano i maggiori neofiti della mafia, nel 1917 il governo cercò di conquistarli , promettendo la riforma agraria. Inoltre, nel 1917 si dovette promulgare una legge contro il furto di bestiame in Sicilia, perché i prezzi elevati e i controlli governativi stavano portando alla scomparsa delle greggi. Finalmente fu creata una speciale organizzazione di polizia che dimostrò come la repressione della mafia fosse più facile di quanto i precedenti governi non avessero voluto far credere; ma le misure forti non erano apprezzate da tutti. Quando l’unità di polizia di Battioni fu sciolta dopo la guerra, il furto di bestiame divenne di nuovo comune e dozzine di omicidi insoluti si accumularono di nuovo negli archivi (Smith Denis Mack, Storia della Sicilia medievale e moderna, Roma-Bari, Laterza, 1973, 687)
Le scorribande, i misfatti e i vari regolamenti di conti fra i più noti esponenti della malavita locale del tempo, che poi determinarono l’avvento al potere mafioso della famiglia Di Cristina, ne furono le più tipiche espressioni.
Subito dopo la guerra, la vita del paese venne profondamente scossa dallo scoppio dell’epidemia della spagnola e dalle agitazioni operaie e contadine. La grave forma influenzale della spagnola, che colpì quasi tutti gli Stati del mondo, non poteva infatti non trovare un fertile terreno in un paese come Riesi le cui cattive condizioni igienico-sanitarie già in passato avevano favorito la diffusione di tre morbi (vaiolo, colera e malaria) e che la miseria e la povertà del dopoguerra contribuivano ad aggravare. Parrà cosa incredibile, eppure è vero! La malattia della 'spagnola' a Riesi fece più strage della guerra. Mentre la guerra fece un centinaio di vittime, essa 'spagnola' ne fece morire seicento (Ferro Salvatore, op. cit., p. 162)
Un altro grande avvenimento del primo dopoguerra fu, indubbiamente, rappresentato dall’agitazione operaia e contadina dell’8 ottobre 1919, conclusasi tragicamente come quella del 1914.
Subito dopo la fine della guerra, anche a Riesi il malcontento dei piccoli contadini e dei braccianti, amareggiati dal non mantenimento delle promesse di “riforma agraria” fatte nel 1917, andò crescendo sempre più. La mattina dell’8ottobre 1919 contadini, braccianti e zolfatai, dopo aver impugnato le armi e occupato alcune terre,si recarono nella piazza centrale del paese per inscenare una manifestazione. Fra manifestanti e autorità di P.S., che per prevenire incidenti e disordini analoghi a quelli del 1914 avevano collocato nei pressi una mitragliatrice, nacquero inevitabilmente degli scontri, nel corso dei quali diversi dimostranti e qualche poliziotto persero anche la vita. I giornali siciliani del tempo riportarono l’episodio con i seguenti titoli: I gravi fatti di Riesi. I mori sono 10 e il feriti 20. Contadini si impossessano di una mitragliatrice (Giornale di Sicilia, 9-10 ottobre 1919), Il conflitto di Riesi: Come ebbe origine e come è finito (L’Ora, 9-10 ottobre 1919), Le cause dei tumulti di Riesi. Un nobile appello dell’on. Pasqualino a Riesi (L’Ora, 11-12 ottobre 1919)
Le condizioni sociali e i vari avvenimenti rijsani ebbero indubbiamente un’influenza assai notevole sulla comunità valdese. La sola analisi di queste condizioni sociali o dei vari avvenimenti non è,tuttavia, abbastanza sufficiente per cogliere appieno la vita della comunità del periodo. Per questo, diviene particolarmente interessante un accenno sui conflitti e sui dissidi interni, che caratterizzarono l’andamento evangelico durante gli anni bellici.
Sull’origine di questi conflitti, che come abbiamo visto risalivano al periodo pre-bellico, non si ha un’idea ben precisa. Di fatto però sappiamo che, il loro protrarsi durante il delicato periodo bellico, provocò un notevole disorientamento e indebolimento della comunità. Venuti meno l’unità e la solidarietà, cioè quegli elementi che in passato avevano consentito il superamento di tanti ostacoli e difficoltà, l’opera valdese infatti mostrò segni di debolezza di fronte alle nuove vicissitudini imposte dalla guerra. A testimoniare l’esistenza di questi conflitti e la mancanza di unità fra gli evangelici rijsani sono due petizioni dell’agosto 1916: una contro e una pro il ritorno del pastore Trobia.
Comunque, per uno studio più approfondito dell’andamento della comunità valdese fra il 1915 e il 1920, le Relazioni annue costituiscono indubbiamente la migliore forma di documentazione. Tali Relazioni, infatti, sono l’unica forma documentativi in grado di fornire una descrizione sintetica e panoramica dell’ambiente locale e della comunità valdese.
Nell’Anno Ecclesiastico 1915-1916 la Chiesa valdese risentì profondamente non solo dei tanti avvenimenti del paese o dei suoi vari conflitti interni ma, soprattutto del fatto, che in un delicato momento come quello la comunità fosse priva di una direzione stabile. Nella Relazione annua, infatti, si legge: Nei primi cinque mesi (luglio-novembre) continuò qui l’opera sua l’evangelista Vittorio Trobia. Chiamato lui sotto le armi, la Chiesa fu per un mese diretta dal diacono ins. L. Campisi; quindi la tavola potè mandarvi lo studente in teologia A. Fuhrmann, che vi stette circa quattro mesi. Chiamato anche lui sotto le armi, verso la fine di aprile, la Chiesa fu affidata al Consiglio di Chiesa, con a capo l’anziano avv. G. De Bilio (AVTP; Il Consiglio di Chiesa, Relazione pastorale dell’Anno Ecclesiastico 1915-1916)
Quando nell’autunno del 1916 il pastore Trobia, finito il servizio militare, riprese la direzione della Chiesa di Riesi, riaffiorarono i conflitti interni della comunità. Tornato il sig. Vittorio Trobia (…), trovò che ben quattro Membri del Consiglio, per ragioni diverse, avevano presentato le loro dimissioni; pregati tutti e quattro di ritirarle, due risposero all’invito e tornarono attivi alla Chiesa, mentre gli altri due insistettero e i allontanarono completamente(AVTP, Trobia Vittorio, Relazione pastorale dell’Anno Ecclesiastico 1916-1917)
Fra questi dimissionari spicca la figura dell’avv. De Bilio, il quale, come abbiamo visto, alla vigilai del ritorno del Trobia insieme ad altri evangelici aveva preparato una lettera-petizione contro il ritorno del pastore. Il De Bilio, tuttavia, fece ritorno nel Consiglio qualche anno dopo, quando la direzione della Chiesa passò nelle mani del nuovo pastore Arturo Mingardi.
Il quadro descrittivo del paese e della comunità, che le Relazioni del Mingardi tracciano fra il 1918 e il 1920 è significativo. Le Relazioni degli Anni Ecclesiastici 1918-1919 e del 1919-1920, infatti, rispetto alle Relazioni precedenti, documentano meglio l’andamento della comunità valdese in relazione agli avvenimenti e alle condizioni sociali del paese. Per questo tali Relazioni meritano di essere citate il più possibile. Ma, cominciamo con la prima: Dopo quattro anni di guerra con una finale terribile di epidemia (la spagnola) siamo qui tutti in piedi a benedire Iddio nostro Padre, che non ci ha nulla abbandonati e ci ha voluto dimostrare che l’Opera, a cui serviamo nel nome di Gesù Cristo, è opera sua.
Si, anche la Chiesa Evangelica Valdese di Riesi (…) ha fatto qualche progresso (…). Molti Membri di Chiesa sono davvero Comunicanti (…). Ma ve ne sono altri che, nonostante si dicono qualche volta evangelici a parola, in pratica non sono per la Chiesa che nomi figuranti sui registri. Pochissimi altri, infine, stanno ancora a rappresentare un tipo, che grazie a Dio va scomparendo dalla Chiesa. Sono viventi, ferventi, assidui, attivi, ma a patto che il fratello loro supposto nemico sia per la Chiesa tutto il contrario. Se questi ritorna assiduo e attivo essi si allontanano e viceversa (…).
Riesi, che conta 20 mila abitanti, versa nelle più disastrose condizioni igieniche e non possiede (..) l’istituzione sanitaria; la inettitudine e la indifferenza dei pubblici poteri rendono necessario che l’iniziativa di un’opera tanto benefica e urgente venga dalla Chiesa Valdese, l’unica istituzione in paese che da garanzia di onestà e di amore vero per il popolo (…). Il pastore infatti è molto bene accetto in tutti i buo9ni ambienti del paese; è spesso invitato a tenere conferenze nelle varie società; è chiamato come controllo di fiducia in delicati affari finanziari di alcune società (…). Il prete cattolico invece trascina la genterella con le feste chiassose, ma tutto il paese ha maggior fiducia e stima della religione evangelica (AVTP, Mingardi Arturo, Relazione pastorale dell’Anno Ecclesiastico 1918-1919)
Assai più descrittiva e penetrante di questa Relazione è, comunque, quella dell’Anno Ecclesiastico successivo: L’attività interna della Chiesa e il lavoro d’evangelizzazione si sono svolti quest’anno in un’atmosfera cittadina di disordini sociali, di fatti tragici, di gravissime preoccupazioni materiali (…). Si cominciò con un lungo e violento sciopero di contadini, che culminò nella terrificante tragedia del nove ottobre in cui si ebbero molte vittime e che produsse tale panico nelle donne e nei fanciulli che ancor oggi alcuni di essi son presi da crisi nevose ad ogni sparo sia esso per uccider un cane arrabbiato; o per far festa al santo. I nostri locali vennero allora invasi per alcune settimane sa un reparto delle truppe venute alla (…) riconquista di Riesi. Durante tutto l’inverno e la primavera fummo quotidianamente sotto l’incubo della malavita vilmente e selvaggiamente imperante. Quasi ogni notte scoppiarono qua e la dentro l’abitato bombe di dinamite o di gelatina per ammonimento a onesti cittadini rifrattari alle lettere di scrocco. Spesso sul far della sera si perpetrarono rapine a mano armata nelle vie centrali del paese. Le strade di campagna furono di continuo investite da briganti abigeatori. La vita del paese fu paralizzata; più nessuno uomo onesto era sicuro; ci pareva d’essere in una regione invasa da barbari senza alcuna difesa. Seguirono gli interminabili scioperi degli zolfatai, che gettarono tante famiglie nella miseria. Si aggiunse infine la crisi del pane e della pasta, che produsse una vera anarchia in tutte le branche della vita paesana. Ognuno doveva andare a perdere il suo tempo, la sua pace e la sua dignità alle porte delle luride rivendite, dove si doveva lottare selvaggiamente per ore e ore e per aver il necessario non garantito da qualsiasi provvedimento dell’autorità, ma lasciato alla mercè dei più furbi e dei più mafiosi (…).
Il prete, fedele allo spirito predominante nella sua Chiesa, in tanto sfacelo dei più elementari sentimenti umani, aumentò le feste chiassose in forma anche più demoralizzante del solito e il popolino ormai rimbecillito da tante enormità, corse a distrarsi chiudendo così ogni via al raggio di luce divina tanto necessario per uscire da questa morta gara.
Queste le difficoltà esterne senza parlare di quelle interne, di molto diminuite in confronto col passato ma pur sempre deplorevoli in una Chiesa evangelica. Se noi volessimo indugiarci a descrivere anche la quasi completa assenza di umana solidarietà, la sfiducia reciproca, la menzogna, l’egoismo sfrenato e la meschina inettitudine al progresso civile, cose tutte radicate da ormai troppo tempo in questo povero paese, noi avremo fatto un quadro tutt’altro che esagerato ed avremmo con ciò dimostrato che l’opera evangelica a Riesi non può essere principalmente che lotta dichiarata contro il maligno (…). Che la Chiesa non si sia nascosta, né accasciata e che non abbia taciuto fra tanto imperversare di abiette e violente passioni individuali e sociali lo dimostrano i seguenti fatti:
a)Erano stati assassinati di notte due bravi giovani. La cittadinanza dispose due solenni funerali in onore delle vittime. Nel primo furono oratori il prete, alcuni cittadini e alcuni ufficiali, perché il giovane era un carabiniere in vacanza. Si ebbe al solito una paura matta di attaccare la malavita. Fu allora invitato il pastore per il secondo funerale (…). Domandavano la parola franca della Chiesa evangelica e l’ebbero: il funerale lasciato il prete in basso si cambiò in un colossale comizio di protesta contro la malavita e contro tutte le debolezze e le camorre che le permettono di pullulare così spaventosamente;
b)Nel 1° maggio, festa dei lavoratori, il paese era sotto l’incubo di nuovi paurosi disordini per la venuta di un oratore anarchico notoriamente violento; ma con soddisfazione dei proletari socialisti e grande tranquillità dei cosiddetti borghesi, fu il pastore che parlò al popolo in quel giorno conquistando così per la Chiesa evangelica la delicata posizione di paciera tra le due parti contendenti;
c)Nel momento più acuto della crisi del pane e della pasta, dovuta del resto alla inettitudine degli amministratori e all’ingordigia degli speculatori, il pastore come rappresentante degli evangelici fu chiamato ad uno dei posti più importanti di una commissione che doveva provvedere al bisogno e nel medesimo tempo fra i cittadini (…);
d)Il prete si lagna fortemente, dove lo può fare, dell’indecente espansione dell’influenza evangelica nel paese e accusa noi tutti di avere troppo presto dimenticato si essere in Italia dei semplici tollerati;
e)L’autorità comunale non ci ignora più e quest’anno per la prima volta, sebbene in parte per risarcimento di danni arrecati dalle truppe, ha beneficiato la nostra opera. L’ultimo R. Commissario (venuto subito dopo i tragici eventi del 9 ottobre) da domandato come privilegio di potere far dono personale alla Chiesa ed ha espresso il desiderio di far parte di essa (…).
f)Anche la grande Società Mineraria Siciliana (la Montecatini) che esercisce le miniere di Riesi ha per la prima volta quest’anno preso interesse per le nostre scuole (…). Ciò si deve in parte alla ottima influenza di un genuino valdese che è l’ing. Giulio Rostan, direttore della miniera Tallarita (…). La chiesa valdese di Riesi occupa un posto eminente, incontrastato e di piena fiducia morale: qui sta la sua forza in mezzo al precedente turbinio di selvagge passioni che la guerra ha ridestate (AVTP, Mingardi Arturo, Relazione pastorale dell’Anno Ecclesiastico 1919-1920)