Sezione: STORIA/ARTE/CULTURA/TRADIZIONI
 

 


MASSIMO ROSARIO PATERNA

Massimo Rosario Paterna è nato a Caltanissetta nel 1966. Ha frequentato la Faco1t di Lettere e Filosofia dell’Università di Catania, laureandosi, nel 1992, con una Tesi sulla storia del movimento valdese dì Riesi.

Ha superato gli esami di Teoria e Solfeggio e di Compimento inferiore di Flauto presso l’istituto Musicale Pareggiato ai Conservatori di Stato di Caltanissetta, negli Anni Scolastici 1984-85 e 1988-89.

Sono al suo attivo le seguenti pubblicazioni: Riesi e i Rijsani. Usi, costumi e vicissitudini di un paese e di un popolo dell’entroterra siciliano, Canicattì, Tip. Aurora, 1995; Storia di Riesi a fumetti,Caltanissetta, Paruzzo editore. 1999; 200 anni di mafia. Spazi e percorsi del crimine organizzato siciliano dalle origini alla strage di via d’Amelio, Palermo, Sicania, Antares editrice, 2000; il brigantaggio siciliano, Caltanissetta, La Riesina Editrice, 2002, L’islam e la sua cultura. Una riflessione controcorrente, Campobello di Licata, La Riesina Editrice, 2003; La Mafiosità. La singolare descrizione dello spirito di autogiustizia dei siciliani, Campobello di Licata, La Riesina editrice, 2003; 100 anni di malaffare in Sicilia. Spazi e percorsi socio-economici e politici isolani dai Borboni allo Statuto Speciale, Campobello di Licata, La Riesina editrice, 2003.

Abilitato all’insegnamento, insegna Filosofia, Psicologia Sociologia e Scienze dell’Educazione nei Licei, continuando a dedicarsi allo studio e all’approfondimento di tematiche storico-sociali e di folclore e costume siciliano.


INDICE

Le Origini  -  Il 1700  -  Il 1800  -  Il 1900  -  Agenda

 

Le Origini

Riesi è uno dei tanti paesi siciliani di nuova fondazione. Sorge sul declivio occidentale di un poggio a m. 369 sul livello del mare, alle falde della collina Monte Veronica, nella zona centro-meridionale dell’isola, in Provincia di Caltanissetta, e in quello che un tempo era il più grosso bacino solfifero d’Europa. Fa parte della Diocesi di Piazza Armerina e rientra nelle giurisdizioni del Tribunale Civile e Penale di Caltanissetta, dell’Intendenza di Finanza di Caltanissetta, del Provveditorato agli Studi di Caltanissetta, dell’Ufficio delle Entrate di Cela e della Tenenza dei Carabinieri di Cela.

il suo territorio non è vasto, ma di soli 6667 ettari. A nord, est, e sud confina coi territori dei Comuni di Mazzarino e di Butera; ad ovest, invece, col territorio del Comune di Sommatino.

Il clima è di tipo mediterraneo. L’estate è lunga, calda e secca, mentre l’inverno non è tanto freddo. Le piogge non sono abbondanti. Generalmente si hanno scarse precipitazioni tra ottobre ed aprile. Assai rare sono, poi, le precipitazioni estive. La temperatura va da un massimo di 38°c ad un minimo di -3°c.

Il paesaggio dell’intera area riesina è collinare. In alcune parti è anche roccioso. In quest’ultime sono riscontrabili i segni di remote civiltà, I resti di misere abitazioni e di piccoli cimiteri risalenti all’età siculo-sicana sono visibili in più parti. Non mancano, comunque, tracce risalenti al periodo greco, a quello romano e a quello arabo. Ecco perché, mentre arano i campi, i contadini spesso portano casualmente alla luce ciò che resta dei piccoli casali di quelle epoche. Non è da escludere, poi, l’ipotesi che,nel corso dei secoli e col succedersi degli eventi, buona parte di quei luoghi siano stati abitati dai contadini nei periodi della semina e del raccolto.

 
Monte Veronica
 
Via Soldato La Monica, una delle principali vie del quartiere Pietra Piatta
 
Un'altra delle primissime stradine del quartiere Pietra Piatta, dietro la Chiesa del Crocifisso
 
Antico abbeveratoio del Canale
 
I resti del magazzino che i primi coloni di Riesi destinarono a Chiesa, situato ai piedi del Monte Veronica
 

Riesi fu fondato il 13 agosto 1647 da Pietro Altariva, anche se un altro tentativo per edificare il paese era già stato fatto nei primi decenni del 1500 dal l’antenato Giovanni Rojs de Calcena.

La decisione di colonizzare la Baronia riesina fu sicuramente suggerita dai privilegi politici, che il suo fondatore sapeva di acquisire e rafforzare nel momento in cui avrebbe fatto nascere un villaggio con più di ottanta famiglie.

il popolamento della piccola Baronia avvenne tra tante difficoltà e contraddizioni. Enormi e insormontabili ostacoli impedivano agli abitanti delle ricche Baronie vicine (Butera e Mazzarino) di trasferirsi in un posto colerico e malarico come quello riesino. Pertanto, per favorire l’immigrazione nel nascente paese, ai primi venuti, Altariva avrebbe promesso minori gabelle, canoni d’affitto dei terreni lunghi e la libertà di potere raccogliere legna, erbe selvatiche e di attingere acqua dai terreni, senza l’obbligo di dovere pagare l’imposta baronale del censo.

I primi abitanti di Riesi realizzarono le loro case in contrada Canale, di fronte a Monte Veronica, sino al punto detto Pietra Piatta.

Dato che Altariva non visse nel nascente paese, affidò l’amministrazione della Baronia a Cristoforo Benenati. Per iniziativa di quest’ultimo, furono fabbricati i magazzini per la raccolta dei cereali e delle olive da destinare alla Baro nia, fu realizzata una pressa olearia e fu costruito un edificio contemporanea mente destinato a Tribunale o Giudicato, a Caserma e Carcere e a Municipio.

Per volontà del Barone Altariva, poi, Benenati provvide anche alla cosiddetta parte spirituale, facendo costruire una Chiesa patronale.

 
Chiesa della Madonna della Catena
 

La Chiesa della Madonna della Catena, in una foto degli anni Sessanta. I lavori per la sua primissima realizzazione cominciarono nel 1645 e si conclusero dopo tre anni. La Chiesa fu dedicata alla Madonna della Catena e ai compatroni San Clemente e Santa Sabina. Non si può sostenere con estrema certezza se questa Chiesa sia stata costruita nello stesso punto dov’è ora. L’iniziale costruzione, infatti, si diroccò e fu riedificata più volte. Nel 1720 iniziarono i lavori per la realizzazione di un ambizioso progetto dell’architetto Giuseppe La Russa da Messina, che prevedeva la l’edificazione di una Chiesa a tre navate. Il tentativo, però, si rivelò fallimentare già dopo due anni. Anche un secondo ed analogo progetto dello stesso architetto, affiancato da due frati catanesi, si rivelò fallimentare. Un terzo progetto, che previde l’edificazione della Chiesa ad un navata e col prospetto esterno come lo si vede oggi, andò invece in porto nel 1732. La Chiesa fu innalzata a Basilica Santuario nel 1747 dal vescovo di Siracusa Matteo Trigona. Di stile barocco, con cupola sormontata da un tempietto, ha un pavimento in marmo. L’altar maggiore è ricco di marmi colorati e di intarsi. La facciata principale esterna fu realizzata nel 1752 da Francesco Alajmo da Palermo. Non è decorata, ma armoniosa e semplice. E’ realizzata con pietra intagliata e squadrata, listata con malta, Il portale è sormontato dallo scudo nobiliare della famiglia Moncajo e di tutte le famiglie feudatarie di Riesi. Annessa alla Chiesa è la torre campanaria a forma quadrata, realizzata con pietra intagliata listata. Sulla superficie del campanile si trovano due orologi a forma circolare, uno rivolto verso est (sulla Piazza Garibaldi) ed uno rivolto verso sud (sull’attuale Via Roma). I festeggia menti in onore della Madonna della Catena si svolgono nella seconda domenica di settembre e coinvolgono numerosi devoti di Mazzarino, Butera, Sommatino e Delia. La Basilica Santuario della Madonna della Catena è, infatti, meta di pellegrinaggio dei fedeli che arrivano a piedi (a volte anche scalzi) dai vicini paesi.

 

 

La statua della Madonna della Catena (in basso), Patrona di Riesi e quelle di Compatroni Santa Sabina e di San Clemente (in alto)

 

Il 1700

Durante tutto il 1 700 Riesi s’accrebbe demograficamente ed urbanisticamente oltre la Pietra Piatta, in direzione della Chiesa della Madonna, diventata la Chiesa della Matrice, del Palazzo baronale e del vicino Carcere. In tal modo, il centro del paese si spostò dal Canale all’area di fronte la Chiesa della Matrice. Tutto ciò rese inevitabile una bonifica dell’antico spazio malarico e colerico, ora diventato la Piazza centrale del paese. La Piazza, o Piano della Matrice, divenne subito il principale centro dei commerci. I mercati e gli scambi o si svolgevano in essa o nelle botteghe collegate ai lati delle strade vicine. Qui, infatti, sorsero numerose botteghe di calzolai, falegnami, fabbri, sarti, calderai, barbieri e di generi alimentari. In queste stradine, inoltre, sorsero varie bettole o taverne. Tanto di queste costruzioni quanto dei primi edifici settecenteschi, però, non rimane nulla.

 
Piazza Garibaldi, Chiesa della Matrice e parte del palazzo baronale, in una cartolina degli inizi del 900

 
Prospetto esterno del primo carcere di Riesi, oggi ristrutturato e abitato dalle Famiglie Drogo e Lo giudice

 

Alla crescita del paese diede un notevole contributo l’industria degli zolfi. Gli stabilimenti minerari, nel corso del Settecento, attirarono diversi disoccupati siciliani, nonché abili minatori dei vicini paesi di Sommatino, Delia, Ravanusa e Canicattì.

I nuovi immigrati, rispetto ai primissimi coloni, non erano semplici, innocui e tranquilli agricoltori e pastori. Buona parte di loro, come scrisse agli inizi del 1900 lo storico riesino Gaetano Baglio, era costituita da poco di buono e da avventurieri alla ricerca di un buon asilo. Insomma, da individui che amavano poco il lavoro ed erano contemporaneamente poco religiosi, maneschi, temerari spacconi, ubriaconi, rissosi e facili di lingua quanto di mani. Ecco perché, in poco tempo, Riesi si conquistò, tra gli abitanti dei paesi vicini, la fama di terra di reietti e di sanguinari, cioè quella reputazione negativa tipica a tutti i paesi mine- rari e a quelli di mare e di frontiera.

Il piccolo centro acquistò anche la triste notorietà di paese mafioso ed irrequieto per eccellenza, al punto tale da far nascere, nell’immaginario della povera gente dei paesi vicini, la pittoresca e curiosa convinzione, tutt’oggi ancora viva, che originariamente Riesi sarebbe stata una colonia penale.

 

Prospetto dell’ex Palazzo baronale, in Via Roma, accanto alla Chiesa della Matrice. Il Palazzo baronale ha perso il suo vecchio aspetto. Oggi esso è diviso in più proprietà, appartenenti ad una Banca, ad un privato e alla Chiesa cattolica. Buona parte dell’ex Palazzo da alloggio alla Congregazione Salesiana e all’Oratorio realizzato da quest’ultimi.

 

La Chiesa del SS. Rosario, in una cartolina degli anni Sessanta. Una prima Chiesa del Rosario era già stata eretta tra il 1697 e il 1699, a metà dell’attuale Via Roma, esattamente nel punto dove oggi sorge il Municipio. Essa, però, s’era diroccata ed era stata abbandonata. I lavori per costruire una Chiesa del SS. Rosario, su un’area poco distante dal posto dove era sorta prima, si ebbero tra il 1775 e il 1798. Furono, però, ultimati nel corso dei primi due decenni dell’Ottocento. La facciata, in pietra tagliata perfettamente squadrata e posata a gravità con giunti non listati, è di stile barocco. Il campanile, così come lo si vede oggi, è del 1877. Esso presenta uno stile piuttosto arabeggiante ed ha una cupoletta ed un vano per le due campane. Quest’ultime sono state realizzate nel 1865 da Giuseppe Sanmarco da Catania

 

Non si può certo dire che i minatori conducessero una vita agiata, ma la sicurezza di quel misero salario, che le campagne non garantivano ai braccian ti, li indusse a parlare di benessere e a prendere la vita allegramente e spensieratamente per come veniva. Ecco perché gli zolfatai presto divennero assidui frequentatori di bettole. Queste osterie consentirono agli operai di trascorrere qualche ora in compagnia, consumando minestre di ceci e di fagioli e mangiando piatti di stigliole. Nello stesso tempo, però, si rivelarono una delle principali fonti d’imbarbarimento e di abbrutimento. E questo perché, oltre al consumo di quei poveri pasti, l’unica forma di divertimento che le taverne offrirono fu connessa all’eccessivo consumo di vino.

Nelle bettole fu particolarmente diffuso il gioco del tocco, una sorta di roulette del vino che vedeva ubriacare tutti i contendenti. In preda alla sbornia, poi, i giocatori litigavano violentemente fra loro, con tristi conseguenze. Molte risse, infatti, furono risolte da veri e propri duelli con coltelli. Non mancarono, comunque, i casi in cui alle coltellate furono preferite le revolverate.

Cosicché, delle insignificanti discussioni spesso macchiarono le fedine penali di innocui e modesti zolfatai, trasformandoli in autentici assassini.

Per questa ragione, le taverne erano considerate il luogo di ritrovo di tutti gli sfaticati e i buoni a nulla del paese. Secondo la mentalità del tempo, la reputazione di una persona scadeva notevolmente se la si vedeva gironzolare in compagnia di individui che erano clienti abituali di quei posti.

 

Prospetto angolare di ciò che resta dell’ex Convento Francescano. I Padri Francescani, a differenza dei Padri Cappuccini, riuscirono a costruire un Convento su una collinetta poco distante dal quartiere Lago, in direzione della strada verso Ravanusa e Sommatino. Questo piccolo Monastero, comunque, non ebbe lunga vita. Nel 1843, infatti, per lo stato d’abbandono in cui versava e per i relativi e ovvi motivi di pubblica sicurezza, le autorità comunali fecero murare le porte e la cisterna. Sebbene l’ex Convento Francescano oggi non presenti più il suo antico aspetto e risulti diviso in più proprietà private, è ancora possibile individuarlo, per qualche sua timida testimonianza muraria, nel quartiere popolare del paese che porta il nome di Cummentu

 

Questo malcostume ben presto coinvolse il resto della popolazione. Col tempo, infatti, le bettole furono frequentate anche da contadini e da piccoli benestanti. Di conseguenza, il suddetto stato d’imbarbarimento divenne peculiare a quasi tutti i riesini. Ecco perché essi furono malvisti dagli abitanti dei vicini paesi di Mazzarino e di Butera.

Tutt’oggi, in questi ed in altri paesi, è radicata la convinzione che i riesini siano persone pronte a litigare al primo piccolo battibecco, ma soprattutto a sfoderare subito un coltello o una pistola.

Alla crescita economica e demografica fece eco l’espansionismo religioso. Ai fini di una migliore cura delle anime, dopo la Chiesa del S.S. Crocifisso e la Chiesa della Matrice, il Clero fece edificare (o meglio riedificare) la Chiesa della Madonna del Rosario. Questa, in breve tempo, divenne il centro di un nuovo quartiere del paese.

Anche gli amministratori della Baronia pensarono alla parte spirituale. Intorno alla metà del 1700, infatti, costoro incoraggiarono e favorirono la venuta dei Padri Cappuccini e dei Padri Minori Francescani. I primi venivano da Mazzarino, mentre i secondi da Butera. Ad entrambe le Congregazioni, la Baronia ovviamente assegnò delle piccole proprietà, affinché potessero essere trasformate in Conventi.

I Padri Cappuccini si stanziarono alle pendici del Monte Calvario, dove rimasero in attività solo per qualche decennio. Questi, però, più che ad un vero e proprio Convento, diedero vita ad un Hospitio, cioè ad un luogo che dava ristoro ed alloggio ai Frati predicatori di passaggio. Di questo edificio, purtroppo, s’è persa ogni traccia. Diverso è, invece, il caso dell’ex Convento Francescano.

 

La miniera Tallarita-Trabia, in una foto panoramica degli anni Quaranta. L’impianto di contrada Trabia, nel territorio del Comune di Sommatino, e quello di contrada Tallarita furono unificati e sfruttati da un’unica Compagnia esercente a partire dalla seconda metà del 1800. La solfara Tallarita distava da Riesi 6 km. Era situata in una vallata, vicino il fiume Salso, a poche centinaia di metri dalla solfara Trabia. Il minerale vi fu scoperto tra gli ultimi anni del 1600 e la prima metà del 1700. L’impianto, però, entrò in attività solo a partire dal 1820. Gli impianti di Trabia e Tallarita erano collegati da una funivia, i cui resti sono tutt’oggi ancora visibili dallo stradale che da Riesi porta a Sommatino

 
Alcuni meccanici della miniera Tallarita,all'interno della centrale elettrica, in una foto del 1918

 

Il 1800

La crescita di Riesi continuò ininterrotta anche nei primi decenni del 1800. Ancora una volta il settore economico trainante fu quello solfifero.

A favorire l’incremento della presente industria mineraria furono le sempre più crescenti richieste di zolfo. Si aprirono vari stabilimenti solfiferi nei territori riesini. Il più grande fra questi fu quello di contrada Tallarita.

Il mestiere del solfataio inizialmente fu sprezzato e tenuto a vile dai braccianti. Ecco perchè originariamente non si dedicarono a quel mestiere, lasciando aperta la strada ad individui disoccupati o dal mestiere incerto. Dal ceto contadino provennero solo i figli dei più poveri braccianti. Questi, tra l’altro, rimasero lavoratori di solfara (i famosi trasportatori o carusi) solo sino al momento in cui non furono in grado di staccarsi dal nucleo familiare e dalle varie imposizioni patriarcali, per dedicarsi al mestiere che preferivano.

I massari, cioè i piccoli contadini proprietari o affittuari di qualche tumulo o ettaro di terra, cercarono di migliorare le proprie condizioni, coltivando oltre al grano e alle fave anche la vite. Costoro, a partire dal 1820 e per alcuni decenni, impiantarono un gran numero di vigneti. Le vecchie tecniche lavorative, però, non consentirono d’ottenere grossi guadagni.

 
Meccanici, elettricisti, fabbri, tornitori e apprendisti della miniera Tallarita, fotografati davanti all'edificio della centrale elettrica, in una foto del 1920

 

Il possesso o il semplice affitto d’un terreno con mille o duemila alberi d’uva influenzò fortemente il modo di pensare e d’agire di numerose famiglie contadi ne. L’ignoranza dei tempi non solo le fece ritenere come le depositarie di chissà quale forma di ricchezza, ma le spinse anche ad assumere fieri e superflui gesti di distacco e di sprezzo nei confronti dei braccianti nullatenenti e dei minatori. Ecco perché i massari interferirono nelle vite sentimentali di figli e figlie, decidendo quando e con chi costoro si sarebbero dovuti sposare, oppure opponendosi duramente se i matrimoni si fossero dovuti contrarre con elementi ritenuti socialmente inferiori.

Questi atteggiamenti in alcuni casi favorirono a fujtina, cioè la fuga d’amo re tra due giovani innamorati; in altri, invece, la ‘nchiujtina, vale a dire il ratto o sequestro di persona di una ragazza.

La fujtina avveniva tra due amanti non accettati da una delle due famiglie, allo scopo di mettere i genitori di fronte al fatto compiuto, per costringerli ad accettare le famose nozze riparatrici. La ‘nchiujtina, invece, si verificava quando giovani braccianti e ingenui minatori non erano ricambiati dalle ragazze di cui s’erano invaghiti.

Vari jurnatari e zolfatai, dunque, venendo dapprima respinti dalle ragazze e poi venendo insultati e derisi dai relativi genitori contadini mezzadri, semplice mente perché erano dei contadini nullatenenti o dei poveri operai, ricorsero al ratto. Anche in questo caso, lo scopo era quello di mettere i genitori e i fratelli della ragazza di fronte al fatto compiuto, allo scopo di far loro accettare il matrimonio riparatore. Sebbene la mentalità siciliana del tempo riconosceva uno strano diritto/dovere di potere assassinare chi aveva commesso il ratto, raramente si ricorse a questa soluzione. Molti genitori e fratelli di ragazze rapite, infatti, compresero che il delitto d’onore non avrebbe riparato affatto il cosiddetto danno morale ricevuto. L’uccisione del rapitore avrebbe fatto piangere le conseguenze solo alla loro congiunta, dato che sarebbe rimasta zitella. Nessuno a Riesi, in base al modo di pensare del tempo, si sarebbe sognato di contrarre nozze con una ragazza fujuta o ‘nchjusa, avendo quest’ultima perso la propria verginità con rapporti sessuali prematrimoniali.

Presso le famiglie contadine assunse un significato particolare il momento della vendemmia. Questo fu visto come una grande occasione d’aggregazione, durante la quale le famiglie contadine si riunivano e si aiutavano a vicenda e, talvolta, combinavano dei matrimoni.

Dopo decenni di relativa tranquillità, l’economia viticola fu scossa violente mente dall’epidemia della fillossera che, dal 1881 in avanti, causò la distruzione di tutti i vigneti di Riesi. L’evento costrinse molti massari a ricercare lavoro proprio nel luogo che avevano tanto sprezzato, cioè in miniera.

 
Via Matteotti vista dal Canale. Nella parte bassa, dov’è visibile l’ampio piazzale, un tempo vivevano le principali famiglie di quartarari. Questo mestiere, nel giro di pochi decenni, divenne una vera e propria tradizione di famiglia. Ad esso, infatti, si dedicarono individui fra loro imparentati, che gestirono le attività come piccole aziende a conduzione familiare. Tra le famiglie quartarare che si distinsero per bravura nella lavorazione della creta spiccarono quella dei Bartoli e quella dei Di Gregorio
 
Gli ultimi quartarari di Riesi, in una foto degli anni 50
 

Tanto le abitazioni quanto le condizioni di vita di contadini e minatori erano praticamente uguali. Quella che originarono i massari, dunque, non era che un’inutile e assurda guerra o contrapposizione sociale tra poveri. Solo pochi massari rimasti possedevano una piccola e modesta casetta, composta da un vano terra con una o al massimo due piccole camerette a primo piano. In genere, infatti, tutti avevano un solo vano terra di pochi metri quadrati, detto casa terrana o dammuso, ad un tempo adibito a stanza da letto, stanza dei figli, cucina, bagno, magazzino, stalla, pollaio e conigliera.

Anche il tipo di alimentazione di questa povera gente fu assai similare e scadente. Esso si basava sull’eccessivo consumo di farinacei e di verdure selvatiche, quali cicoria, finucchieddi, mazzareddi e sinacciuli.

Sempre un’interminabile serie di pregiudizi spinse minatori e contadini a nutrire sentimenti di superiorità sociale nei confronti dei pastori e di molti altri poveretti della loro stessa tempra, specie nei confronti dei cosiddetti spicaluori. Quest’ultimi erano dei poveri lavoratori stagionali della Contea di Modica che raggiungevano Riesi nel periodo della mietitura, alla ricerca di un lavoro. Alcuni lo trovavano come mietitori, ma la maggior parte di loro come raccoglitori delle spighe di grano lasciate involontariamente per terra dai contadini durante la raccolta delle messi appena falciate (da qui, per l’appunto, l’appellativo di spicaluori. Trattatasi ovviamente di una delle più grosse contraddizioni dei riesini, specie se si pensa che, anche loro, come gli spicaluori, erano figli o nipoti di poverissimi immigrati.

 

La Chiesa di San Giuseppe con la sua famosa scalinata. Fu fatta costruire dal dott. Rocco Correnti nel 1836 e fu donata al Clero cattolico subito dopo la fine dei lavori. L’allora parroco di Riesi Gaetano D’Antona, in segno di ossequio e di ringraziamento all’iniziativa del notabile, modificò l’itinerario della processione serale del Venerdì Santo. Fece piantare una Croce su una collinetta poco distante dalla Chiesa di San Giuseppe e ordinò che, da quel momento in avanti, la processione della Scinnenza (quella che vede condurre l’Urna con la statua del Cristo morto e i simulacri della Madonna Addolorata, della Veronica e dell’apostolo Giovanni nel Santuario del SS. Crocifisso) iniziasse da lì e non più dal Canale, in modo tale da poterla fare sfilare davanti alla suddetta Chiesa, alla vicina abitazione del Correnti e per tutto il Corso di fronte alla Chiesa della Matrice

 

La pace e la prosperità furono scosse dalle epidemie coleriche del 1837 e del 1854. In entrambe le circostanze, come tutti i Comuni colerosi dell’entroterra siciliano, Riesi fu isolata da un cordone sanitario che, suo malgrado, causò il taglio dei rifornimenti alimentari. Ciò significa che, per tutta la durata delle epidemie, buona parte del popolo riesino fu costretta a vivere di stenti o dandosi ai furti.

La fine del regime borbonico (1 860) non segnò la rottura dei vecchi rapporti di forza tra possidenti, Clero e malavitosi. Ecco perché Riesi continuò ad esse re amministrata da elementi del partito clericale, cioè da autentici simpatizzanti del regime borbonico appena abbattuto. Nel 1 865, comunque, si ebbe la svolta.

Nel 1876 i conservatori vinsero le elezioni amministrative e videro nomina re sindaco un nipote del parroco, l’avvocato Pietro D’Antona. Il prestigio e la reputazione della famiglia D’Antona furono, comunque, accresciuti da un altro nipote del parroco, nominato Senatore del Regno d’italia, per grandi meriti professionali.

Oltre ai contadini e agli zolfatai, un valido contributo all’economia del paese lo diedero i quartarari, cioè coloro che lavorarono la creta estratta ai piedi del Monte Veronica, per la realizzazione di manufatti, vasi e tegole.

La presenza protestante si rivelò considerevole ed efficace. L’Evangelismo, accanto ad una nuova visione del Cristianesimo, ebbe il merito di fornire gli strumenti etici indispensabili e necessari al processo di rinascita sociale, colmando il vuoto morale lasciato dalle istituzioni e dal movimento contadino-zolfataio.

Nel 1885 la Diocesi di Caltagirone fu divisa in due. Nacque la Diocesi di Piazza Armerina. Data la vicinanza geografica, il Clero di Riesi passò sotto la giurisdizione di quest’ultima. Fu in questo periodo che il Vescovo di Piazza Armerina, Gerbino, stabilì di modificare il sostantivo da sempre utilizzato per indicare gli abitanti di Riesi da rijsano in riesino, considerando il primo termine una sorta di spregiativo.

 

Il sindaco liberale Giuseppe Jannì, famoso per avere inventato il citrato cristallizzato. Questi, grazie alla varie opere che deliberò nel 1866 (costruzione della Casa Municipale sull’area dove sorgeva la vecchia Chiesa del Rosario, realizzazione dello stradale Riesi-Sommatino e lastricazione del corso Vittorio Emanuele Il) e al grande contributo dato nella qualità di farmacista durante la nuova epidemia colerica del  1867, si creò un notevole prestigio in netta contrapposizione a quello del capo del partito clerical-borbonico, il parroco D’Antona. Jannì tentò di rafforzare il ruolo e la centralità del proprio partito in vari modi. Nell’autunno del 1871 promosse e sostenne la venuta dei protestanti Valdesi e nel 1873 tentò, in nome del Comune, una causa contro la Baronia, a proposito della famosa questione degli usi civici. Nel primo caso, riscosse i consensi di notabili e popolari; nel secondo, invece, ebbe la peggio. Non a caso, fu addirittura arrestato e condannato per abuso di potere. La Corte di Cassazione di Roma, comunque, lo prosciolse dall’infamante accusa

 

Augusto Malan, il primo pastore valdese che predicò a Riesi, nella sconsacrata Chiesa di San Giuseppe, il 31 ottobre 1871. NeI fare scassinare il portone della Chiesa e nel metterla a disposizione del Malan, il sindaco Jannì commise certamente una violazione. Il Comune non possedeva alcun titolo di proprietà della Chiesa. Probabilmente il sindaco pensava che i preti non ne fossero più interessati, dato che era stata sconsacrata e non vi si pratica vano più culti dal 1860, cioè da quando la Chiesa era stata occupata dalle truppe italiane e garibaldine, per essere provvisoriamente trasformata in caserma militare

 

Monumento bronzeo in onore del Senatore Antonino D’Antona, collocato nell’omonima Piazza, davanti l’ex Palazzo del fratello, oggi completamente ristrutturato e abitato dalla famiglia Rindone. Visse ed operò per buona parte della sua vita a Napoli, dove esercitò autorevolmente la professione medica ed entrò in stretti rapporti d’amicizia con alcuni autorevoli scienziati dell’Italia del tempo

 

La Chiesa Evangelico-Valdese di Riesi, in Via Faraci. Fu inaugurata il 5 luglio 1898. Il Tempio, situato esattamente su buona metà del!’ex Palazzo Faraci, presenta tutte le caratteristiche di stile neogotico, peculiari alla tradizione protestante nordeuropea. La facciata della Chiesa ha quattro lesene. Quelle laterali concludono in due cuspidi rivolte verso l’alto. Le centrali, invece, sono ravvicinate ed inquadrano il portone. Quest’ultimo è sormontato da un arco a tutto sesto e da una cornice triangolare a cuspide

 

Il 1900

Nel 1913, con l’entrata in vigore della nuova legge sul suffragio amministrativo universale concesso a tutti i cittadini maschi, i partiti popolari ripresero quota, avviandosi a conquistare la guida dell’Amministrazione Comunale. Le consultazioni del 1914, infatti, furono favorevoli ai progressisti, guidati da Gaetano Pasqualino. A favorire questa vittoria, comunque, contribuì anche l’alleanza tra il partito dei Pasqualino e quello del socialista rivoluzionario Giuseppe Butera.

Le tensioni e i malumori popolari sfociarono nei tumulti e disordini del 28 luglio 1914, quando Butera ed un folto gruppo di socialisti armati si posero alla testa di una violenta rivolta contadino-zolfataia. L’anarchia totale costrinse le forze dell’ordine in minoranza alla ritirata, Il paese rimase nelle mani degli insorti tutta la notte. Le forze di Pubblica Sicurezza, infatti, sull’albeggiare, ripresero il controllo della situazione.

Su questo tragico capitolo di storia locale i giornali del tempo ne scrissero di tutti i colori. I riesini, ancora una volta, furono presentati come i soliti violenti e risso si, mentre Riesi vide accrescere la triste notorietà di paese mafioso. Solo la stampa socialista non riportò l’evento con gli stessi toni infamanti.

 

Gaetano Pasqualino (1847- 1931), nipote del famoso Deputato Pasqualino Rosario Vassallo. Fu il principale protagonista della vita politica riesina di fine Ottocento e degli inizi del Novecento. Fu anche l’autore della celebre opera Il diritto nella storia, con la quale rivendicò contro i principi Pignatelli i diritti d’uso civico a favore della popolazione di Riesi

Il socialista rivoluzionario Giuseppe Butera (1890-1924). Dopo avere favorito l’elezione del Pasqualino, cominciò ad attaccarlo per la sua troppa moderazione. La sua formazione marxista lo spinse a ritenere il sindaco Pasqualino una persona inadeguata a risolvere le problematiche dei contadini e degli zolfatai

 

Durante gli anni della prima guerra mondiale, Riesi attraversò momenti di dura crisi, che causarono forti diminuzioni dei generi alimentari di prima necessità. Da tutto ciò, come acca de in tutte le tragiche circo stanze, ne trassero beneficio usurai e approfittatori vari. In quegli stessi anni, s’accrebbero anche il fenomeno del banditismo e quello mafioso. La guerra, infatti, indusse nume rosi poveracci a darsi alla macchia e a procurarsi da vivere illegalmente. Fu in questo periodo che si distinse la famigerata banda di Tofalo, Carlino e Grillo.

Nell’immediato dopoguerra, la vita paesana fu sconvolta dall’epidemia della spagnola e da nuove agitazioni contadino-zolfataie. Il più imponente sciopero del primo periodo postbellico fu quello dell’8 ottobre 1919, conclusosi dolorosa mente come quello del 1914. La mattina dell’8 ottobre 1919 contadini e zolfatai, armati di semplici attrezzi lavorativi, occuparono i feudi incolti di alcuni notabili. Successivamente si trasferirono in Piazza Garibaldi, dove inscenarono una manifestazione non autorizzata. Nel corso di questa, nonostante le mille precauzioni della vigilia, esplosero violenti disordini e incidenti che causarono la morte e il ferimento di molti manifestanti e di qualche poliziotto. Lo scompiglio generale fu cagionato dalla presenza di una minacciosa mitragliatrice, che le forze dell’ordine avevano posizionato nei pressi della Piazza, allo scopo di intimidire i manifestanti. La micidiale arma, però, finì con l’essere realmente adoperata contro gli scioperanti.

Durante il ventennio fascista le sorti del paese furono simili a quelle di tante altre aree dell’Italia meridionale. Continuò un certo atteggiamento di conservatorismo, che rese stabili e irrisolte le gravi problematiche del mondo contadino-zolfataio.

 

Il brigante Francesco Carlino. Fu uno dei più pericolosi criminali riesini degli inizi del Novecento. Per questa ragione, fu seriamente temuto anche dalla stessa mafia. Per sgominare la sua banda, neI 1916, fu inviato in missione speciale uno dei più autorevoli funzionari di Pubblica Sicurezza, Cesare Mori

Alcuni tra i principali titoli antisocialisti sulla rivolta anarco-contadina del 28 luglio 1914

 

Nel 1941 giunsero in paese i Padri Salesiani. L’indifferenza spirituale delle masse e l’autorevole influenza esercitata su di esse dalle due confessioni protestanti presenti in paese (Valdese e Pentecostale) inizialmente apparvero come difficoltà insuperabili. Le vicissitudini, tuttavia, non scoraggiarono quei primi Salesiani: don Crispino Guerra, don Paolo Giacomuzzi, don Ettore Carnevale e il signor Luigi Guaschino.

I favorevoli risultati spinsero i Padri Salesiani a dare vita ad una serie di iniziative sociali, culminate nell’apertura di un Oratorio Salesiano e nell’istituzione di una Scuola Media con Ginnasio. Per queste ed altre iniziative, rispetto ai preti dei decenni precedenti, i Salesiani furono percepiti positivamente dalla maggioranza della popolazione riesina. Tra quei primi Padri Salesiani, la gente ricorda con grande commozione la figura di don Paolo Giacomuzzi. Fu l’unico che visse ed operò in paese sino alla morte, tant’è che le sue ossa riposano nel cimitero di Riesi. Oggi una graziosa piazza, sita in viale della Regione Siciliana, porta il suo nome, che, quasi in ossequio allo spirito salesiano, è il ritrovo di tanti giovani riesini, soliti ad etichettare tale luogo come la Villa.

 
Titoli dei principali quotidiani siciliani sulla rivolta contadina dell'8 ottobre 1919
 

Alla fine del settembre 1943, quando gli Alleati passarono lo stretto di Messina, per spostare le operazioni militari sul continente italiano, in Sicilia il secondo conflitto mondiale praticamente finiva. Cominciava, però, un tremendo dopoguerra, tutto pieno di gravi angosce e logorii. Questa situazione contribuì a far precipitare in un tremendo impasse anche l’ordine pubblico. A Riesi, come su tutta l’isola, furti e omicidi si moltiplicarono vistosamente e ricomparvero tanto il fenomeno del banditismo quanto quello del contrabbando o borsa nera, volgarmente noto come ‘ntrallazzu. Piazza Garibaldi divenne il luogo più favorevole ad approfittatori e usurai. Anche la mafia, avvalendosi delle coperture degli Alleati, s’infiltrò nei punti cardini della società, da dove riuscì a controlla re il movimento delle merci e dei mezzi di trasporto.

 

I primi Padri Salesiani arrivati a Riesi fotografati davanti   al portone centrale della Chiesa della Matrice

I Quattro Canti e Corso Vittorio Emanuele II, con vista della Chiesa di San Giuseppe, in cartolina dei primi del Novecento

 

Alla fine della guerra e alla vigilia delle prime elezioni amministrative, in Piazza Garibaldi si verificò l’ennesimo grave fatto di cronaca. Il 1 7 marzo 1946, mentre erano in corso le prime elezioni amministrative del dopoguerra, alcuni politicanti conservatori invasero, saccheggiarono e distrussero le sedi dei seggi. Consapevoli della sconfitta, col loro illegale e violento gesto puntarono a fare invalidare le elezioni, nella speranza di potere ribaltare gli esiti con eventuali consultazioni suppletive. Quest’episodio, in paese noto come la rottura delle urne, originò una serie di violenti scontri che culminarono in Piazza, con l’uccisione di Pippo Lo Grasso.

I responsi elettorali del 13 ottobre 1946 furono nuovamente favorevoli alle forze progressiste, ora coalizzate nella lista Blocco del Popolo. Questi consentirono al comunista Antonio Di Legami di diventare sindaco.

Piazza Garibaldi fu lo scenario di altri duri scioperi negli anni successivi. Tra il 1946 e il 1956 ripresero in grande stile le manifestazioni degli zolfatai e dei contadini, per via delle gravi crisi minerarie e del modo con cui fu risolta la famosa questione agraria, cioè con una Riforma che non accontentò a dovere le aspettative di tutti.

 
Corpo bandistico musicale e fascisti vari, in una foto degli anni 30, scattata davanti ai locali del fascio
 

La chiusura delle zolfare, con la conseguente crisi occupazionale, contribuì ad acuire le questioni, inducendo vari riesini ad emigrare, dapprima verso l’estero e, successivamente, in direzione del nord Italia. Da quel momento in avanti, gli unici settori trainanti rimasero l’edilizia e l’artigianato. Anche queste attività, comunque, erano destinate a tramontare, originando quella serie di malcontenti e agitazioni, che segnarono il volto del paese sino alla fine degli anni Settanta. A queste vicissitudini fece eco la cronaca nera. La mafia, infatti, si rafforzò di più e un gran numero di omicidi insoluti contrassegnò la vita del paese.

Tra le poche iniziative positive di quegli anni si distinse quella del pastore valdese Tullo Vinay. Questi, su una collinetta poco distante dalla periferia del paese, diede vita ad una serie di infrastrutture. Nell’oasi denominata Monte degli Ulivi, fece realizzare un asilo, una scuola per apprendisti meccanici, un centro agricolo, una biblioteca, una sala per conferenze, due case comunitarie e tante altre piccole e interessanti iniziative.

Anche i Padri Salesiani si adoperarono per apportare dei validi contributi. La loro più imponente realizzazione fu la della Casa di Riposo per Anziani Papa Giovanni XXIII.

Le tecniche produttive e innovative che avevano rivoluzionato le società e le economie di molti piccoli e medi paesi dell’Italia centrale e settentrionale rimanevano sconosciute anche nella Riesi dell’ultimo trentennio del Novecento.

 
Manifestazione contadina, in una foto degli anni 40
 
Manifestazione contadina, in una foto degli anni 40
 
Ancora un altro momento di lotte contadine. Scioperanti adunati dal sindacalista Gaspare Abbisso, davanti ai locali della CGIL, in una foto degli anni 50
 

I ceti medi snobbavano le varie attività imprenditoriali e continuavano a considerare la vecchia agricoltura, tra l’altro ancora praticata con tecniche e metodi che poco produttive, e le attività artigianali delle valide e insostituibili forme produttive. Alle attività imprenditoriali, infatti, la borghesia preferiva gli impieghi nella macchina burocratica comunale, provinciale, regionale e statale e le laute e cospicue integrazioni economiche per gli ettari di terra mal coltivati.

Oggi i piccoli e i medi contadini hanno fortunatamente mutato il loro modo di pensare. Le antiche colture estensive del grano e delle fave in larga parte hanno ceduto il passo a quelle del mandorlo, dell’olivo, della vite e del pesco, nonché a colture intensive varie. Le cose, dunque, sembra che stiano cambiando positivamente. Una nuova generazione di imprenditori e di piccoli e medi artigiani sta, infatti, modificando le sorti del paese. La strada che hanno intrapreso è certo lunga e difficile, ma non impossibile da percorrere. L’importante è che essa sia stata imboccata. Sta ora alle istituzioni saper cogliere l’attimo, per imprimere quel rilancio socio-culturale che Riesi e il suo popolo attendono da più decenni.

 
Le Scuole Elementari San Domenico Savio, in una cartolina degli anni 60
 

Foto delle statue pasquali, protagoniste delle pro cessioni del Giovedì e Venerdì Santo. In alto, da sinistra, sono raffigurati i simulacri di l’Ecce Homo, dell’apostolo Giovanni, della Madonna Addolorata e della Veronica.

 
La Giunta o incontro la le statue degli apostoli Pietro e Paolo, davanti al portone della Chiesa Matrice nel giorno della Domenica di Pasqua. I due simulacri erano già stati portati in processione la settimana precedente nel giorno della Domenica delle Palme
 
La Giunta o incontro tra la statua del Cristo risorto  e quello della Madonna davanti al portone della Chiesa della Matrice, nel giorno della Domenica di Pasqua
 
La Chiesa Don Bosco

 
Piazza Crocifisso, in una cartolina degli anni 60
 
Monumento ai minatori all'entrata del paese. Scene di vita operaia. Le statue di bronzo sono state realizzate dal pittore/scultore riesino Onofrio La Leggia
 
Altra foto del monumento ai minatori
 
Monumento ai Caduti di tutte le Guerre. Opera bronzea del pittore/scultore riesino Onofrio La Leggia, collocata all'interno del Parco Urbano
 
Piazza Senatore D'Antona, in una foto degli anni 30
 
Piazza Municipio, in una cartolina degli anni 60
 
Piazza Rosario Angelo Livatino
 
La popolare via Regina Elena, un tempo nota come la via di li cuniglia
 
La centralissima via Roma, fotografata da Piazza Municipio
 
Il Municipio, in una recente foto
 
L'ex Cinema Italia
 
I resti di un vecchio palazzo di via Mirisola
 
Un altro ex palazzo, all'inizio di via Cavour
 
Prospetto dell'ex Palazzo Inglese, in Corso Vittorio Emanuele II. Oggi abitato dalla famiglia Turco
 
Prospetto dell'ex Palazzo Bartoli, in corso Vittorio Emanuele II, oggi abitato dalla famiglia Pistone
 
Prospetto dell'ex palazzo Cappadonna in via Roma, oggi diviso da piu proprietà
 
Prospetto dell'ex Palazzo Bonanno, in via Roma
 
Prospetto dell'ex Palazzo Faraci, in via Capitano Faraci
 
Prospetto dell'ex Palazzo del Parroco D'Antona, all'angolo di via Principe Umberto e la via Capitano D'Antona, oggi abitato dalla famiglia Pistone
 
Prospetto del Palazzo Di Benedetto e del famoso arcu di mannarà, in corso Vittorio Emanuele II, a pochi metri di distanza dai Quattro Canti
 
L'ex Cinema Aurora, in una foto degli anni 60
 
Impianti sportivi comunali, in contrada Canale
 
Gli Uffici delle Poste e Telecomunicazioni, in questo stesso luogo nel corso dell'ottocento fu edificato il Carcere Mandamentale
 
Piazza Municipio in una recente foto
 
Prato con stemma del Comune e scritta "Riesi" all'entrata del paese
 
Stemma di Riesi, opera bronzea realizzata dal pittore/scultore riesino Onofrio La Leggia collocata davanti al Municipio
 

Agenda

NUMERI UTILI

• Municipio, via Roma (centralino) tel. 0934923111;

• Biblioteca Comunale, via Roma tel. 0934922031;

• Polizia Municipale, via Trapani tel. 0934923128;

• Carabinieri, viale L. Einaudi tel. 0934921411;

• Ufficio del Giudice di Pace, viale Europa, tel. 0934928993

• Servizio Cristiano, via Monte degli Ulivi, 6, tel. 0934928123

• Oratorio Salesiano, piazza Garibaldi, tel. 0934928329

• Consultorio Familiare, via I° Maggio, 87, tel. 0934920073

• Guardia Medica, tel. 0934928184;

• Medicina di Base, tel. 0934928114;

• Farmacia Brancato, viale don Bosco 18 tel. 0934928474;

• Farmacia Puzzo, via V. Veneto 245 tel. 0934928146;

• Farmacia Verso, via Umberto tel. 0934928147;

• Poste Italiane, via Imbriani tel. 0934923011;

• Banca Intesa, via Rossini 3 tel. 0934928134;

• Banca di Credito Cooperativo del Nisseno, via V. Emanuele 13/15 tel 0934922027;

• Banca Monte dei Paschi di Siena, Piazza Garibaldi, 5 - tel. 0934921068

• Banca Popolare di Lodi, Via Pasqualino, i - tel. 0934922242

• Banco di Sicilia, Via Capitano Faraci tel. 0934921307

 COME ARRIVARE A RIESI

Da Palermo

Percorrere l’A19 in direzione Catania, uscire al bivio per Caltanissetta e poi imboccare la S.S. Caltanissetta-Gela

Da Catania

Percorrere l’A19 in direzione Palermo, uscire al bivio per Caltanissetta e poi imboccare la S.S. Caltanissetta-Gela

Da Caltanissetta

Percorrere la S.S. Caltanissetta-Gela in direzione Gela e uscire al bivio di Judeca

Da Caltagirone

Percorrere la SS. Catania-Gela in direzione Gela e uscire al bivio per Mazzarino

 PRODOTTI TIPICI LOCALI

Grano duro, mandorle, olio d’oliva, pesche,vino, formaggio, ricotta, agnellini e capretti da latte, salsiccia di maiale, fichi

 MANIFESTAZIONI

Festa di San Giuseppe

19marzo (Tavulata) e ultima domenica di luglio (Processione)

Pasqua

Sacri Riti e Processioni della Settimana Santa

Festa Patronale della Madonna della Catena

seconda domenica di settembre

Sagra del Muffuletto

11 novembre

Natale

Presepe in Piazza Garibaldi, Vampe di Natale nei quartieri periferici e arrivo di ciaramiddara

 SPECIALITA’ GASTRONOMICHE

Tagliarina con riso e legumi, maccarruna alla carrittiera, cuccia, frittata di finocchi selvatici, frittata di fave, insalata di arance, pane di S. Giuseppe, fuateddra, guasteddri, muffuletto, mastazzoli, gnucchitti, vurciddrata, torrone, cuddireddi spingi, stigliole, sangunazzu