Sezione: STORIA/ARTE/CULTURA/TRADIZIONI
 

1910 - 2010

 CENTENARIO DI FILIPPO SCROPPO

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ATTI E VIDEO DEL CONVEGNO PROMOSSO DALL’ARE

Il 15 novembre 2008 presso la Sala delle Colonne, Torino

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Raccolta a cura di Rosario Riggio

 

PUBBLICAZIONE ON LINE

 

Associazione Piacere Sicilia

 

www.riesi.com -Forum RiesiArt

Omaggio a F. Scroppo a cura di S. Vitale

 
 

Are - Associazione Riesini Emigranti – Piemonte

Patrocinio

 CONVEGNO

La figura intellettuale di Filippo Scroppo

Siciliano di Riesi, Pastore dell'Arte in Piemonte

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SABATO 15 NOVEMBRE 2008 ALLE ORE 15

Sala delle Colonne

Palazzo di Città via Milano, 1 Torino

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Forum: www.riesi.com -Galleria Virtuale RiesiArt,  -Volantino Informatico la Repubblica di Riesi

Per informazioni: – Rosario Riggio 389 11 83 150 –  E-mail are_are@libero.it

 

Indice Generale

 

 

Video della Conferenza

VIDEO AMATORIALE SUL CONVEGNO E  FOTO DI CARMELO LO BUE

TAVOLO DEL CONVEGNO

Salvatore Vitale, Erica Scroppo, Diego Novelli,  Giuseppe Riggio,  Maria Teresa Roberto, Francesco Salinas, Rosario Riggio

INTERVENTI

Giuseppe Riggio (Presidente dell'Are) -Saluto dell’Associazione.
Rosario Riggio (Moderatore) -Lettura lettera dell'Assessore alla Cultura del Comune di Torino, Fiorenzo Alfieri.
Francesco Salinas (Consigliere Comunale Torino) -Presentazione proposta per l'intitolazione di una strada a Filippo Scroppo.


Diego Novelli (ex Sindaco di Torino) – Filippo Scroppo, un uomo di sinistra.
Prof. Paolo Ricca (Pastore e teologo valdese) – Ricordi di un pittore e credente.
Prof. Giorgio Luzzi – L’amico Filippo Scroppo.


Erica Scroppo (Giornalista) -La figura del padre.
Prof. Giuseppe Veneziano (Esponente new pop italiana) – L’artista siciliano.
Prof.ssa Maria Teresa Roberto (Accademia di Belle Arti di Torino) -La Figura artistica di Filippo Scroppo.


Prof. Francesco Lo Grasso (in rappresentanza della Chiesa Valdese di Torino e Riesi) – Il riesino Filippo Scroppo.
Salvatore Vitale (Pittore) -“Intervista impossibile al Prof. Filippo Scroppo”.
Maurizia Manassero (Ass. alla Cultura Comune di Torre Pellice) – Progetti e proposte per il centenario.


Il Sindaco di Riesi Salvo Buttigè - Discorso sul concittadino Filippo Scroppo. Risposte e proposte.
I Consiglieri comunali Filippo Marino e Calogero Cutaia -In rappresentanza del Consiglio comunale di Riesi.

 

RAPPRESENTANZA ANPI -ASSOCIAZIONE NAZIONALE PARTIGIANI D’ITALIA
Gino Cattaneo (Pres. Provinciale Torino e Vice Presidente Nazionale)

 

 

 


Prima Parte

Premessa di Rosario Riggio

Richiesta di Francesco Salinas -Intitolazione, a Filippo Scroppo, di una via, di un giardino o di una piazza, nel Comune di Torino, con il profilo biografico della figlia Erica Scroppo

Articolo La Repubblica –Sicilia, del 20 agosto 2008, di Sergio Troisi

Lettera di Fiorella Imbergamo

Intervista impossibile di Salvatore Vitale a Filippo Scroppo

Lettera di Attilio Gerbino

Contributo di Ivana Mulatero -Filippo Scroppo. Un pittore che scrive


Materiale e organizzazione del Convegno

 

INVITI

Chiesa Valdese Torre Pellice

Chiesa Valdese Torino

Comune di Torre Pellice

Provincia di Torino

Regione Piemonte

Chiesa Valdese Riesi

Comune di Riesi

Provincia di Caltanissetta

Regione Sicilia

Anpi

L'Unità

ORGANIZZAZIONE DEL CONVEGNO

Rosario Riggio -Curatore del convegno

Francesco Salinas -Consigliere comunale, Torino

Erica Scroppo -Giornalista

Maria Teresa Roberto -Docente Accademia Albertina delle Belle Arti di Torino

Fiorella Imbergamo -Consigliera comunale, Torre Pellice

Attilio Gerbino -Docente Arte e Immagin

 

Premessa

FILIPPO SCROPPO TRA NATURA, PITTURA E SCRITTURA

Due paesaggi, quello collinare del centro-sud della Sicilia e quello alpino ad est del Piemonte, hanno attraversato la vita di Filippo Scroppo.

Due paesaggi, la cui natura esprime forme e colori diversi: dalle forme morbide e i colori cangianti delle colline del centro-sud della Sicilia, a quelle angolari dai colori più definiti di quello alpino ad est del Piemonte.

La natura, essendo casualità e coincidenza (preordinata?), crea attraverso i paesaggi forme morbide e geometriche e colori tra i più svariati: un intreccio di luce, vita, suolo, aria e acqua. La pittura imitando la natura, in modo consapevole, utilizza l’idea e l’applicazione per elaborare forme morbide e geometriche, con la pretesa di volergli far concorrenza.

Mentre la natura, attraverso il tempo, ci regala il paesaggio, la pittura, attraverso l’artificio, ci regala l’immagine di qualcosa di definito o indefinito. Sono concetti astratti: la natura, con le forme e i colori secondo l’ordine delle sue leggi, funzionali a se stessa, oggetto di continua ricerca; la pittura perché esprime sensazioni, emozioni, (…) non concretizzabili in qualcosa di veramente definito. Non a caso  le opere d’arte non trovano una definizione ultima, perché esprimono il conscio e l’inconscio dell’artista soggetto a continua critica e interpretazione.

Nelle opere di Filippo Scroppo troviamo forme morbide e colori cangianti, come il paesaggio, collinare del centro-sud della Sicilia; e forme angolari e colori più definiti come il paesaggio alpino ad est del Piemonte. Ma ciò che lo rende particolare nel panorama artistico del novecento è la capacità di critica e interpretazione. Non a caso dava importanza tanto al pennello quanto alla penna: “non si può essere ‘solo pittori, né essere pittori solo per abilità manuale” F.S..

Filippo Scroppo è una figura intellettuale che ha navigato il mare culturale del novecento senza trovare approdi oltre lo stretto. I cento anni dalla nascita -01/01/2010- si avvicinano e il ricordo non può essere una semplice cerimonia in quei luoghi dove il suo lavoro e impegno hanno lasciato traccia.

Le figure intellettuali concorrono a formare la cultura delle comunità e quella di Scroppo è stata per Torino, Torre Pellice e il Piemonte una pagina della loro storia. Altrettanto non si può dire per la sua terra di origine.

Conosciuto perlopiù dalla comunità valdese riesina, non ha mai trovato nel corso della sua attività, un Luogo, in quel di Riesi, per esprimere la sua arte. Così come non è stato mai cercato da quel Pubblico, spesso assente. Un tacito accordo!   

Il Centenario dell’intellettuale Filippo Scroppo deve diventare l’approdo oltre lo stretto, per arrivare in quelle colline del centro-sud della Sicilia che gli hanno dato i natali.

In questa terra di ferfidi ingegni dimenticati e trascurati -Riesi,  Filippo Scroppo non è sicuramente solo in questa avventura per la ricerca di quel Luogo e di quel Pubblico. Ieri come oggi l’artista riesino non trova l’approdo; e se l’emigrazione diventa necessaria anche per la crescita culturale dei singoli artisti, l’appropriazione Pubblica negli appositi Luoghi dovrebbe essere un’opportunità per la crescita (…) culturale della comunità. 

Rosario RIGGIO

 

Richiesta di Francesco Salinas

Intitolazione, a Filippo Scroppo, di una via, di un giardino o di una piazza, nel Comune di Torino, con il profilo biografico della figlia Erica Scroppo.

Al Presidente del Consiglio Comunale di Torino

Ai componenti della Commissione Toponomastica

Torino 10 settembre 2008

Oggetto: Richiesta di intitolazione di una via, di un giardino o di una piazza a Filippo Scroppo.

A trent’anni dall’avvio del processo contro le Brigate Rosse in Torino riteniamo che la città debba ricordare, attraverso l’intitolazione di una strada, la figura di artista, di uomo di cultura e di cittadino di Filippo Scroppo.

L’attività di Filippo Scroppo, siciliano di nascita, è legata in modo indissolubile alla Città di Torino, non solo per i frutti che la sua attività artistica e di insegnamento ha lasciato alla Città, per il suo ruolo di animatore culturale, per il suo impegno civile. Il legame con Torino è anche dato dal percorso individuale, spirituale e culturale di Scroppo, fortemente legato alla comunità valdese torinese e piemontese, un legame che ha segnato le tappe principali della sua vita.

Riteniamo che il ricordo ufficiale della Città di Torino della figura di Filippo Scroppo sia il modo più significativo per attualizzare il ricordo della sua grande lezione civile, per renderla ancor più un esempio per i cittadini torinesi di oggi e di domani.

Così la figlia di Filippo Scroppo, Erica Scroppo, ha riassunto il suo profilo biografico.

Filippo Scroppo nasce a Riesi (Caltanissetta) il 1 gennaio 1910, primo di nove fratelli. I genitori erano valdesi e la madre, come le sue cinque sorelle, era una colonna della Chiesa e delle Scuole valdesi di cui ancor oggi perfino le giovani generazioni hanno memoria. Fin da bambino rivela un precoce ingegno e una forte predisposizione verso ogni forma artistica. Portato per la musica, recita, scrive, disegna, dipinge, scolpisce e legge avidamente tutto quello che trova a casa sua e dalle varie zie. Decisiva è l’influenza nella sua formazione della figura di Arturo Mingardi, ex teologo cattolico modernista che, divenuto pastore valdese, scelse come primo incarico Riesi (1918-1930). Divenuto suo zio, adottò intellettualmente il giovane Filippo a cui diede a disposizione la sua vasta biblioteca e a cui trasmise la sua cultura e la sua passione per ogni tipo di sapere, musica inclusa. Lo preparò privatamente fino alla Maturità e funse da tramite tra il pittore in erba e l’affermato pittore e incisore Paolo Paschetto che incontrava regolarmente a Torre Pellice in occasione del Sinodo valdese. Paschetto ne vide alcuni disegni e tramite lo zio diede preziosi consigli al ragazzo che anche da adulto lo considerò sempre il suo vero maestro. Scroppo a parte questo insegnamento a distanza fu infatti del tutto autodidatta. All’inizio degli anni ’30 il servizio militare lo porta a Firenze e in Nord Africa. Soggiorna poi a Firenze, Roma e Milano, visitando tutti i musei e le gallerie esistenti. Ovunque vada si porta dietro colori e tavolozza e dipinge instancabilmente.

Nel 1933 fu inviato come delegato siciliano a un raduno di giovani evangelici nelle Valli Valdesi, dove si sentì nella Terra Promessa e nel 1934 si trasferì in Piemonte, dove visse sempre tra Torino e la Val Pellice. Per accontentare la famiglia a Torino si iscrisse all’Università (Facoltà di Lettere) dove strinse amicizie durate una vita come quella con Albino Galvano, filosofo, critico e pittore. Intreccia contatti con l’ambiente artistico e culturale torinese, la sua produzione pittorica si fa via via più matura e ne emerge un suo stile prettamente personale. Conclusa la laurea, Scroppo, che nei suoi giovani anni siciliani aveva fatto parte di gruppi di evangelizzazione, decide di iscriversi alla Facoltà valdese di Teologia, a Roma. Sempre in bilico tra la vocazione artistica e quella pastorale, deve però interrompere gli studi a causa della guerra che lo vede richiamato alle armi. Antifascista da sempre, sarà in contatto con la Resistenza in Piemonte e in Lombardia e diverrà membro del CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia).

Espone il primo quadro nel 1940 alla III Provinciale del Sindacato delle Belle Arti a Torino. Nel 1944 dipinge il drammatico Incendio in Val Pellice- Rappresaglia nazista che molti anni dopo gli varrà il Premio della Resistenza della Regione Piemonte che ne è ora proprietaria. Ma è nel dopoguerra che la sua arte sboccia in una produzione nuova e vastissima ed esplodono pure le sue mille attività di suscitatore di idee, di comunicatore, di organizzatore di cultura, in ogni direzione e campo possibile. Non solo mise in piedi il Sindacato Pittori e Scultori ma oltre a collaborare a riviste di cultura come Agorà e la Fiera Letteraria, scrisse sull’Unità nazionale e piemontese, dove per anni fu firma regolare nella famosa “Terza Pagina”, quella della cultura. Accanto a quelle di Cesare Pavese, Massimo Mila, Natalia Ginzburg, Raf Vallone… Nel fervore della rinata cultura libera, fuori Piemonte incontrò e divenne amico di Elio Vittorini e Vitaliano Brancati, come lui siciliani, e strinse un legame particolare, grazie alla pittura, con Mario Mafai (padre di Miriam) e Guttuso. Come se non bastasse fu candidato alle prime elezioni comunali di Torino nella lista social-comunista e fece la campagna in tandem con un timido giovane allora sconosciuto: Italo Calvino. Che Pavese gli aveva portato varie volte nello studio- entrambi silenziosissimi- e che gli aveva chiesto un giudizio sul manoscritto del suo primo romanzo. Il giudizio era stato entusiastico, il romanzo era Il Sentiero dei Nidi di Ragno. Nel 1947 riuscì pure a sposarsi, nel tempio valdese di Corso Vittorio Emanuele con una fanciulla conosciuta nel ’40, Lucia Gallo, insegnante, poetessa, scrittrice. Piemontese non conformista, appassionata di letteratura-soprattutto francese e inglese- ne divideva l’amore per l’arte e subì il fascino trasgressivo di questo protestante di Sicilia dagli occhi verde mare.

Nel ’47 la sua pittura si orienta verso forme decisamente astratte, ma l’anno cruciale è il 1948: Felice Casorati, nonostante le differenze stilistiche e tra la risentita sorpresa di molti suoi allievi “storici”, sceglie il prorompente outsider siciliano come proprio assistente all’Accademia delle Belle Arti. Con Casorati, Prampolini, Soldati, Menzio, Galvano, Mino Rosso e Cremona fonda l’Art Club di cui diviene segretario e di cui organizzerà la prima mostra nel Palazzo Carignano. Per le elezioni del 18 aprile Scroppo compone un suggestivo manifesto per il Fronte popolare che nonostante questo apporto artistico, perde. Viene poi invitato per la prima volta a partecipare alla Biennale di Venezia e, last, but not least, a dicembre gli nasce la prima figlia.

Da allora amicizie, legami, contatti, incontri, mostre in Italia e all’estero, premi sono incalcolabili. Nell’estate del 1949 risponde con entusiasmo alla richiesta del direttore del Collegio Valdese Attilio Jalla di organizzare nei suoi locali una mostra di Arte Contemporanea di tipo didattico divulgativo in concomitanza con il Sinodo per cui confluivano membri da tutti Italia e osservatori e delegati da varie parti d’Europa e del mondo. L’avanguardia artistica torinese accetta con entusiasmo: con Albino Galvano e il collezionista Leopoldo Bertolè nel Comitato artistico, Scroppo ne è il Segretario. Casorati inaugurò l’esposizione con una prolusione nell’Aula sinodale, vi furono concerti e dibattiti; la mostra che doveva essere una tantum fu la prima di una lunga serie di rassegne annuali di cui l’ultima ebbe luogo nel ’90. Questa sua nuova posizione gli dà, insieme alla critica d’arte che continua a esercitare, una collocazione unica e decisamente anomala nel mondo dell’arte. Artista egli stesso invita e presenta pittori e scultori con cui a volte dissente in teoria, da artista, ma che nondimeno da critico e operatore culturale giudica rappresentativi e importanti ai fini di una corretta rappresentazione dell’Arte moderna e contemporanea.

Oltre a coprire la scena torinese (sempre presenti Carol Rama, Paola Levi Montalcini, Mastroianni, Menzio, Spazzapan, Gallizio, Carlo Levi…), la mostra si allarga al campo nazionale e internazionale presentando sia artisti conosciuti e affermati, sia le novità del momento ogni dove. I contatti sono quindi con artisti e gallerie in Italia, Europa, America e anno dopo anno saranno individuate le novità in atto: se le prime esposizioni presentavano accanto a Carrà, Morandi, Campigli, De Chirico, i “fratelli maggiori” stranieri Matisse, Picasso, Braque Chagall, presto il pubblico spesso scandalizzato si trovò davanti a Fontana, Christo, Pistoletto, Burri, Munari, Dorazio, Merz, Dorfles, Gribaudo, Nespolo, Schifano…E grazie anche alla Biennale del Disegno per i giovani fino ai 35 anni furono promossi artisti come Giuliano, Gorza, Griffa, Gastini, Giulio Paolini, Ruggeri.

Intanto Filippo Scroppo proseguiva nel suo cammino e nella sua ricerca personale: nel ’52 con Galvano Parisot e Biglione fonda la sezione torinese del MAC (Movimento Arte Concreta) e in quell’anno è di nuovo invitato alla Biennale con cinque opere. Vi ritornerà altre due volte. Poi a partire dal ’57 elabora uno stile tutto suo- le tipiche “arborescenze” informali con cui ancora una volta nel 1962 presenterà, nuovamente alla Biennale veneziana una produzione tutta nuova.

Dal 1971 un’ultima felice svolta: l’adozione dell’aerografo per produrre le eteree luminose forme del periodo che qualcuno ha chiamato spaziale e che per la prima volta sono presentate nella Galleria 3A di Torino nel 1974.

Ha partecipato a varie edizioni della Quadriennale romana e della Quadriennale torinese, alle rassegne del Piemonte artistico e culturale, con collettive nei principali centri artistici europei in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Danimarca e Scandinavia, Principato di Monaco, Polonia, S Marino e in Sud Africa e Australia.

Di notevole importanza: Nel 1982 Generazione anni 10 a Rieti e nel 1983 la mostra bolognese: l’informale in Italia e Autoritratti del ‘900 per gli Uffizi di Firenze.

Personali di rilievo: Torino (La Bussola, Piemonte artistico e culturale, 3/A) Milano (le Ore), Asti, Roma, Pavia, Bologna, Palermo, Neuchatel, Ginevra, Torre Pellice (ediz 77, 78, 79, 84), La Spezia, Washington.

Personali antologiche: a cura della regione Piemonte: 1979, 1985.

Postuma: Accademia Albertina 2004-2005

Sue opere figurano, oltre che in innumerevoli collezioni private e pubbliche, tra cui quella della Regione Piemonte, in vari musei e gallerie d’arte moderna tra cui quelle di Helsinki, Neuchatel, Roma, Torino, La Spezia, Livorno, Arezzo, Modena, Torre Pellice, Bologna, Pisa, Washington.

Ben due suoi autoritratti (1938, 1943) figurano nel Corridoio Vasariano che ospita la collezione “Maestri del ‘900” negli Uffizi di Firenze.

Ha insegnato all’Accademia delle Belle Arti di Torino dal 1948 al 1980

Scuola di pittura: dal 1955, prima nello studio “storico” di corso S Maurizio 19, fino alla sua demolizione, poi nei locali sovrastanti la chiesa greco-ortodossa di via Giolitti- piazza Cavour 14 e infine a casa propria in via della Rocca 22, fino ai primi anni ‘80 ha tenuto una scuola privata che ha generato una folta schiera di ammiratori e seguaci e una serie non indifferente di artisti, da Griffa a Maggia a Scanu a Politano… Ancor oggi “gli allievi di Scroppo” sono un gruppo affiatato, unito dai ricordi e molto affezionato, artisticamente come umanamente, al rimpianto Maestro.

Tra i numerosi critici e scrittori che si sono occupati di lui si contano: Prampolini, Galvano, Carluccio, Guasco, Bernardi, Dragone, De Micheli, Valsecchi, Arcangeli, Du Montel, Dorfles, Sauvage, De Grada, Calvino, Argan, Mila, Sanguineti, Lepore, Ragghianti, Passoni, Brizio, Chiapatti, Bandini, Rosci, Romano, P Levi, Mantovani, Mulatero, Roberto, Fossati, Cabutti, Caramel, Pistoi.

Per questi motivi chiediamo che il Consiglio Comunale di Torino intitoli una via, un giardino o una piazza a Filippo Scroppo. Un'indicazione preferenziale potrebbe essere l’intitolazione a Scroppo di un tratto di via San Pio V, che delimita l’isolato della Chiesa Valdese nel quartiere di San Salvario. In via subordinata, potrebbe essere oggetto di intitolazione un giardino, nel quale potrebbero essere installate alcune opere dell’artista.

Francesco SALINAS

Consigliere comunale del Comune di Torino

 

Articolo "La Repubblica"  di Sergio Troisi

ARTICOLO LA REPUBBLICA –SICILIA, 20 AGOSTO 2008, DI SERGIO TROISI

Filippo Scroppo, il pittore di Riesi che si paragonò a Van Gogh

IL VALDESE IN BILICO TRA ARTE E RELIGIONE

 Nella grande diaspora siciliana che percorre il Novecento, il caso di Filippo Scroppo presenta caratteri affatto singolari. Nato nel 1910 a Riesi, nel cuore dell'isola bucherellata dalle gallerie delle zolfatare, in una comunità valdese talmente numerosa nella cittadina da preoccupare la curia nissena, trasferitosi a Torino nel 1934, Scroppo fu a lungo indeciso tra la vocazione artistica e quella religiosa, al punto da potere azzardare, ormai verso la fine della vita nel 1989 (morirà nel 1993), un parallelo tra se stesso e Van Gogh: un rispecchiamento subito revocato dall'autoironia, e nutrito soltanto delle assonanze tra la comune formazione esistenziale a contatto con la dura vita dei contadini e dei minatori e l' esitare di fronte al bivio tra pittura e missione pastorale. Anche se, volendo poi proseguire il gioco delle affinità (questa volta per smentirle), difficilmente si potrebbe trovare una maniera più distante dalla figuratività ansiosa ed emozionata rispetto al mondo del grande olandese della geometria aniconica e dalla astrazione segnica che attraversano la maggior parte della produzione di Scroppo: senz'altro la più interessante e matura dopo gli esordi figurativi della fine degli anni Trenta, con soggetti di un realismo dalla stesura pastosa e dai soggetti inclini alla testimonianza sociale. Strana presenza, quella di Scroppo nella Torino del dopoguerra, dove conosce e diventa assistente di un maestro del Novecento - nonché mentore di una intera generazione di artisti della città piemontese - quale Felice Casorati; o quantomeno esemplare di una dialettica non convenzionale, se è vero che nella sua persona si sommano tre differenti identità minoritarie e urticanti, meridionale, valdese e comunista. Una posizione, quest'ultima, maturata già alla fine dei Trenta e siglata dai Quaranta dalla collaborazione a "L' Unità" in qualità di commentatore d' arte, in un intreccio tra l' attività di pittore e quella di critico (e subito dopo di docente e di organizzatore) che ne segnerà, da queste date in avanti, il profilo intellettuale. Un aspetto, quindi, tutt'altro che accessorio: quello che infatti preme a Scroppo non è l' agone delle polemiche che dividono in particolare dal ' 48 e per gran parte degli anni Cinquanta la geografia dell'arte italiana, quanto semmai la capacità dei linguaggi artistici di farsi strumento di comunità, sedimento morale, utopia e progetto. Si spiega così - lui comunista, indipendente rispetto alla scomunica togliattiana - l' approdo alla astrazione geometrica, proprio a partire da quel 1948 in cui diviene netta la contrapposizione tra figurativi e astrattisti: una pittura di incastri piani, di ritagliati profili curvilinei e di superfici di colore privi di ombre e modulazioni, dove all' inizio soltanto i titoli ("Paese", "Tende e neve") lascia sopravvivere una filigrana di riferimenti iconici, presto abbandonati in favore di indicazioni che esaltano invece l' autonomia della costruzione formale ("Forme ascendenti", "Composizione", "Elementi ritmati"). è questo il secondo periodo della produzione di Scroppo, con l' adesione al Mac - Movimento arte concreta, Dorfles e Munari tra i suoi esponenti più prestigiosi - che tentava di riannodare le fila del dibattito artistico in Italia alle tendenze del costruttivismo europeo e alla relazione moderna tra arte e tecnologie, anche se per il pittore siciliano questo aspetto di una pedagogia dell' arte va inteso piuttosto alla luce della fede evangelica e della sua tradizione aniconica che del rapporto con l' universo industriale, centrale invece per i suoi compagni di viaggio. Questa fase della pittura di Scroppo giunge sino alla metà degli anni Cinquanta, e ne accompagna l' affermazione con la partecipazione alle Biennali di Venezia e alle Quadriennali di Roma, l' attività di docente presso l' Accademia Albertina e quella di organizzatore culturale nelle mostre promosse, a partire dal ' 49, nell' enclave valdese di Torre Pellice dove vengono chiamati a esporre buona parte degli artisti più rappresentativi del panorama dei decenni del dopoguerra nella volontà di ricondurre le diverse opzioni formali al vaglio di un dialogo rigoroso e severo. Il terzo il colore si addensa nuovamente, i segni acquistano una nervosa tensione gestuale, la stesura procede per sgranature materiche, e dai titoli emerge a tratti ("Arborescenze sul giallo", "Verso il Mugello") quella relazione con il paesaggio che un critico come Francesco Arcangeli ribattezzò, riconoscendola propria della situazione informale italiana, come "ultimo naturalismo"; ed è possibile che in queste opere (un nutrito gruppo di questi dipinti fu presentato alla Biennale del ' 62) riaffiorassero, accanto alle suggestioni del paesaggio piemontese, quelle siciliane, in certi torni riarsi, bruciati e incupiti propri delle valli e delle alture vicino Riesi, dove del resto Scroppo tornava regolarmente ma non di frequente, mantenendo, con la Sicilia, una distanza colmata in parte forse solo negli ultimi anni, quando scrisse delle cittadina natale - ricordandone le lande pietrose, le stoppie, le mulattiere polverose - per il periodico "L' Eco delle Valli" ribadendo la centralità, nella sua memoria, della locale chiesa valdese. L' uso dell'aerografo, che caratterizza la sua ultima e più diradata stagione a partire dall'inizio dei Settanta, conferma al fondo l' indissolubilità dell'esperienza religiosa dalla immaginazione artistica: nelle luminescenze di colore quasi monocromo - azzurri, bianchi, rossi - che deflagrano dal fondo scuro simili a costellazioni, i titoli ("Evocazione", "Cataclisma") dicono ancora una volta l' interiorizzazione della soglia del sacro, declinata adesso in una prospettiva escatologica, d' attesa, dipanando il lungo filo delle parole del Libro incorniciate da pochi segni appese nelle povere mura delle case di Riesi contemplate durante l' infanzia.

Sergio TROISI

 

Lettera di Fiorella Imbergamo

DA RIESI A TORRE PELLICE. UN FILO MAI SPEZZATO

Non ricordo di aver incontrato, io giovane, “il cugino” Filippo, neanche in occasione degli affollatissimi pranzi estivi che annualmente, quando si andava a trascorrere l’estate a Riesi, si organizzavano nella casa di mia nonna o nella casa paterna di Filippo, in occasione dell’arrivo di un parente, spesso un fratello o una sorella della numerosa famiglia Scroppo.

Di lui però avevo sentito parlare durante la mia infanzia e prima giovinezza a casa di mia nonna, dove c’erano tracce delle sue pitture giovanili: un putto che suona la cetra, composizioni di fiori con versetti biblici, qualche scena campestre, soggetti prevalentemente religiosi ma coerenti con l’educazione valdese contraria  a rappresentare il sacro con immagini.

Crescendo nasceva la curiosità e l’interesse di sapere intorno a questo cugino primo di mia madre che da giovane si era trasferito in Piemonte e che, assistente di Casorati nel dopoguerra, era un pittore affermato.

Ho incontrato di persona Filippo Scroppo solo da adulta nell’agosto del 1984, quando andai a trovarlo presso il Collegio valdese di Torre Pellice, dove era allestita la 34° mostra d’Arte Contemporanea, una mostra antologica che esponeva i dipinti di molti anni del suo lavoro di artista.

Fu simpatia, a prima vista e, mentre accompagnava me e mio marito in visita alla mostra, chiedeva di parenti e amici ma soprattutto raccontava. Raccontava della Riesi della sua infanzia e giovinezza, della dura vita dei contadini, dei Riesini costretti ad emigrare per guadagnarsi il pane, delle morti tragicamente frequenti nelle miniere di zolfo, degli allegri carusi che crescevano nelle strade assolate. E dalle parole dette e non dette, in sintonia con i colori dei quadri appesi alle pareti, affioravano immagini di gialli campi di stoppia, macchiettati qua e là da ulivi secolari, di filari di fichidindia, di verdi pampini di vite.

Fu poi in occasione di altre visite presso la sua casa e nello studio di Torre Pellice, dove di tanto in tanto passavamo a salutarlo, che continuammo il dialogo ormai intrapreso.

Condivisi con lui i sentimenti di chi valdese della diaspora desiderava conoscere i luoghi che testimoniavano le vicende del popolo valdese, per secoli braccato e perseguitato. Quei luoghi, così diversi dalla nostra terra di origine, eppure così familiari per averne tanto letto e sentito raccontare.

Talvolta mi chiedo quanto abbia contato nel mio trasferimento a Torre Pellice la stretta sintonia che, durante quei anch’essa della storia religiosa dell’Europa moderna. Una cittadina della provincia ma non “provinciale”, dalla vita culturale varia e vivace che certo Filippo Scroppo ha contributo a far crescere organizzando la Mostra d’Arte contemporanea, l’Autunno pittorico, la Biennale del disegno, e creando i presupposti, con tenace costanza, perché in Torre sorgesse la Civica Galleria d’Arte Contemporanea alla cui inaugurazione nel 1994, purtroppo, non ebbe la gioia di partecipare ma che oggi porta il suo nome!

È certo però che dai discorsi che andavamo facendo in quegli incontri, non numerosi ma per me intensi, emergevano la modestia e la generosità della persona, e quel filo mai spezzato che univa la Sicilia al Piemonte, la sua Riesi alla sua Torre Pellice, da lui dipanato lungo la strada nella quale si era incamminato ventenne alla ricerca della sua vera dimensione di vita.

Adesso, nell’approssimarsi del centenario della nascita di Filippo Scroppo, Torre Pellice e la città di Torino si avviano a celebrare l’evento con iniziative che esprimano la meritata riconoscenza ad un artista venuto dal Sud, che si è inserito con immediata spontaneità nell’ambiente umano e artistico piemontese, che si è fatto promotore di cultura e ha lasciato segni che sono ormai parte della storia culturale del territorio. C’è da augurarsi che anche Riesi e la provincia di Caltanissetta si adoperino affinché nei luoghi di origine sia dato il giusto riconoscimento ad un artista che ha contribuito a nobilitare la città natale e la Sicilia tutta.

G. Fiorella IMBERGAMO

Consigliera comunale del Comune di Torre Pellice

 

Lettera di Salvatore Vitale

L’INTERVISTA IMPOSSIBILE A FILIPPO SCROPPO

Lo scultore e pittore Salvatore Vitale intervista Filippo Scroppo. L’incontro è avvenuto in un caffè della cittadina nissena, lontano da Riesi città natale di Filippo Scroppo.

Intervistare il maestro Scroppo è una occasione più unica che rara, seppi di un suo ritorno nella città natale per puro caso, pur avendolo già conosciuto a Torino quando frequentavo l’Accademia e lui era titolare della cattedra della “libera scuola del nudo”, erano anni che desideravo incontrarlo fuori dall’ambiente torinese. L’incontro avvenne nel famoso Caffé Gruttadauria, davanti al Palazzo municipale, un luogo in passato frequentato da intellettuali siciliani come Leonardo Sciascia ed altri della cultura nissena.

S = Filippo Scroppo

V = Salvatore Vitale

S -  Prima cosa, dammi del tu visto che siamo colleghi.

V -  Grazie, perché sei andato via da Riesi e trasferito a Torino?

S - È semplice, per lo stesso motivo tuo, cosa avremmo potuto fare, io  a Riesi e tu  a Caltanissetta, andare a lavorare nelle miniere di zolfo ed essere sfruttati e violentati come quei poveri  carusi? O morire in una delle gallerie dove gli incidenti e le malattie erano all’ordine del giorno? Tu eri un ragazzo quando i tuoi genitori ti portarono a Torino, io ero già adulto e sapevo cosa volevo fare della mia vita.

V -  Però “scappare” e trasferirsi a Torino ha voluto dire abbandonare la tua terra e diventare famoso in terra “straniera”.

S - Ero stufo di continuare a litigare con la curia nissena perché la comunità Valdese preoccupava il vescovo e tutta la curia della provincia, andare a Torino ha voluto dire poter concretizzare i tuoi sogni, tu ed io come tanti siciliani che sono andati nel nord fossimo rimasti saremmo stati dei marziani e certamente, come dicevo prima, non avremmo mai potuto fare quello che era nella nostra indole. Posso dirti che, oggi qui non è cambiato nulla. Un giovane artista a Riesi o a Caltanissetta ha vita difficile.

V - È  vero, però i giovani oggi non “scappano” più come abbiamo fatto noi.

S - Meno male! Quelli come noi, che come dici tu  sono “scappati” e quando ritornano sono visti come “stranieri” perché dicono e pensano: “se erano tanto bravi perché non sono rimasti nella loro terra”. Sei mai stato chiamato per una tua mostra a Caltanissetta?  no! ti sei chiesto il perché?  Eppure hai fatto delle grandi opere, hai esposto nelle più grandi città italiane ed estere. Allora Antonello da Messina, Filippo Juvarra, Leonardo Sciascia, Renato Guttuso e tanti altri che sono “scappati” dalla Sicilia cosa sono dei traditori, ma neanche per sogno, hanno fatto grande la  loro terra pur operando in altre città. Noi siciliani abbiamo nel nostro DNA una grande cultura millenaria peccato che dobbiamo andare lontano per coltivarla.

V - Maestro, non tocchiamo questo tasto, e permettimi, le domande le faccio io, capisco la rabbia ma non invertiamo i ruoli.

S - Hai ragione andiamo avanti.

V - Tu, arrivato a Torino, hai dovuto affrontare, hai dovuto fare una scelta tra la vocazione di artista e quella religiosa, e ti sei paragonato a Van Gogh. Questo paragone da cosa deriva, forse dallo stesso bivio che ha avuto il pittore olandese?

S - Tra me e Van Gogh c’è una assonanza di comune formazione esistenziale, tutti e due abbiamo dovuto soffermarci a un bivio, abbiamo dovuto scegliere tra la pittura e la missione pastorale, tutti e due siamo stati a contatto con la dura vita dei contadini e dei minatori.

V - Un gioco di affinità che però non hai trovato nella pittura, la tua è un’espressione artistica molto distante da quel realismo figurativo e in particolare dal mondo del maestro olandese.

S - Erano anni di sperimentazione, tutta l’arte italiana era in subbuglio. Io sperimentavo già a Riesi un nuovo modo di fare pittura, una nuova forma espressiva non figurativa, coniata “Geometria aniconica”.

V - Vuoi spiegare questo termine?

S - Il termine deriva dal greco ikona che significa immagine, preceduta da preposizione negativa,  e si intende una forma espressiva non figurativa, senza alcun riferimento a forme reali o naturali  

V - Oggi è un linguaggio piuttosto comune tra gli artisti moderni ?

S - Si è vero, però molti non sanno che le sue origini sono molto lontane. Prendiamo l’arte islamica che ci da un  esempio lampante del significato. Nell’arte islamica, è fatto divieto di ricorrere alla rappresentazione, perché la religione vigente è rigidamente iconoclasta, per cui la pittura si risolve molto spesso in un decorativismo pregno di significati simbolici che a noi occidentali possono risultare superfettazioni di significato cripto (simboli nascosti): non dimentichiamo che anche l’arte cristiana dei primi secoli d.c. e fino al 300 circa utilizzava esclusivamente figure simboliche, in modo marcatamente aniconico. Io e altri artisti torinesi, in quegli anni non sentivamo più il bisogno che l’opera fosse “riconoscibile” nel confronto con il reale oggettivo e ognuno voleva esprimere una sua personale verità.

V - Si tratta di una alterazione di forme figurative?

S - Precisamente, l’occidente è fortemente condizionato dalla propria tradizione visiva in realtà, si tratta di una visione globale del mondo, dell’uomo e della natura tanto lontana dalla nostra da risultare difficilmente componibile.

V - Chi sono gli artisti che si esprimono in modo aniconico?

S - Gli ultimi che io conosco sono il veneto Vedova, Turcato e i torinesi Ruggeri e Gastini

V - Scusa Filippo, se ben ricordo, tu hai affrontato nella tua vita di artista anche soggetti inclini alla testimonianza di temi sociali?

S - La vita in Sicilia nei miei anni giovanili era molto dura, come dicevo prima, la campagna, le miniere di zolfo le saline, la povertà erano temi che mi hanno aiutato ad esprimere la mia contestazione per un mondo dove gli uomini erano sfruttati per un pezzo di pane dal sapore di zolfo, di sale o di terra

V - Eri comunista?

S - In quegli anni esprimere le proprie idee contrarie al regime fascista era molto pericoloso. Quando sono arrivato a Torino, scrivevo per “l’Unità”, intrecciavo la mia vita di pittore a quella  di critico e commentatore d’arte, bisognava pur viver, voglio sottolineare che ero molto indipendente.

V - Sei stato partigiano hai rischiato anche la vita. Dimmi, la tua presenza a Torino negli anni del dopo guerra, era una presenza strana?

S - È una domanda che mi fa ritornare giovane, non sono molti a sapere della mia vita di partigiano, sorvoliamo questo triste capitolo. Torino era una città da ricostruire i bombardamenti l’avevano quasi distrutta. Fu allora che conobbi Felice Casorati noto docente  della Accademia Albertina di Belle Arti. Un giorno volle vedere la mia pittura e dopo mi chiese di affiancarlo come assistente. La “cosa” era talmente strana che per me era un sogno entrare nel “tempio” dell’arte.

V - Per un siciliano entrare in accademia voleva dire una rottura con la tradizione sabauda?  l’ambiente artistico culturale torinese dopo la liberazione com’era?

S - Erano anni di scontri con quanti facevano riferimento, in campo artistico a Felice Casorati e al Gruppo dei sei.

V - È vero che a Torino non si muoveva foglia senza che Casorati e il suo triunvirato acconsentisse?

S - Eravamo un gruppo di giovani talenti scapigliati e non conformisti, e un gruppo di intellettuali di notevole valore.

V - Chi eravate?

S - In quegli anni c’ero io,  Spazzapan, Moreni, Mollino, Ciuffi e tanti altri che non ricordo…

 V - Volevate destabilizzare  il potere di Castrati, dando vita ad una nuova forma espressiva?

S - Era una sfida nel vero senso della parola, abbiamo lasciato in eredità dei semi per gli innovatori degli anni sessanta.

V - Certamente Torino non era Parigi?

S - In quegli anni arrivare a Parigi voleva dire affermarsi in campo internazionale; ricordo che l’avventura francese l’affrontò Mastroianni. Torino era una città troppo difficile, non era facile entrare nell’establishment culturale e artistico torinese; una città troppo industriale, non comprendeva la nostra indipendenza; l’onnipotenza industriale appiattiva tutti, eravamo isolati.

S - Torino per fortuna sta cambiando in modo radicale.

V - E nell’arte, cosa e cambiato?

S - Nulla, anzi sono rimasti fermi ai miei anni giovanili, affossando i giovani talenti, facendoli diventare vecchi e stanchi.

V - Certamente se tu fossi andato a Parigi il tuo destino sarebbe stato diverso?

S - Ho preferito Torre Pellice.

V - E perché non Riesi?

S - No comment…

L’intervista terminò con la promessa di rincontrarci al prossimo centenario a Riesi

Salvatore VITALE

Pittore e scultore

 

Lettera di Attilio Gerbino

 

VENNE IL NISSENO …

Venne da un’isola del Mediterraneo

dall’ardenza che calcina

le povere casette dei minatori

di là dove abbondano

i pani di zolfo

scarseggia il pan di frumento.

Venne il nisseno …

 

Lucia Gallo Scroppo,

Mai parlavamo d’amore, 1947

 

Può bastare l’incipit di questa struggente poesia – che la poetessa e scrittrice piemontese Lucia Gallo, sposa di Filippo, scrive nel 1947– per spingermi a riprendere le fila del percorso interrotto improvvisamente con la morte dell’artista, quel ventiquattro maggio del 1993.

In principio c’è il Mediterraneo e un’isola … anzi l’isola paradigma del Mediterraneo: la Sicilia.

Poi c’è il calore e la luce accecante del sole – l’ardenza – che quasi annichilisce cose e uomini, complici i  vapori sulfurei capaci di bruciare anche il frumento fonte di vita.

Poi c’è lui – Filippo Scroppo – un nisseno, il riesino valdese della Riesi di case di minatori calcinate dal sole.

Infine c’è un viaggio: dal mare di colline crestate del latifondo tagliato dal Salso – il fiume delle zolfare – ai rilievi alpini che coronano Torino e le sue valli abitate da antiche comunità valdesi come lui che, prima del secondo conflitto mondiale, parte dal trentasettesimo parallelo portandosi dietro l’inquietudine di un giovane intellettuale, curioso e infaticabile, pronto a tracciare un percorso sulla mappa della sua vita.

E proprio nel tentativo, quasi velleitario, di quadrare in qualche modo il cerchio dell’esistenza di Scroppo, una delle mille curve che la vita interseca con i destini degli uomini, mi piace pensare di riprenderlo questo  filo cercando di riannodare doverosamente quel legame invisibile tra l’artista e la sua terra d’origine, madre inconsapevolmente ignara e dimentica di un figlio, capace di affermare una propria identità ben oltre l’orizzonte angusto di questa piccola comunità agricola del Meridione d’Italia.

A Riesi le case di gesso calcinato sono quasi del tutto scomparse: il centro storico più per il continuo salasso migratorio, mai definitivamente cessato, che per una matura cultura della conservazione ospita ancora pochi esempi di quell’architettura vernacolare fatta di gesso e pietre che vide partire Scroppo nel lontano 1934.

Le miniere di zolfo hanno chiuso per sempre la loro attività estrattiva: guadagnato faticosamente il rango di archeologie industriali, attualmente sono fatte oggetto di un recupero dal quale ci si augura si inneschi un processo di sviluppo legato a flussi di turismo culturale, conseguente alla loro musealizzazione.

L’agricoltura estensiva delle granaglie, figlia del grande latifondo di gattopardiana memoria che tanta illustre letteratura e cinematografia hanno fissato nella memoria collettiva di questa parte di Sicilia, ha ceduto il passo a colture e tecniche moderne non di rado proiettate verso i mercati nazionali e internazionali.

E il pane non scarseggia più, anche se non tutto quello che luccica ha un valore intrinseco.

E ancora qualcosa manca!

Ormai questa comunità ha apparentemente abbandonato (o, dipende dai punti di vista, perso per strada) il suo fardello di tribolazioni, eppure stenta ad appropriarsi – o riappropriarsi – del meglio che ha saputo generare per manifestare una progettualità idonea a rilanciare e promuovere un’immagine positiva di sé, fatta anche e soprattutto di progetti culturali – di una cultura alta della storia, del pensiero, della parola e dell’arte – svincolati dagli stereotipi più negativi che purtroppo ne condizionano il presente e le sue cronache.

Se la storia può essere letta nell’accezione di un moto ciclico capace, come le onde del mare, di riportare sulla battigia quanto sembrava perso per sempre, forse al tempo doloroso della diaspora e dell’oblio si può finalmente pensare di sostituire quello del ritorno e della memoria, una memoria lungimirante che non imbalsama ma vivifica e stimola a guardare positivamente avanti.

Quante città oggi – come Alessandro Manzoni fece con il suo italiano idealmente in Arno – sciacquano i propri panni alle sorgenti di artisti e intellettuali cui hanno dato i natali? Quanti nomi, dopo esili più o meno lunghi, al fine rientrano per connotare e dare un’identità forte a luoghi altrimenti anonimi e scontati?

Oggi è il tempo che Filippo Scroppo ritorni al grembo della sua casa!

Mi piace pensarlo e voglio crederci e desidererei che la città di Riesi lo facesse con me, con noi.

Oggi vorrei rilanciare coraggiosamente il binomio Scroppo - Riesi come Sciascia - Racalmuto.

Mi piace pensarlo e, con i dovuti distinguo, sostenerlo perché nonostante l’artista abbia praticamente  affinato e vissuto tutta la sua maturità umana ed artistica in quel Piemonte dove intellettualmente cresce, è a Sud – nella sua luce abbacinante e tagliente, nelle concrezioni di bianco calcare che orlano le giunoniche rotondità delle colline nissene, negli squarci tettonici delle faglie sulfuree, nei grovigli di sterpi arsi dal sole, nell’alternarsi ciclico di stagioni, colture e colori che virano su gamme estreme, nel labirinto di rughe che solca i volti di minatori e contadini, nella durezza del quotidiano e nell’asprezza della parlata degli uomini, nella plasticità irreale della luce che a tratti congela i movimenti nella calura di strade, vicoli e case calcinati dal sole – è qui nasce la spiritualità inquieta che, quasi compagna di vita per questo pastore laico del colore, a lungo lo terrà sospeso tra la pratica dell’arte e quella dell’anima.

Spiritualità, arte e astrazione non sono una prerogativa del Nostro.

Molti possono essere i confronti e i paralleli possibili con altri protagonisti della cultura.

Personalmente, rileggendo velocemente la sua parabola artistica, sempre in bilico tra astrazione mai fine a se stessa e poesia di segni – scrittura dell’imponderabile – non posso fare e meno di accostare la sua arte a quella di un grande olandese del Novecento. Non l’inquieto Van Gogh – cui si paragona lo stesso Scroppo per l’analoga tensione se votare la vita all’arte o alla religione – ma al rigoroso e spirituale Piet Mondrian che converge verso le sue geometrie, in apparenza tanto semplici quanto intellettualmente cerebrali, evolvendosi gradualmente attraverso le suggestioni naturali offerte da dune e alberi del paesaggio olandese.

Il parallelo, solo in apparenza arduo anche se meritevole di un futuro approfondimento, suggerisce un avvicinamento non tanto formale quanto metodologico o, più correttamente, legata alla motivazione, a quella energia intima e sotterranea che nutre e alimenta ogni artista nella sua ricerca individuale e che ne fissa l’alfabeto, la grammatica e la sintassi del linguaggio.

Oggi Scroppo, praticamente l’illustre Nemo profeta in patria, attende un riscatto che passi proprio dalla sua terra d’origine coinvolgendo, in un ampio e potenzialmente articolato progetto culturale, le diverse istituzioni chiamate a dialogare e confrontarsi con intelligenza attraverso il linguaggio universale dell’arte.

Sarà perché credo nella cultura come strumento di educazione, crescita e riscatto; sarà perché ci si avvicina al centenario della nascita – e le ricorrenze oltre al valore affettivo ne svelano altri spiccatamente simbolici – ma finalmente credo sia possibile pensare alla fattibilità di una serie di iniziative che intanto ne promuovano la conoscenza e la visibilità con convegni, mostre antologiche e pubblicazioni per arrivare a immaginare alla fondazione di un’istituzione permanente – localizzata proprio a Riesi – aperta al dibattito contemporaneo e

Pertanto, pensare che il Museo Filippo Scroppo di Torre Pellice, con il sostegno e il coinvolgimento vivo di Comuni, Province, Regioni, Tavola Valdese, Associazioni, sponsor privati e la stessa famiglia dell’artista si ampli, sdoppiandosi, per gemellarsi con Riesi in un progetto di reciproca collaborazione tra le due patrie del pittore, non può e non deve apparire come un’idea balzana né tanto meno utopica.

Basta crederci e volerlo e, soprattutto, saper vedere bel oltre la sagoma del proprio naso e anche se il tempo del presente, con le sue ristrettezze, le difficoltà di bilancio e i buchi sempre più neri pare andare in direzione totalmente opposta accogliamo con fiducia il prossimo ritorno … del Nisseno.

Attilio GERBINO

 

Contributo - Un pittore che scrive di I. Mulatero

 

Filippo Scroppo - Un pittore che scrive

Ivana Mulatero* -Critico, giornalista, conferenziere, prefattore: testimone

Scroppo amava dire: <Non si può essere “solo pittori”, né essere pittori solo per abilità manuale>. Ecco, su questi temi ruota il suo ingresso nell’ambito della critica d’arte, e nello specifico nel settore del giornalismo, i cui primi passi sono contemporanei alla ripresa dell’attività pittorica, immediatamente dopo la guerra.

E’ datato 15 febbraio 1946 l’articolo più “vecchio” che si conosca, apparso sul primo numero del settimanale “Il Viandante”, e recentemente scoperto a seguito dei preparativi per questa mostra monografica. Grazie alla disponibilità delle figlie Egle ed Erica, sono stati ritrovati diversi documenti e molti testi originali conservati nella vecchia abitazione/studio di Scroppo a Torino.

Notoriamente gli esordi, della sua attività di giornalista e critico, si facevano coincidere con la collaborazione all’edizione piemontese de “L’Unità”, a partire dal 21 aprile 1946, come ha esaminato in maniera esaustiva Mirella Bandini, nel testo Filippo Scroppo critico d’arte, pubblicato nel catalogo della 34° Mostra d’Arte Contemporanea, tenuta a Torre Pellice nel 1984.

La collaborazione a “L’Unità” siglava l’ufficializzazione del suo ruolo di critico, negli ambienti intellettuali torinesi (1), un ruolo destinato a durare nel tempo, seppure a macchia di leopardo, e su diverse testate, come documenta la catalogazione degli articoli compiuta dalla scrivente in occasione della XL Mostra d’arte Contemporanea (11° Premio Nazionale Biennale del disegno), allestita a Torre Pellice nel 1990, il cui catalogo raccoglie ed elenca, per la prima volta, tutti i titoli e le date, oltre ai nomi delle testate giornalistiche per le quali Scroppo collaborò nell’arco di quarantacinque anni (2).

La sua firma è comparsa su diverse tipologie di giornali, dai quotidiani, “L’Unità”, ai settimanali, “Il Viandante”, ai quindicinali e ai mensili, “Agorà”, con presenze meteoriche su altre riviste, “Fiera Letteraria”, Libertà Economica”, “Nostro Tempo” e “Novel Temp”.

E’ emerso, tra le carte dell’artista, un testo scritto per la radio nel 1948, che dimostra l’uso di svariati mezzi per svolgere il “servizio” di informare la collettività. La prima conferenza di cui si ha notizia è quella in concomitanza alla sua partecipazione alla Biennale di Venezia nel 1948, per il Centro Evangelico di Cultura di Venezia, presso la sala riunioni della sezione S. Marco del Pci, sul tema Realismo e astrattismo nell’arte contemporanea. Inoltre è stato prefatore nei cataloghi delle mostre di artisti. L’introduzione della mostra di Giulio Da Milano nel 1947, alla galleria milanese “Il Camino”, è la prima documentazione ritrovata, cui si aggiungono le prefazioni ai cataloghi degli artisti esposti nella breve stagione di mercante, dal 1957 al 1958, presso la sua galleria torinese “Il Prisma”, da lui fondata e condotta insieme con Luciano Pistoi, per concludere con le introduzioni nei cataloghi dei suoi allievi alla loro prima mostra importante, come quello della galleria Ferrari di Verona del 1966, per la personale di Carlo Giuliano, attuale direttore dell’Accademia Albertina di Torino.

Due sono stati i temi su cui si è riversata l’innata predisposizione alla comunicazione e al rendere testimonianza - l’etimologia del termine “protestante” non rinvia al significato moderno di uno che protesta contro qualche cosa, ma, in origine, è uno che testimonia della propria fede. Come risulta dal latino pro = davanti e testare = testimoniare - l’arte e la fede. Se, per la prima, Scroppo non ha esitato a “usare” ogni tipologia di pubblicazione, per la seconda si tratta di un particolare settore che è rappresentato dalla stampa evangelica, “L’Eco delle Valli Valdesi”, La Luce” e “Presenza Evangelica” sui quali la funzione di “testimone” dei fatti culturali e nello specifico artistici, come pure di commentatore dell’attualità e di interprete della fede valdese, fu particolarmente gradita.

La sua non è stata una incursione occasionale nel campo della critica,

sono più di trecento gli articoli esaminati per quest’occasione monografica (la maggior parte pubblicati su “L’Unità”), e valgono come un dono per chi fosse interessato a immergersi nella Torino artistica degli anni della ricostruzione post-bellica, respirarne gli umori e cogliere, a posteriori, il senso di una cultura del rigore e della serietà di stampo intellettualistico cui andava sovrapponendosi il mondo della produzione e della fabbrica. Sono, inoltre, “materiale vivo” dal quale trarre alcune informazioni sulle politiche espositive intraprese dalle gallerie torinesi nel dopoguerra, humus sui cui si è formata più di una generazione di collezionisti subalpini. Infine, una testimonianza puntuale sui cruciali momenti in cui vide affermarsi il gusto astratto in pittura, di cui Scroppo fu uno dei protagonisti, insieme alla pattuglia degli aderenti al Movimento Arte Concreta.

Le varie funzioni della parola in Scroppo

La figura di Scroppo critico non può prescindere, come già detto, dalla fede valdese, per la quale non “esistono gerarchie di importanza e santità”. L'unica autorità riconosciuta è quella della Parola di Dio, cioè della Bibbia e perciò, la necessità della sua lettura. I commenti, le interpretazioni che ne hanno dato grandi figure di pensatori e uomini di fede protestante come Edwards, Bushnell, Rauschenbusch, Niebuhr, e Tillich, hanno fatto esprimere a un teologo cattolico, Luigi Giussani, “pieno rispetto e ammirazione per la profondità religiosa da cui il protestantesimo nasce e a cui può giungere”. Proprio un libro di quest’ultimo, Teologia protestante americana è stato recensito da una “valdese” particolare, la figlia Erica Scroppo. Ne riporto un brano per sottolineare il valore della Parola nel credo protestante : “…Ogni episodio saliente della vita di Gesù è ripetuto e anche interpretato da ognuno dei quattro evangelisti in modo diverso ma i loro evangeli sono parte dell’unica grande Verità”. (3)

Il rapporto con la Parola è alla base della formazione di Scroppo e anche della costruzione di un suo immaginario poetico ed artistico. “Trasferitomi, ventenne, a Vittoria, per seguire lo zio (il pastore Arturo Mingardi, n.d.a) facevo fatica a studiare, dipingere e dedicare le mie ore serali ai consistenti gruppi giovani, attratti dall’Evangelo, ma digiuni di ogni cultura, dalla letteraria alla religiosa.(…). Ma il periodo vittoriese lo ricorderò sempre perché determinante per la mia complicata natura. Mi portavo sulle sponde del torrente Ippari a dipingere le lavandaie…e spesso a sera, nella campagna digradante verso la pianura di Comiso, cadevo in ginocchio al cospetto degli infuocati tramonti siciliani. Erano giorni di esaltazione mistica: progettavo di convertire le “demoiselles” delle “case chiuse” (ma sempre me ne mancò il coraggio), di arringare folle sconosciute…Non dimenticherò mai le conversazioni lunghissime con lo zio pastore, per mia fortuna pazientemente comprensivo…per cui non si determinò rottura alcuna, o contrapposizione alla testimonianza cristiana praticata dalla Chiesa Valdese”. (4) Se la parola dei testi sacri ha una funzione plasmante per Scroppo, lo si deve anche alla sua condizione originaria d’abitante di un piccolissimo paese siciliano in cui praticamente nulli erano gli apporti e gli aggiornamenti culturali che potessero bucare la cortina d’isolamento esistenziale. In tale ambiente si può capire la forza trasfigurante delle parole udite ai sermoni, (valga a supporto illustrativo, il quadro La visione dopo il sermone (1888) di Gauguin, un’artista cui Scroppo guarderà molto, negli anni del suo apprendistato pittorico).

Un altro ricordo di Scroppo: “Fra i non molti volumi di <lettura amena> di cui potevo disporre da giovanetto, <Alle porte d’Italia> di Edmondo De Amicis, deve avere occupato un posto di rilievo se, a distanza di parecchi decenni, credo di rammentare il formato del libro (20x14) e il luogo, di cui però ho esatta memoria, dove amavo isolarmi – una specie di terrazzino sui tetti di casa – per lasciarmi incantare dalle parole, che non potevo non reputare sublimi, di chi aveva scritto l’amatissimo <Cuore>. Il capitolo <Le termopili Valdesi> letto e riletto, mi aveva informato sulle vicende di un popolo, che difese terra e fede per secoli braccato dagli eserciti di Francia e Savoia, puntigliosi sicari al servizio di Santa Romana Chiesa. Ma per avere, nel mio remoto paese siciliano, un’immagine dei luoghi dove si svolsero i fatti narrati, non potevo che ricorrere alla fantasia…”. (5)

La fede è al centro di un’equazione i cui fattori, arte e critica, derivano da un originario modo di accostarsi alla vita, mediante la parola, udita o letta. Le parole sacre della Bibbia – con la funzione di significare, d’essere segno di qualcosa d’altro, che non si può manifestare altrimenti - sono l’origine di una volontà creatrice e plasmatrice di forme, che ruotano nel suo immaginario, e rappresentano l’ossatura portante che lo spingono ad una fedeltà assoluta ai valori dell’umano.

La parola come segno di una volontà superiore, di un’idea, è anche una componente delle poetiche della pittura astratta, che considera i colori e le forme come i segni non più asserviti ad un mimetismo dell’ordine naturale, ma che hanno valore non per ciò che rappresentano o designano, ma per le loro stesse potenzialità plastiche, la loro forza espressiva e significante. In qualche misura il linguaggio, verbale e scritto, è stato il modello più o meno latente che ha forgiato l’immaginazione di Scroppo, il cui naturale sbocco è stato un concetto di pittura non mimetica della realtà, ma autonoma da essa e organizzata con segni essenziali, adatti a trasmettere valori universali.

Vale la pena citare una interessante riflessione di Georges Roque sull’idea d’astrazione, d’astratto e d’arte astratta, in cui si legge che “la problematica – il rapporto tra astrazione e linguaggio – ha una lunga storia, perché i grammatici dell’Encyclopédie pensavano il fenomeno dell’astrazione già in una prospettiva linguistica. Per quanto riguarda la generazione dei pionieri dell’arte astratta il loro modello è stato soprattutto il linguaggio poetico: erano attratti dal fatto che nella poesia la funzione denotativa delle parole lasciava il posto alla loro forza espressiva ed emozionale intrinseca. Infatti, come la poesia rappresentava un linguaggio <puro>, così i pionieri concepivano un’arte <pura>, mettendo l’accento sui mezzi della pittura (linee e colori) anch’essi presi per se stessi e non finalizzati più a designare gli oggetti. Allo stesso modo anche Kandinskij è arrivato a concepire la pittura astratta. Il cubo-futurismo russo costituisce un caso ancora più interessante, perché ha dato occasione ad una singolare emulazione tra poeti e pittori (alcuni di loro praticavano entrambe le forme d’espressione).

D’altra parte, parlare di linguaggio vuol dire parlare di un numero finito di elementi, lettere, dalle cui combinazioni nascono le parole e poi le frasi. Tale modello ha affascinato i pionieri dell’arte astratta e molti tra loro hanno stabilito un paragone con la lingua per caratterizzare la loro ricerca, non potendola ancora formulare diversamente. Molti di loro, e Kandinskij in testa, hanno elaborato il progetto di costituire una grammatica dell’arte astratta, che comprenda almeno un alfabeto e una sintassi, e a volte anche una semantica. Anche in questo caso il terreno era stato già preparato alla fine del XIX secolo, in particolare con le numerose grammatiche dell’ornamento che fiorivano negli anni ottanta e che hanno costituito a loro volta uno stimolo per le grammatiche del colore e della linea”. (6)

Il modello poetico vale anche per Scroppo che più volte si sperimenta in questa direzione, come attestano le sue poesie pubblicate dieci anni fa nel volume Filippo Scroppo e la Galleria d’Arte Contemporanea di Torre Pellice e, altre sono emerse, come quella ritrovata su “Il Viandante” del 19 aprile 1946, non firmata, ma con l’attribuzione a penna (scritta dall’artista o dalla moglie?).

 Sciupata falce di luna

Dogliosa tregua / del giorno che si chiude all’orizzonte / aereo peso di malaria, fango / a piedi stenti, / in sonnolenze curvo, / rasento. / Sciupata è la falce di luna / sull’ispida palude. / quivi zanzare e rane, ad ora tarda, / divorano le luci delle stelle, / che marciscono nell’acqua. / Ma si cangìa l’affanno / in nota di stupore vivo / per l’insolita chiarezza degli astri / a grappoli sospesi sullo stagno.

Il 1946

Il 1946 è l’annata di maggior effervescenza, per Scroppo critico e giornalista d’arte, non in termini quantitativi, ma per le collaborazioni a diversi giornali, come i già citati “Il Viandante” e l’edizione piemontese del quotidiano “L’Unità”, cui si aggiungono, nell’autunno, gli interventi su “Agorà”.

Il ritrovamento di una dozzina di numeri del settimanale “Il Viandante” - peraltro non casuale, ma amorevolmente “preparato e consegnato ai posteri”, grazie alle cure conservative che per anni la moglie Lucia Gallo ha avuto per tutti i materiali di lavoro prodotti dal marito - ha permesso di istituire degli interessanti paralleli su quanto Scroppo andava scrivendo in quell’anno sulle tre pubblicazioni.

Il venerdì 15 febbraio del ’46 esce il primo numero de “Il Viandante”, il cui sottotitolo recita: “Settimanale degli spettacoli e divertimenti, manifestazioni sportive culturali e varie”. E’ un settimanale di soli due fogli, quattro facciate in tutto, in cui sono snocciolati i vari appuntamenti sportivi, teatrali, musicali, cinematografici e artistici che la città offriva al pubblico, intervallati da alcuni articoli d’approfondimento. Fatte le giuste proporzioni, potremmo equipararlo ad una odierna guida on line ai principali appuntamenti in città, con l’obiettivo, com’era dichiarato nell’editoriale inaugurale“…di portare al cittadino torinese il quadro sintetico ma completo degli spettacoli, dei divertimenti, manifestazioni di sport, di svago e di cultura, che si svolgono nella nostra città”. Con alcuni compiti: “…destinare delle rubriche per raccontare, ove occorra anche polemicamente, i fatti d’arte come mostre collettive e personali di arte figurativa, recensioni di opere letterarie, musicali, teatrali e cinematografiche (…) ”. Come si posiziona sul mercato il nuovo giornale? A quali bisogni risponde? Quali vuoti informativi colma? “Dal complesso di queste possibilità di opera indicativa e critica nasce il perché del nostro giornale che viene ad ovviare agli inconvenienti dei quotidiani preesistenti i quali per la loro stessa natura, non possono che accennare in modo incompleto alle attività succitate che per noi invece assumono funzione di primo piano. Sotto tale aspetto Il Viandante intende senza presunzioni, e per quanto gli sarà consentito, innestarsi come parte viva nel complesso movimento culturale e sportivo della città mentre da queste colonne sarà nostro privilegio poter dar voce e corpo ad iniziative che possano dar lustro alla nostra Torino e comodità di cultura e di svago ad ogni torinese (…) ”.

La pubblicazione era dunque un tentativo di risposta ai bisogni di informazione che cominciavano ad affacciarsi in una Torino che voleva riprendere a vivere, dal punto di vista dello svago, dello sport e della cultura. Non sappiamo quanto lunga sia stata la vicenda di questo giornaletto e quali fortune o sfortune abbia incontrato sul suo cammino, del resto non è argomento specifico di questo saggio, ciò che pare utile segnalare è la formula giornalistica che sta alle spalle del settimanale, che non usa una voce settorialistica e ha l’obiettivo di creare trasversalità di interessi e di conoscenze, come in un numero del 12 aprile dove si chiarisce: “Noi vogliamo amalgamare ed integrare scambievolmente ciò che a prima vista può apparire uno sterile ibridismo, e cioè sport e cultura; vogliamo portare a conoscenza del’artista come l’ideale che alimenta la sua arte abbia la stessa potenza della passione che anima lo sportivo, mentre questi leggendo le sue gesta sul nostro foglio avrà occhi anche per la pagina che tratterà dell’arte e della cultura e ne trarrà quegli indubbi benefici che lo porteranno su di un sempre maggior piano culturale. (…) ”.

“Il Viandante” , nel’arco di pochi mesi, da “imparziale” foglio informativo a servizio dei molti appuntamenti culturali e sportivi, ben presto si tramuta nell’“Organo Ufficiale Nazionale della L.A.T.I.”, come annunciato nel n.9 di venerdì 19 aprile. L’idea della <Libera Associazione Turisti Italiani> nasceva da torinesi, appassionati e desiderosi di creare un’associazione di tutti i viaggiatori italiani con lo scopo di “tutelare, coordinare e difendere gli interessi dei turisti singoli e delle varie associazioni e far in modo che da parte delle Autorità Tutorie venga attuato quanto necessita per agevolare  e rendere popolare il turismo e sempre più ospitale il nostro “Paese”.

Tra i temi lanciati dal settimanale, alcuni precoci stimoli alla formazione di una disciplina che oggi va sotto il nome di “marketing territoriale” e il tentativo pionieristico di valorizzare le aree di Torino, come il versante collinare. Dopo soli due numeri, quasi naturalmente la copertina de “Il Viandante”, presenta un’ulteriore, doppia “identità”, quella di essere l’organo ufficiale regionale del Fronte della Gioventù e della L.A.T.I. Dal n. 16 del 6 giugno subentra un cambio ulteriore, sparisce la L.A.T.I e il giornale diviene integralmente l’”Organo Piemontese Fronte Gioventù”, la veste grafica è mutata, le dimensioni raggiungono il formato di un quotidiano. Questo è anche il numero con cui si conclude la collaborazione di Scroppo al settimanale, le cui mutevoli vicende, sintomatiche di molte altre pubblicazioni sorte in quegli anni, non inficiano la qualità del prodotto, professionalmente curato e di buon livello giornalistico.

La storia, brevemente tratteggiata de “Il Viandante”, aiuta a precisare meglio il contesto entro il quale compaiono gli articoli di Scroppo. Nel primo numero del 15 febbraio ’46, la copertina ospita, nella metà inferiore della pagina una rubrica “Commentario” suddivisa in quattro colonne, dedicate rispettivamente a recensioni di teatro, cinema, sport, arte e cultura. Nessuna è firmata e quella dedicata all’arte ha come tema una mostra di disegni di Modigliani, Casorati, Carrà, Manzù, Cremona, Sironi, Galvano, Tomea, Cantatore, Menzio, Chicco, Paulucci, De Pisis, Birolli, Moreni, Mino Rosso, Carol Rama, alla Libreria Faber. Sullo stesso numero, sul retro del secondo foglio, compare un lungo articolo intitolato La Bussola, nel quale si plaude all’apertura della nuova galleria d’arte torinese, firmato Sofo (che ricerche compiute dalla scrivente permettono di identificare con Scroppo).

La scelta dello pseudonimo, giocata sull’abbinamento delle lettere iniziali e finali del cognome e del nome, può essere dovuta alla valutazione del contesto in cui si veniva ad inserire la collaborazione, un settimanale di semplice informazione, che non godeva un credito culturale particolare, entro il quale non vi erano firme di prestigio. Ma non sarebbe da sola, ragione sufficiente. Il fatto che fosse la prima “uscita” allo scoperto dello Scroppo critico d’arte a Torino, esigeva cautela per se stesso prima ancora che per una consacrazione mondana della firma, in nome di una concretezza di valori non poggianti sulla mera esteriorità, com’egli ha spesso sostenuto.

Un altro motivo in più a supporto dell’attribuzione può risiedere in una scelta editoriale, che ha escluso le firme, dal momento che nessun articolo è corredato dal nome dell’autore. L’esito di questa scelta è rintracciabile nei vari numeri del settimanale in cui troviamo altri pseudonimi, sostituiti dalla firma solo a partire dal n. 10 del 26 aprile. Una ulteriore prova è data dalla ripresa, pressoché integrale, di alcune recensioni apparse su “Il Viandante”, pubblicate nella primavera ’46 e firmate Sofo, nell’autunno dello stesso anno per il mensile Agorà, di cui si dirà più avanti.

Che fosse una regola editoriale o una libera scelta dei collaboratori, fatto è che negli otto numeri consecutivi del settimanale in cui vi è lo pseudonimo e poi quelli successivi firmati, c’è una continuità stilistica, come si evidenzia nel modo di costruire il periodare. Proprio perché sono i primi interventi nel campo del giornalismo, finora a conoscenza, sono particolarmente interessanti, secondo alcuni ordini di valutazione. In primo luogo sotto il profilo stilistico, il modo con cui l’approccio critico si organizza in veste testuale, con certi accorgimenti linguistici, parole trend del momento, alfine imbastendo un modo, tutt’altro che conformistico, di giudicare le opere. In una parola, contribuendo al formarsi di una “critica attuale e popolare”, per aderenza ai nuovi rivolgimenti in arte e per una chiarezza di esposizione e di giudizio, analoga alla nuova funzione della pittura propugnata da Scroppo. (si veda l’articolo Liberare la pittura dagli equivoci, “L’Unità”, ed. piemontese, 21 aprile 1946)

“Il Viandante” - “l’Unità”

Su “Il Viandante” gli interventi di Scroppo sono di due tipi: la recensione e l’articolo d’approfondimento. Spesso i due generi sono compresenti nello stesso numero, offrendo l’opportunità di assolvere ai compiti che la redazione si era proposta. Cronaca e teorizzazione scorrono abbinate, la prima riportando invariabilmente un giudizio del lavoro artistico esposto, la cui terminologia si orienta, come scrive la Bandini, verso “una nomenclatura filosofica, scientifica, linguistica (…) e di contenuto politico” (7)

Il secondo filone esplora quelli che sono i temi di spicco all’interno del dibattito artistico in corso in quell’anno a Torino. La passione del critico esordiente e la ponderazione dell’uomo di cultura soccorrono nella difficile impresa di far luce soprattutto sulle questioni della giovane arte. I sedici articoli ritrovati esprimono, con stile non strutturato ideologicamente, l’ansia di novità, di apertura al nuovo, di anelito ad un europeismo culturale, in un concorso di forze tese al superamento dell’antica provincialità torinese. Ne è prova il lungo testo dedicato alla Bussola, occasione per sottolineare la necessità di una galleria a Torino “…portavoce della pittura contemporanea che non sopporta più limiti di provincia o schemi d’obbietivismo retrivo, così caro purtroppo a certa categoria di mercanti di quadri e di borghesia facilona”. In quel periodo, infatti, se l’artista aveva “…un ruolo politico e intellettuale, nei piccoli gruppi di letterati, nella formazione dei comitati dei premi, nella giuria delle mostre”(…) il critico d’arte ne era il “compagno di strada e di ideologie: un ruolo eroico, di breve durata” (8)

Nel n. 2 del 22 febbraio, Scroppo compone in qualità di “suscitatore di cultura” l’articolo “La pittura sono io!”, scagliandosi contro i facili gusti e la malafede che ancora avvolgono i fatti dell’arte contemporanea, anticipando alcuni argomenti di qualche mese dopo sul quotidiano “L”Unità”. A parte il richiamo, in apertura dell’articolo, ad una unitarietà d’intenti e di forze tra tutti gli artisti rinnovatori, invitati ad uscire dal chiuso del proprio studio e a collaborare insieme - echeggiando quello che si stava già facendo a Roma con l’esperienza dell’ Art Club, e che successivamente accadrà anche a Torino con il suo contributo - tre sono i temi che meritano una segnalazione. Innanzitutto la focalizzazione sulle esigenze della pittura “come fatto umano e di cultura”, che “vanno sempre poste su un piano internazionale” (“umanità” è una delle parole più ricorrenti del lessico di Scroppo). E a riprova del fatto che egli è un pittore che scrive, la cui umanità è implicata totalmente: “Assai grato ci sarebbe parlare dell’opera di coloro che a Torino han capito l’arte come fatto di cultura e di coscienza, e faticano da anni per calibrarsi ai problemi vivi della pittura anche a rischio di apparire in contraddizione col loro quadro di ieri…”. Come del resto accade a lui pittore, i cui quadri dipinti in quell’anno sono Figura, Paese sull’Adriatico, Case a Villar Pellice, Silvana e Conchiglia, chiari esempi di una ricerca a rischio di “contraddizione”.

Il secondo tema è di ordine pedagogico: “…bisognerebbe forse iniziare un discorso su ciò che sia per noi pittura o semplicemente educazione del gusto”, tema che diverrà centrale in un articolo successivo Popolo e pittura: sincerità degli artisti per l’educazione delle masse, apparso sull’Unità del 6 giugno 1946. Il rimando verte anche su altro aspetto che costituisce il terzo punto prelevato dall’articolo La pittura sono io! , e riguarda la convinzione che “…l’arte non può essere settaria espressione di cenacoli o di nomi, e l’adagiarsi su riconoscimenti ottenuti dalla critica ufficiale, dagli iniziati o dai pochi intenditori della città può essere cosa pericolosa, quando l’opera educativa di questi gruppi e nomi non muova, con programmi di più ampio respiro, a risvegliare vecchie istituzioni, promuovere personali, collettive, scambi con l’estero o con altre città d’Italia, che puntino all’arte quale urgente espressione di vita più che alla costruzione di ulteriori corone di alloro o di trampolini per i pittori di piccolo fiato”. Assunti da cui parte Scroppo per delineare i compiti della critica su Popolo e pittura…: “La critica d’arte pertanto ha un importantissimo compito da assolvere: chiarezza d’idee e di giudizio sull’opera d’arte maturato non dalle tattiche della convenienza asservita all’espressione settaria di cenacoli o nomi ma poggiante sul bilancio effettivo dell’opera del singolo artista; in questo senso il critico ha molto da costruire e soprattutto da distruggere. Che sia facile lavorare sulla pelle altrui e stroncare anziché comprendere l’opera di ogni pittore è cosa che respingiamo decisamente, in quanto un giudizio severo, negativo o positivo, comporta quella tensione di spirito che secondo noi, mira all’impegno umano assoluto. Solo quando la critica vuole sfuggire le responsabilità di tale impegno gioca sull’equivoco dei concetti generici adottando formule adattabili a tutti e frasari d’indulgenza plenaria assai nocivi agli stessi pittori nonché all’orientamento artistico del pubblico”.  Senza temere di andar contro ai “colleghi”, come documenta questo breve accenno contenuto nella recensione alla mostra di Sassu alla Bussola: “…E’ forse tempo di impostare il giudizio su questo pittore (e non solo su questo) mutando algebricamente i segni su molto di ciò che dicono Emanuelli nonché altri come S.G. critico d’arte di un quotidiano cittadino”.(Sassu e la <Bussola>, “Il Viandante”, 22 marzo 1946).

Da pittore che scrive - “pittore in Lettere” come amò chiamarlo benevolmente Casorati -  Scroppo ebbe, in diverse occasioni, modo di “costruire giudizi”, su determinati principi, assolutamente indispensabili per una buona pittura. Quali erano? L’umanità nel senso più assoluto della parola, traducibile nell’immediatezza del segno e nella profondità di sentimento. (“…quella presenza di vita intesa come drammatico agitarsi di sentimenti”),  infine l’intrinseca poesia, senza trascurare le abilità compositive e le scelte cromatiche. I giudizi del critico riguardano in vario modo le opere di Casorati, Chicco, Cremona, Spazzapan Mino Rosso, Galvano, Carol Rama, Menzio, (“…sa essere solo e con tutti, come del resto buona parte degli artisti di primo piano”).

Esponenti come Carrà, Modigliani, Guttuso, Mafai, presenti negli appuntamenti espositivi torinesi, sono recensiti positivamente, fino ad allargare gli orizzonti di valutazione al contesto internazionale dominato dal “pittore-idolo d’oltr’Alpe”, Pablo Picasso, al quale Scroppo concede la funzione di “creatore di una logomachia per un ritorno all’umano”.

E cosa “distrugge” ? L’espressione più magniloquente e gratuita, il decorativismo aggressivo e vizioso, la cura filistea della perfezione, l’assillo del vocabolario stilistico o dell’originalità ad ogni costo, la compiaciuta abilità di mestiere. Opinioni di tal fattura sono rivolte a diversi esponenti della “sana” pittura accademica, la cui “millantata onestà di mestiere finiscono per contorcere verso limiti di stasi e conservazione”, la cui opera è “ in massima parte una zeppa” , e a taluni giovani (Mattia Moreni, per esempio, ma pure Carlo Levi), che “muovendo da premesse libertarie, scavalcano con leggerezza ciò che faticosamente si è conquistato o rivendicato al dipinto. Nella loro mente arroventata la perplessità o l’eccessiva adorazione del già edito, si sono stranamente risolte in aperta ribellione, che li induce a percorrere assai pericolosi sentieri. Diremo tuttavia che sarebbe azzardato un’irrevocabile negazione di valore a tale fermento che affiora dalle personalità già viste o dà notizie sull’opera che altra parte di giovani va compiendo non troppo in silenzio. Eppure, allo stato dei fatti, il loro quadro, che vuole essere l’iniziatore di nuove ere pittoriche, ci appare stanco e viziato. Sarà per l’appiglio a d un programmato contenutismo o al trucco di tecniche che tendono a cristallizzarsi in cifre? Il certo è che forma e contenuto sono ripresentati bolsi polemicamente ed il tutto ci dà la sconfortante impressione di battaglia per finta, di grande manovre, ove cartucce e bombarde han le cariche a salve”. (La pittura dei giovani in “Il Viandante”, n. del 22 marzo 1946).

Riflessioni sulle ultime tendenze prendono campo nei vari interventi critici, fino a conquistarsi la prima pagina de “Il Viandante”, in coerenza con la nuova identità del settimanale, divenuto dal maggio 1946, organo del Fronte della Gioventù. L’organizzazione del FdG nacque durante la Resistenza, costruita dal giovane scienziato triestino Eugenio Curiel, ed è l’esatto contrario di un’altra, diversa e opposta formazione, ma con lo stesso nome, aggregata al Movimento sociale italiano, nel dopoguerra.  Nel giugno ’46, il FdG torinese era presieduto, nel consiglio provinciale, da Sandro Galante Garrone, e sulle colonne del giornale lanciava “la carta della gioventù” rivendicando il diritto di voto ai diciottenni, l’istituzione di un Ministero per la Gioventù, la creazione di centri di formazione, quando già aveva fondato a Torino, l’anno prima, la Libera Accademia di Belle Arti. (9).

Per indole, Scroppo rifuggiva gli estremismi, poi non era ancora pronto per condurre una critica militante, come farà sulle colonne de “L’Unità”, a difesa dell’arte astratta, in quanto la sua personale vicenda di pittore affrontava una fase di transizione tra vecchi stilemi espressionisti, scomposizioni neocubiste e nuove suggestioni astratte. E’ da rimarcare in questo primo momento la preminente caratteristica del suo compito di critico, che si qualificava: “…in una disanima priva d’animosità o compromessi” (Settimana d’arte a Torino, “Il Viandante”, n.7, del 29 marzo 1946), intesa a: “…sottolineare la portata reale di ogni discorso pittorico onesto e spontaneo anche se limitato o circoscritto a sfere apparentemente divulgate” (Sul personalismo dei giovani “Il Viandante”, n.9,19 marzo 1946).

L’importanza dei suoi interventi “teorici”, di riflessione sull’arte, assumono veste ancora più rifinita con la conquista di una rubrica fissa, Pittori che espongono (dal n.10 del 26 aprile 1946 de “Il Viandante”), collocata in prima pagina nello spazio di norma riservato agli editoriali, il cui titolo sigla anche il primo articolo su “L’Unità” del 21 aprile 1946. Ma non sono di certo i titoli, di per sé significativi, risolutori di un’analisi comparativa tra le due collaborazioni giornalistiche, che dalla metà di aprile si susseguono parallele fino a giugno dello stesso anno.  Intanto, è opportuno precisare che la collaborazione a “L’Unità” inizia dal momento che il quotidiano riprende a pubblicare la terza pagina, appunto dal 21 aprile 1946 - quella di Scroppo è una collaborazione della prima ora - dopo una forzata sospensione.

A introdurre la “rinata” terza pagina si trova un trafiletto (non firmato) che inizia così: “Riprendiamo la nostra terza pagina che si era già conquistati tanti amici. La riprendiamo nel segno di allora, per un’arte collettiva, dove si esprimono veramente i sentimenti di tutti, dell’umanità che soffre e si accanisce a vivere”. La citazione precisa un leit motiv di Scroppo: la creazione di un’arte per la collettività e della collettività.

Ne deriva la responsabilità di un’educazione del gusto da parte dei pittori e dei mercanti in favore di un pubblico che muterà nome, nel nuovo frasario ideologico impiegato nell’organo piemontese comunista, in massa e/o popolo. A supportare la tesi di un’arte per la collettività contribuiscono nell’esordio della terza pagina, accanto all’articolo di Scroppo, quello di Raffaele Vallone sul teatro per il popolo, insieme con altre firme prestigiose come quelle di Davide Lajolo, Nino Tonietti, Salvatore Gatto e una poesia di Paul Eluard. Anche il rifiuto di una distinzione tra arte antica e moderna, secondo una concezione precisata nell’ultimo articolo su “Gioventù Il Viandante”, Per conoscere l’arte del 6 giugno ’46, echeggia analoghi temi dibattuti nello stesso giorno su “L’Unità” in cui appare l’altro articolo di Scroppo Sincerità degli artisti per l’educazione delle masse. In Per conoscere l’arte, sintesi di tutte le riflessioni condotte da mesi sul settimanale, oltre al constatare che “c’è ancora molta incomprensione tra pubblico e artisti”, si sottolinea uno dei doveri dell’artista: “il mirare all’arte che rispecchi senza sforzi tutto l’essere umano, nel suo momento universale ed attuale, superando le incrostazioni convenzionali di una cultura accademica ed equivoca. L’idea che la pittura possa essere soltanto comprensibile ad una ristretta categoria di iniziati, è cosa da noi respinta, poiché pensiamo che la vera arte può sempre penetrare ogni spirito ed essere amata e gustata da tutti, divenendo, nel senso più nobile, popolare. (…) L’arte nella sua essenza più vera non sopporta la distinzione di antica e moderna; ma per intendere e scansare ogni possibile equivoco, affermiamo che l’arte è <moderna> in quanto rispecchia la nostra civiltà attraverso un costume e la cultura del nostro tempo, ma non crea frattura col passato, bensì muove da esso alla scoperta di altre verità perpetuanti nello spirito umano l’istinto della conoscenza universale del mondo e dell’uomo in tutta la loro pienezza. Accettiamo dunque la definizione di <arte moderna> per la chiarezza del linguaggio e non perché sostanzialmente differente dall’arte antica”.

Sono da segnalare inoltre, nella sintassi costruttiva delle recensioni, alcuni topoi ricorrenti, metafore prelevate dai testi sacri, dalla Bibbia e dai Vangeli, che danno forza di sermoni “popolari” alle sue parole critiche, tali dar far dire a più d’uno dei suoi amici ed estimatori che egli è stato “un pastore dell’arte” (10).

La conclusione dell’articolo Sincerità degli artisti per l’educazione delle masse:”… <se ci chiede un pane gli si può dare una pietra? O se ci chiede un pesce potremmo rifilargli un serpente?>, rispecchia la formazione religiosa di Scroppo. Qualche settimana dopo, sullo stesso giornale a proposito di una cronaca sulla 102° Esposizione della Società Promotrice nelle sale recentemente riattate dell’Accademia Albertina. “…A qualche nostalgico anziano questa mostra interregionale può offrire per molti motivi un anacronistico tuffo nell’anteguerra 1915; ma nei momenti più maligni della visita, a noi è parso d’assistere ad un lento innocuo inabissarsi dei resti tuttora galleggianti di un secolare naufragio. Però siccome ad ogni diluvio è legato il mito dell’arca e della colomba, anche nel nostro caso ci è sembrato di scorgere uno zatterone su cui si notano coloro che non han troppo peccato contro la pittura” (Visita alla Promotrice, “L’Unità”, 26 maggio 1946).

La mostra è oggetto di un altro articolo sulle colonne di un curioso giornaletto, “Ël Tòr” – stampato a Roma per la colonia degli undicimila piemontesi ivi stanziati - definito da Benedetto Croce, “la più bella rivista folcloristica italiana a respiro europeo”. In quel giornale fu ripresa la critica alla manifestazione, e nel luglio del ’46 uscì un pezzo dal quale si evince la sua predilezione, con perentoria risolutezza, come critico e come pittore, per un’arte onesta e riflettuta, priva d’accademismi e di facili trovate dell’ultima ora. “…Misurando la esigua distanza che intercorre tra lo spaccio degli stupefacenti artistici moderni, avuti di seconda mano, diluiti da cervelli parassiti di scarsissima vocazione pittorica, e la cosiddetta pittura agnostica, provinciale, che delle rivoluzioni estetiche compiute in arte da un secolo a questa parte non ha saputo o potuto prendere atto, ci viene spontaneo negare ogni differenziazione di valori per tendenza, quando i partiti pittorici dei mediocri della fattispecie non ci presentano che cattiva pittura (La 102° Esposizione, “Ël Tòr”, n.19 del 6 luglio 1946).

Amico ma non seguace

Il problema vivamente sentito da Scroppo dell’attualità e popolarità dell’espressione artistica, che deve farsi largo nell’intricata selva delle tendenze dalle prospettive limitate, si ripropone sulle colonne di Agorà, nell’autunno del ’46. La collaborazione al mensile, dove spiccavano le firme di Marziano Bernardi, Carlo Mollino e di Eugenio Battisti, inizia con un bilancio della passata stagione espositiva torinese, il cui programma inanellato dalle pochissime gallerie, tante quante le dita di una mano, era stato già recensito su “Il Viandante”. E’ il caso delle recensioni alle mostre di Cantatore o di Sassu riprese quasi integralmente (non è una forma d’autoplagio, semmai un’esplicita adesione alle valutazioni precedentemente formulate,  inoltre il tempo di “metabolizzazione” delle novità espositive era allora decisamente meno veloce di quanto sia attualmente e la critica giornalistica poteva permettersi di ritornare sugli stessi argomenti e di fare bilanci). Dai bilanci ai saggi di lettura “monografica”, nel giro di qualche numero di Agorà, escono due ampi articoli rispettivamente su Francesco Pasi e Mino Rosso, quest’ultimo particolarmente seguito da Scroppo nell’arco di tutta la sua attività di critico. A Rosso non risparmia giudizi severi per la giovanile adesione al movimento futurista, ma nel contempo ne riconosce la capacità di riscatto e reinvenzione di una poetica personale. Altro nome presente fin dai primi articoli su “Il Viandante” è Luigi Spazzapan: Scroppo ne segue da tempo gli sviluppi, chiedendosi in quest’occasione, le ragioni della incomprensione del pubblico. “…Non è, supponiamo, il furore espressivo di Spazzapan che possa averlo sconcertato né l’impetuoso riportare sul piano dell’espressione pittorica una pura astrazione mentale, e neppure quella turbolenza spirituale esasperata, che è venuta man mano concludendosi in procellosa oscurità discorsiva; ma forse quel rischioso parallelismo o deduzione dagli schemi formali di un europeismo raffinato, che nel nostro secolo di collisioni ritardate e di epigoni non concorre validamente ad aprire l’animo sospettoso ad una totale accettazione di una estetica dell’arbitrario” (Modonesi - Spazzapan, “Agorà”, anno 2°, n.12, 1946).

Nella top ten degli artisti più citati nella carriera giornalistica di Scroppo, apprezzati e seguiti criticamente, non per scelta di consorterie varie o di opportunistica convenienza, ma per la qualità intrinseca dell’opera, spiccano i nomi di Casorati, Garelli, Mastroianni e naturalmente Spazzapan, autori ai quali dedicherà, nel corso della sua collaborazione con “L’Unità” negli anni cinquanta e sessanta e nei successivi decenni sulle colonne della stampa evangelica, diversi articoli.

Luci ed ombre nelle critiche alle opere di Guttuso, Levi e De Chirico, per citare i “grandi” del Novecento italiano passati nelle gallerie torinesi, con l’accettazione di taluni valori portanti del loro credo artistico, così come di sconfessione per altri fattori, inerenti quei caratteri negativi che già prima avevamo evidenziato, provocati a suo dire, dallo strabordante personalismo e dalla furbizia nell’uso di schemi orecchiati. La libertà di testimoniare -  supremo sforzo per Scroppo, in un periodo in cui si consuma lo scontro “tra Davide e Golia, gli astrattisti e il Pci, iniziato nel 1947” (11) -  è implicitamente coinvolta nelle sue scelte di pittore. Pittore astratto, Scroppo lo è di sicuro dal ’48, anche per un altro fattore, non decisivo ma ugualmente significativo: l’attività d’assistente di Casorati alla Accademia di Belle Arti di Torino, lo spinge a rompere ogni indugio verso l’arte dei segni, non solo perché era il naturale approdo della sua storia complicata di siciliano e valdese ma anche per proteggere se stesso da cadute in sterili manierismi, in “tentazioni e peccati verso l’arte”. Ricorda in un ‘intervista “…sapevo che andando da Casorati mi avrebbero subito dato del casoratiano. E invece io non volevo. Così, entrando in Accademia, nel ’48, ho cominciato la mia pittura più anticasoratiana, perché non si dicesse che rendevo omaggi, potevo essere amico di Casorati, ma non seguace di Casorati, come pittore”. (12)

Fu una bella contraddizione, la sua, essere comunista e astrattista, a cavallo tra i ’40 e i ’50, dal momento che “…l’indirizzo culturale della politica comunista, viene ulteriormente radicalizzato nel ’47 con la progressiva affermazione dello zdanovismo nel Pci mediante la finalizzazione degli intellettuali e artisti militati verso lo ‘spirito di partito’ e l’accoglimento della poetica del realismo socialista, (…). (13) Era dunque out chi praticasse l’astrattismo, definito “evasione intimistica” e “spregevole misticismo”.

Scroppo non ebbe la “scomunica” dal partito, come successe a Mafai, ma un certo oscuramento lo ebbe la sua firma che non comparve più su “L’Unità” fino al 1957, salvo sporadiche collaborazioni.

Un lavoro di merletto

La sua attività di critico segue un andamento nel tempo simile ad un lavoro di merletto. Un articolo nasce a partire dalla ripresa delle recensioni precedenti, per poi rilanciare a riflessioni su cui germinano nomi e temi da sviluppare (del resto non è la stessa cosa per un pittore che dipinge?). Accade nel biennio ’46 e ’47, anno quest’ultimo che vede l’unico articolo di Scroppo su “Fiera Letteraria” del 24 aprile, nel quale egli scrive della pittura di Rosso, Cremona, Paulucci, Menzio e Spazzapan. Gli strumenti linguistici adoperati sono in larga parte mutuati da nuovi ordini di pensiero di marca filosofica, e nello specifico riportano quelli che erano allora i dibattiti sull’esistenzialismo in Italia. E’ parlando dell’opera di Menzio che meglio traspare il confronto di Scroppo con la nuova concezione del mondo contenuta nella filosofia di Sartre: “…pur associando all’esigenza del sublime o del fare eroico la coscienza del limite cerca in una perenne brama di liberazione quel filone di grazia che il pittore moderno sa di non meritare se non gioca se stesso di quadro in quadro tentando posizioni ogni giorno più vere sulle quali puntare la posta dell’arte, che è come dire dell’esistenza”. Concetti come “coscienza del limite” ed “esistenza” si capiscono meglio se inquadrati nel contesto di riflessione su un “nuovo umanesimo” che si profilava nel corso degli anni cinquanta. Sono illuminanti le parole di Dino Formaggio pubblicate sul numero 3-4 della rivista “I 4 Soli” (diretta da Emanuele Micheli e Adriano Parisot) nel 1956: “Attraversato dalle energie del progresso, dal ritmo delle macchine e dal frastuono della città industriale, soppiantato in alcune funzioni dall’immagine fotografica e cinematografica, in gara con tutto il dinamismo che lo circonda e che dovunque emerge e s’interseca, l’uomo dell’arte contemporanea ha iniziato una vera e propria lotta col tempo; una lotta aspra e cruda per vivere nel nuovo tempo e per esprimere un nuovo tempo; un tempo che non è più la semplice e meccanica successione di punti dei secondi dell’orologio, ma diventa qualità, durata, e quindi valore anche morale in quanto diventa persona, forma; oppure un tempo che non è più, come avviene per le antiche pitture narrative, semplice successione di episodi, ma intera e drammatica temporalizzazione dello spazio, azione che libera nuove prospettive e che fluidifica gli spazi in tempi,in un certo e determinato spazio-tempo”.(14)

Scroppo partecipava attivamente ai fermenti creativi alimentati da nuove teorie e talune concezioni filosofiche – l’esistenzialismo, la fenomenologia - peraltro non nuovissime visto che il dibattito sull’esistenzialismo era già da parecchi anni uno dei campi polemici praticato da molti letterati italiani. Lo stesso Scroppo n’era informato per i suoi continui spostamenti per la penisola, che gli permettono di imbastire contatti, relazioni e sodalizi. Il suo girovagare lo porta a stringere amicizia con Enrico Prampolini il quale dirigeva la prima associazione artistica internazionale indipendente sorta a Roma nel 1945 – l’Art Club – un’organizzazione eroica, se si pensa che in soli dieci anni riuscì a realizzare ben 93 esposizioni d’arte promosse in Italia e all’estero, 70 conferenze, 22 premi, oltre all’organizzazione di numerosi convegni. (15). Degna di un British Council odierno!

 Il 1948 non è solo l’anno che segna la prima partecipazione di Scroppo alla Biennale di Venezia e alla V° Quadriennale Nazionale di Roma, ma anche il periodo in cui si consumavano le energie nell’organizzare la prima mostra dell’Art Club a Torino, che si terrà nel maggio-giugno ’49. Una ----- corrispondenza con Prampolini, conservata tra le carte, documenta questo delicato momento e dall’annuncio dato alla radio da Scroppo, in preparazione dell’evento si apprende che “…esponendo le opere, i tentativi e magari le cadute degli artisti non nelle severe sale di una galleria d’arte, ma in quelle più accoglienti di un elegante locale cittadino, l’ “Art Club” si propone di mettere una più vasta cerchia di cittadini a contatto col lavoro diuturno di quegli artisti cosiddetti “d’avanguardia” che tanti pregiudizi tengono distanti dal pubblico con un invisibile sipario di prevenzioni”.

L’esperienza dell’Art Club, come riporta la Bandini, ha funzionato da detonatore di mai sopite diffidenze verso le tendenze astratte, dibattute perfino sulle colonne dell’Unità, dopo la lettera di un operaio il quale dichiarava di non capirne il senso. Ma, per Scroppo la mostra ha significato una scelta più radicale verso le poetiche non figurative e un impegno organizzativo e didattico mirato a promuoverle e a spiegarle. Debutta, sempre nel ’49, la prima mostra di Arte Italiana Contemporanea a Torre Pellice, “sua seconda patria”, esperienza che matura grazie all’ Art Club, associazione che terrà nel 1950-51 una mostra nazionale nella cittadina valdese con 80 artisti e 150 opere. (16).

 Partecipa alla prima edizione di “Arte in Vetrina” del 1951, una “ardimentosa” manifestazione tenuta in via Roma a Torino, che fece scandalo per via di “un’opera coi buchi” (di Lucio Fontana) e per la molta arte astratta esposta, la cui difficile accettazione da parte del pubblico era stata in parte agevolata dalle spiegazioni offerte da Scroppo sulle colonne dell’Unità (Via Roma grande galleria d’arte, “L’Unità”, 17 marzo 1951).

Conferenze, dibattiti e incontri pubblici si susseguono in quei primi anni cinquanta (con incursioni anche nel mondo del cinema, come il commento introduttivo al 3° ciclo di proiezioni curate dal Cine Club Universitario), e preparano la ormai compiuta maturità artistica attestata dalla fondazione del Mac torinese (1952), con Galvano, Parisot e Biglione. Da questo momento le componenti teorico-critiche sono al servizio di una formulazione chiara dei programmi del movimento, viceversa l’attività di giornalista dopo una parentesi di stasi, riprende su “L’Unità” per circa un decennio (dal 1957 al 1965 con una rubrica fissa), assestandosi su schemi più di mestiere e meno esortativi e propagandistici di un tempo. Ormai l’arte astratta si stava conquistando un suo posto di riconoscibilità nel sistema dell’arte e presso il pubblico. Un ulteriore contributo Scroppo lo aveva dato anche come mercante, con l’apertura di una galleria d’arte “Il Prisma” (1957-1958) diretta con L. Pistoi. Negli articoli scritti tra il ’50 e il ’60 su “L’Unità”, Scroppo ha modo di rivedere alcuni giudizi, precedentemente negativi, sulla necessità di “pubblicarsi” - manifesti, movimenti e vistose polemiche - per un artista. Rivede anche le valutazioni sui futuristi e sui suoi esponenti di spicco (17), aiutato in questo dalle retrospettive allestite alla Galleria d’Arte Moderna, opportunamente recensite. E’ pronto a ricordare, commosso, le parole di alcuni artisti prematuramente scomparsi, come Pinot Gallizio (18); si accorge e segnala le “giovani leve” come Pistoletto (19) e infine non si esime dal “gettarsi nella mischia delle idee”, dibattendo (siamo ormai sul finire degli anni settanta) a proposito della “Mostra del dissenso” sugli artisti dell’Europa dell’Est non allineati, prevista all’interno della Biennale veneziana del ’77, che provocò polemiche, dimissioni di presidenti e minacce di ambasciatori sovietici. Anche in quell’occasione la scelta di Scroppo fu per “…la libera circolazione delle idee sulle complesse questioni dell’arte”. (20)

L’uomo è ciò che sceglie di essere

Nel prospettarsi un nuovo accademismo dei segni, nel corso degli anni cinquanta e sessanta, Scroppo reagisce con sperimentazioni pittoriche e riserva la sua vena comunicativa alla stampa evangelica, dopo la conclusione della lunga collaborazione con “L’Unità”. In queste ultime fasi della sua parabola di critico e giornalista, la coloritura testimoniale è la caratteristica più evidente dei suoi articoli, che di norma si esercita sui “grandi” della storia dell’arte, già ampiamente trattati in precedenza. E’ sintomatico che, in un ribaltamento di ruoli, non più intervistatore, ma intervistato, nell’ultima conversazione rilasciata qualche settimana prima della morte, nel 1993, alla domanda – Quali sono stati i suoi errori? – lui abbia così risposto: “Io sono un insieme di errori. Sono nato il 1° gennaio 1910, ma in realtà sono nato prima, nel 1909, però i miei genitori mi registrarono dopo. Ci sono diversi fatti che uno vorrebbe cambiare, ma si dovrebbero ripresentare le stesse identiche situazioni. Il più grande errore che un uomo possa fare è pensare oggi con la mentalità odierna a cosa avrebbe potuto fare o non fare nel passato”.

Il merito di Scroppo, non solo come critico, è stato quello di richiamare ad uno dei piani effettivi e ineliminabili della realtà e dell’essere: il piano cioè dell’esistenza, dell’individualità come giudizio e della condizione umana. Una condizione che ci è costitutiva: attraverso di essa deve passare tutto l’uomo, il quale sempre deve farsi impegno e decisione, rischio e fedeltà, situazione e storia, passione e destino, nascita e morte. Una condizione riconosciuta da Scroppo, per il quale scegliere e impegnarsi in varie forme dell’ attività umana (senza escludere eventuali errori), dalla pittura alla critica, dall’insegnamento alla curatela, presuppone una originaria, trascendentale, possibilità di ricerca dell’essere; come decisione costitutiva dell’essere stesso dell’uomo, il quale è ciò che sceglie di essere. (21)

Note

(1) Sulle altre voci critiche presenti sui giornali a Torino nell’immediato dopoguerra, rimando al testo di Mirella Bandini, Filippo Scroppo critico d’arte, in XL Mostra d’Arte Contemporanea, Torre Pellice 1990, già in 34° Mostra d’Arte Contemporanea, Torre Pellice 1984

(2) Ivana Mulatero, Repertorio materiale pubblicato di Filippo Scroppo, in XL Mostra d’Arte Contemporanea, Torre Pellice 1990

(3) Erica Scroppo, Una valdese legge Giussani nella Settimana dell’unità cristiana, in Tempi, n. 4- Milano gennaio 2004

(4) Filippo Scroppo, L’evangelico Van Gogh, articolo contenuto nella presente antologia

(5) Filippo Scroppo, in 28° Mostra d’Arte Contemporanea, Torre Pellice 1977

(6) Georges Roque, Che cos’è l’arte astratta?, ed. Donzelli, Roma 2004

(7) Mirella Bandini, op. cit.

(8) Ibidem

(9) Si veda il testo di Maria Teresa Roberto, Torino, 1945-1953 politica dell’arte: esposizioni, acquisti, concorsi, in Arte a Torino 1946/1953 (a cura di Mirella Bandini, Giuseppe Mantovani, Francesco Poli), Torino 1983

(10) Angelo Dragone, Scroppo, il Pastore dell’arte, in La Stampa, 5 gennaio 1990

(11) Liliana Madeo, Usava l’arte per difendere la libertà, in Specchio, n.447, 11 dicembre 2004

(12) Pino Mantovani e Ivana Mulatero, Intervista a Filippo Scroppo, in XL Mostra d’Arte Contemporanea, Torre Pellice 1990

(13) Mirella Bandini, op. cit.

(14) Dino Formaggio, Umanità dell’arte contemporanea, in I 4 Soli, anno III, n. 3-4, maggio-agosto 1956

(15) A tal proposito rimando al catalogo della 93° Mostra dell’Art Club, Venezia, luglio-agosto 1955.

Nota curiosa: il regolamento dell’Art Club prevedeva che l’iscrizione dell’aspirante socio fosse preceduta dalla introduzione di due aderenti già iscritti. Come dimostra la richiesta di Armando Testa (ritrovata tra le carte di Scroppo), datata 28 aprile1949 e corredata dalle presentazioni di Carol Rama e, appunto, Filippo Scroppo.

(16) Come documenta il catalogo 6° Mostra Annuale Art Club, Galleria Nazionale d’Arte Moderna, marzo-aprile 1952

(17) si vedano gli articoli di Scroppo: Rievocate le avventure figurative dei <secondi futuristi> (“L’Unità, ed.piemontese, 27 marzo 1962) e Grande retrospettiva di Giacomo Balla (“L’Unità, ed.piemontese, 4 aprile 1963)

(18) Filippo Scroppo, E’ morto ad Alba il pittore <Pinot> Gallizio, in “L’Unità”, ed.piemontese, 14 febbraio 1964

(19) Filippo Scroppo, Artiste veneziane – Pistoletto – Eandi, in “L’Unità”, ed.piemontese, 5 aprile 1960

(20) Filippo Scroppo, La mostra del dissenso, in “L’Eco delle Valli Valdesi” (La Luce), n. 13, 1977

(21) Si rimanda alle osservazioni di Pino Mantovani contenute nel presente catalogo.

* Ivana Mulatero è una critica d’arte, curatrice indipendente e giornalista.

Testo pubblicato nel volume Filippo Scroppo un artista tra pittura e critica, hopefulmonster editore, Torino 2005.

 

Seconda Parte

Articolo di Francesco Lo Grasso su Riforma: Filippo Scroppo, credente e militante.

 

Articolo su Repubblica: Torino riscopre Scroppo, valdese, pastore dell' arte

Breve curriculum artistico di Salvatore Vitale

Video amatoriale sul convegno e  foto di Carmelo Lo Bue

- http://www.riesi.com/forumriesi/topic.asp?TOPIC_ID=1258

 

Torino riscopre Scroppo, pastore dell'arte

TORINO RISCOPRE SCROPPO, VALDESE, PASTORE DELL' ARTE

Pittore e uomo di cultura, «La figura intellettuale di Filippo Scroppo, siciliano di Riesi e pastore dell' arte in Piemonte» è il tema di un convegno che si terrà oggi alle 15 nella Sala delle Colonne del Comune di Torino. Appuntamento in cui sarà formalizzata dal consigliere comunale Francesco Salinas la proposta di intitolare a Scroppo una via o un giardino in occasione del centenario della nascita, avvenuta nel paese in provincia di Caltanissetta nel 1910. «Ci piacerebbe che fosse intitolato a lui un tratto dell' attuale via San Pio V, quello che include in cosiddetto "isolato valdese" - ha spiegato Salinas - In alternativa potrebbe portare il suo nome uno dei tanti giardini di Torino, dove si potrebbero installare anche opere dei suoi allievi. Quello di intitolare una strada è il modo che una città adotta per celebrare i suoi cittadini più illustri. E deve essere l' occasione per riscoprire la figura di Filippo Scroppo, che è stato non solo un pittore, ma un uomo di grande impegno civile e in questo senso ha dimostrato di essere un intellettuale di grande modernità». Il convegno di oggi è promosso non solo dalla comunità riesina emigrata in Piemonte e dal Comune, ma anche dall' Accademia Albertina delle Belle Arti, dove Scroppo insegnò. Nella pittura è stato uno sperimentatore, passando dal primo periodo figurativo all' espressionismo tedesco, all' astrattismo, all' adesione al Mac, il Movimento arte concreta. Ma la pittura era solo una delle sue espressioni. Laico ma di forte spiritualità, antifascista e comunista, giornalista e critico per l' Unità. Nato nella culla valdese di Riesi, si trasferì in Piemonte nel 1934 e scelse come sua terra d' adozione proprio la Val Pellice, dove aveva ritrovato le sue origini religiose, senza mai dimenticare di essere un uomo del Sud. Amato sia nella sua terra d' origine che in quella d' immigrazione, tanto che a Torre Pellice, dove Scroppo è morto nel 1993, gli è stata dedicata la locale Galleria d' arte moderna, da lui voluta ed attivata.

- Federica CRAVERO

 

Filippo Scroppo, credente e militante

 

L’associazione dei riesini emigranti, a Torino, ha inteso ricordare un illustre concittadino che dalla sua Sicilia d’origine venne al Nord, dividendosi tra Torino e Torre Pellice. Era Filippo Scroppo, credente valdese, pittore e intellettuale a tutto campo: professore all’Accademia Albertina di Belle Arti nel capoluogo e giornalista per le pagine culturali de «L’Unità».

 

Un siciliano di Riesi, un valdese, un letterato, un uomo di cultura, un critico d’arte, un giornalista, un artista, un promotore di occasioni culturali, un partigiano, un teologo che ha attraversato la vita pubblica torinese dagli anni 30 al tramonto del millennio, quasi sconosciuto nel paese d’origine. Si è tenuto a Torino, organizzato dall’Accademia Albertina di Belle Arti, dall’Are (Associazione riesini emigranti), con il patrocinio della Provincia e del Comune, che ha concesso la magnifica Sala delle Colonne, il convegno «Filippo Scroppo pastore dell’Arte». Al convegno hanno partecipato in molti, superando le aspettative degli organizzatori.

Dopo il saluto del presidente dell’Are, che ha sottolineato l’assoluta apoliticità del sodalizio che presiede, e dopo la lettura di alcuni messaggi delle autorità non intervenute per impegni pregressi, dopo l’assessore alla Cultura della città, Alfieri, il presidente della Provincia Saitta, il pastore della chiesa valdese di Riesi e il pastore Giuseppe Platone, hanno via via preso la parola compagni di partito, docenti dell’Accademia, il pittore siciliano Salvatore Vitale, il pastore Paolo Ricca, una delle figlie di Filippo, Erica, l’assessore alla Cultura di Torre Pellice, responsabile della Galleria civica d’arte intitolata a Scroppo, il consigliere comunale di Torino Solinas, il sindaco di Riesi, due riesini, l’uno di recente emigrazione e l’altro che ha trascorso quasi tutta la sua vita a Torino.

I lavori sono stati moderati con competenza dal professor Rosario Riggio, pure emigrato a Torino. Egli, aprendo il convegno, ha invitato a parlare il consigliere Solinas, promotore di una proposta alla commissione toponomastica del Comune per l’intitolazione di una via, piazza o giardino a Filippo Scroppo.

Ha preso quindi la parola l’ex-sindaco Diego Novelli che ricordato l’incontro con Filippo Scroppo ormai affermato, e gli insegnamenti preziosissimi che ne ha ricavati; Novelli ha proseguito tratteggiandone la figura di politico impegnato, scrittore, giornalista, pittore, di innovatore controcorrente e, particolare conosciuto da pochi, di partigiano militante. La lotta partigiana fu lotta che si svolse esclusivamente nel Nord d’Italia, ma a quella lotta come, i nomi che via via vengono alla luce dimostrano, non parteciparono solo uomini del nord. Purtroppo, come le ricerche fanno ogni giorno emergere, i partigiani del Sud non fanno parte del patrimonio delle terre d’origine. Novelli, che con Scroppo ebbe un lungo e ricchissimo sodalizio, ci ha intrattenuti narrandoci alcuni aneddoti, che sono valsi a disegnare anche la statura di grande comunicatore. In occasione di un suo viaggio a Riesi l’articolo inviato al suo giornale in quell’occasione gli aveva provocato qualche fastidio. Scroppo contribuì, con la sua conoscenza del carattere e dell’ambiente meridionale, a fargli comprendere il perché certe cose avvenivano in Sicilia e a Riesi in particolare.

In seguito alcuni docenti ed ex docenti dell’Accademia, hanno tratteggiato la figura dell’artista.

Ha preso quindi la parola il teologo Paolo Ricca, che avendolo personalmente conosciuto come uomo e artista e avendolo a lungo frequentato, ne ha tratteggiato l’immagine di ardito innovatore, di persona amante delle cose difficili, che andavano controcorrente. Ci ha raccontato della sua voglia di far grande Torre Pellice facendola capitale dell’arte contemporanea. Ci ha messo a parte della sua grande generosità; l’artista ha, infatti, donato al comune di Torre Pellice una vasta collezione di opere d’arte, non tutte ancora esposte nella Galleria che porta il suo nome. In questo suo attaccamento alla città capitale del valdismo, ho ravvisato il desiderio, non so quanto inconscio, di rendere ai valdesi il senso della sua gratitudine, per l’opera di evangelizzazione svolta a Riesi dal 1878, con l’apertura di scuole, opere di aggregazione e in ultimo con la fondazione del Servizio cristiano.

È quindi intervenuta Erica Scroppo, la figlia maggiore, giornalista, che ci ha confessato di aver faticato a ordinare i ricordi del padre, che le si affollavano alla mente e la costringevano a mettere via via da parte le cartelle che veniva vergando. Ci ha descritto un padre rigido, ma affettuosissimo, un padre che anche nei rapporti con le persone era ligio alla verità, non disposto né alla bugia né al compromesso. Ci ha tratteggiato la statura religiosa raccontandoci che il padre era solito predicare, quando il pulpito era «scoperto», e suonare l’organo, quando l’organista era assente, pur non conoscendo la musica. Era rigido, ha ribadito Erica, fino al punto di esigere il silenzio assoluto, quando dipingeva o sedeva alla macchina da scrivere.

L’assessore Maurizia Manassero di Torre Pellice, pur nelle ristrettezze di bilancio, si è fatta promotrice di una proposta per la creazione di un comitato formato da più soggetti: le associazioni, i Comuni, la chiesa valdese e l’accademia; scopo del Comitato promuovere azioni per la preparazione delle manifestazioni da organizzare in occasione del centenario della nascita del pittore che cadrà nel gennaio 2010.

Ha concluso gli interventi il sindaco di Riesi, il quale, dopo aver manifestato la sua grande gioia nell’apprendere che Filippo Scroppo era stato un partigiano membro del Cln, comitato del quale aveva fatto parte anche il grande Sandro Pertini, quasi commosso, ha continuato tentando di giustificare la scarsa conoscenza del nome e della attività di Scroppo con la motivazione che forse anche egli poco o nulla ha fatto per segnalarsi ai suoi compaesani. Si è però impegnato a rimediare e a recuperare. Ha proposto il gemellaggio con Torre Pellice, e ha invitato i presenti e i suoi amministrati a recuperare oggetti, fatti, scritti, ricordi da destinare a una struttura dedicata che dovrà additare ai giovani di oggi e di domani le figure di grandi riesini, che pur lontani dal paese hanno conservata intatta la «sicilianità», caratteristica fortemente sottolineata in Filippo Scroppo da Diego Novelli.

Il pittore Giuseppe Veneziano, dopo aver accennato alle difficoltà che sempre s’incontrano per emergere in Sicilia, e a Riesi in particolare, ha messo a disposizione la sua collaborazione per l’eventuale realizzazione di qualcosa che possa ricordare alle generazioni presenti e future il nome di Filippo Scroppo. Anche il pittore-scultore Salvatore Vitale ha tratteggiato brevemente la figura e l’opera di Scroppo, come omaggio da parte di un siciliano, anche se non riesino.

Chi scrive ha portato il saluto della chiesa di Torino e da riesino ha rappresentato il pastore e la comunità valdese di Riesi, ricordando gli incontri con Filippo Scroppo e alcune personali che si sono tenute a Torino e a Torre Pellice. Ha poi ricordato, commuovendosi, la prima maestra che era mamma di Filippo e di Ulrico, fratello minore, recentemente scomparso. Rosario Riggio, riprendendo la parola, ha ringraziato tutti per i loro contributi e ha donato agli intervenuti una riproduzione dell’autoritratto del pittore, invitando, soprattutto i riesini, a esporla nei loro uffici, da dove possa incominciare l’opera di riappropriazione dell’autore. Il sindaco di Riesi ha fatto omaggio agli oratori di una pubblicazione opera di Giuseppe Baglio, Lu Surfararu.

-Francesco LO GRASSO

 

Breve curriculum artistico di Salvatore Vitale

 

Breve curriculum artistico di Salvatore Vitale, autore di tre ritratti su cartoncino in omaggio per il centenario della nascita di Filippo Scroppo

Vive a Vaie (TO) ed esercita l’attività artistica a Torino Studio in via Principi d’Acaja, 1 Torino. Contatti: Cell.  347-3887469  /  E-mail  -  vitale4@alice.it

Salvatore Vitale nasce a Caltanissetta il 04/11/1945 e  si trasferisce a Torino nel 1954. Dopo il diploma Artistico conclude gli studi all’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino.

Titolare della cattedra fino al 2005 di discipline pittoriche nel Liceo Artistico Statale “R. Cottini” di Torino. 

Molto giovane sperimenta diverse tecniche pittoriche e scultoree, pur frequentando gli artisti dell’arte povera non segue la corrente per dedicarsi alla ricerca di nuove forme. Le opere di Salvatore Vitale sono cicli storici del suo percorso artistico; molte volte le sue opere diventano cronaca, precursore di correnti come la “nuova figurazione” in pittura e il geometrismo- antropomorfico nella scultura.

Nel 1970 le sue opere sono presenti nelle rassegne d’Arte Contemporanea dei Saloni della Promotrice delle Belle Arti di Torino.

Dopo numerose mostre collettive, nel 1980 incontra Bernard Ceysson, direttore del Museo Nazionale d’Arte Moderna di Parigi e attualmente direttore del Museo d’Arte Moderna di St. Etienne che lo invita ad esporre in Francia; da quel momento iniziano le sue mostre personali.

Nel 1986  espone nei saloni dell’Università di St. Etienne.

Nel 1989 espone alla C.Y.M.T.I.A, alla Galleria Flourion di Lyon; invitato da Daniel Benoin, direttore del Centre National d’Arte Drammatique, espone nelle Salle della Commedie. Sempre nel 1989 realizza un ciclo di opere dedicate al crollo del muro di Berlino, la mostra è stata voluta dal Comune di Cuneo, il tema anticipava la Biennale di Venezia del 1990, alla quale avrebbe dovuto partecipare, ma l’invito non fu confermato.

Nel 1992,  dopo la morte del maestro Giacomo Manzù nel 1991, data l’amicizia si è realizzata l’esposizione programmata dal titolo “Uno scultore e un pittore G. Manzù e S. Vitale”, allestita nei saloni di ricevimento dell’aeroporto di Pratica di Mare a Roma. Le opere di Manzù sono state messe a disposizione dall’omonimo Museo di Ardea (Roma), con gentile concessione della moglie Inge.

Sempre nel 1992 la Regione Lazio organizza a Salvatore Vitale la sua prima antologica alla Galleria Sant’Agostino di Roma.

Nel 1993 progetta per l’Oratorio di San Pietro nel colle Vaticano un affresco di m. 14 x m.7 di altezza. Le esposizioni di Vitale si spostano in tutta Italia, non amando molto le gallerie d’arte le sue opere vengono esposte quasi  sempre in spazi istituzionali. Sempre nel 1993 espone nel Teatro Giuseppe Verdi di Montecatini Terme e a Latina alla Galleria Obbiettivo Arte.

Nel 1996 viene invitato dalla Regione Veneto  ad esporre in Villa Farsetti di S.M. di Sala Venezia; in questa mostra personale, dal titolo “ARTE e LAVORO”, presenta oltre cento opere, nel contempo progetta, come vincitore di concorso, il monumento ai caduti sul lavoro della città di  Torino.

Nel 1998 le sue opere sono presenti al Seminario Metropolitano nel percorso culturale durante l’Ostensione della Sindone.

Nel 1999 ritorna a Nettuno per una serie di mostre in Forte Sangallo con il titolo  “ La memoria e il mito tra storia e spiritualità”.

Nel 2000 a Monte San Biagio (Latina) nel palazzo Maria Pia di Savoia presenta “La cultura del laboratorio”; sempre nel 2000 a Nettuno (Roma)  “5 artisti a confronto”;

Nel 2001 a Rivoli (TO) nella Torre della Filanda presenta sculture e pitture, un ciclo di opere sperimentali sulla ricerca dell’”arte giapponese arcaica”; lo stesso anno viene invitato, per la seconda volta, dalla Città di Aosta per esporre la mostra presentata a Rivoli.

Nel 2002 è presente per la prima volta nella sua città, invitato dall’Università di Medicina di Torino, in occasione della Settimana per la Sicurezza, dove presenta nei saloni di Torino Esposizione le opere del ciclo “ARTE e LAVORO”. Iin quella occasione realizza per il pubblico Internazionale una litografia e la copertina del libro bianco sulla sicurezza.

Nel 2004 viene invitato dal Comune di Vaie (To)  per una esposizione, nel salone degli specchi,  dal ad esporre il ciclo di opere “ARTE e LAVORO”.

Nel 2005 viene inaugurato in Torino l’opera monumentale dedicata ai caduti sul lavoro: “La Catena”. L’opera di Vitale riceve l’alto patrocinio della Presidenza della Repubblica Italiana e del Ministero del Lavoro per il suo significato morale e del Ministero dei Beni Culturali come opera altamente artistica.

Nel 2006 a Novara, Sala Barriera Albertino “progetto per una mostra”, esposizione curata dal critico d’arte Marco Rosci.

Nel 2008 viene invitato dall’Istituto Italiano di Cultura di Grenoble per una esposizione di opere pittoriche degli anni 80, titolo della mostra : Oggetti: “tra realismo e simbolismo”.

Nel 2009, in occasione del 40esimo anniversario della nuova Università Jean Monnet di Saint Etienne, viene invitato dall’Istituto Italiano di Cultura di Lyon e dal Dipartimento Italiano della facoltà di Arte e Letteratura dell’Università ad esporre le opere del 90 del ciclo “ARTE e LAVORO”. L’esposizione avviene nei saloni dell’Università Jean Monnet. 

Nel 2010 realizza per  la chiesa Santa Margherita di Vaie (To) l’opera il “Battesimo di Cristo” cm. 240 x cm. 200. L’opera è l’unica riproduzione del Verrocchio esistente, definita dall’Unione Europea patrimonio mondiale dell’umanità. In occasione della inaugurazione sono stati esposti numerosi studi grafici che anticipano l’opera pittorica.

Le opere di Salvatore Vitale si trovano in numerose collezioni private e pubbliche.

OPERE PUBBLICHE

Città di Torino, Monumento ai caduti sul lavoro;

Palazzo del Quirinale, opera pittorica; 

Città del Vaticano, opera pittorica; 

Museo dell’industria e del Lavoro “Fondazione Micheletti” di Brescia, opera pittorica; 

Museo Internazionale di Sindonologia di Torino, opera basso-alto rilievo in bronzo; 

Museo della Consolata, opera pittori cm. 300 x cm.250; 

Rivoli chiesa di S. Maria della Stella, opera pittorica cm. 250 x cm 200;

Pinacoteca della Città di Aosta, opera pittorica; 

Università di St. Etienne (Francia), opera grafica; 

Roccabruna (Cuneo), affresco nella chiesa Sacra Famiglia; 

Comune di Torino, araldica della città, opera  bassorilievo in bronzo;  

Aeroporto Pratica di Mare (Roma), opera pittorica;

Museo d’Arte Moderna Arduino Moncalieri (Torino), opera pittorica.

Vaie (To) Chiesa Santa Margherita, opera pittorica “Il Battesimo di Cristo” cm. 240 x cm. 200.

RITRATTI

Edoardo Agnelli e Giovanni Alberto Agnelli  (proprietà della famiglia Giovanni e Umberto Agnelli);

Enrico Berlinguer (proprietà dell’omonimo circolo di Torino);

Domenico Carpanini, (uno di proprietà della famiglia e uno del presidente dei commercianti di Torino DEMARIA);

Giorgio Bocca (proprietà privata);

Filippo Scroppo, tre ritratti su cartoncino in omaggio per il centenario della nascita (donati all’Associazione Piacere Sicilia).

Critico e storico dell’arte

Angelo MISTRANGELO

 

Pubblicazione on line

 

7 Maggio 2010

 

Associazione Piacere Sicilia

 

www.riesi.com -Forum RiesiArt